Chi ?

L’incresciosa Autobiografia di Grazia “Giulia” Guardo, ma Iaia Guardo può bastare. 

Quando ero piccola mi chiamavo Iaia. Il mio vero nome è un altro. In rete mi chiamano tutti Giulia, nella realtà  Grazia,  ma lui mi chiama Gi. La mia prima parola è stata Cucca: Acqua. E davanti al mare ho esclamato “Cucca Grande!”. Non ho detto niente di più intelligente sino ad ora.

Sono nata il dodici dodici alle dodici e sono la dodicesima nipote. Il mio nome e cognome sono composti da dodici lettere. Non sono nata nella stanza numero dodici e non dopo dodici ore di travaglio ma quando mi piace esagerare mento e aggiungo pure questo. Non in altre occasioni però. Non mento mai.  Le lettere dei nomi di mamma e papà sommate fanno dodici e pure il termine “Bianconiglio” ne ha altrettante. Il Coniglio Bianco è stato il mio primo animaletto; nonna, poco empatica, non aveva capito che era mio amico e me lo ha servito in agrodolce dopo poco tempo. Ho studiato il piano per dodici anni ma sognavo il violino. Sono a conoscenza della profezia Maya sulla fine del mondo nel 2012. Qualche volta ho paura di esserne la causa ma il nome Maya mi distrae facendomi pensare al cartone animato nipponico e vivo lo psicodramma del “volevo fare l’attrice anche io” pur non essendo affatto vero. Non sono Damien, e la preoccupazione che tu non sappia chi sia Damien si è appena impossessata di me (Omen),  e il 12.12.2012 non girerò posseduta con un Rottweiler e una Tata impiccata. Perlomeno credo. Se dovessi sceglierne una però vorrei fosse Tata Lucia; capace di inspirarmi la stessa inaudita violenza.

 Per la cronaca però  non ho un Rottweiler ma qualcosa di peggio: un  Nippotorinese Intellettuale di Sinistra, ovvero un Torinese gattofilo che parla Giapponese ma anche Cinese perchè ama esagerare, trasferitosi qui a Katane con lo stesso entusiasmo di un Lappone che deve trascorrere l’inverno senza riscaldamento. Tutto comincia  il 4 Novembre ovvero quando Alice entra nel paese delle meraviglie;  semmai dovessi avere una figlia la chiamerò  proprio così in quanto traslazione onirica del mio essere. Ed Alice nel paese delle meraviglie ha dodici capitoli proprio come “Attraverso lo specchio”. Attraversa lo specchio il 4 Maggio ed in cuor mio ho sperato che mi chiedesse di sposarlo in quella data per potergli dire di no. In realtà in quella data ci siamo lasciati. A dimostrazione del fatto che i cerchi numerologici non si chiudono ma continuano a girare. Che poi mica credo a queste idiozie. Sono Agnostica e non esiste nulla che la scienza non possa dimostrare come sono fermamente convinta che i miei nani da giardino immaginari e giusto quei 144 personaggi, risultato di dodici per dodici, non siano poi inesistenti. Ai più sì. Ma degli ” ai più” chi se ne importa?

E comunque. Siamo tornati purtroppo insieme e. Mi ha insegnato, oltre che al mondo esiste qualcuno più arrogante e supponente di me, che sono una persona insopportabile che tendenzialmente va assecondata a meno di  voler seriamente rischiare la vita. Sono Ailurofobica e colleziono fobie oltre che borse, mie maledette ancore di uno status dal quale rifuggo non riuscendoci neanche tanto bene. In quel di Torino vive Yuki, gatto del pelato ibrido piemontese nipponico che dall’alto della sua conoscenza gattofila mi ha insegnato. Che i gatti sono esseri capricciosi, opportunisti, ruffiani e buffi indi per cui ho smesso di odiarli essendone la reincarnazione. Odiarli virtualmente intendo. Preferisco mozzarmi una mano che toccarne uno.

Siamo una coppia multitasking, che non vuol dire niente ma anche tutto e ci siamo conosciuti su Pigrecoemme.com. Un forum pullulante di gente intellettuale, impegnata neuronalmente e particolarmente geniale. Un covo di matti diventata casa virtuale con amici preziosi trasformatisi in amici e basta. Gli unici veri, tra l’altro. Continuo a stare con il Nippotorinese perchè fa figo essere una coppia nata su internet. Si possono pure rilasciare interviste al Telegiornale di Rete Quattro perchè almeno una volta a settimana il servizio “Molti incontri su internet! Scoppia un caso eclatante” c’è. Proprio come “il gusto del gelato del mese” a Studio Aperto. Non che io li veda, inciso. Ma mi piace immaginarli così. Alternando il tutto con l’ultimo amore dell’Arcuri e la Ferilli, poveretta, tradita.

 

Dicevamo? ah sì. Sono una figlia unica viziata con problemi del tipo giornaliero: maniaca delle borse, agorafobica, claustrofobica, ipocondriaca, visionara. In casa è tutto bianco, rosso e nero. I miei disegni sono bianchi, rossi e neri.  Ho paura del verde ma ci sto lavorando. Ho cambiato cento stanze in adolescenza o forse centododici. Sicuramente dodici mi piacerebbe di più ma sono state davvero di più. Ne ho avuta una arancione e blu come l’arancia e il mare. Ne ho avuta una con i peluches appesi con la lenza in un cielo di animali come fossero culla di sogni ma senza musichetta perchè ho paura dei carillon e delle persone che fissano ballerine in tutù rotanti.

Ne ho avuta una con i modelli di Vogue quando ero una stilista affermata immaginaria che disegnava collezioni di alta moda grazie a Gira La moda. Ne ho avuta anche una che per una settimana ha ospitato l’altarino di Jim Morrison ma non ho mai avuto miti. Mi piace Jack Nicholsom questo sì. E Frank Further questo sì. Ma non sono miti, piuttosto uomini che mi ricordano: io ho un tizio calvo e intellettuale e lì c’è un aitante maschio in guepiere sul nido del cuculo. Giusto perchè non si può avere tutto dalla vita. Un’età che si aggirerà intorno ai 28 anni per i prossimi cinque detestando fortemente tutti i genetliaci a venire. Se fossi una canzone sarei Lullaby dei Cure e qualcosina di Barry White nei momenti di acuta ilarità. Ma la mia anima appartiene a Hisaishi e Chopin. Dovessi dire un’altra canzone direi Creep ma dalla regia mi dicono no. La stessa che su questo blog di occupa delle risate e pernacchie registrate. E sulle pernacchie giustamente si dà molto da fare. Miyazaki, Lynch, Kim Ki Duk, Kitano e Burton. Il Cinema orientale dopo anni di incomprensione è diventato vitale e non riesco a concepire la mia vita senza un thailandese sottotitolato in cambogiano tradotto in cantonese.

Colleziono Horror e Mamma e Papà sono stati felici di sapere che da piccola  Freddy Krueger e Michael Myers erano i miei migliori amici. Papà e Mamma col tempo si sono rassegnati, sì. Lei odora di biscotto appena sfornato e lui di cioccolato. Sono gli unici ai quali non riesco ad attribuire parole tanto li amo e la netta sensazione che con il Nippotorinese durerà poco è che a lui ne attribuisco troppe. Sono un difetto di un metro e settantasette che con tacchi, gonnella e parigine vaga per casa e città a bordo di un’auto con un nano nel portabagagli. So fare il sudoku leggendo le istruzioni, ho un pony chef rosa che vive nel gazebo che mi ha insegnato a cucinare, Etto l’amico del bagnetto che viaggia con me insieme ad Uga la Tartaruga di Tunisi che mi ha regalato un bimbo per strada, uno psicopatico Killerniglio con dei Danbo riflessivi e suggestivi in realtà schiavisti e tanti Ugly Dolls, innocui serial killer. Un esercito di Rabbids, traslazioni plasticose di Neve che si immolò all’agrodolce vittima sacrificale di nonna,  governato da Tuppete un coniglio con un orologio sul pancino che rievoca il Bianconiglio, la psicolabile Hello Kitty come fida consigliera del male e un nano da giardino maggiordomo che dorme spesso e apparecchia la tavola troppo poco spesso. E tanti altri nani. E tanti. Altri. Perchè sono centoquarantaquattro ed io sono un tipetto sintetico (e qui che occorre la regia per le pernacchie registrate. Volevo fare giusto un esempio).

So fare l’imitazione del Mago Forrest in maniera eccelsa e spesso intrattengo amici e parenti lasciando tutti estasiati. A tre anni ho tenuto il mio primo comizio in lingua latina lasciando sbalordito il pubblico festante. Non tanto per l’ingordigia della lingua morta tanto per l’ingordigia di aver mangiato dieci arancini in un nano secondo. Questo deja vù intriso di carne, unito al fatto di aver avuto un amichetto dolcissimo pelucchioso bianco ammazzato e appeso con sangue grondante, è forse il motivo del mio vegetarianesimo e odio conclamato nei confronti del povero arancino, bandiera della mia poca siculinità, culinariamente parlando. Qualcuno crede che sia vegana perchè non mangio uova e latte e di fatto potrei esserlo non mangiando in realtà nessun prodotto di origine animale, ma sono una vegana seduta su una poltrona con una borsa. Di pelle, entrambe. Non sono estremista se non nell’iperuranio delle idee. In realtà una preoccupante intolleranza al lattosio mi ha dovuto far scegliere se morire o vivere. E giuro che Monsieur Grand Fromage  non c’entra nulla. Se non sai chi sia Monsieur Grand Fromage sei di certo tu ad avere problemi con i latticini e non io. Una specifica doverosa è che Amo i nani da giardino ma non ho visto Amelie quindi va da sè che ogni volta non capisco il paragone. Mi invitano a farlo ma è chiaro che non lo farò mai. Amo le questioni di principio stupide e le fissazioni. Se dico che non farò mai una cosa sarà più facile assistere allo sbarco degli alieni con una tuta leopardata e un’acconciatura alla Britney Spears ai tempi d’oro che. Se dico che farò una cosa sarà più difficile capire quando ma mai  avere il dubbio che accadrà. Se proprio vogliamo fare un approfondimento sul nano da giardino però potrei dire che: Il mio si chiama Kobito, il nano Cosmopolito. Il primo nano, intendo. Non è il maggiordomo, però. Kobito è un libero professionista. E’ un nano famoso tra l’altro. E finito sul sito dell’Autogrill in seguito ad un mio scatto nel parcheggio del suddetto a Taormina. E’ stata l’onorificenza più importante di tutta la mia vita. Attila è il nano reggifichidindia sottopagato del terrazzo. Qualora interessassero le esatte manzioni e nominativi dei miei nani immaginari e non è a disposizione un file in formato .pdf. Basta richiederlo presentando regolare domandina con carta da nano in email.

Ho smesso di fumare, bere caffè e mangiare cioccolato. Non perchè sia pazza, quello è chiaro, ma per cambiare. E sono cambiata. Sono guarita. O siamo sulla strada giusta. Chiaramente imboccherò l’esatta via opposta perchè non seguo mai i cartelli lampeggianti verso la salvezza. Da cosa sono guarita non è dato sapere ma occorre davvero poca perspicacia. Nel caso in cui non fossi perspicace, perchè santo cielo ho poca fiducia nell’arguzia altrui ho avuto e ho problemi alimentati. Ho imparato all’alba degli enta che “ciao mi stai sulle palle, addio” è il metodo più veloce per ferirsi meno e sottoporsi a sconti su un masochismo che già di default qui in casa si possiede. Amo sparlare di me e per me e ho deciso che da grande oltre a compilare incresciose autobiografie coadiuvata da Gippy, il pesce che vive sulla mia caviglia e che mio papà chiama “raspareddu”, noto protagonista della canzone “Gippy vive nella mia caviglia” magistralmente interpretata dal mio amico Mauro, non smetterò mai di entrare sotto la coperta a forma di tenda e giocare. Mamma al pomeriggio costruiva nella mia stanza una tenda usando delle sedie e una coperta. Mi faceva entrare lì dentro. “Inventati un mondo oggi” e l’indomani ce ne sarebbe stato un altro. Con nuovi amici e nuovi colori. Talvolta entrava anche lei e giocavamo dandoci dei ruoli improvvisati. Sono stata sua figlia, sua madre, sua nonna, la sua vicina di casa, una passante, una maga, una strega, una bambina abbandonata in cerca di un talismano capace di salvare la sua mamma, una papera marziana e un alieno. Lei è stato altro e altro ancora. Ho deciso di non smettere. Di continuare a seguire l’insegnamento di quella che è una grande madre: inventare mondi. Reinventarsi. Perchè è nella mente la vittoria, dice papà. E con una tenda costruita da mamma e le parole di papà io ho vinto. Io forse ho smesso di odiarmi. E un giorno chissà. Potrei impazzire e scrivere lo stesso ma con il suo esatto contrario: io forse ho imparato ad amarmi.

Mamma dice sempre ”mi scrivi un libro? solo per me? Sarebbe il mio sogno”. E sarebbe anche il mio di sogno.

Ma ha smesso di esserlo quando ho aperto un quaderno e ho tirato una linea su SOGNO

E ho scritto Realtà.

Il Mio Outing su Style il 12 Gennaio 2012 >>>; che credo possa far parte della mia incresciosa Autobiografia.

E’ un onore per me essere ospitata qui su Style e ringrazio ancora la gentilissima redazione per l’opportunità.Gikitchen, la cucina di Gi, non è un food blogma una cucina dove si producono fumetti e l’esatto contrario: etti di fumo. Sostanzialmente dò i numeri. E non in etti o chili ma in tonnellate.

Mi chiamo Giulia Guardo anche se qualcuno mi chiama Grazia. In realtà mi chiamo Iaia . Sono nata il dodici dodici alle dodici e sono la dodicesima nipote. Non nella stanza numero dodici dopo dodici ore di travaglio perchè mamma non si è impegnata abbastanza e glielo rimprovero spesso. Il mio nome è formato da dodici lettere che sia Giulia Guardo o Grazia Guardo. Da piccola mi chiamavo Iaiae la mia prima parola è stata cucca cioè: acqua. Per questo motivo ho un pesce sulla caviglia che si chiama Gippy con tre bollicine di aria che rappresentano me, mamma e papà. E’ sulla caviglia perchè a due anni mi piaceva stare immobile dentro le pentole e ridere. Mamma dice sempre che non volevo altro. Indicavo il mobile della cucina e facevo segno di tirare fuori la pentola. Mi ci infilavo dentro e ridevo. Poi guardavo giù e dicevo“cucca”. Mamma metteva l’acqua e ridevo fortissimo. Ho messo un pesce dove prima c’era l’acqua e ora non c’è più.

Sono una figlia unica viziata che colleziona borse, smalti e fobie; vivo da sette anni con un un Nippotorinese, ovvero un Torinese poliglotta che ama parlare giapponese e anche cinese perchè gli piace esagerare e ricordarmi che non so usare correttamente il past tense. Ho ben più di dodicimila difetti e pochissimi pregi. Corro per dodici chilometri al giorno e sforno almeno dodici ricette a settimana. Ho dodici progetti visivi e fotografici e trascorro la mia giornata con ben più di dodici apparecchi tecnologici. Dodici, o forse tredici, sono le mie personalità e ho una particolare predilezione per i nani da giardino perchè nella piccolezza e nell’umiltà vi è la salvezza. Sonovegetariana perchè non mangio gli amici ma faccio poche storie e li cucino per il profondo rispetto verso chi purtroppo deve condividere la sua esistenza con la mia. Avevo un coniglio bianco ma nonna non mi aveva spiegato che sarebbe finito in una pentola per Pasqua. Da allora inseguo il mio bianconiglio fantasma cercando di ingannare il tempo.
Ho suonato per più di dodici anni il pianoforte e poi ho smesso. Ascolto Hisaishi e Sakamoto. Guardo Lynch, Burton e Kim Ki Duk. Mi annoio facilmente nello stesso modo in cui mi esalto dopo neanche tre minuti. Non ho molti amici perchè mi piace avere il meglio. A  dieci anni mi sono chiusa in camera per disegnare la mia prima collezione di moda perchè dovevo diventare una stilista famosa ma poi il giorno stesso ho inventato un racconto con un serial killer che tagliava i capelli e faceva pupazzetti e ho scoperto il mio lato oscuro e non sense. Mi sono innamorata di Michael Myers invece che di Luke Perry di Beverly Hills perchè il mio tipo non è il “bello e dannato” ma lo “psicotico problematico”, forse per affinità elettive.

Mamma costruiva una tenda, al pomeriggio, usando delle sedie e una coperta. Mi faceva entrare dentro e mi diceva “inventati un mondo oggi”; l’indomani ce ne sarebbe stato un altro e un altro ancora. Talvolta entrava anche lei e lo spazio ce lo facevamo bastare. Sono stata sua figlia, sua madre, la sua vicina di casa, una passante, una maga e una strega. Per questo motivo il mio alter ego fumettoso si chiama Maghetta Streghetta; rappresenta il contrasto tra quello che si è e quello che si vorrebbe essere. Papà a due anni mi ha tolto i braccioli, mi ha abbracciato fortissimo, mi ha dato un bacio sulla fronte e mi ha buttato in acqua. “Sai nuotare. Tu sai fare tutto amore mio”, e nonostante io gli dimostri ancora adesso l’esatto contrario lui continua a dirmelo.
Ho perso più di ottanta chili ( 50 con la nutrizione parenterale  e i restanti con una dieta e tanto sport) e non l’ho mai scritto sul mio blog o in rete perchè buttare la maschera in casa propria è più facile che in una piazza pubblica. Ed io oggi esco allo scoperto: qui. Perchè voglio sentirmi particolarmente coraggiosa anche se sto tremando; ma in principal modo per essere coerente e vera sin dall’inizio.

Non sono una food blogger. Non sono sostanzialmente nulla se non semplicemente una donna che vi invita nella sua cucina e vi racconta la sua storia. Friggendo dolori e mantecando colori. Bollendo e salando storie e facendo polpette di paure e fobie per impastarle a sogni e vita. Parlo di cibo ogni giorno per avvicinarmici e non avere paura. Lo faccio, spogliandomi completamente, per cercare di sconfiggere un mostro alla luce del sole e non al buio. Il mio sogno è disegnare mostri e pupazzetti e dar loro vita. Sedermi in un cerchio tra bambini, adulti e anziani e raccontare mondi. Quelli che attraverso, invento e cancello da una vita per non sentirmi sola.

E’ un’enorme cucina sotto una tenda, questa. Fragilissima come solo una coperta tenuta da due sedie può essere ma al tempo stesso solidissima perchè tenuta dall’interno da una bimba che disperatamente non ha voluto mai che il mondo le crollasse addosso.
Dovrei ringraziare tantissime persone adesso e leggendo sanno esattamente che sto parlando di loro ma oggi non ringrazio nessuno se non me.
Perchè la feroce autocritica e l’odio pericoloso  per me stessa mi hanno sempre distrutto e fatto intraprendere percorsi pericolosi ma.

Ma una carezza oggi voglio farmela e dirmi ” brava Iaia”; a dimostrazione del fatto che basta davvero credere pochissimo in se stessi per salvarsi o perlomeno provarci. E che si può sconfiggere un mostro affrontandolo ogni giorno con uno stuzzicadenti piuttosto che eliminandolo con un’ arma letale in un colpo solo. Occorre pazienza e caparbietà.

Grazie infinite a chi deciderà di trascorrere del tempo con me in questa cucina un po’ sopra le righe.

Fidarsi di una con un fiocco rosso in testa è difficile, me ne rendo conto ma. Ma che io ci speri è innegabile.
Posso smetterla ora di annoiarvi con la mia vita e cominciare con una ricettina veloce e sfiziosa post bagordi natalizi? Bene. Si comincia!

Da domani qui non si smetterà di disperarsi insieme per i chili accumulati. Nel frattempo direi proprio di farci l’ultimo panino (scegliamolo di almeno 700 grammi però).

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 9.525 follower