Miyazaki, Burton e Lynch e il rumore dei loro mondi


Sull’iperuranio ho tediato l’universo attraverso fermatempo del work in progress (qui, quo e pure qua) in un maniacale total white che aveva stupito pure la Simpaticissima Santa Ikea che per qualche oscura ragione mi segue su Twitter. Un colpo di egocentrismo e autoreferenzialismo mica da ridere. Tutto rigorosamente Maghetta Streghetta Style; esagerando quel cicinin ( si può dire cicinin? E soprattutto c’è una tabella di conversione esatta sul cicinin o devo provvedere come sempre io alle cose serie?).

L’iperuranio è attaccato all’ufficio di papà; esattamente un anno fa a luglio, mentre piangevo e deliravo per il libro (non mi piaceva il fumetto nero. Non mi stava bene la tonalità di rosso. Insomma la solita bambina viziata insopportabile mai contenta) e a papà era stato detto che la Radioterapia aveva fatto regredire il mostro (potere della scienza!), in preda agli entusiasmi più sfrenati abbiamo deciso di fare un vero e proprio laboratorio dove rifugiarmi quando non volevo stare in casa (leggi: “amore devi uscire perché stai troppo in casa”). Fa un po’ ridere la cosa visto che l’iperuranio è proprio sotto casa e proprio sopra l’Azienda ma oggettivamente: non è in casa. Papà voleva che avessi anche io un ufficio e io volevo e voglio sempre quello che desiderava papà. Doveva essere semplicemente una stanzetta dove disegnare e fotografare. Un bunker da artista fallita in cerca di ispirazione (che poi mai cercata. Vengo purtroppo colpita a ondate random ogni tre secondi). Si è aggiunta solo una cucina di sei metri, una dispensa chilometrica e solo il cielo sa cosa. Ah sì. Pure un angolo nero per il Nippotorinese che deve sempre rovinarmi tutto. Ricordo Luglio scorso come fossero le lancette di oggi a girare. Gli occhiali gialli di papà. Ale che monta decine di cassetti Expedit; che adesso si chiama Kallax perché è stato rinforzato e pare sia stato il mobile più venduto del 2013 (ci credo. Solo io ne ho presi 2334 pezzi). Seby che arriva con duecento brioche strapiene di gelato dagli orridi gusti: ferrero rocher e nutella. Santa Signora Pina che dipinge un mobiletto di nero. Mamma che guarda papà felice mentre caparbio monta la cucina. Come se non stesse tornando dalla Radioterapia. Come se non avesse una condanna a morte infilzata nel cuore come una spada di Damocle. Come se non avesse quei simpatici pallini disegnati sulla pancia dove le radiazioni lo colpivano. E io credevo che unendo i puntini si formasse la scritta:

guarigione.

E io stavo lì a sperare che ci fosse almeno un altro Luglio. Almeno il tempo per accompagnarmi all’altare. Avere un bambino. Crescerselo. Invecchiare. Cosa sto dicendo?

Luglio. Mai arrivato. Ti odio come Maggio. Come Giugno e come tutti i mesi che verranno senza il mio papà.

Il muro, poi, l’ho abbattuto io. Quello che divideva l’ufficio di Papà e l’iperuranio. A quattro giorni dalla sua morte. Ho preso il martello. Ho detto al Nippotorinese di filmarmi e con tacco 12 e vestitino elegante, come piacevo a papà, con tanto coraggio ho dato fortissimi colpi al muro. Fino a farlo cadere. Con i Pink Floyd nelle orecchie suonati da mio zio Gabriele. L’ho fatto dalla parte di papà. Per poi vedere la cucina dell’iperuranio. Passando dal buio alla luce del bianco. Pensando che la mia mano fosse la sua.

Adesso è tutto un grande mondo senza barriere. La poltrona di papà è lì con le ruote immobili e non gira più. La mia foto in bianco e nero sopra la sua testa diventa eredità di quello che ha sempre voluto lui al contrario di me. C’è la sua foto con la cravatta orrenda e un mazzo di fiori. Una vetrinetta dove ho chiuso il suo telefono satellitare. La croce della bara. Io odio dire bara. Il suo primo passaporto. Le chiavi del suo gommone. Gli oggetti che adoperava. Come un mausoleo. Come un museo di ricordi. Dove nessuno può accedere se non io. Mi siedo lì. Guardo le trenta telecamere del primo perimetro. Vedo omini girare. Apro i suoi cassetti con timore perché non sono cose mie. Mi accascio al suolo. Piango. Mi stringo. Poi sento la sua voce perché porto sempre con me dei video su Dropbox. E ci sono io al mare con lui. C’è lui che dice “Nanda ti amo” per il video dei sessanta anni. C’è lui che balla durante un trenino di Capodanno. C’è lui alle Maldive con gli squali. Il suo zainetto appeso con dentro il cappello per la barca. La sua piccola barca a vela di legno e il suo carretto siciliano. Le pastiglie Leone alla cannella che amava tantissimo e il Cioccolato Fondente che sgranocchiava.

C’è lui. Sempre lui. In ogni cosa, momento, stanza, luogo.

Sono lui.

Koi l’altro giorno è entrata. Nonostante abbia poco più di due mesi e sia in grado di mangiare anche i copertoni del furgone mentre corre come un furetto impazzito dopato con anfetamine, improvvisamente: seduta. In religioso silenzioso e con movenze delicate, al limite del felino, si è aggirata nell’ufficio di papà lasciandomi esterrefatta. Un momento mistico che ho interrotto lasciando spazio alla follia umana che qualche volta coglie noi stupidi terrestri (e se fosse quella la lucidità?): “Koi questo mio Papà. Turi”.

E lei, come se avesse capito, si è avvicinata e si è accasciata vicino ai miei piedini allungando le zampette come per accarezzarmi. “Ti sarebbe piaciuto il mio papà. E tu saresti piaciuta a lui. Corri e ami l’acqua”.

Bau.

E Koi non dice mai Bau. Non perché sia estranea alla comunità canina ma non dice mai Bau. Emette suoni tipo pianto isterico ma un Bau così deciso da cane grande: mai.

Koi va via aspettandomi fuori dalla porta. Lasciando una speranza a questa razionalità di non credere a nulla che mi porta a maledirmi ogni ora del giorno. Mi resta quel Bau. Quella zampetta. Quel rispetto.

E andando via mentre mi voltavo e guardavo la poltrona è stato come vederti, papà.

Lo studio in casa si trova nella mia ex camera da letto. Papà, non contento dell’ufficio con cucina, dispensa e studio e della dependance (con un’altra cucina. Siamo a quota tre, sì), mi aveva detto che bisognava avere uno studio quando si voleva stare in casa. Ne abbiamo parlato così tanto. Abbiamo cercato innumerevoli volte di autoconvincerci che tutte le scemenze che facevamo avessero un senso. Prendendo in giro il Nippotorinese che farfugliava “ma basta una stanza, non cento!”. Deridendolo quando diceva che “si ha bisogno solo di un ipod  - di un ipad – di uno strumento e non di mille!” perché abbiamo sempre creduto che fosse più comodo comprare dieci ipod e metterne: uno nella macchina, uno nell’ufficio, uno nello studio a casa, uno nella moto, uno nel camper. Così non devi mai ricordarti dov’è. Lo trovi e basta.

E adesso tutta questa divertente follia manca. Anche al nordico che prende stampanti pure da mettere nel parcheggio che non si sa mai uno voglia stampare mentre parcheggia. Manca tutto. Si è perso tutto. Manchi tu. E non basta che ci sia io.

Non basta che tutti mi dicano che sono io.

Che sono Turi. Che dico le stesse cose. Che faccio le stesse cose. Che mi muovo nello stesso modo. Che guardo, rido, e dico. Allo stesso modo. Manca tutto in questa eterna danza sfrenata di dolore lacerante che non abbandona mai. Il volume è sempre più alto. Il ritmo è sempre più serrato. Ho scelto di rinchiudermi nel mio nuovo Studio. Disegnando Miyazaki, Burton e Lynch. Perché di mondi ho bisogno e i miei sono dispersi su un asteroide che ritroverò quando qui ci sarà Ombrella con i suoi alieni. Con il suo cuore. Con i suoi semini di anguria.

“Mi piace quella ragazza bella vestita di nero che disegna sempre”.

Gli ricordava me. La sua piccola e tonda bambina vestita di nero che ha paura di uscire di casa ma vuole inventare e scoprire mondi. E manca pure a me. Perché ho sempre creduto che non mi fossi mai trovata. E invece.

Mi sono persa solo adesso.

Ho incorniciato mostri e speranze disegnando come non facevo da tempo. Da quella sera da soli quando con l’acquarello dipingevo sirene. E tu mi sorridevi e dicevi: bello. C’era il documentario sui pesci. Ma lo sai papà che ci sono i pesci palloncino?

Palloncino.

Ci sono mostri come Bob. Il nano dietro le mie spalle per stare sempre in guardia. Yubaba appena apri la porta. Jack sotto Sweeney. C’è anche Toxic Boy e la ragazza con tanti occhi. Victoria, Kim ed Edward impaurito. C’è pure Laura Palmer con il suo sorriso ebete vestita da Principessa del ballo che nasconde falsità. C’è la neve e la Sposa. I Kodama che mi fissano e le lucciole con la loro Tomba. Quella bimba affamata che so sfamerai tu e la tua generosità. Ti ho messo in alto a controllare tutto. Con un vaso dove mai mancherà un fiore bianco. C’è tanta acqua in questo bianco di nuvola. C’è tanto nero nel mio  cuore.

Che diventa rosso solo appena mi volto e vedo te. Che mi sorridi.

Io quasi quasi papà ne faccio un altro di studio. Per quando non voglio stare a casa. Per quando non voglio non stare a casa.

Lo faccio nel mio cuore. Ci costruisco un’altra cucina perché non bastano e.

Ricomincio. E lo faccio perché se ricomincio io.

Ricominci tu.  Senza finire mai.

Ieri – Via Instagram: 10 settimane senza te – I lost kilograms. I lost you. But I don’t lose myself and it is only thanks to you, Dad. Ho perso chili. Ho perso te. Ma non perdo me ed è solo merito tuo, papà.

La Brioche col Tuppo e un Bimbo che porge le manine


Ci sono ancora lavori in corso (qui sul sito eh. QUI SUL SITO! Che di casa neanche ne parlo più perché non voglio lasciare tracce quando ucciderò tutti. Dovranno mandare al telegiornale solo bei pezzi su di me. Devo crearmi già un profilo psicologico stabile di una brava ragazza che faceva brioche e sorrideva a tutti. Come vado?). Purtroppo ho davvero pochissimo tempo per essere un umano. Devo tenere ritmi da extraterrestre se voglio fingere di essere una donna felice che come passione e hobby disegna e lavora a progetti creativi. Ci sono tantissime novità per quanto riguarda il nuovo spazio. E’ in continuo divenire;  se finora ho fatto tutto da sola (e si vede) da settembre qui ci metteranno le manine persone esperte quindi: divertiamoci finché possiamo e facciamo sballare tutto il template, olè! Che poi già lo avete fatto ovunque dandomi consigli sul font, la grandezza dei caratteri titoli-post-colonne, ma qualora vi venisse in mente un disservizio, una miglioria, un consiglio: parlate vi prego! Mi fate solo un regalo. Le critiche innanzitutto. Ho pensato che sull’onda del cambiamento la Ricetta verrà enunciata come prima cosa. A seguire il delirio. Questo permetterà all’impavido utente che vuole realmente provare una delle mie ricette (per mie intendo: inventatedisanapianta o scopiazzatediquaedilaconqualchecambiamento) di non doversi completamente sorbire il mio delirio. Da oggi in avanti in pratica ingredienti-enunciazione ricetta-vaneggiamento. Only the brave!

Quindi perché non ho cominciato dicendo che bisogna lasciare intiepidire il latte ma con un delirio? Uhm. Vero! Mi distraggo facilmente come sempre. La prima volta non vale, suvvia. Però una cosa è certa. Chi non legge tutta la vergognosa allucinazione grammaticale non  verrà mai a conoscenza di cosa sia il Tuppo parappapero (cosa sto scrivendo?). Insomma. Via!

La Ricetta (leggi: la prima volta) della Brioche col Tuppo consigliatami dalla bellissima Rosy

Serve l’impastatrice altrimenti tanto coraggio e bicipiti. Potrebbe servire anche il Bimby ma poi chi non lo ha fa storie credendo che io faccia parte della setta degli invasati Vorwerk (e non è così). Sai che facciamo? Facciamo versione Impastatrice- Mano e Bimby. Voglio proprio esagerare. Per la Brioche col Tuppo questo e altro (no. E basta che tra un’ora devo trasformarmi nella figlia di Turi Guardo e quindi mantenere un minimo senso di decoro. Essere seria. E professionale. Questa tripla vita con dodici personalità mi distrugge).

500 grammi di farina Manitoba
75 grammi di zucchero semolato
75 grammi burro fuso
2 uova (gialle)
25 grammi lievito di birra
175 grammi latte intero
10 grammi sale fino
10 grammi miele d’acacia ma di zagara sarebbe meglio perché deve sapere d’agrume, santatrinacria!
la scorza grattugiata di un limone biologico con buccia non trattata

Riscalda in un pentolino il latte a fuoco dolcissimo e senza che raggiunga l’ebollizione togli dal fuoco. Metti il cubotto di lievito di birra e il miele. Gira per bene fin quando sia il miele che il lievito si sono completamente sciolti.

(se sei della Setta del Bimby) Versa nel boccale il latte, il lievito e il miele e fai andare a 37 gradi per un minuto a velocità 3.

Su un piano pulito fai una montagna di farina e ricava un incavo. Versaci dentro il latte con il lievito e il miele. Sbatti le uova in una ciotolina con la scorza di limone grattugiata e il sale e unisci questo composto al tuo impasto che devi lavorare pian piano aiutandoti con le mani infarinate perché risulterà piuttosto appiccicaticcio.

(se hai l’impastatrice la vita ti sorride) Versa gli ingredienti nel contenitore nel seguente modo: farina, uova precedentemente sbattute con scorza di limone e sale e poi il latte con il lievito e il miele. Lascia lavorare l’impastatrice per almeno venti minuti a velocità dolcissima e ridotta.

(se hai il Bimby) Dopo aver riscaldato il latte con il miele e il lievito aggiungi le uova precedentemente sbattute con la scorza e il sale e poi la farina e tutto il resto degli ingredienti. Lavora con modalità spiga per 15 minuti.

Per dovere di cronaca devo dire che ho provato con impastatrice e con Bimby (pressocché la stessa cosa, suvvia. Ma l’impasto ottenuto con la prima mi è piaciuto molto di più). A mano è pura utopia. Qualora dovessi provarla, impavida anima, fammelo sapere!

L’impasto è bello che appiccicaticcio e deve essere comunque raccolto con una spatola. La scelta della lievitazione è soggettiva, diciamo così. L’originale prevedeva una lievitazione di due ore in ciotola di vetro coperta da pellicola per poi sgonfiarlo con la spatola e lasciarlo riposare giusto un altro po’ prima della formazione delle brioche. Io ho deciso (sotto consiglio di un pasticciere su Youtube) di lasciarlo riposare per una notte intera in frigorifero, sempre in ciotola di vetro coperta. In pratica ho impastato al tramonto di sabato sera e all’alba di domenica mattina ho cominciato a formare le brioche e infornarle (ma scommetto che voi il sabato sera e la domenica mattina avete cose più interessanti da fare. Sono sempre una donna anziana, io).

Che si abbia l’impastatrice o il Bimby o un oggetto spaziale, a questo punto della storia siete solo voi contro la brioche col tuppo *musiche di un western a caso. Deserto. Cappello. Desolazione. Bar aperto alla vostra sinistra (o destra, vabbè).

Piano infarinato. Mani infarinate. Impasto appiccicoso ma governabile (o almeno spero). La proporzione brioche-tuppo non è soggettiva *colpo sulla scrivania e agitata di capelli. Possiamo stabilire un 80 grammi per la brioche e 15 grammi per il tuppo. Si può essere tolleranti se il tuppo arriva a 20 e quindi con una proporzione uno a quattro ma non di più non di meno, ok? (altrimenti sparo!)

Si sistemano le brioche su carta da forno. Con l’aiuto dell’indice si crea una sorta di fossetta dove adagiare il tuppo. C’è chi lo attacca spennellando leggermente l’incavo con latte (poco) e uova (una è più che sufficiente, meglio senza albume) e c’è chi sfida la sorte poggiandocelo con la filosofia “o la va o la spacca”. Ho scelto di spennellare, lo confesso, ed è andata benissimo anche se il tuppo si è leggermente amalgamato alla brioche in cottura ma santotuppo era la mia prima volta. Sono perdonata, nevvero?

Una volta adagiato il tuppo vai a 180 per 20-25 minuti. Non appena saranno leggermente scurite via dal forno e iiiiiiiiiiiiiiiiiimmmmediatamente inzuppate nella granita che le mani vi devono proprio scottare (ok dai, trenta secondi si possono aspettare). Anche per la cottura ho adoperato due metodi perché l’esaurimento ha sempre un suo meraviglioso perché.

La prima a 180 mentre la seconda (le foto della Brioche con la seconda infornata sono quelle bruciacchiate a fondo post) a 200 cottura pane per 15 minuti e poi 180 ventilato per altri 15. Se vi state chiedendo il perché la risposta è: il Nippotorinese ha voluto dare un suo contributo stabilendo secondo basi a me sconosciute che fosse meglio così. In realtà (COME SEMPRE) avevo ragione io e quindi consiglierei senza ombra di dubbio alcuno quella a 180.

Oh. Ce l’ho fatta. Sono stata sintetica? (ironia, sì)

(ora dopo tutto questo regge ancora la mia teoria che scrivendo prima la ricetta si evita il delirio? Non credo ma annuiamo e mentite)

Essendo catanese potrei/dovrei scrivere nel titolo “Le Brioche col Tuppo Catanesi”, ma volutamente imparziale e cauta ho omesso questa appartenenza, oggettivamente sacrosanta, al fine di non dover incorrere poi in spiacevoli incidenti diplomatici riguardanti le infinite e varie  maternità dolciarie che la Trinacria offre. Esistono difatti ormai le delizie appartenenti “alla regione” e altre strettamente correlate a una singola città. Le brioche, come la cassata e il cannolo, sembrano ormai appartenere per intero alla Magna Grecia; è pur vero però (ok la Catanese che è in me spinge prepotentemente le dita) che a Catania NON si può prendere la granita senza brioche. E’ proprio vietato dalla legge. I vegani? La ordinano e la portano a casa a un componente della famiglia, per dire, oppure la idolatrano in preghiera per alcune ore cedendola poi al primo passante ma:

NON VI E’ GRANITA SENZA BRIOCHE.

E solo un Catanese inside può arrabbiarsi. Se prima il Nippotorinese non capiva la profondità e l’essenza di questo inscindibile connubio andando contro corrente e dicendo “no per me niente brioche”, adesso dopo un decennio rimane letteralmente indignato se gli pongo il quesito “vuoi la brioche?”. La risposta è sempre la stessa “ovvio che voglio la brioche altrimenti non vorrei la granita”. Insomma contaminazione regionale uno a zero per Iaia. Già due anni fa mi ero leggermente stupita del fatto che pure a Torino, non soltanto in “granitari e gelatai” d’eccezione (il Siculo uno su tutti) avessero la Brioche (per dire pure Grom). Un’usanza, quella di metterci dentro il gelato (a Catania da sempre ma anche a Palermo e nell’entroterra per non parlare di Siracusa stessa) o pucciarla nella granita, ormai diffusissima in quello che i vecchi siculi continuano a chiamare “continente” (una a caso? la mia nonnina che pur essendo calabra e per logica proveniente dal continente fa ugualmente emergere la sua siculinità cinquantennale).

La brioche preconfezionata è come il Cannolo già riempito in vetrina. Non si può vedere, ma l’entusiasmo che ho potuto registrare, confesso, è stato a livelli altissimi. Chi non ha passato un’estate in Sicilia divertendosi tra tuffi, cannoli, fritture e brioche col tuppo inzuppate in chilate di granita? La verità è che avendo (fortunatamente) a che fare con moltttttttttttttttttttisssimi amici che siciliani non sono (registro per altro un elevatissimo tasso nordico) riesco a confrontarmi mooooooooooooltttttttttttttttisssimo in quel simpatico scontro, che tanto piace agli ignoranti, Nord VS Sud e viceversa. Rimane nel cuore, la mia terra. Ti fa proprio arrabbiare se ci vivi e lì giù di matto per chi non riesce a tenere i ritmi siculi che appartengono proprio al DNA. Ma se è per un breve periodo. Se non ci devi vivere ventiquattro ore su ventiquattro facendo a botte con alcuni sistemi ahimé radicati e mai risolti (come in tutte le regioni sì, ma innegabilmente più nelle isole. Posso permettermi di aggiungere pure la mia amata Sardegna?), il mio triangolo di magia in mezzo al Mediterraneo ti perfora proprio il cuore, le papille e le pupille.


Ti scoppia proprio dentro come la lava e ti annaffia di onde come l’isola di Capopassero.

La Brioche col tuppo è proprio un’istituzione. Sia su Facebook che su Twitter vi è stata proprio un’esplosione, manco fosse una mousse al Cioccolato (perché si sa che se “si vuole vincere facile” bisogna sempre e solo puntare al cioccolato. Un po’ la storia della Nutella, no?): desideratissima. Io e la Socia Torinese Piola senza saperlo all’improvviso ci fissiamo sul fatto di preparare la Brioche col tuppo. Lei procura una ricetta online e io tra le mie amicizie (questo inverno riprendiamo la Rubrica delle Socie, eh. Vi ricordate? Quanto erano i belli i tempi del polpettone vegetariano e delle caramelle Mou?). Il Nippotorinese sommerso dal lavoro riceve aggiornamenti sia dalla Socia che da me (in teoria mi dovrebbe vedere quelle due ore e mezza al giorno – esclusi i momenti in cui ci incrociamo per lavoro), pensando che siamo in combutta per questa ennesima prova culinaria; quando viene a scoprire (insieme a noi) che nessuna delle due ha parlato di brioche col tuppo vicendevolmente rimane esterrefatto. Le socie anche quando non comunicano verbalmente lo fanno attraverso canali culinari silenziosi e magici.


E sempre senza saperlo la moglie di Alessandro, la bellissima Rosy, si cimenta, precedendomi proprio di qualche giorno, per la prima volta nella realizzazione della Brioche. Insomma Sicule impazzite e Torinesi pure all’improvviso. Al Solstizio d’Estate come un richiamo. Coincidenze? No. E’ proprio il richiamo della Brioche col tuppo, c’è poco da fare. Si è aperta la stagione ufficiale. Mi sono ripromessa di farne una versione vegana ma ultimamente mi riprometto troppe cose che non riesco a portare a termine, quindi eviterei di illudermi ulteriormente. Impasto il sabato. Al tramonto sotto l’Etna rosa e un cielo bellissimo. Mamma legge di Valeria Marini che sta con un ex corteggiatore di Uomini e Donne, e sono cose. Il Nippo si aggira sul terrazzo in cerca di misure per la casetta di Koi (uhm sì lo so. Sto facendo un po’ la misteriosa a riguardo. In realtà è solo mancanza di tempo). Io impasto nella speranza di non fare una brutta figura colossale. Decido di far lievitare l’impasto tutta la notte nonostante la ricetta (passatami da Rosy. In questi giorni proverò quella di Piola e quella che ho estorto a un pasticciere perché sono una brava persona diplomatica appunto) non lo prevedesse. Solo che io faccio sempre un salto su Youtube prima di fare una ricetta, ultimamente. Trovo filmati di pasticcieri professionisti che spiegano durante interviste, pezzi di programmi televisivi e gente competente in mezzo a tutti i link dove escono scemunite incompetenti che fanno ricette a caso (e sto parlando chiaramente SOLO DI ME).

Ma cosa significa tuppo? No perché io me lo chiedo sempre se il significato reale del tuppetto sia conosciuto ai più (intendo forestieri, eh. Che il siculo vero lo sa *parte la colonna sonora del Padrino parte terza). Chignon. Il Tuppo è lo Chignon. Non è poetico, retrò e charmant? E non perché rimanda a qualcosa dal gusto francese considerando che si chiama pure Brioche. In realtà in sicilia non è Brioche ma:

BRIOSCIA. Che non siano noi a siculinizzare roba francese ma l’esatto contrario (tiè!). La Brioscia col tuppo è una Brioche con lo Chignon. La mia nonnina, Grazia, aveva dei capelli lunghissimi e portava sempre il tuppo. Non aveva la ciambella di H&M a due euro e due forcine ma tanta abilità. Veniva fuori un tuppo perfetto. Sferico. Perfetto. Senza un capello fuori posto. Il Tuppo non è altro che questo. La brioscia è elegante, composta e retrò. Ricorda che la granita, quella fatta di ghiaccio e limone fresco, si mangiava con il pane caldo.

Vorrei chiudere questo post raccontandovi una storia; nonostante lo abbia già fatto da qualche parte qui. Più e più volte, ma fa parte del mio cuore. Della mia anima e della mia essenza.

Papà, quando era piccolo (e povero), nelle occasioni proprio di festa aveva un soldino per prendersi la granita. Passava un signore con un carretto. Tanto ghiaccio e limone fresco spremuto. Non c’erano allora bicchieri di plastica, naturalmente. Le persone venivano giù per le strade con il proprio bicchiere e se lo facevano riempire di granita. Poi lo mangiavano per strada o a casa con il pane. Papà non aveva il bicchiere quel giorno ma il soldino sì.

Ha unito le mani e gli ha detto “La metta qui”. “Ma è fredda!”. “Me la metta qui”. E l’ha mangiata con la bocca, frettolosamente e con le manine ghiacciate. Papà ha sempre detto che non c’è stata miglior granita di quella. Che ne ricordava ancora il sapore, la sensazione e stranamente il calore. Mi rendo conto che la mia vita è destinata a un continuo ricordo, tormento e sorriso. Perché qualsiasi cosa mi ricorda lui. Qualsiasi cosa mi fa venire in mente cosa avrebbe detto. Come avrebbe fatto. Come reagirebbe. Come.

E poi questa immagine della Brioche con il tuppo. Di una base solida, coraggiosa e imponente che tiene su un piccolo e instabile tuppo; che altro non è che una piccola brioche uguale. Figlia. Sta su. Ancorata. Attaccata. Senza voglia di essere staccata. E pucciata nel freddo gelida senza.

La sua base.

E nonostante sia giusto anche tuffarsi coraggiosamente da soli passando da un caldo rassicurante a un freddo insopportabile. Nonostante sia lacerante, angosciante e ci sia il buio più inimmaginabilmente buio. Rimane un sorriso di te, amore mio.

Sempre e solo un sorriso e tanto orgoglio. Di essere il tuppo di un bimbo coraggioso che ricorda le privazioni come momenti più belli e non il lusso di bicchieri e cucchiaini. E stanotte che saranno sei settimane io sfornerò altri tuppi per te, papà. E granite al limone. Tante granite al limone.

(post scritto giovedì 26 Giugno 2014)

E dopo le Fermatempo? Le MuoviTempo










Koi


Non sono stata molto fortunata con gli animali.

Nonna aveva le galline, i conigli e un’anguilla nel pozzo capace di mantenere l’acqua pulita; che poi non capivo bene come potesse mai fare. Mi assillava l’immagine di questa anguilla che essendo ligia al dovere non poteva sporcare con i propri escrementi l’elemento principale della sua occupazione. Quindi soffriva contorcendosi alla ricerca di un bagno nel pozzo. Lo chiedevo pure “Ma allora dove la fa? Ha uno spazio apposito? Una stanza segreta? La trattiene fino a scoppiare?”. Nessuna risposta. Era sempre difficile rispondermi nonostante fornissi degli spunti interessanti. Nonna ogni tot di tempo comprava i pulcini. Erano tantissimi e in mano ne potevano stare almeno due. La mia, intendo, che di per sé era già piccolina allora contando che avevo quattro-cinque anni. Un plaid vecchio e un faretto con una lampadina da cinquanta watt a luce caldissima, che allora manco si sapeva cosa fosse la fredda, per riscaldarli. E tutti dentro un cartone semi rotto. Stavo lì fissandoli. Un po’ impaurita perché ho sempre temuto i pennuti, come le galline stesse. Penne e due zampette non hanno mai fatto al caso mio. Tolto il fatto che volessi disperatamente un pappagallo. Per questo i batuffoli di conigli, esattamente l’opposto della consistenza e della morfologia volatile, mi attraevano come banchi di zucchero filato. Nonna prendeva anche i coniglietti piccoli. Da sempre se ne occupava non per diletto o amore, ma proprio per “sopravvivenza”; del resto la mentalità di una donna nata quando ancora non erano neanche gli anni venti era perfettamente in linea con il suo operato. C’erano i miei cugini. Giocavamo (loro. Io guardavo) con i pulcini. Giocavamo (loro. Io guardavo) con i conigli.Ci sporgevamo (loro. Io stavo sempre in disparte e in misura di sicurezza) dal pozzo per vedere l’anguilla pulitrice. Essendo io la più piccolina, perché si tratta della Nonna di papà altrimenti sarebbe stato l’esatto contrario, venivo per certi versi tutelata dalla “fine” di queste creature. Sagacemente avevo capito che non dovevo fare troppe domande. L’anguilla mi aveva aiutato non poco. Immaginavo (mi illudevo) quindi che qualche pulcino fosse stato un regalo. Qualche coniglio adulto fosse scappato e roba così. Che rimanesse solo l’anguilla costipata pronta all’implosione o esplosione, insomma. Tanto mica l’avevo mai vista (né mai sarebbe accaduto).

Al contrario dei miei cugini mi era chiarissimo però che il brodo di gallina o la coscia del pollo fossero la stessa identica cosa che avevo visto durante le varie fasi dell’evoluzione pulcino-polletto-pollo. Facevo (e faccio, lo confesso) un po’ di confusione chiedendomi come un pulcino potesse diventare gallina e perché non si dovesse chiamare allora pulcina e fare una distinzione sessuale ma per il resto era davvero tutto lampante, lucido e ovvio. Per questo motivo ho sempre fatto un po’ di storie per mangiare il pollo. Il petto del pollo è stato da sempre un binomio di parole capace di gettarmi nello sconforto neuronale non per ore ma proprio per giorni. Ma su questo ho già ammorbato l’universo. Insomma.

Una volta arrivò un coniglietto bianco, soffice e teneramente aggressivo. Ma non con me. Occhi rossi. Neve. Me ne innamorai perdutamente. Era il mio coniglio e il pomeriggio subito dopo il collegio, quando mi riaccompagnavano con il pullman da nonna, mi fiondavo con cartella e tutto per vedere cosa facesse. Non c’era molto contatto; perché da brava “wannabe igienista” e degna figlia di mia mamma stavo un po’ attenta a tutto; pulizia in primis. Peli a seguire. Un’infanzia diciamo dove “buttarsi per terra e rotolarsi nel fango” è stata pura utopia; e neanche tanto perché a prescindere ho sempre amato rispettare le regole di mamma, per quanto bizzarre apparentemente adesso con un minimo di raziocinio in più possano sembrarmi (sì ho adoperato il termine raziocinio in riferimento a me senza bere un goccio di alcool. E’ pazzesco).

Neve diventò un bel piatto in agrodolce. La vidi appesa a testa in giù nel capannone dove nonno teneva gli attrezzi. Era vietato entrare lì ma quel pomeriggio la andai a cercare proprio lì. Perché in fondo sapevo cosa accadesse esattamente. Dopo Neve, passato un po’ di tempo, implorai letteralmente mamma. Un cane. Giammai fu la risposta e ripiegai su un canarino dal nome poco fantasioso: Titti. Ero davvero piccolissima. Avrò avuto sei-sette anni. Titti dopo pochissimo tempo finì stecchita a zampe all’aria dentro alla gabbietta tonda dorata con il foglio de La Sicilia. Secca proprio. Dritta come fosse imbalsamata. Dopo un coniglio ucciso e fatto in agrodolce e un canarino che tenevo da Nonna morto stecchito, cominciai a dubitare un po’ di tutti guardandomi intorno circospetta. Credevo insomma di essere finita in una famiglia di assassini con motosega che al confronto Faccia di Cuoio aveva un bel background. Passarono almeno cinque lunghissimi anni e mamma mi disse senza troppi giri di parole che non mi avrebbe mai più rivolto la parola, perché con l’appoggio di papà ottenni tra le mie manine: Gioffry.

Cucciolo meraviglioso di Pastore Tedesco. Lo andai a prendere con papà. Ricordo quel giorno meglio di ieri, appena trascorso. Papà era bellissimo (come sempre) e mi teneva abbracciata a sé nel suo Maserati color oro con gli interni in radica di noce, che manco in Miami Vice. Pantalone chiaro, occhiale scuro e via verso l’allevamento del suo amico. Un’eccitazione pazzesca. Eravamo sotto Natale, ricordo, e quindi nei dintorni del mio compleanno. L’amico di papà voleva darmi un cucciolotto che appariva più cicciotto e oggettivamente sano. A me piaceva quello isolato dal gruppo. Magretto e in disparte. Nettamente meno attraente ma riservato. Lo acciuffai e dissi: questo. La spiegazione fu che non volevo che stesse più solo. Interpretai quell’isolamento come mancanza di affetto degli altri nei suoi confronti. Una barbarie, insomma. Questa sensibilità infantile mi portò ad avere un cane killer in casa; rettifico Gioffry. Perdonami amico mio! Dopo aver tentato di uccidere mia cugina/amici/parenti e tutti i passanti e dopo aver fatto davvero di tutto per ridimensionare i danni, perché Gioffry all’età di un anno faceva preoccupare (e non poco) con il suo comportamento asociale e aggressivo, mi arresi all’evidenza che fosse davvero ingestibile. Nessuno poteva avvicinarsi a me. Nessuno poteva abbracciarmi o anche solo fare piccoli/micro movimenti pena pelo dritto e attacco diretto. Tra disperazione, pianti e urli (e un trasloco imminente e un periodo personale difficile per i miei genitori vista la salute dei miei nonni insommacosedifamiglia) fu affidato a un amico di mio papà. Una vita felice per il bellissimo Gioffry che comunque ha sempre un posto nel mio cuore, oltre al rimorso di non aver avuto l’età, il periodo e la possibilità per una rieducazione.

E poi lei. Hydra l’alano arlecchino intorno ai venti anni. Legata a una mia storia personale irracccccccontabile e difficile (DIFFICILISSIMA). Sta di fatto che Hydra come Titti un giorno me la ritrovo stecchita. Si trattava di una torsione intestinale all’età di un anno e pochi mesi. Che dire? Fortuna! Se trattasi di karma come minimo nella vita precedente dovevo essere l’Hannibal Lecter del regno animale per meritarmi roba talmente orrenda. Per anni (esattamente quindici? *lo dico fischiettando*) mi sono giurata che NESSUN ANIMALE avrebbe varcato la soglia di casa mia. Sia per la risaputa”fortuna” in fatto di animaletti che per la sofferenza indotta e causata dagli eventi. Il Nippotorinese da dieci anni circa bombarda quei tre neuroni che mi ritrovo nella mia inutile calotta cranica parlando di gattini, cagnolini, animaletti a caso. Sempre un no secco irremovibile è stata la risposta. Va detto (giusto l’ennesimo inciso che non importa a nessuno) che sono allergica al pelo del gatto e del cane e che le mani mi si lacerano gonfiandosi come zampogne la notte di Natale. Ma non importaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa. La (poca) umanità del Nippo e la voglia irrefrenabile di possedere un cucciolo (pure di pesce rosso, sì) mi ha tormentato a lungo. Poi succede quello che succede.

E lì le priorità cambiano. CI si lamenta meno per le stupide allergie. Si pensa a quanto sarebbe bello essere un po’ spensierati e avere un motivo per sorridere. Che ci sono delle passeggiate lì fuori. Che c’è un posto dove si corre insieme. E ti viene in mente sempre e solo l’immagine di un cucciolo. Di un piccolo Gioffry mai più aggressivo. Di una piccola Hydra mai più morta sotto una finestra rossa. Di Neve sotto i batuffoli dell’Etna a Dicembre e Titti che vola sui Crateri Silvestri mentre dal karaoke del bar souvenir vicino arriva l’ennesima canzone dei Ricchi e Poveri che tanto piace ai turisti tedeschi.

E si comincia a parlare di un Labrador. Perché un labrador? Papà portava Gioffry a correre sull’Etna. Era felicissimo (quando non sbranava i felici gitanti tedeschi e non tentava di spezzargli un arto perché doveva uccidere un passante, intendo). Hydra piuttosto che correre preferiva digiunare per anni. L’unico sport era girarsi sulla sua poltrona (non in casa eh. Mai avuto cani in casa perché quello per me, sono bigotta, rimane inammmmmmisssibile).

“Però amore il prossimo cane deve correre! Dovrebbe essere un cane che ama correre come noi due”.

Leggendo in giro scopro che il labrador è il cane da riporto per antonomasia e che nonostante sia il più ingordo e goloso ama correre. Vive per riportare e correre. In più essendo il “cane bagnino” per eccellenza, discendente dei Terranova e forse anche della lontra come leggenda popolare nel Mar Labrador vuole, vive per l’acqua. Uhm. Ci aggiungiamo che mamma in tutti questi anni ha sempre detto: “Il cane della carta igienica quanto è bello! Sarebbe un sogno”. Bingo. Sì, certo. Esistono i canili e le adozioni. Ma le prediche le accantonerei soprattutto perché fatte da persone che poi si siedono e mangiano cotolette. Esiste un rispetto e un amore diverso che ognuno manifesta a proprio modo. Il Labrador ha in sé coincidenze e storie. Che parlano di Turi e Nanda. Che sono collegate al Nippo e incredibilmente a me. Poi l’amore viscerale per un allevamento in quel di Grosseto e una simpatia travolgente per chi ama e seleziona a livello internazionale questa razza e bingo: arriva Koi. Non dopo pianti, isterismi e reticenze. Perché se dapprima sono riuscita a innescarmi un po’ di coraggio, poi arriva la paura folle di aver fatto la scelta sbagliata. L’idea di essere diventata un’igienista pazza (con questo ribadisco, giammai Koi entrerà in casa) non mi rende orgogliosa. L’idea che mamma (pur nonostante al momento viviamo in simbiosi e dormiamo insieme; da lei o da me poco importa) sia sola anche due ore di sera. L’idea di non rendere felice il Nippo.

Insomma. L’idea di star sbagliando tutto precludendomi amore.

Le carpe vivono nelle fontane e nei laghetti dei giardini. Pesce ornamentale simbolo della cultura giapponese, diventa poi simbolo iconografico del tatuaggio nipponico per eccellenza, insieme alla geisha e ai fiori di loto. Era il tatuaggio che io e papà avremmo dovuto fare insieme. Due carpe. Una io. Una lui. Avvicinandole avrebbero formato un continuo. Una carpa che va giù e una che va su. Come fosse un sessantanove, che è poi l’ultimo numero di candeline che papà ha spento sulla sua torta. Un divenire continuo. Un’onda perpetua. Un infinito eterno. Porta con sé il significato del coraggio e della perseveranza. Della grandezza dei samurai. Del lottatore. Della vittoria e della fatica per ottenerla. E’ simbolo di immortalità perché molte leggende vogliono la carpa Koi fosse lo stato embrionale del drago e che una volta risalita la cascata avrebbe attraversato la Porta del Drago trasformandosi così in Dragone: emblema dell’immortalità e della forza suprema. Una connotazione mistica che porta immortalità in un luogo dove la morte non ha intaccato né i rapporti, né l’amore, né l’infinito.

E’ per questo che ho scelto Koi. Scoprendo poi senza saperlo che il termine di Koi corrisponde a quello di Amore. Se credessi ai segni questo ne sarebbe un fulgido esempio.

Papà, ho preso un cane che corre tanto. Che ama l’acqua e andrà sul tuo gommone. Che ci strapperà qualche sorriso. E che porta in sé tutto quello che sai.

Di noi.

Arriva il 3 Luglio Koi; per un altro “gioco del destino”. Proprio il giorno del compleanno del Nippotorinese. E forse un po’ in casa la faccio entrare, dai.

(Ah. Koi è quella a sinistra. E’ la più addormentata, pigra e cicciotta)

 ( e poi diciamocelo : Voglio gridare SCOIATTTTOLOOOOOOOOO. PUNTAAAAAAAA * cit. Up)

Risotto con Fragole, Asparagi e Martini


Ho avuto il coraggio pure di fare una versione sintetica ed “esaustiva”; chiaramente non ci sono riuscita.

Dico che sul Blog scriverò tutte le dosi, i passaggi e sarò più precisa giusto? Ecco. Non è vero proprio come la versione sintetica. Lo farò nel pomeriggio, però. Semmai dovessi uscire viva da questa mattina in ufficio, intendo. Perché non posso postare più giornalmente alle ore 12.12 e si evince ma. Posso fare metà post alle 12.12 e poi completarlo magari alle 21.21 no? Che ve ne pare? (mi raccomando mentire sempre ed annuire)

Mai arrendersi.

Post in progress*** (chissà che  non lanci una moda)

La Torta di Sfoglia con Spinaci, Mandorle Tostate e Tomino Piemontese


La mia personale esperienza con il tomino risale alla vita precedente quando ero vegetariana e mi capitava, seppur di rado, di mangiare formaggi e quindi derivati animali. Al contrario di mamma non sono mai stata una grande fautrice di quello che pare essere il sogno perverso di molti dediti al salato (al contrario di me). L’Ingegner Suocero durante uno dei nostri primi incontri in casa sabauda, insieme alla premurosa Dottoressa Suocera e all’ormai straconosciutissima e amata Socia Piola, mi fece trovare una tavola imbandita di ogni leccornia formaggesca. Dall’odore, aspetto e chiamiamolo “sesto senso latticioso ne provai solo due e fu, confesso, simpatia. Per uno potrei quasi scomodare la parola: innamoramento. Come quei colpi di fulmine improvvisi. Il tomino sì, condito come non lo avevo mai visto, mi aveva fatto ricredere su questa categoria alimentare da me sempre fortemente snobbata ma fu la Val Belbo a farmi capitolare. Cielo, che bontà! Come più volte mi sono interrogata su quale alimento “animale” rimangerei sotto tortura (anche io ho del gran bel tempo da perdere a volte) rispondendomi:

  • Carne: neanche se mi ammazzano i nani da giardino
  • Pesce: baccalà
  • Sul formaggio, mio acerrimo nemico da sempre, non avrei alcun dubbio e la risposta sarebbe sempre e solo: Val Belbo.

Uhm. Poi certo mi viene in mente la Ricotta Salata. Che io sono sicula e se me la ritrovavo nella Norma di certo non mi arrabbiavo (sì perché se trovavo parmigiano anche dentro le cose io mi arrabbiavo, ok? Non ho mai detto di essere simpatica e accomodante. MAI! E’ una leggenda metropolitana che ha radici inspiegabili).

E ora. DRAMMAH (con la acca come direbbe Bestiabionda che pare essere tornata all’età adolescenziale. Bicicletta e gergo giovane. Siamo un po’ tutti preoccupati per lei. Manca mojito sul marciapiede e tavernello con le pesche. Ma credo faccia pure questo).

Ricotta Salata VS Val Belbo.

Ho il mio gran bel da fare. Potrò crogiolarmi durante il week end con questo interessantissimo interrogativo; nonostante io non abbia neanche capito bene il perché visto che devo parlare di Tomino. C’è un medico in sala?

Insomma oltre Val Belbo e Ricotta Salata, a me il Tomino fa simpatia. Mica sono prolissa, io. E allora insomma il Tomino qui in Trinacria è come un cerchio di grano, una gita nell’Area 51 e come un bunker antiatomico degli “apocalittici”. Questo sconosciuto insomma. Conquistato il territorio siculo è sempre una gran festa quando arriva in gita dentro la borsa frigo di Dottoressa Suocera e Socia Piola. Il Nippo attende trepidante la scorta formaggiosa (si nutrirebbe solo di questo d’altronde) e Mamma sbava copiosamente perché se prima li definiva “formaggi puzzosi” adesso si fa trovare in aeroporto con una ciambellotta di pane caldo da un chilo dove infilare pezzi a caso. Altro che degustazione di pezzetti mignon con miele e confetture. Acchiappa un tomino da duecento grammi e infilatelo nel panino!

Rivisitazioni regionali, per dire. Nel frattempo continuo a chiedermi perché parlo di Tomino, aeroporti e apocalissi imminenti quando ho l’Architetto che mi aspetta, una casa distrutta e un cane in arrivo. Vi ho mica parlato del cane in arrivo? Mi sa di no. E forse è anche meglio.

Avendo una cucina a metà (sì eh. Non me l’hanno ancora consegnata. Ridiamo insieme? Sono ormai lo zimbello di tutta la provincia di Catania. Ma pure della nazione, su) è capitato molto spesso che io non potessi cimentarmi in chissà quali preparazioni. Inutile poi calcare ulteriormente la mano sul periodo personale che ho attraversato ,dove l’ultimo dei nostri pensieri francamente era cosa si sarebbe mangiato a pranzo o cena e insomma va da sé che non ci siano stati chissà quali pasti. Una però delle preparazioni più veloci e preferite del Nippotorinese rimane senza ombra di dubbio alcuno la torta salata. L’importante è che ci siano verdure. Una delle sue preferite è quella agli spinaci e se prima non l’arricchivo per niente adesso qualche nota croccante e qualche gusto forte cerco di darglielo sempre. Le uova sono state prese da una piccola e adorabile fattoria qui vicino (somma sorpresa) dove le galline scorrazzano felici e credo pure abbiano il sabato libero per farsi la messa in piega. La preparazione non è niente di trascendentale e non occorrono dosi particolari o chissà che. E’ di quelle ricette Express velocissime riscaldabili che possono essere preparate per tempo, anche il giorno prima, e che si conservano in frigo per poi essere riscaldate anche nel microonde (non l’ho detto io).

Insomma una Ricetta acchiappaquattroingredientisbattiliinunaciotolaeinfilalanelfornoCIAO. Una Ricetta amica (sì ho finito).

La Ricetta?

Chi ha il coraggio di fare la sfoglia, per quanto non possa valere niente me ne rendo conto, ha tutta la mia stima. Chi va controcorrente (mamancotanto) e si accinge verso il banco frigo e si crogiola solo nell’interrogativo “rotonda o rettangolare?” sappia che ha la mia stima, la mia pacca sulla spalla e pure uno sguardo comprensivo ai limiti del commosso.

Gli spinaci però ecco: surgelati no. QUELLO NO. Niente pacca ma uno spintone (vabbé dipende dal periodo, dai) e pure sguardo accusatorio antipatico (perché non riesco a scrivere semplicemente UNA STRAMALEDETTA RICETTA IN MODO NORMALE E PROFESSIONALE?).

In un recipiente (che fa figo chiamare Bowl e mi sa che da domani faccio così) raccogli gli spinaci lessi. Aggiungi le uova precedentemente sbattute e leggermente salate. Il formaggio che preferisci: robiola, parmigiano reggiano grattugiato, formaggio spalmabile morbido, qualsiasi cosa (in questo caso Tomino Piemontese fresco fresco, sì). E qualche spezia se vuoi. Lo zenzero ti sorprenderà dando una freschezza gustosa che per l’estate imminente è un bene tanto quanto la scorza di limone, mentre nelle stagioni più fredde anche curcuma o curry (mi sanno di autunno uff, che posso farci?).

In una padella fai tostare le mandorle spellate (sgusciate non lo scrivo perché mi fa sempre ridere) e aggiungile all’impasto che verrà accolto dalla sfoglia. Spennella con un uovo sbattuto tutta la superficie della sfoglia e infila in forno a 180 per 30-40 minuti finché dorato.

Vincitrice Personaggio Donna agli Igers Awards 2014


Ne avevo parlato ad Aprile qui. Sono stata candidata a mia insaputa (e con estrema lusinga che mi ha portato a indossare nuovamente l’abito da peperone gigante rossorossorossorosso) agli Igers Awards; ovvero il Red Carpet Italiano di Instagram come:

  • Miglior Personaggio Donna
  • Intrattenimento

Che in arte e cucina c’era sicuramente gente più competente di me e allora non sapendo dove collocarmi i miei numerosissimi amici (io vi amo. Siete pazzi) hanno voluto stravolgere due categorie altisonanti come quelle giustappunto di Miglior Personaggio Donna e Intrattenimento; che per dire c’erano Fiorella Mannoia e Sky Arte. Mainsommanonèneanchequestoilpunto.

Il Punto è che ho ringraziato con estremo ritardo via Twitter sia per la candidatura, di cui sono venuta a conoscenza gli ultimi due giorni, sia per la vittoria, che per motivi familiari mi ha visto chiaramente in difficoltà. Erano i primi di Maggio. Erano gli ultimi giorni di Papà. Che fossi candidata come Personaggio Donna e Intrattenimento lo ha fatto divertire parecchio. Continuava a dire che non poteva avere Donna e Intrattenimento migliore e che tutta Italia lo invidiava (amore mio infinito stava già delirando. E glielo ho pure detto facendolo ridere un bel po’).

In realtà credo solo di avere tanti amici capaci di avvolgermi in una nuvola di protezione e di amore e il traguardo più importante e assolutamente vincente per me è questo. Come mia (vergognosa) consuetudine e con un ritardo di soli due mesi ringrazio pubblicamente gli organizzatori degli Igers Awards e tutti voi che. Che vorrei abbracciarefinoafarvisoffffffocccccare (mi calmo, sì).

Il Miglior Personaggio Donna su Instagram (e seconda come intrattenimento parapppapppero. Vuoi mettere Sky Arte? E chi è? cheilcielomiperdoni) sono io.

Sono ancora una volta, insomma, la conferma e il termometro sociale che viviamo in un paese allo sbando.

Il Mio Account Instagram lo trovi qui

I “macaron” di riso al Cioccolato con Ripieno di Gianduja piemontese


Post scritto immediatamente dopo Pasqua (la cosa incredibile è che continuo a trovare roba. Sembra di essere a El Cairo durante una ingente riesumazione archeologica. Qui di roba inutile, però).

Non è un caso che ci sia un elfo natalizio.

Certo potrei spacciarlo per uno gnomo che ama il verde e il rosso nel periodo primaverile che precede l’estate (no dai non ci credo che sta per arrivare Maggio)  ma perderei di credibilità (quale non si sa). Tutti gli gnomi fashion che si rispettino postano al momento sui loro account instagram solo vestitini forever 21 floreali svolazzanti con sandaletti e borchiette ( sono rimasti indietro di qualche anno ma Ça va sans dire).

Quando si tratta di pupazzetti e amenità ci metto la faccia, ergo non rischierò una carriera così sfolgorante in fatto di idiozie! Per il buon nome di tutti i pupazzetti vincerà l’onestà!  Si potrebbe quindi pensare che riesumo foto del Natale scorso, beh. Così non è. Perché non risalgono a quello appena trascorso ma esattamente a quello del 2011.

Duemilaundicisì. Non mi è partito il tasto sbagliato. Se è arrivato Maggio senza che me ne accorgessi posso anche non scandalizzarmi troppo per il duemilaundici no?

Il mio archivio, lo dico sempre, pullula davvero di esperimenti, roba mai pubblicata che non mi convince da un punto di vista visivo-gustativo o che semplicemente dimentico perché sono un’attempata signora in là con l’età.

Questi “macaron” però li ho fatti e rifatti diversi volte proprio perché la Ricetta è del Grande Maestro Montersino e quindi una garanzia. Non condividerla sarebbe un crimine; per quei pochi che non la conoscessero intendo ( fino alla scuola dell’obbligo sarebbe possibile inserire ” le Ricette basi di Montersino” ? Voglio entrare in politica solo per diventare Ministro dell’istruzione e dare qualcosa in più a questa Italia. “Uscite i libri di Montersino dallo zaino!”. Già mi vedo acclamata con la fascia Miss Ministro interamente realizzata da SantaSignoraPina ad uncinetto, mentre mi aggiro alla Camera del Senato con vassoi di Cannoli. Devo lavorarci. Stando ai fatti assurdi che mi accadono non è un’ipotesi tanto remota. ANZI! ).

( è che sono troppo triste e quando sono così triste dico ancor più di idiozie delle idiozie che dico quando sono meno triste di così. Mi sono spiegata bene, vero?)

Deliziosi biscottini che si possono farcire con infinite creme, ganache, confetture e marmellate. Oppure infilare in bocca e ingozzarsi fino a soffocare. Nessuno mi faccia notare che una vera Food Blogger professionista non mette i biscotti in un periodo dove sarebbe meglio pubblicare uno Smoothie ghiacciato di mango. In Sicilia ci sono tre gradi e giro con il cappello e la sciarpa OK? E sono nervosa. Nessuno osi contraddirmi (ma quello sempre, dai).

Perfette per chi intollerante alla farina è, ma non solo. Si conservano benissimo nella scatola di latta anche perché patiscono moltissimo l’umidità. Questi li avevo imbottiti con un’ottima ganache alla gianduja perché in quel periodo ero appena reduce dalla mia beneamata terra Sabauda. Nessuno mi dica perché non scrivo la ricetta della ganache alla gianduja perché non ricordo assolutamente le dosi. E’ già tanto che io riesca a trovare ricette natalizie di due anni fa (insieme al coraggio) e poi una carriera politica mi attende.

Vado a comprarmi qualche outfit consono per la candidatura attingendo giustappunto dai succitati account di Gnomi iper fashion su instagram. Si accettano consigli.

Prima di andare pero’ una domanda:

Ma voi avete ceduto alla moda del “mezzo gambaletto” o semplicemente calza corta di cotone con scarpa aperta? E’ importante per me. Devo saperlo. Grazie.

La Ricetta

Ingredienti: 160 grammi di tuorli, 160 grammi di farina di riso, 45 grammi d i cacao amaro in polvere, 240 grammi di albumi, 200 grammi di zucchero semolato bianco.

Procedimento: Monta gli albumi con lo zucchero semolato. Incorpora a filo i tuorli che hai leggermente sbattuto prima e infine la farina di riso setacciata con il cacao in polvere mescolando delicatamente dal basso verso l’alto. Con l’aiuto di un cucchiaio ricava tante piccole palline che poggerai sulla carta da forno. Distanziale giusto un po’ perché cresceranno. Scalda per 6-7 minuti massimo in forno già caldo a 240 statico.