Hamburger (con panino ai semi di chia) di seitan con spinaci al limone, pomodoro e iceberg


  • Il pane l’ho fatto con la classica ricetta che si trova ovunque dosi-bimby giusto per testare il nuovo apparecchio. Ho impastato aggiungendo soltanto i semi di chia
  • L’hamburger di seitan con gli spinaci, zero sforzo, l’ho comprato già così e l’ho fatto cuocere senza alcun tipo di condimento solo sulla piastra rovente mettendo abbondante succo di limone e una bella grattugiata di scorza lavata non trattata
  • Ho composto semplicemente un panino aggiungendo poi dei datterini e delle foglie di iceberg. Un goccino di senape  e niente altro

I panini impastati con i Semi di Chia con il nuovo Bimby fiammante (chi l’ha detto? Io no. No! Non ho ceduto al nuovo Bimby!) sono stati sbranati da mamma e dal Nippo che hanno particolarmente apprezzato. Il Nippo ha disquisito a lungo circa la buona abitudine di non rinunciare al pane fatto in casa, soprattutto se impreziosito da perle in formato seme che fanno bene alla salute. Si è dibattuto a tavola sul fatto che non occorra chissà quale tempo e molti altri spunti di riflessione che hanno giovato moltissimo alla mamma. Infatti ha sentenziato, lasciando sbigottiti tutti Koi compresa, che:

[con la frase che entra a buon diritto negli annali del 2014 come Best Moment]:

“Semi o non semi. Pane fatto in casa o no. Basta infilarci dentro una fetta di mortadella e chi si è visto si è visto”.

E’ incredibile come mamma riesca sempre a cogliere tutto quello che di complicato, profondo e ancestrale ci sia durante argomentazioni talvolta complesse. Come riesca a sintetizzare tutto in: fritto, mortadella, iris al cioccolato e cotoletta. E’ un dono che avrei voluto ereditare, a maggior ragione quando mi perdo tra wakame, soia e massime salutistiche.

Koi ha una passione esagerata per il seitan. Con occhi lacrimosi, che il gatto di Shrek è un principiante, tenta in tutti i modi di averne anche solo un misero pezzetto. Sinora ha fallito alla stessa stregua del tofu (anche perché  la soia pare essere altamente nociva per i nostri amici cagnolosi).

Brama ardentemente tutti i centrifugati che bevo io ed è una fan sfegatata della barbabietola. Sogna di mangiare l’avocado con me ed essendo altamente nocivo devo stare attenta a come mi muovo perché fa di tutto (stranamente) quando ne sente l’odore; e vista la frequenza con la quale lo sbrano non è un evento atipico.
In pratica mi ritrovo ad avere un cane (anche se Koi chiaramente è un alieno infiltrato nella stirpe canina per conquistare il pianeta Terra) salutista che a tutti i costi vuole grassi buoni e hamburger di seitan e una mamma che nonostante le  mie continue ramanzine in un loop preoccupante continua a gridare mortadella fritta, cotoletta nel caffè e impacchi di strutto e lardo nella cavità orale come rimedio per i malanni di stagione.

Ho bisogno di una vacanza. Adesso.

Tortine mignon alle Pere, Mandorle, Cioccolato e Vaniglia


Ingredienti per 6-8 persone

120 grammi di farina,110 grammi di zucchero, 120 grammi di mandorle in polvere, 2 pere, 175 grammi di burro, 100 grammi di cioccolato fondente, 2 uova, estratto di vaniglia (ma anche un pizzico di zenzero se si vuole un sapore più pungente)

Metti il burro ammorbidito e quindi tirato dal frigo fuori un bel po’ prima in una ciotolina. Taglia il cioccolato a pezzetti con la lama del coltello ottenendo piccole scaglie e pezzetti grossolani ma comunque sempre piccolini. Setaccia la farina con la farina di mandorla e unisci il burro ammorbidito lavorando un bel po’. Aggiungi le uova, lo zucchero e l’estratto di vaniglia. Lavora l’impasto energicamente o adoperando un robot da cucina. L’impasto dovrà risultare omogeneo e liscio. Riduci a piccoli pezzetti le pere e bagnale con il succo di limone in modo che non anneriscano. Aggiungi al composto infine sia le pere che i pezzetti di cioccolato e inforna a 160 per 50 minuti nelle mini teglie (da muffin sono perfette ma anche in una teglia intera, perfetta quella da plumcake classica). Le tortine risulteranno molto umide e sbriciolose ma di gusto eccelso. Perfette se ricoperte leggermente da una colata di cioccolato fuso.




Davvero pochissimo da dire su queste deliziose tortine che hanno inebriato palato e olfatto di tutti, qui. Non c’è stato un ospite che non mi abbia chiesto la ricetta. La preparazione è di una semplicità disarmante e inversamente proporzionale alla resa perché, diciamocelo, non ci si poteva aspettare così tanto da un lavoro-sforzo talmente minimo. Sono un’ottima idea per creare dei piccolissimi panettoncini per le feste. Si conservano benissimo, a patto che siano lontani dall’umidità, quindi nella scatola di latta direi che è perfetto. E non avevano bisogno di tutto questo tripudio di argenteria e tazze ottocentesche per risultare oggettivamente belli quali semplicemente sono (ma mi piace sempre tanto pacioccare con i ricordi, con i centrini e le meraviglie dell’ora del tè a Wonderland. Che ci posso fare?).

Davvero pochissimo da dire anche perché confesso che tra colpo della strega, febbre a 39 e l’impossibilità di fermarmi al lavoro e per giunta con il Natale in arrivo. Uhm. Meglio, no? Ticchetto di meno e si spera che produca di più (?).

Curiosità:

La tazza, con i tre piattini, l’ho acquistata quest’estate da Liccamuciula a Marzamemi. Qualche fermatempo la puoi trovare qui, nel caso. E’ dell’ottocento inglese e più volte mi sono colpita la nuca con il mattarello per non averne preso un’altra che a prima vista non mi convinceva. Arrivata al primo autogrill già piangevo (un evergreen, insomma).

Quella con i leggings grigi e i baffi tutta piegata-curvata-con l’impacco nei capelli riflessa nella teiera sembrerebbe la mia figura ma così non è. E’ Koi travestita da me in versione vergognosamente casalinga.

 

Banane essiccate (con quinoa soffiata, yogurt di soia, cacao amaro e cannella)


Poche ore fa vaneggiavo circa la scoperta (con leggerissimo ritardo) dell’essiccatore mostrando tronfia,  come una bimba che recita la poesia del Natale sulla sedia (mai fatto, inciso), le carote. Pur non essendo mai stata un’appassionata di questo frutto ultimamente la mia totale idiosincrasia si è trasformata in qualcosa che rientra nel parametro “accettazione mista a rassegnazione”. Non è poi così malaccio come ho sostenuto una vita intera. Certo non è la cosa più buona in giro e se non acerba e dura ai limiti del verdastro diventa quasi inconcepibile anche solo pensare di assaggiarla ma.

La banana essiccata soprattutto in connubio con i cereali e lo yogurt (di qualsiasi natura esso sia) ha un suo gigantesco-abnorme-scoppiettante: perché (anche salata, ma faccio parte della fazione “con il sale è buono pure un mammut putrefatto” ergo non faccio testo, suppongo).

Papà mi diceva sempre di mangiarne una prima di cominciare la corsa. Io, che volevo a tutti i costi disperatamente emularlo pure nelle sciocchezze come questa, mi costringevo con naso tappato e faccia da duenne schifata che deve buttar giù un cucchiaio di lenticchie (ah, beata incoscienza!) e pian piano mi sono quasi convertita (ma proprio quasi). Il fatto che papà non mi possa vedere (ma mi vede, dai. Lo so) buttar giù pacchetti di banane essiccate senza il broncio ma anzi mediamente allegra e soddisfatta, mi rattrista. Poi penso che mi rattristo per qualsiasi cosa e che potrei pure piangere adesso e finire il 31 Dicembre, per le feste-albero-blablabla, e ricominciare fino all’anno successivo, e. E niente. Mi piace pensare che sto seguendo un suo consiglio. In definitiva volevo davvero solo dire questo.

Occorrono sei ore per ottenere delle banane essiccate perfette. Se rimangono umidicce tendono naturalmente a non conservarsi bene e a lungo ed è per questo molto importante seguire le istruzioni che vengono fornite con l’apparecchio.

Le ho fatte essiccare nei cestelli per sei ore precise la prima volta e son venute mediatamente croccanti. E’ bastata una mezzoretta in più per ottenere delle chips perfette e da lì mi sono regolata cominciando a impacchettare e impilare confezioni di banane essiccate pronte all’uso per colazioni o pranzi ricchi e salutari ma leggeri; perché diciamocelo io al mattino pecco sempre un po’ e non ho voglia-tempo-masoprattuttovogliadai di star lì a preparare. E’ già tanto se riesco a buttare giù un caffè (un litro) e star dietro tutto (o tentarci) fino all’una. Pranzare come fosse colazione (colazionare lo coniamo o esiste già?) è una delle cose (sbagliate) che più mi piace fare. Infilare una pallina di gelato in mezzo allo yogurt di soia, ai cereali e alle banane essiccate è davvero uno sfizio goloso e salutare che almeno due volte a settimana va fatto (facciamo quattro?). Le banane essiccate puoi anche aromatizzarle con la cannella e/o con il cacao, a tuo gusto, chiudendole in un sacchetto quando sono ancora calde e scuotendole un po’ con le spezie (pure con lo zucchero, se vuoi) in modo che si attacchino per bene alla superficie e permangano poi per il resto del tempo (dopo l’operazione “cospargi spezia” però tirale fuori dal sacchetto e falle respirare altrimenti si fa un bel patatrac).

E insomma la serie dell’essiccazione è appena cominciata e non nascondo che per Natale l’aggeggio potrebbe tornarmi davvero molto utile. Pensate quanto sarebbe bello donare pacchetti di bontà con preziosi confezionamenti? Colazioni d’amore. Snack salutari e molto altro. Sono sicura che come tutti i Regali Golosi natalizi un gesto di questo non passerà affatto inosservato.


L’essiccatore questa meraviglia e le Carote (a quintali) come snack



L’essiccatore è un metodo che ti consente di esprimerti con ancor più creatività e stupendo davvero con pochissimo. Ti permette di preparare merende gustose ma salutari e anche conservare a lungo i migliori prodotti che Madre Natura ci offre, ovvero fermando il tempo su di loro proprio nella stagione perfetta godendone tutto l’anno. Mesi fa ho acquistato il mio primo essiccatore. Non ne ho scritto subito perché temevo che, come molte cose, fosse solo una smania del momento e che ben presto mi sarebbe passata. Mi sono invece riscoperta entusiasta, costante e sempre in cerca di nuove idee. In moltissimi mi hanno consigliato di adoperare il forno per ottenere il medesimo risultato. Ho fallito miseramente e nonostante sia un sicuro mea culpa continuo a voler desiderare comunque questo incredibile aggeggio, rivelatosi un fidato amico in cucina e nelle più disparate occasioni.

Non ho fatto chissà quali ricette, proprio perché di carattere sono istintiva (leggi: esageratamente impulsiva), e mi sono ritrovata quindi ad acquistare l’essiccatore su Amazon (esattamente questo modello).  E’ della Stockli e non mi vergogno a dire che sono andata più “a prezzo” che a sostanza e recensioni, peccando di quella innegabile idiozia che mi appartiene sino alle viscere che si traduce in: se costa di più vuol dire che è più bello/vale di più/prestazioni maggiori blablabla (state schiaffeggiando il monitor pensando che sia la mia faccia? Fate bene. Lo faccio anche io dal vivo in modo che qualche bel ceffone mi arrivi sulle guanciotte). Nonostante il metro di giudizio sia stato di un qualunquismo folle sono stata ripagata, eccome. Si possono aggiungere altri cestelli (che si comprano a parte) sino a impilarne il più possibile. La verità è però che questo preciso modello è molto capiente e largo come diametro. Per capirci in un cestello ci entra ben più di una carota e non è così poco come possa sembrare, anzi tutt’altro.


Alcune verdure, come consiglia il fornitissimo (anche di ricette) libretto d’istruzioni, vanno prima scottate in acqua bollente per qualche minuto (due al massimo) prima di procedere all’essicazione e niente è più facile che eseguire l’operazione. Basta guardare il programma di temperatura e durata a seconda dell’alimento che si vuole essiccare. Se fate un giro su youtube, per altro, si trovano davvero tante informazioni e casalinghe non troppo disperate (non esistono mica!) ma piuttosto professionali, argute e intelligenti danno prova di incredibili abilità. Dimostrazioni di cotture? Ci sono. Non sono tante ma ci sono. Soprattutto oltre oceano. Mi piacerebbe montare diversi ingredienti e fasi di essiccazioni in un video riassuntivo. In realtà era in programma con l’uscita di questo post ma (sì, sto per lamentarmi di nuovo. Pronti?) per via del maledetto colpo della strega sono riuscita ad accumulare ritardi su ritardi su ritardi. Adesso sono francamente in preda alla schizofrenia da “recupero tempi” (recupero impossibile tempi).

Oltre a mele, carote, zucchine e patate che rimangano le gettonatissime del caso, non bisogna dimenticare che la conservazione fatta con l’essiccatore torna utilissima come accennavo giusto nell’introduzione. I funghi sono il primo esempio che mi viene in mente. Perché mai comprarli quando se ne possono fare deliziosi pacchetti (anche da regalare a Natale? Sì) adoperando materie prime eccellenti?

Stessa cosa per i pomodori secchi (ne vado matta) che saranno l’anno prossimo, lo so già, una perversione. Ricordo ancora nonna che li teneva su quei vassoi enormi di legno sotto una rete per non farli contaminare dagli insetti ma inevitabilmente tra mosche, polvere e altro qualcosa arrivava. Diciamo che si trattava di una tecnica certamente permeata di ricordi e importante da un punto di vista di tradizione, soprattutto qui al Sud, ma se non vogliamo proprio raccontarcela di certo igienica non è. Imparagonabile il sole e il dispendio di energia con questo macchinario, certo, ma come in ogni cosa giusto per la fiera del qualunquismo ha i suoi pregi certamente ma anche l’esatto contrario.

Nel mondo Raw (e di conseguenza perché lo è) l’essiccatore diventa talvolta determinante perché consente di “cuocere” alle temperature consentite. Da un punto di vista etico e biologico l’essiccatore poi ha soltanto punti a favore in quanto non vi è un dispendio per la conservazione, perché essiccando non si ha bisogno di un frigo e non in ultimo da un punto di vista salutistico, sempre lato conservazione, il fatto di non dover “sprecare” e adoperare l’olio come agente conservante. Lasciando però da parte questa sfera troppo ristretta e se vogliamo per certi versi estremista, c’è da dire che l’essiccatore una volta adoperato (da persone che amano questo genere di alimentazione, sottotitolo) comincia a far parte dell’uso comune in cucina. Ci tengo a precisarlo proprio perché come sostenevo prima la mia più grande paura era proprio quella che mi avrebbe stancato e che non rientrasse negli utilizzi quotidiani. Un po’ come è accaduto con la centrifuga che si è poi conquistata un posto d’onore nel mio cuore (ne inventassero una che si pulisce da sola sarebbe un sogno ma credo di aver appena aperto l’ennesima parentesi inutile come sempre).

Preparerò diversi alimenti con l’essiccatore e poi rielaborati in altro modo. A Natale ho proprio intenzione di fare una tavolata salutista al massimo e far sfigurare quei ventimilioni di piatti capaci di annientare gli ospiti e non farli arrivare neanche al primo giro di tombola. Con l’essiccatore si possono fare infinità di snack gustosi che vanno a sostituire porcherie confezionate come i salatini e le patatine di dubbia provenienza che sono “buone” solo perché salate. Le carote essiccate e leggermente salate (ma anche speziate) spero che un giorno invadano il pianeta e anche le scuole. Sogno di preparare pacchetti di ottomila chili per il mio bimbo che poi diligentemente li lancerà in aria durante l’ora della ricreazione proclamandole regine degli snack. Una ribellione alle schifezze in sacchetto. Una missione.

Con l’essiccatore ci sono poche scuse. Si deve solo lavare, tagliare e lasciare lì. Conservare e poi usufruirne in ogni luogo. Tirare fuori un pacchettino di carote essiccate anche negli aperitivi più “glam” non è assolutamente cheap ma il contrario. Prendersi cura di sé. Combattere il sistema snack in pacchetto.

Zucchine essiccate al cinema. Carote essiccate all’aperitivo. Banane essiccate a colazione. Ah. Banane essiccate a colazione è proprio il post che si autopubblicherà (purtroppo non distruggerà) alle 18:18 sempre su questi schermi.

Sono chiaramente qui a disposizione per rispondere eventualmente a qualsiasi dubbio-domanda-chiarimento nella speranza di poter essere inutile come sempre. Essicchiamo tutto! Pure il vicino di casa, sì.

Banoffee Chocolate. Non la Pie però ma la versione mignon


Per 15/16 (tratti da Tea Time di Csaba della Zorza)

La pasta: 230 grammi di farina, 40 grammi di zucchero a velo, 30 grammi di cacao amaro, 190 grammi di burro freddo, 1 tuorlo, 2 cucchiai di acqua ghiacciata

Crema: 60 grammi di burro, 50 grammi di zucchero di canna, 300 grammi di latte condensato, 30 grammi di cioccolato fondente, 2 cucchiai da tè di sciroppo d’acero

Copertura: 100 ml di panna fresca da montare, fette di banana, cacao amaro con un pizzico di cannella setacciata

Setaccia la farina, lo zucchero a velo e il cacao in un recipiente. Aggiungi il burro a pezzi e lavora con le mani o con un impastatore elettrico fino a ottenere la classica consistenza sbriciolosa. Aggiungi l’uovo e continua a impastare e infine l’acqua fredda. Ottenuta una palla liscia e omogenea avvolgi in pellicola e lascia riposare in frigo per almeno trenta minuti. Imburra stampi per mini muffin o quelli che possiedi (vanno benissimo anche le teglie piccoline monouso di alluminio. Io ho adoperato quelle, per capirci). Stendi la pasta brisèe con il mattarello infarinato e ritaglia dei cerchi con un bicchiere o un tagliabiscotti. Fodera gli stampi e bucherella il fondo con una forchetta. Mettili in freezer e nel frattempo accendi il forno. Quando è arrivato a temperatura, ovvero a 220, inforna per 12-15 minuti massimo. Togli dal forno e lascia fuori. Falli raffreddare e poi mettili in frigo dieci minuti prima di toglierli dalle formine. Prima di sformare la base infatti devi assicurarti che sia fredda perché potrebbe sbriciolarsi e rompersi. Puoi conservare tranquillamente queste basi in scatole di latta anche per due-tre giorni e poi riempirle al momento del tè con fette di banana e panna.

All’interno di questi deliziosi recipienti puoi mettere una crema al caramello e comporre poi così il dolcetto: pasta brisée al cacao-crema al caramello-fette di banana e panna montata con spolverata di cacao amaro e cannella.

Per preparare la crema metti il burro e lo zucchero in un pentolino. A fiamma bassa lascia sciogliere lentamente sempre mescolando fin quando lo zucchero non si è completamente fuso. Aggiungi il latte condensato continuando a mescolare per almeno 5-6 minuti e sempre tenendo la fiamma molto dolce. Togli dal fuoco e solo allora metti cioccolato e sciroppo d’acero. Mescola per bene ancora ottenendo così una deliziosa crema che puoi conservare in frigo a patto che tu l’avvolga nella pellicola e lasciandola un po’ a contatto con la crema stessa.


Dopo la Banana Chip cioccolato e i bicchierini con la crema al caramello, banana e cacao di ieri, potevano mancare i Chocolate Banoffee? E’ una torta inglese a base di banane, panna e caramello (o dulce de leche se proprio vi annoia prepararlo in casa; se ne trovano barattoloni ormai dappertutto) su una base di pasta al cioccolato ma anche biscotti sbriciolati e burro, proprio come nella classica preparazione della Cheesecake. Wikipedia ci illumina circa la paternità sostenendo che appartenga a Nigel Mackenzie e Ian Dowding, proprietario e chef di The Hungry Monk Restaurant a Jevington, nell’East Sussex (hanno sfidato chiunque ad avere una letteratura/scrittura precedente agli anni in cui sostengono di averla inventata. Vincendo perché mai nessuno è riuscito a smentirli). Pare che risalga al 1971 a seguito di un viaggio di Dowding quando scoprì che il latte condensato e conservato in scatola potesse essere trasformato in un delizioso e inebriante caramello. In poco tempo diventa simbolo del ristorante e di una vera e propria realtà ed epoca, tanto che tutti impazziscono per questa torta, perché originariamente si trattava proprio di una vera e propria Pie mentre adesso si trova un po’ in tutte le forme (anche in formato muffin, per dire). Si può chiamare Banoffi o Banoffee. In Inghilterra si trova ormai ovunque e pare (sempre grazie a Wikipedia che ci dona sapienza e chicche in un colpo solo) che sia tra i dolci preferiti della Thatcher. Divenuto ormai  parte della cultura gastronomica, questo dolce è entrato a buon diritto nella lingua inglese: qualsiasi dolce porti con sé il sapore della banana e del caramello è appunto epitetato Banoffee.

Volevo abbinare questi deliziosi, piccoli e goduriosi Banoffee in versione mignon a un Giallo, a esempio per un tè con Poirot; li avevo appositamente scelti così per questo motivo del resto. Inglesi, con tanto cioccolato e svergognatamente goduriosi con tutta quella panna. Monsieur Poirot ero sicura che avrebbe molto apprezzato tra un ragionamento e una deduzione. Ho dovuto ovviare per mancanza di tempo perché disegnare una qualsiasi fumettoricetta era impossibile (sono troppo presa dalle lucette, oh!) e quindi perché mai non proporli sotto l’albero e le lucette? Sono comunque dei dolci perfetti per le feste, no?  (c’è da capire quali non lo siano)

Bicchierini di caramello, banana fresca, panna montata e una ventata di cacao e cannella


Crema al caramello

60 grammi di burro, 50 grammi di zucchero, 300 grammi di latte condensato, 35 grammi di cioccolato fondente almeno al 55 per cento, 2 cucchiai abbondanti di sciroppo d’acero.

Mettere il burro e lo zucchero in un pentolino. A fiamma bassa lasciar sciogliere lentamente sempre mescolando fin quando lo zucchero non si è completamente fuso. Aggiungere il latte condensato continuando a mescolare per almeno 5-6 minuti e sempre tenendo la fiamma molto dolce. Togliere dal fuoco e solo allora mettere cioccolato e sciroppo d’acero. Mescolare per bene ancora ottenendo così una deliziosa crema che si può conservare in frigo a patto che venga avvolta nella pellicola a contatto con la crema stessa.

Composizione:

  • Metti nel fondo del bicchiere la crema
  • Taglia delle fettine di banana e poggiale sulla crema
  • Copri con abbondante panna montata a neve ferma
  • Spolvera con cacao e cannella in polvere ben amalgamate

E’ un dolce che chiaramente, per via degli ingredienti, deve essere composto sul momento.

Dei bicchierini che si rifanno alla crema al caramello pubblicata oggi, come accade ogni dì alle 12.12, insieme alla Banana Chip Chocolate Cake, smorzati dalla panna montata freschissima e da una bella soffiata di cacao amaro e cannella. Si possono scegliere anche spezie un po’ più “aggressive” che smorzano tutto questa leziosità; a gusto, insomma. E’ solo un’idea da cui attingere. In pieno spirito da “riciclo natalizio” (ricordate i bignè con il panettone?) ma anche per servire eventualmente un dolcetto alternativo quando rimane troppa crema, quando si ha poco tempo o semplicemente quando si ha voglia di affondare il cucchiaino perché di fan dei dolci al cucchiai è pieno il mondo. La crema-salsa al caramello è abbastanza pastosa e potrebbe risultare pesante; in questa versione però, che a ben guardare è la scomposizione della Banana Chip Chocolate Cake imbicchierata e imbellettata, la sensazione sarà totalmente opposta: leggerezza e incredibile gusto.

 

Banana Chip Chocolate Cake con crema al caramello


Ingredienti per una tortiera di circa 20 cm

230 grammi di farina, 100 grammi di zucchero, 120 ml di latte, 1 uovo, 8 grammi di lievito, 60 grammi di burro freddo, 170 grammi di gocce di cioccolato, 1 banana non troppo matura, il succo di un limone e un pizzico di sale, una generosa quantità di cannella a seconda dei gusti.

In una ciotolina sbatti per bene uovo, cannella e latte. In un’altra ciotola più capiente mescola farina setacciata, zucchero, lievito e sale. Aggiungi qui il burro e poi il latte-uovo-cannella. Lavora con un robot da cucina fino a quando il burro non si è amalgamato per bene. Aggiungi quindi la banana leggermente schiacciata con il succo di limone e infine le gocce di cioccolato. Non è un composto che deve necessariamente seguire dei passaggi precisi e non deve essere lavorato molto. Nella superficie aggiungi delle fettine di banana (io le ho fatte scaldare con un po’ di burro e cannella in padella per “friggerle” e renderle un po’ “chip”).  Imburra e infarina una teglia e poi versa il composto a 180 già caldo per 20 minuti circa. Controlla con lo stecchino di legno. Quando è asciutto tira fuori e lascia raffreddare.

Crema al caramello

60 grammi di burro, 50 grammi di zucchero, 300 grammi di latte condensato, 35 grammi di cioccolato fondente almeno al 55 per cento, 2 cucchiai abbondanti di sciroppo d’acero.

Metti il burro e lo zucchero in un pentolino. A fiamma bassa lascia sciogliere lentamente sempre mescolando fin quando lo zucchero non si è completamente fuso. Aggiungi il latte condensato continuando a mescolare per almeno 5-6 minuti e sempre tenendo la fiamma molto dolce. Togli dal fuoco e solo allora metti cioccolato e sciroppo d’acero. Mescola per bene ancora ottenendo così una deliziosa crema che si può conservare in frigo a patto che venga avvolta nella pellicola a contatto con la crema stessa.

A me quando si dice/scrive “per i pomeriggi tra amiche a parlare, ridere, scherzare mentre ci si racconta e confida” viene in mente solo una domanda: MA QUANDO? Ma davvero esiste un mondo in cui delle amiche tutte belle sistemate si appostano intorno a un tavolo passandosi tovagliolini ricamati, cucchiaini della nonna e impilano piattini vintage scompagnati? Ma una volta l’anno posso pure crederci e alle fortunate va in assoluto la mia ammirazione. Ritagliarsi un momento del genere, francamente mi è impossibile. E’ già tanto che riesca a fingere attraverso l’obiettivo un’apparente serenità. Organizzare un evento del genere richiede sicuramente molto tempo, perché diciamocelo tolte le ricette, che nel mio caso specifico sarebbero l’ultimo dei miei problemi, dovrei organizzarmi con degli spostamenti di centinaia e centinaia di chilometri. Non ho amiche con cui parlerei, riderei, scherzerei e mi confiderei nel raggio di ottocento chilometri minimo. “Rinunciare” ai  diversi lavori e progetti per un momento del genere con loro altroché se lo farei. Ma pure un mese di seguito. Farlo per un momento così, giusto per trascorrere un pomeriggio a pavoneggiarsi con tutto il corredino della nonna, e per di più non con amiche di quelle proprio a-m-i-c-h-e.

Però come una psicopatica posso fingere, eh. A quel punto pure io posso mangiarmi la torta con il caramello dove c’è il burro. Posso davvero fare di tutto. E poi c’è iMessage; che non è affatto triste. E’ una grande opportunità e nulla di più. Di sentirsi vicine potendo immaginare cene, pranzi e tè ricchi di ricami e cucchiaini. Questa deliziosa torta è perfetta per un momento del genere, vero o presunto tale, ma anche per una colazione. Non è necessaria assolutamente la crema perché rimane comunque morbida e di fattura già ricca senza bisogno di esasperarne ancora più il sapore. Male però non fa. Cremina tra l’altro che si riconferma vincente e che avevo proposto durante la preparazione della torta con il latte caldo dell’amata Cri (che se ti sei perso e ti fa piacere trovi cliccando qui).

Sto “smaltendo” le ultime ricette (non è vero dai, alcune me le trascinerò fino a Gennaio come sempre) prima di cominciare veramente con gli addobbi natalizi. Qui fervono i preparativi seriamente (leggi: finalmente) e tra trambusti, decisioni e dubbi ne rimane sempre uno. Come fosse un ronzio sordo. Che penetra. Fino all’esaurimento nervoso:

ma con Koi riuscirà l’albero di Natale a restare quantomeno decoroso? Nessuno mi risponda e nel caso finga, per piacere. E’ già Lunedì. Aggiungere altro dolore non è una cosa francamente sopportabile.

Ci vediamo alle 18:18 per un’altra Ricetta?

Curiosità:

la tazza mi è stata regalata dalla Nonna Angela qualche settimana fa e fa parte di un servizio che ha acquistato quando è nata la mia mamma.

L’alzata (su Instagram me lo hanno chiesto in tantissimi) è di H&M Home. Sì, ha pure la sezione home e pure online; la fine insomma.

“Ma tu che prepari sempre dolci e cose buone ma sei così complicata: cosa mangi?” Ecco la Risposta.


Come accade per i Fermatempo da Instagram, che riassumono in maniera random pasticci e momenti, ecco anche quelli dal mio account Miii Che Fame;  sintetizzano un po’ il Diario Alimentare che pubblico insieme alla meravigliosa comunità che si è creata e di cui vorrei parlare nello specifico ben presto. Se non sai su cosa stia vaneggiando e ti sei per caso incuriosito puoi scoprire qualcosa in più cliccando qui (ti aspettiamo!). Sono ovviamente la più incostante. In più con i dieci giorni della settimana stroncata dal colpo della strega pubblicare gallette di riso o mais e tè proprio non mi pareva il caso. Confesso, che non pubblicare-interagire-curiosare nei piatti delle mie amiche, è stato triste anzichenò. Ma Rimediamo subito e ripartiamo più attive che mai, ecco.

(No. Non sono ancora guarita perché ovviamente non appena mi sono messa in piedi ho cucinatolavoratodisegnatosforzatotutto. E non dico di essere punto e a capo. Ma punto e virgola, sicuro. Cosa sto dicendo?)

Vermicelli di Riso con salsa di Soia, Tofu e Wakame


Porta a ebollizione l’acqua. Versa i vermicelli e cuoci per il tempo indicato sulla confezione, generalmente dai sei agli otto minuti (alcuni meno). Questo se hai fretta, perché altrimenti potrebbero cuocere direttamente nel dashi (la ricetta la trovi qui insieme a tante altre). Se non hai tempo o voglia di preparare il dashi puoi fare anche un ricco brodino vegetale e cuocere dentro anche pezzetti di tofu, che si insaporiranno, con alga wakame. O nori, perché no.

Comunque vada sarà un piatto gustosissimo. Se più o meno brodoso lo decidi tu. Perché potresti pure scolarli per bene lasciando giusto un pochino di brodo. Servi con salsa di soia, quanto basta per appagare il tuo palato e se ti piace una grattugiatina fresca di zenzero sopra.

In questi giorni ho un po’ trascurato Miii che Fame e non ho ticchettato la terza puntata della Rubrica “Mangia s(tr)ano” ma da davvero pochissime ore posso accennare a compiere giusto qualche timido passetto. Non ho visto Koi per quattro giorni, perché d’accordo che ho ceduto ed entra nello studio e nel living attiguo alla cucina, ma alla zona notte non sono ancora arrivata e dubito fortemente che accadrà. Quando mi ha rivisto credevo si fosse, nel frattempo, trasformata in un canguro australiano perché le orecchie volanti hanno quasi sfiorato i led del controsoffitto. Una danza sinuosa atta a muovere tutto il posteriore, che manco i movimenti della danza del ventre potrebbero mai competere, eseguita con scrupolosa cura e incredibile professionalità. Credo di aver pianto diciotto minuti ininterrotti mugugnando frasi del tipo quantomiseimancatafigliamiaadorata. Perché la tragedia, a parte punture-medicine-dolori-tristezza nel dovermi fermare quando non potevo assolutamente, è stata francamente solo una: quella di non poterla vedere. E’ entrata, per nostra incuria, solo una volta nella zona notte Koi. E’ riuscita a fare in meno di quindici secondi uno sterminio perché in preda alla felicità di scoprire un nuovo luogo magico si è riuscita a ficcare in bocca di tutto: dalla macchinetta del caffè (chi è che non ce l’ha nella cabina armadio del resto?) a tutte le mie pantofole, alla console, ai comodini e pure credo un divano. Conoscendo la sua incontenibile iperattività nel dimostrare amore si temeva che potesse spaccarmi la colonna vertebrale, insomma.

Da un po’ di tempo sono una fan accanita dei vermicelli di riso. Fosse per me li spalmerei in faccia. Anzi a ben pensarci essendo benefici per il corpo devo provare se riescono a sconfiggere le occhiaie croniche. Forse avrei dovuto fare impacchi di vermicelli di riso nella zona sotto lombare, altro che Muscoril! Scaldano l’anima e il cuore, e con il tofu e la salsa di soia in questa preparazione semplicissima dalle mille varianti diventano un must assoluto di tutte le stagioni. Quelli di soia sono buoni, per carità, ma per me il riso ha quel quid vincente su tutto. Anche lessi e semplicemente serviti con scorza di limone mi piacciono. Mi piace arrolarli, appallottolarli e spiaccicarmeli con incuria in faccia. Sono divertenti. Saziano.  E fanno pure molto bene quindi?

Una tonnellata per questo week end dovrebbe bastarmi, grazie. Al massimo due.

Curiosità

  • La ciotolina e la preziosissima bottiglia con pregiato sake provengono dal Giappone

  • Le bacchette le ho acquistate da Tiger

  • Il “vaso” dei fiori è una bottiglia di salsa