Un Pane che sa di arancia, zucca e mandorle. Un po’ Pan brioche. Un po’ Rustico. Un po’ una magia.


Ingredienti:

  • 100 grammi di lievito di birra fresco
  • 4 cucchiai di acqua tiepida
  • 300 grammi di zucchero semolato extra fine
  • 1 kg di farina bianca forte
  • 1/2 cucchiaino di sale abbondantissimo
  • 500 grammi di zucca già lessata (o in forno) e scolata
  • 5 cucchiai di succo di arancia spremuto freschissimo
  • 120 grammi di olio di girasole (e un po’ per spennellare)
  • la scorza grattugiata di due arance non trattate biologiche
  • una manciata di mandorle spellate e tagliuzzate

In una ciotola metti acqua tiepida e lievito di birra fino a ottenere una pasta liscia.

Metti la zucca, lo zucchero, il succo di arancia, l’olio, la scorza e la vaniglia in una ciotola e lavora con un mixer per almeno a cinque minuti ad alta velocità. Setaccia metà della farina, aggiungi il lievito e il composto di zucca. Lavora pian piano aggiungendo l’altra metà della farina. Ottieni un impasto soffice che deve staccarsi facilmente dalle pareti della ciotola dove stai lavorando. Aggiungi le mandorle (facoltative e comunque si potrebbero mettere solo in superficie e non nell’impasto). Copri per tre ore  finché il volume è più che raddoppiato. Sotto un telo al calduccio. Dividi l’impasto e procedi a formare due filoni, una treccia grande o la forma che preferisci (anche panini? sì). La treccia? Dividi in tre parti e ricava tre strisce. Intreccia le strisce premendo per sigillare le estremità. Spennella con olio e nel frattempo metti il forno a 180 (dipende dalla forma. Stai attenta!). Lascia lievitare ancora per 30 minuti (io ho fatto lievitare altre due ore) e inforna per circa 45 minuti (che dovrebbero bastare perché dipende sempre dal forno e dalla forma). Quando il pane sarà bello dorato lascialo raffreddare. Per tre giorni sarà perfetto (e pure qualcosina in più se lo conservi bene nella carta).


La Ricetta è di Santa Vefa e ne ho parlato qui ma anche diverse volte in ogni dove. E’ il classico pane quaresimale (mi tormenta la domanda: la zucca a Pasqua in Grecia c’è? Evviva la mia sconfinata ignoranza). Fa ancora parte delle ricette mai pubblicate che ho servito durante il Benvenuto all’Autunno (ancora? ebbene sì). Ci sono delle piccolissime varianti rispetto alla prima versione che ho pubblicato e ho provato a farlo anche senza lievito di birra fresco ma con quello secco. Sono felicissima di aver provato e fatto entrare ormai nel Libro di Bodrum questo pane. Piace sempre tantissimo e vederlo mangiare dallo zio Gabri proprio di gusto è stato ai limiti del commovente (lo zio Gabriele odia-adesso ODIAVA- la zucca). Ho messo un po’ più di zucca di quanto segnalo poco sopra. Guardando le foto precedenti e queste ce ne si può rendere da conto da soli. E anche molta più buccia d’arancia e succo. Non mi sono proprio risparmiata. Ha un effetto quasi pan brioche ma non è dolce. Ha un aspetto quasi di pane casareccio ma non è forte e deciso anzi tuttaltro. Tenero e indifeso come Cappuccetto nel bosco (fermo restando che Cappuccetto è un’altra sulla quale si potrebbe fare un trattato di mille pagine. La fa in barba al lupo. Sopporta lo sventramento del lupo da dove vede tirare fuori la nonna, grazie al cielo integra. Tutto questo indossando un capo sempiterno e iper fashion senza neanche una macchia di sangue. Wonder Woman, levate).

Con sommo piacere riproporrò ancora una volta questo pane proprio in virtù del successo che ha ottenuto. Questa volta però vorrei “condirlo” e “acconciarlo” mostruosamente (intravedo dei pistacchi e del formaggio. E pure dei semi di chia. Toglietemi la cucina e rinchiudetemi!)  e ho qualche mezza ideuzza che non so ancora bene come realizzare. Ovviamente, purtroppo per voi, lo saprete visto che la mia tavola ha meno segreti di quelli di Cappuccetto Rosso.

(perché diciamocelo: a me non la racconta mica giusta)

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Ultime Fermatempo da Instagram


 

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Twinkieland – Un Twinkie Mummia in onore di Zombieland


Come dicevo nel week end su Twitter, trascorso in solitaria senza il Nippotorinese in trasferta nella terra natia (uh che bello essere single!), sono già proiettata al Natale. Lo so. E’ assurdo lo so, dai. Considerato che ammorbo il web ormai da fine Settembre con questa Carnevalata Amerigggana (oh la finiamo? Non è il Carnevale Americano! Mettitelo in Zucca! E poi facci il risotto che è buono assai), Ieri il Conte Dracula Twinkie (che se ti sei perso trovi qui), è naturale pensare che in casa sia tra mostri e zombie. Per certi versi sì. Anche perché mega party del 31 da organizzare mi attende, ma c’è un’alternanza psicolabile di cervi, glitterini e nanetti paffuti vestiti di rosso. Lo scorso anno, nonostante mi sia forzata anche in maniera esasperata ed eccessiva di sfoderare tutto il residuo (poco) di spirito natalizio giusto per fare felice Papà e non fargli credere che fossi (come ero e sono) in una depressione mortale, non è che abbia dato davvero il meno peggio di me. Che per il meglio c’è sempre tempo. Stanca come sono e con i tempi ristretti ho dovuto rinunciare a miriadi di progetti interessantissimi, a molti dei quali solo una pazza come me ha potuto dire di no. Mi sono preservata giusto quattro minuti di sanità mentale da condividere con le persone che amo. Quelle che mi continuano ad “accusare” di essere troppo impegnata. Di non avere mai tempo. Blablabla (sacrosanti).



Per dire anche qualche sì, non perdere troppi treni (oh ma quanti ne passano! E’ l’ora di punta?) oltre a dormire poco, pensare (idiozie) molte, e rimboccarsi le maniche, sorridere e continuare fino a quando la testa fa BOOOOMM MMMMMMMM, altro non si può fare. Ho faticato davvero moltissimo, in termini soprattutto di esposizione e finta autostima, e non posso certamente cadere nel vortice di “non ci arrivo più”. A tal proposito, proprio perché bisogna credere di arrivarci sempre (e vincere soprattutto in un moto di ottimismo perpetuo) nasce un progettino. Così. La Domenica mentre Koi mangiava la sua zucca di peluche e io sistemavo quattro offerte di Materiale Elettrico alternando due biscotti a forma di albero di natale con le luci di caramelle. Il progettino si chiama #miiichefame e ho speso giusto due parole qui in questo status di Facebook. C’è anche un account Instagram e se ti iscrivi mi farebbe davvero piacere che me lo facessi sapere, in modo che anche io possa seguirti. L’iniziativa, seppur appena nata, pare che abbia avuto un avvio molto entusiasmante. Staremo a vedere cosa ne verrà fuori. Non è assolutamente (scritto font 234 in grassetto) una “community” dove sentirsi additate, giudicate e osservate ma piuttosto un luogo dove sentirsi al sicuro, meno sole e per certi versi supportate. Dove ogni “sbaglio” sarà preso per quello che è: qualcosa a cui si può porre sempre rimedio. Dove ogni vittoria sarà festeggiata con bande di nani da giardino festanti, bacetti e cuoricini. E’ nata come una sciocchezza buttata lì ma sento odore di qualcosa di buono (di Twinkieeeeeeeee! Devo smetterla, santapizzetta).


Per caso parlavo di Twinkie?! Ma quanto sono buoni? Raramente sono curiosa del cibo di voi umani ma questo Twinkie, santozombie! Tutti a dire che è buonissimo. Che ricorda un po’ la tortina paradiso ma ancor più soffice e gustosa. Un delirio senza fine tanto da richiedermeli per il party di Hallowen. La domanda che mi attanaglia è: si potranno congelare? Perché si sa che non sono affatto preparata in fatto di surgelazione (e mi rifiuto categoricamente di capirci qualcosa) ma solo così potrei davvero riuscire nell’impresa titanica. Tra l’altro questa settimana finiscono la facciata della casa, il cortile e pure la scala che collega alla dependance. Non lo dico per scaramanzia (cos’è che dicevo Venerdì 17 io? *risata isterica) ma forse che forse stiamo finendo.

E io dopo DUE anni di ristrutturazione sono combinata peggio di un qualsiasi Zombie.


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Suonano alla porta, ma chi sarà mai? Il Conte Twinkie Draculaaaaaaaaaaa


Giorni fa controllavo se i memo vocali fossero rimasti integri sul mio nuovo telefono. Nessuno osi pensare che io abbia preso il sei e il plus per puro spirito consumistico perché così non è. Per lavoro. “L’ho fatto per lavoro” è la mia scusa ufficiale che funziona sempre (o almeno credo). La prima cosa che mi viene sempre in mente è solo una: cosa penserebbero semmai dovessero trovare-rubarmi-estorcermi i cellulari? (nessuno mi faccia notare che il plurale è assurdo anche solo pensarlo. Sempre PER LAVORO, scritto maiuscolo, sono costretta a differenziare i contatti della mia vita). Con tutte quelle immagini di pupazzetti e sangue. Passando da Maghetta abbigliata di fiori a Norman Bates con la parrucca che squarta le pelli della vicina di casa e ci fa una abat-jour. Con tutti i miei social, le mie note bizzarre del tipo “dire a Sebi di comprare un mango che somigli a un fantasma” ma soprattutto i miei memo vocali, dove intono canzoncine con acuti di decibel preoccupanti sognando di cantare sulle spiagge della Sardegna insieme a Pier, marito di Ale. Con Pablo che fa da accompagnamento a tutto con un maranzanu siculo e Koi e Jana che ballano vestite in maniera siculsarda folcloristica. C’è anche Iris che balla la mazurca. Insomma cosa succederebbe semmai dovesse capitare in brutte mani? (fermo restando che la coscienza mi fa pensare che più brutte di queste sia umanamente inconcepibile)

Il fatto è che ho trovato il file audio tratto da Zombieland proprio quando si raggiunge la massima espressione filosofica del twinkie (su cosa sto farneticando? Ecco lo sapevo ti sei perso questo post!). Questo avvalora la tesi che io sia una psicopatica professionista e che mesi fa fossi incollata con il mio iphone alla cassa della tv per fare questo appunto vocale. Per  ricordarmi di prepararli. Trovare il file “twinkie rulez” è stato per me una sorta di segno del destino (o una conferma che dovessi intervenire e richiamare lo psichiatra. Ma sempre per via del lavoro-ottimascusa-non posso). Ero già allora convinta che la mia vita  sarebbe stata votata al Twinkie e che sarei diventata la massima esperta mondiale (contando che non so di cosa stia parlando, che non l’ho mai assaggiato né mai lo farò il tutto assume un quid ancor più geniale no?). Il file è la conferma suprema. Questo per dire che sono molto orgogliosa di ribadire: Twinkie Power. Vi convincerò tutti che nel twinkie si trovano le risposte alle domande più ancestrali del genere umano: a partire da è nato prima l’uovo o la gallina sino ad arrivare a quella che attanaglia l’Italia intera: il tiramisù di Pompi era davvero così buono? (Ombrella mi ha dato delucidazioni al riguardo e tanto mi basta)

Un po’ come se chiudesse una mia caffetteria (se non l’hai capita è semplicemente perché non mi segui e quindi sei sano di mente. Complimenti).

Gli Americani ricoprono i Twinkie con la glassa. Li immagino pure friggerli come fossero Corn Dog al lunapark. Ve li ricordate i Corn Dog, vero? E se no: non avete letto il mio libro e questo fa di voi, sempre, delle persone sane di mente (che ci fate qui? Spiegatemelo). Allora vedendo tutti questi Twinkie ricoperti di glassa mi sono detta:

e chi sono io per non ricoprirli di Pasta di Zucchero? Per diventare la Regina indiscussa dei Twinkie (sì, ho un problema) DEVO cominciare a dettare legge, mettere le mani sui fianchi e battere i piedini come la vecchia zia Gina nel cortile siculo con velo nero e pomodori secchi sopra la sedia di legno e corda intrecciata d’ordinanza. Ho cominciato con il Conte, perché è sempre stato surclassato qui dal signorino Frankenstein. Giusto per riequilibrare un po’. L’idea è quella di preparare tanti (ma proprio tanti, che vi assicuro vanno giù che è una meraviglia e piacciono ai palati più diversi) Twinkie e poi sbizzarrirsi. Con due-quattro dettagli vengon fuori davvero dei personaggi carini. Se si hanno a disposizione degli occhi di zucchero si fa anche prima.

La VideoRicetta delle Dita di Strega


Basta mettere Witch Finger in Google Immagini per essere invasi da ogni tipo e sorta di biscotto. Non è che la rete stesse aspettando me, ma visto che le stavo facendo per delle foto extra blog mi sono detta: e filmiamoci va. Giusto per mantenere il canale Youtube attivo, che con mia grande sorpresa sta andando avanti (da solo) formando inoltre una community a dir poco interessante. Come sempre, completamente diversa dai diversi social che sinora ho adoperato. Di Youtube si parla sempre un po’ male. In maniera eccessiva, suppongo. Ho potuto constatare che alla fine è sempre la stessa noiosissima storia: dipende da quello che si cerca, dai legami che si vogliono stringere e se si ha voglia di far polemica o no. Ognuno, del resto, il tempo lo impiega un po’ come gli pare. Ce l’avessi io andrei dalla parrucchiera. Ho voluto tentare la strada di un Henné naturalissimo che prometteva a caratteri cubitali “NO RIFLESSI MOGANO” e ora ho la nuance che manco un’arzilla vecchietta che gioca a burraco con i suoi amici la domenica pomeriggio.

Come ci sono finita a giocare a burraco? Non lo so. La Domenica è sempre il giorno più difficile.

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Il Polpettone di Annie Wilkes (Misery non deve morire) è con il prosciutto. E il tuo?


*Foto prima classificata nella Top Ten delle Foto più orrende che abbia mai fatto*

Parlavo del Polpettone in occasione delle Uova strapazzate alla Wilkes, donna dolcissima che finisce al diciassettesimo posto nella classifica dei cattivi più cattivi del cinema a Hollywood. E’ il momento della cena romantica. Il poveretto che si trascina per qualche secondo, giusto il tempo in cui lei si allontana, in cerca di qualcosa che posso salvarlo è costretto a vedere la bella faccia curata di Annie alla quale va riconosciuta la forza estetica del fondotinta. Se nelle altre inquadrature rasentava la trascuratezza (insomma come appaio io giornalmente, per intenderci), a lume di candele e con le luci giuste poteva pure avere qualche chance di appartenere senza ombra di dubbio al genere femminile. Lui la guarda fintamente languida perché l’unica speranza risiede nelle medicine che vuole propinarle dentro il bicchiere di vino rosso (calice che finirà bellamente sulla tovaglia a inizio cena, giusto per fargli togliere qualsiasi fantasia di sopravvivenza) interessandosi (e tanto pure) al mitico polpettone di Annie.

 

Un ammasso informe di carne il cui segreto a detta sua è il pomodorino fresco per un salsa succulenta e il prosciutto come ingrediente speciale del ripieno. Non so esattamente da che parte dell’America arrivasse Annie ma da che mondo è mondo (leggi: Trinacria è Trinacria) nel polpettone se non ci infili dentro almeno otto uova, prosciutto, mortadella, formaggio, e un piccolo mammut non sei praticamente nessuno (tiè).

Ho approfittato di Nanda in casa e di SantaSignoraPina per farmi insegnare il polpettone (non che sentissi questa necessità, sarò onesta). Volevo proprio vedere due sicule all’azione. Pareri contrastanti. Sulla mortadella o meno. Addirittura sul tritato che doveva essere metà di maiale. Qualche diatriba pure sul battuto. Si evince insomma che sul polpettone se ne possono dire di cose. La maggior parte delle volte inesatte ma che per tradizione, cultura e gusto automaticamente diventano imprescindibili (a casa propria, eh). Ognuno se ne fa una ragione e stabilisce come fosse un dogma che la mortadella costiquelchecosticiva. Allo stesso modo che l’uovo costiquelchecosti non ci va. Sarò molto franca e onesta. Io del polpettone non ci ho capito assolutamente nulla. Sul Falsomagro catanese sono quasi preparata ma sul polpettone no.

Lancio questo appello nazionale: ma voi il Polpettone come lo fate? Che sia Instagram, Facebook, Twitter, Google plus attendo numi, lumi e pure qualche pacca consolatoria perché fotografando il polpettone ho capito una cosa:

non voglio mai più vedere un polpettone in vita mia. Allo stesso modo mi piacerebbe avere un ricordo di ingredienti giusto per cultura (poca che ho) culinaria. Allora Annie di tutta Italia rinchiudetemi al grido di Maghettanondevepiùvivere e preparatemi a suon di schiaffoni (virtualmente) il vostro polpettone.

E’ un’occasione imperdibile, insomma (e Nanda vi sarà grata perché è curiosa di provare tutte e dico TUTTE le versioni dei Polpettoni).

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Faccia di Uovo e capelli di broccoli – Tante idee con le uova per Halloween



Belli i tempi in cui credevo che il progetto Eggland sarebbe andato avanti*disse ticchettando con velo a rullo chilometrico di tristezza*. Avevo davvero molte cose da dire riguardo al Mondo dell’Uovo; tutte stratosferiche castronerie certo ma si sa che le inutilità quotidiane apportano sempre un quid importante alle esistenze di ognuno di noi. L’uovo, da sempre mia perversione nelle penne (e non vesti) di Pulcino liquefatto, è una tela inesauribile. Non mangerei un uovo mai in vita mia fosse solo per il rispetto artistico che gli conferisco. Questo è il risultato di un pranzo velocissimo che ho preparato per il Nippotorinese a dimostrazione del fatto che nonostante fossi in ritardo e potessi concedergli al massimo due uova fritte (porello) proprio non resisto. Anche senza volerlo gli occhi compaiono, pure i capelli e la bocca. Approfitto dell’occasione per rispolverare giusto qualche idea da realizzare con le uova proprio nel periodo di Halloween.Nei miei sogni più perversi culinari c’era una serie di Faccia da Uovo con tutta una carrellata di personaggi. Non è mai troppo tardi? Comincio a dubitarne ma. Staremo a vedere.

Nel frattempo:

Validissima l’idea della ciambella dentro l’uovo. Una versione di Halloween sarebbe a dir poco spettacolare. Senza contare che le uova di drago con il té riescono a stupire sempre. Uhm. Mi sa proprio che urge VideoRicetta per dimostrarne la facilità estrema. Corro con Fotocamera alla mano!

(Koi mi inseguirà. Cadrò. Non mi vedrete più).

(no dai niente entusiasmo. Cadrò. E ritornerò tutta rotta. Al posto mio scriverà Koi. Sicuramente si capirà finalmente qualcosa).

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Torta al latte caldo con cacao e crema al caramello


 

Ricetta di Bibikitchen

Per una teglia tonda da 24 cm:

3 uova, 150 grammi di farina 00, 20 grammi di cacao amaro in polvere, 60 grammi di burro, 120 grammi di latte, 170 grammi di zucchero, 1 cucchiaino di lievito per dolci, 1 pizzico di sale

Preparare la teglia (imburrata e infarinata) e accendere il forno a 170°.
Montare le uova con lo zucchero fino a ottenere un composto molto gonfio. Mettere a scaldare il latte con il burro e spegnere poco prima di arrivare al punto di ebollizione. Aggiungere al composto di uova e zucchero la farina, il cacao e il lievito setacciati poco per volta. Aggiungere il latte caldo sempre mescolando, aggiungere il pizzico di sale.
Versare il composto nella teglia e mettere subito in forno statico per 30 minuti circa.
Accompagnare con una crema fatta mescolando un vasetto di yogurt greco con uguale peso di panna (montata o no) e scorza grattugiata di limone. Addolcire con zucchero a velo a piacere.

Crema al caramello

60 grammi di burro, 50 grammi di zucchero, 300 grammi di latte condensato, 35 grammi di cioccolato fondente almeno al 55 per cento, 2 cucchiai abbondanti di sciroppo d’acero.

Mettere il burro e lo zucchero in un pentolino. A fiamma bassa lasciar sciogliere lentamente sempre mescolando fin quando lo zucchero non si è completamente sciolto. Aggiungere il latte condensato sempre continuando a mescolare per almeno 5-6 minuti e sempre tenendo la fiamma molto dolce. Togliere dal fuoco e solo allora mettere cioccolato e sciroppo d’acero. Mescolare per bene ancora ottenendo così una deliziosa crema che si può conservare in frigo a patto che venga avvolta nella pellicola a contatto con la crema stessa.

Vedo sulla mia bacheca di Facebook Bibi e Hariel parlare di questa Torta al latte caldo. Poi all’improvviso arrivano link da ogni dove in email di amiche che cominciano a prepararla. Volente o nolente il mondo del food è fatto da quattro gatti (sì regia, risate registrate grazie!) e in men che non si dica: tuppete! Tutti a preparare la Torta al latte caldo. Annichilita ed esterrefatta comincio a fissare il monitor chiedendomi cosa mi sia persa e il perché all’improvviso, come accade con una ricetta random, scoppi dall’oggi al domani una moda incontrollabile. Quando leggo Bibi perplessa allo stesso modo mi rassereno dandomi una pacca da sola e sussurrandomi all’orecchio (in maniera metaforica perché ho provato a farlo proprio senza riuscirci): è come quando c’è stato quell’exploit sul Danubio. Ora io chiedo venia a chi ne saprà di più circa la Torta al latte caldo perché francamente non ho capito né il perché né il percome del boom, anzi aspetto lumi ve ne prego, ma per tutta risposta ho voluto provarla. Non piegandomi al sistema GIAMMAI (ok mi devo dare una calmata) ho voluto cimentarmi nella  versione cioccolatosa con l’aggiunta di una crema al caramello che per ragioni “extra blog” qui in casa ha riscosso successo.La riproporrò (soggetto: la crema al caramello) in abbinamento con delle banane per la Rubrichetta del tè con Poirot. (ma perché divago continuamente? Mi si può togliere questa opzione delle parentesi per piacere?)

A onor del vero ho preparato questa torta un po’ di tempo fa. Ribadisco che è davvero piaciuta moltissimo e in tanti mi hanno chiesto la ricetta. Spero quindi che chiunque la voglia provare rimanga ugualmente soddisfatto (non dimenticate di taggarmi eventualmente con #maghettastreghetta o #halloweenconmaghetta, vi prego! Ormai ho capito che l’hashtag è la mia unica via di salvezza).

Ho pubblicato ugualmente, nonostante sarebbe potuta tornare utile anche sotto Natale perché no, in questo periodo proprio per il fatto che si punta sul sicuro. Se una torta al cioccolato risulta buona e in più è facile da preparare e non sembra quell’accozzaglia cioccolatosa nauseante, è un bene tenersela cara e sfoderarla in occasioni non soltanto quotidiane o extra blog, come da me definita.

Quale occasione?

Il 31 Ottobre darò un piccolo party in occasione di Halloween e ho deciso che sarà protagonista della tavola dopo aver subito un totale restyling.

Decorazioni strettamente correlate all’evento: fantasmini, gingerbread zombies, scheletri e quant’altro. E’ una torta “molto stabile” che può  essere ricoperta eventualmente di pasta di zucchero. Può potenzialmente diventare un piccolo cimitero di mostri. Può essere interamente ricoperta sempre della stessa e decorata senza limiti alla fantasia. Unica variante? La crema al caramello la metterò dentro per imbottirla. E’ una crema che si presta benissimo anche a questo.  L’idea di poggiarci su anche dei fantasmini di meringa mi alletta. Uhm. Sono tante e troppe le idee che mi ronzano in testa e devo ancora buttar giù il vero piano d’azione, che è poi come ho confessato diverse volte la mia arma invincibile. A questo punto dovrei ridere sadicamente e tirare via il mantello giusto?

Nell’organizzazione di un party di Halloween (come qualsiasi evento) bisogna avere sempre le idee chiare. Spero di trovare il tempo (anche perché in tanti su instagram mi avete detto che vi piacerebbe leggermi riguardo proprio l’organizzazione in sé, ricette a parte) per organizzare un post dettagliato con tanto di Menu stampabili. Non dovessi trovarlo? Lo troverò.

Ma che voglio provare a farla dentro il Microonde con le stesse dosi posso dirlo o chiamate l’emergenza sanitaria? (a prescindere avete perso davvero tantissimo tempo)

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La Torta di Zucca con Gocce di Cioccolato dentro la Tazza cotta nel Microonde. Olè


Dopo il primo esperimento è stato un meraviglioso susseguirsi e sono apparsi anche libri su libri su libri su libri. La leggenda della Torta dentro la tazza cotta nel microonde, al secolo conosciuta come Mug Cake, è entrata nelle case di tutti gli Italiani (Lorella Cuccarini dove sei? maledetta nostalgia canaglia che ti prende proprio quando non vuoi e ti ritrovo con un cuore di panna. Albano e Romina. La Parisi. Ma cosa ho? OTTANTA ANNI?).

Poi gli altri cinque esperimenti (sto facendo con le manine “con questa voglia di ballare sono NATA! NATA!” e se potessi mi alzerei per accennare il passo di Marilù) con la Nutella (che a quanto pare avevano fatto in milioni ma sono la solita scema fuori dal mondo) e vuoi non provare adesso con la zucca che è in assoluto il must di stagione manco fosse un pantalone a palazzo con stampe animalier a vita alta? (se avessi una vita mi sarebbero piaciuti, inciso).

Sono andata con l’infallibile tecnica “a occhio” – “allacomevieneviene” e il risultato è stato molto più che discreto. Da quando ho girato questo video se ne sono susseguite altre (tutti mi odiano perché infilo tazze nel microonde continuamente e costringo, letteralmente, tutti a mangiarle e darmi i voti. Devono patire anche loro. Mica solo io) che naturalmente non sfuggieranno, purtroppo, alla rete. Perché sono fondamentalmente una bruttissima persona che ama tormentare il prossimo. E il mio microonde.

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Buongiorno Venerdì 17! Uova strapazzate alla Wilkes per colazione – Misery non deve morire


Prendi due uova fresche e sbattile dentro un recipiente. Aggiusta di sale. Taglia a cubetti del pomodoro fresco e anche un po’ di sedano. Taglia anche delle patate dopo averle lavate e sbucciate. Spremi qualche arancia.

Con pochissimo olio, o se preferisci burro, inumidisci una padella e a fuoco medio alto versa le uova e muovile con la forchetta fino a “strapazzarle”. Aggiungi i pezzetti di pomodoro e il sedano. A parte in abbondante olio extra vergine d’oliva fai friggere le patate e lasciale asciugare su carta assorbente. Usa un buon ketchup per condirle. Spalma un velo di burro sul pan carrè tostato e poi versa un po’ della marmellata che più ti piace. Sistema su un vassoio con tovagliolo, piattini, bicchieri, posate e fiore e porta tutto alla tua vittima segregata in camera costretta a letto per tuo volere.

Un bel Buon Venerdì 17, no?

Questa unione di due elementi Venerdì e poi diciassette viene considerata una ricorrenza sfortunata nei paesi di origine greco latina mentre per gli Americani e Anglosassoni in genere c’è un esubero di quattro in quanto è il 13 a fare da padrone. In abbinamento con il giorno Santo per i cattolici. Fermo restando che pur essendo Stakanovista di Sogni e dedita alle più esuberanti fantasie allucinatorie rimango quella che si definisce un’agnostica, per farla breve perché ce ne sarebbero cose da dire al riguardo ma mica voglio proprio rovinarvi questo già infausto giorno, rimango costantemente allibita quando mi trovo davanti persone superstiziose. E’ talmente avvilente, straziante (spetta che mi collego a Virgilio dizionario di sinonimi. Ah ecco ci sono) lancinante, pietoso, orribile, tormentoso (mi piace!), mortificante (basta così) trovarsi una persona superstiziosa davanti che adduce chissà quali motivazioni per non dire-fare una cosa. Faccio una fatica enorme a mantenere quell’educazione “estrema”, perché mi piacerebbe definirla tale, per non guardare l’interlocutore avvilita, prenderlo dalle spalle, sollevarlo leggermente e con aria stanca-afflitta-sfatta urlargli in faccia: PERCHE’?

Preferirei sentirmi dire che vede unicorni glitterati  nel caffè, ornitorinchi dentro l’armadio e che nei fondi dei caffè passi dell’Eneide ma se cambia strada perché c’è un gatto nero, non dice il giorno di una partenza o di un esame altrimenti va male e roba noiosa di tal tipo fa sì che una depressione immediata si impossessi di me.

A me piace il Venerdì 17 solo per un motivo. Allo stesso modo il Venerdì 13. Perché mi riporta nella mia stanzetta o nel cortile della casa a mare mentre guardo lo Zio Tibia. Perché ci sono gli episodi tra mummie putrefatte e scavi archeologici. Perché c’è l’inizio di quell’amore che perdura e si moltiplica. Tutto l’occulto strettamente correlato alla fantasia. Quanto di più nero ci possa essere. Il rovescio della medaglia che non sai mai bene quale sia migliore. Se il bianco pupazzoso e coccoloso dei pupazzetti e del kawaii estremo o quelle tinte nere e rosse che lacerano. Ricordo l’episodio dell’ascensore come fosse ieri. Più che un luogo una musa claustrofobica come l’aereo, dove ho sempre immaginato storie senza via di scampo. Perché se nella Cena con delitto è anche un po’ improbabile che tutta la casa sia inaccessibile all’esterno, è vero invece che dentro un ascensore o un aereo la costrizione è obbligatoria, eccome. Non ci vuole chissà quale giro di trama. E’ così. E’ ovvio.

 Il Venerdì 17 mi riporta a quella mensa scolastica da Padre Giuliano a Sant’Agata Li Battiati di cui ho parlato diverse volte. Quando ho raccontato ai miei amici allibiti e sconvolti che avevo visto Poltergeist. Saremo stati in terza elementare massimo. Della carne con i vermi. Della bambina dentro il televisore. Del clown che arrotola le gambe e ti avvinghia e ti porta giù dal letto. Poi ho smesso di parlarne perché per loro ero quella Iaia simpatica e ciccionissima che faceva fuori quattro Lion e tre pacchetti di Fonzies, che sapeva disegnare bene, era generosa e regalava le matite e diceva sempre sì. Il Venerdì 17 mi riporta a quello che ero e che non è cambiato. Poche persone mi hanno conosciuto e amato invece per quell’entusiasmo del clown, della carne con i vermi e dell’albero che spacca la finestra perché posseduto da un’entità malvagia. Tutta la fantasia, che sia bianca o nera, mi ha attratto in egual modo, fermo restando che la seconda provoca scariche di adrenalina capaci di far scaturire luce. Mentre quella bianca non fa nascere il nero, l’esatto contrario sì.

Misery non deve morire, oltre che letto in età adolescenziale, rimane una visione immutata, perpetua e fissa. Non ricordo magari un film visto lo scorso anno mentre di Misery scena per scena, battuta per battuta, spazio per spazio. Accade spesso. Come per dire una commedia romantica mi farebbe dare capocciate al muro dopo trenta secondi adesso, eppure Scelta d’amore non è mai abbastanza. Perché c’è un tempo per tutto. E mentre per alcune visioni questo tempo è finito e rimane strettamente correlato a un periodo, altre imperiture e perpetue come Misery non deve morire permangono e sotto nuove vesti si ripresentano. Volevo dare il buongiorno per questo Venerdì 17, preludio di questo Halloween che per certi versi mi fa fare i conti con la morte in un modo completamente diverso. Perché lasciando stare tutte le polemiche e pure l’idiozia di pensare che sia un “Carnevale Americano”, rimango pur sempre una sicula a cui è stato insegnato un peso “di cuore” importante della ricorrenza dei Morti. Nessun meridionale penso possa smentirmi; al contrario dei settentrionali che a quanto ho potuto capire non “sentono” la festività alla stessa stregua (oh, siete sempre quelli che alla Vigilia di Natale non vi sfondate con trentotto portate! Gli strani siete voi! *disse ridacchiando esaurita*).

Annie Wilkes porta la colazione a Paul Sheldon che è autore di una serie di libri con protagonista Misery, in cui la stessa Annie si immedesima vivendo attraverso la sequela di sue avventure. Una vita vuota e triste di ex infermiera in alta montagna sperduta che ha questa sorta di rivalsa: attraverso la vita di Misery. Se Misery muore chiaramente anche Annie nella sua trasmigrazione morirà. Occorre tenerla/tenersi in vita a qualunque costo. La psicopatica interpretazione di Kathy Bates, che deve assolutamente essere vista in lingua originale, le fa vincere l’Oscar e il Golden Globe (meritatissimi) e viene inserita al diciassettimo posto nella classifica dei cinquanta migliori cattivi del cinema americano.Al primo posto c’è Hannibal Lecter e al secondo Norman Bates seguito da Dart Fener e dalla Strega dell’Ovest del Mago di Oz (ma su questo dissento fortissimamente e batto pure il pugno sul tavolo!). Però avrei giusto qualche sorpresina riguardo questa classifica.

Fatto sta che quando ancora la situazione non era degenerata del tutto Annie prepara le uova strapazzate alla Wilkes accompagnando il tutto con pane tostato e marmellata. Seguiranno altre portate tra cui un polpettone e una torta che ovviamente non mi lascerò scappare.

La superstizione è un mezzo per. Che diventa costrizione per gli stolti. Il Venerdì 17 è un ricordo di tutto quello che è stato, è  e sarà.

E allora Buongiorno! Uova strapazzate alla Wilkes anche per te?

  • Se hai deciso di farne una e vuoi farmela vedere ti prego non taggarmi perché mi perdo tra le notifiche. Usa l’hashtag #halloweenconmaghetta oppure #halloweenwithmaghetta (mi spiace sempre tantissimo non potervi parlare, ringraziare e vedere le vostre meraviglie. A mie spese ho imparato dopo anni che l’hashtag è l’unica soluzione. L’hashtag ci salverà!)

Insalata di Zucca, Arancia, Semi di Girasole, Sesamo e Mandorle


Zucca, Arancia, Scorza di limone non trattato, Semi di Girasole, Sesamo, Mandorle, Sale, Olio facoltativo

Cuoci la zucca nel forno su carta da forno senza alcun tipo di condimento. Sale soltanto a fine cottura. Centottantagradi sono perfetti. Fin quando diventa morbida ma non spappolosa  (un mio gusto personale) eccessivamente. Taglia a pezzotti non troppo regolari e metti dentro una ciotolina dove puoi lavorarci. Aggiungi del succo di arancia freschissimo quanto basta per le tue papille gustative. La scorza grattugiata di un limone non trattato biologico e aggiusta di sale. Aggiungi il sesamo tostato in padella con pochissimo sale come fosse gomasio. Aggiungi i semi di girasole e poi le mandorle spellate e tostate. Puoi aggiungere dell’olio, anche di origine vegetale, ma non è assolutamente necessario.

Ma chi, io? Quella che la zucca, come l’avocado, se la mangia pure a colazione-merenda-snack sull’autobus (nessuno che mi conosca osi dire che non vado sull’autobus. Mi piace sempre dare di me un’immagine meno sociopatica, ok?) oggi sono ancora “costretta” a parlare di Zucca, guardaunpo’? Insalata assolutamente da provare. Fatta in occasione del Benvenuto all’Autunno di cui ho parlato qui, è un’altra insalatina che rimane non solo un’idea per Halloween ma proprio un’elaborazione perfetta per questa stagione. Strettamente correlata a Halloween invece ricordo questa, dove si trova anche una VideoRicetta velocissima. E’ più un’idea che una ricetta in sé.


Da quando Koi mi ha fatto riscoprire l’ebbrezza di essere genitrice e di essere responsabile di una vita, ho capito prima di tutto di essere fondamentalmente incapace ma ho avuto conferma che nonostante i disastri educativi che sto compiendo ai danni del mio quattro zampe (ok dai, senza girarci tanto intorno: VIZIATISSIMA!) non riesce a farla franca lato cibo. Proprio per il mio problema alimentare non transigo. Vaneggiavo già riguardo una futura prole e per quanto assurdo possa sembrare la mia piccola Satana pelosa è davvero una palestra niente male. Fa occhioni e sbatte le ciglia che manco il gatto con gli stivali, quando vede ogni sorta di cibo. Non importa di che alimento si tratti: lei lo vuole. Naturalmente io non glielo do. Se non rientra negli alimenti consentiti, intendo. Ce ne sono diversi corredati da vere e proprie tabelle. Non mi vergogno ad asserire che sono fiscale, vigile e intransigente. Per dire che Koi prima di mangiare un salume o un semplice wurstel dovrà passare sul mio cadavere e su tutti quelli dei miei nani da giardino (e non dubito che possa riuscirci). Ho intenzione, già da un po’ di tempo, di dedicare una vera e propria rubrica alimentare ai cani. Non perché sia esperta, del resto non lo sono in nulla, me ne guarderei bene. E’ pur vero però che in tantissimi siamo genitori di adorabili pelosetti e non sempre ci si vuole affidare solo alle crocchette. Koi segue un’alimentazione controllata e supervisionata a base di crocchette e cibo salutare. Fosse stato per me avrei scelto solo la seconda via. Capisco che non tutti hanno il tempo per bilanciare carboidrati, proteine e vitamine e per comodità giustamente e in maniera del tutto sacrosanta si affidano al cibo confezionato. Non sono un’eroina e neanche wonder woman ma sta di fatto che dormo pochissimo, faccio tantissimo e se non opero in questo modo vengo colta da depressione. Avendo sempre verdure a disposizione e facendo anche questo “lavoro”, che è solo passione, nel web certo ho sempre tantissimo cibo sotto mano. Non vedo perché non dovrei trovare il tempo per preparare qualcosa di buono e sano a chi sta facendo tanto nella mia vita. E’ un segno di riconoscenza e amore che non mi pesa e che anzi è puro piacere.

Questo per dire che la Zucca fa benissimo ai cani e Koi ne va matta proprio come il centrifugato di Carote. L’altra sera ha mangiato i vermicelli di riso (impazzisce proprio!) con la zucca rinunciando al merluzzo, che viene al terzo posto dopo salmone e tonno. Confesso che l’alimentazione di Koi è una delle poche cose di cui vado parecchio orgogliosa. Al mattino molto spesso mangia le crocchette (biologiche, Acana o Orijen. Altre marche giammai) e questo per abituarla semmai non dovessi esserci io, mamma o nippo a non rimanere digiuna. Prosegue poi con altri due pasti rigorosamente bilanciati, pesati e casalinghi. Il più delle volte a base di verdura, riso e pesce. Koi mangia pochissima carne non perché abbia una mammina umana psicopatica (anche) ma perché da quando è piccola ha sempre preferito il pesce alla carne. Per carne intendo rigorosamente bianca e non eccessivamente rossa, anche perché i Labrador hanno diversi problemi dal punto di vista digestivo. Una volta a settimana poi latticini sotto forma di formaggi freschi pesati e controllati e un uovo. Qualche cucchiaino di olio extra vergine d’oliva giusto perché fa benissimo. Centrifugati di carota, fosse per lei, ne berrebbe a litri e allo stesso modo la zucca.

Insomma urge Rubrica BauBau per sfogarmi e relazionarci un po’ sui nostri amici pelosetti. Anche perché voglio proprio farvi vedere quanto è facile fare dei biscottini in casa e quanto siano buoni per loro. Credo proprio che una Videoricetta con Koi arriverà presto. Già la vedo sorridere in camera. E poi sbranarci TUTTI.

La Libreria di Iaia: La Cucina del Monaco Buddhista di Kakuho Aoe


Non è raro che il Nippotorinese rincasi all’ora di pranzo con qualche pacchetto. Mea culpa il più delle volte, quando si tratta in particolar modo di pupazzetti, tecnologia e attrezzi strambi da cucina e da casa. Piccoli capolavori acquistati quando si tratta del pelato. La verità è che ha ceduto anche lui alle lusinghe dello shopping online; più per il fatto che avendo meno tempo di quando avevamo già poco tempo, non riusciamo più a passare le domeniche in librerie, in giro per vetrine e cosa che maggiormente ci ferisce-mortifica-rende tristi non possiamo allontanarci né tanto meno fare al momento viaggi. Il lavoro ci ha sommerso ma non per questo ci arrendiamo, come è giusto che sia. Allora il paese dei balocchi diventa Amazon, che idolatro come una divinità e sul quale ormai compro pure i mini marshmallow e la limetta per le unghie, per dire.

La cucina del Monaco Buddhista – 99 Ricette Zen per nutrire il corpo e l’anima, è un libro che va assolutamente comprato per chi: si ama o sta attuando un percorso affinché questo accada, è libero da ogni stupida convinzione che il tofu e il seitan “sono robbbe da vegetariani o gente stramba”e non in ultimo, ma ce ne sarebbero molti altri di motivi sui quali a breve ticchetterò, crede fortemente nel fatto che siamo davvero quello che mangiamo e che non è affatto un noioso luogo comune. Ho avuto modo molte volte già di esprimermi a riguardo ma non vi è mai una volta in cui non continui a non stupirmi: sono davvero quello che mangio. Complicata, Rigorosa, Fantasiosa e Creativa ma trattenuta per via del mio disturbo alimentare e forma di masochismo (work in progress perenne ma non per questo sento odore di sconfitta), unica. Non imporre quello che si è agli altri ma esserlo. Tentare di stimarsi per trarne vantaggio. Ed evolversi. Il Nippotorinese mi dice sempre che guardo quello che non sono riuscita a fare e mai il contrario. Allora mi fermo, talvolta, e ragiono proprio su quello che ho realizzato. Allontano il pensiero e sposto gli obiettivi sicuramente per farmi del male, sì. Ma quando riesco a fermarmi. A pensare a quelli raggiunti. Ad ascoltare solo i miei pensieri, vittorie e traguardi, c’è quel momento in cui il cuore rallenta, il volto si distende e quasi l’anima ascende. Della cucina Zen ho parlato più volte e soprattutto molti anni fa.  Come anche di quella Taoista (qui, qui e qui e ovunque).

“Sebbene non tutte le scuole buddhiste siano concordi nel seguire una dieta vegetariana, i monaci giapponesi vi si attengono rigorosamente: non mangiano né carne né pesce e neppure aglio, cipolla, porri ed erba cipollina. Come risultato, la loro cucina è sana, a basso contenuto calorico, utile come dieta disintossicante e ha sapori così delicati da incarnare la quintessenza del gusto. Il monaco Kahuho Aoe nel suo libro non descrive solo meravigliose ricette, ma delinea un percorso gastronomico che ci farà riscoprire il piacere del cibo e della sua preparazione aprendoci a un’esperienza nuova nella relazione con noi stessi e con il mondo”.

Kakuho si occupa della preparazione dei pasti, dice nell’introduzione, e tiene a ribadire sin dall’inizio che il connubio cibo-buddismo non è bizzarro e che in realtà nella preparazione del cibo di tutti i giorni sono racchiusi più insegnamenti di quante stelle illuminino il firmamento.  Trovo che il mio inutile ticchettio per la società quest’oggi potrebbe pure finire qui perché Kaku (così si presenta con una simpatica diapositiva a inizio del libro) è riuscito a sintetizzare poeticamente enciclopedie di banalità, luoghi comuni ed essenza pura. Nei templi buddisti (nella maggior parte) il cibo per nutrire l’anima è composto principalmente da tutto quello che non riguarda pesce, carne e sapori forti come aglio e cipolla. L’espressione della pratica ascetica Zen si basa infatti sul principio che per nutrire l’anima si devono allontanare le passioni oscuranti e quindi il sangue stesso. Kaku si prepone come obiettivo quello di insegnare la cucina dell’anima, che basandosi su dati certamente oggettivi conferma la longevità e la bellezza non solo del corpo.

“Preparare il cibo con cura e mangiare in tranquillità”

Nella mia sezione NIHON, che ho purtroppo messo da parte ma voglio porre immediatamente rimedio, troverete molte ricette base a cui soprattutto nel 2010-2011 davo rilievo. Alla base di tutto c’è sempre il Brodo Dashi (di cui parlo anche qui in concomitanza con il brodo di Pollo nella cucina Taoista). Leggendo le ricette di Kaku vi troverete infatti a dover fronteggiare come “primo scoglio” proprio la preparazione di questo, in quanto onnipresente insieme alle beneamate verdure (senza dimenticare tofu e seitan). Prima di cominciare ci tengo assolutamente a ribadire che il libro è un capolavoro. E’ edito da Vallardi e ha un prezzo basso rispetto a quello che contiene, di valore inestimabile: sulle 11-12 euro circa dipende da dove acquistate (sappiate che su Amazon oltre alla copertina rigida si trova anche il formato Kindle a prezzo chiaramente più basso).

Un formato piccolo che arriva a 150 pagine circa con copertina rigida e carta non troppo patinata ma ruvida, bella e alla quale francamente nessuno baderà perché contiene foto di rara bellezza. Difficilmente ho avuto a che fare con immagini di questo tipo. Sublimi è forse un termine addirittura cheap per quanto le riguarda. Kaku attraverso una sequela di sue immagini, se vogliamo divertenti per confermare la contagiosa simpatia intuita già da uno splendido sorriso, ci coinvolge con consigli pratici, aneddoti e anche attraverso una guida utilissima dei diversi prodotti che dovranno essere acquistati. E’ una sorta di bibbia in formato mignon che ti perfora l’anima e ti fa venire voglia di prendere il primo volo e rinchiuderti in uno tempio buddista. Ci fosse Kaku sarebbe meglio perché non nascondo di aver preso una cotta, del tutto spirituale, nei di lui confronti. Non ci sono latticini, perché in molti templi buddhisti non se ne fa uso e le fritture sono naturalmente circoscritte a eventi particolari con pastelle che utilizzano la farina di riso, in quanto chiaramente è quasi del tutto esente dal glutine, escludendo il seitan. Le temperature di ebollizione non si riferiscono mai, come annuncia Kaku proprio all’inizio, a 100 gradi come in occidente ma si parla piuttosto di 60 massimo 70 gradi; che non rientra certamente nella “filosofia crudista” che si attiene intorno ai 48, ma è pur vero che la sostiene proprio come tesi. Il libro si apre con la preparazione del Dashi (presto farò una videoricetta) che è appunto il fondamento. Delicato e penetrante, il brodo Dashi viene inteso come calore nell’anima. Capace di calmare e affrontare spiritualmente la giornata. Preparare il dashi con il cuore è un’operazione che fa capire e apprezzare il silenzio, i movimenti e le cose realmente importanti della vita. Kaku con le sue parole invita quasi a una sorta di meditazione, perché questo è senza girarci molto intorno, sulla preparazione del Dashi. Si trovano le ricette del Dashi con gli shiitake, dashi di soia, dashi di bucce di verdure, dashi di Kanpyo, dashi di alga wakame. Il riso è un altro caposaldo al quale vengono dedicate diverse pagine. Kaku si premura di sottolineare l’importanza di non sprecare l’acqua durante il risciacquo del riso e ci invita ad adoperarne una parte (quella degli ultimi risciacqui) per le verdure mentre la prima, che è troppo torbida, per innaffiare le piante. Il riso aumenta la forza d’animo e la sazietà. Viene consigliato per il risveglio e non soltanto per i pasti principali. Il cibo più puro che va coccolato e tenuto chicco a chicco nel cuore. Una carrelata di zuppe di miso con alghe e tofu e con il seitan, ma anche la buonissima zuppa di melanzane zuppa di sake kasu prima di cominciare con il primo capitolo che parla di antipasti:

  • Okara saltato con funghi e carote
  • Crisantemo coronato con crema di sesamo
  • Kinpira di sedano
  • Konnyaku in padella
  • Fritelle di natto
  • Germogli di bambù con miso e burro profumato al kinome
  • Insalata di alghe e tofu
  • Sashimi di tofu e mozzarella
  • Cubetti di verdure con salsa alla frutta secca
  • Fichi in umido in salsa di sesamo
  • Gnocchi di patate in salsa ankake

Si prosegue con le zuppe:

  • Zuppa Unpen
  • Potage di broccoli
  • Zuppa trasparente di pomodori

Una carrellata di tofu ai fagioli, ai fiori di ciliegio, alle carote, al mais e agli asparagi. Radici di loto e igname allo yuzu, seitan fritto, teste di drago volanti, okowa di funghi, nagaimo all’aceto e sesamo e tantissimo altro da far sentire male alle papille gustative solo a ticchettarne i titoli. Ma se c’è una cosa che mi ha mandato completamente in delirio (altro che ascensione!) da farmi tirare i capelli al grido di “TUTTILIVOGLIOTUTTI” è il capitolo sui dessert. Perché metterò pure cheesecake e preparerò “roba” che non mangerei neanche sotto tortura di Kaku, ma per me il dolce rimane qualcos’altro. Non è una torta grondante cioccolato. Non è un impasto informe di farina, uova e burro e schifezze. Per me è qualcosa di infinitamente semplice e puro. Qualcosa di esteticamente minimale ma che ha un contenuto forte, possente e potente soprattutto. E’ un semplice fico secco, magari. Una polpettina di riso con azuki. Il riso mochi. Kaku dà il colpo di Grazia (a Grazia!) proprio alla fine con la ciambella di Okara, il tofu Mineoka e la Dolce Ortensia che è poesia. Chiude il tutto consigliandoti, aiutandoti e lasciandoti le ricette base per le salse fatte in casa. A partire dal gomasio sino ad arrivare alla Maionese di tofu per proseguire con la salsa di pomodori e funghi e dengaku di miso e shoyu al natto.

Questo libro va comprato. Per chi come me ha deciso di arrendersi alla sua “diversità”. E per chi si è omologato e forse non è quello il suo posto. Potrebbe essere una scoperta degna di essere vissuta. Che l’ascensione sia con voi.

Uh dimenticavo: per gli impavidi che sono arrivati sin qui. Il dodicesimo commento vince la copia del libro.