Biscotti Gelato a New York – Libreria di Iaia e Tombolata! (ricominciamo col botto!)


L’ho detto che la Ricetta la metterò sempre prima del delirio grammaticale da oggi in avanti, vero? Così non bisogna andare a fondo post e scrollare per tre giorni (considerata la mia risaputa sinteticità) *Fine comunicazione di Disservizio.

Ricetta tratta da “Una merenda a New York” – Guido Tommasi editore – di Marc Grossman, fotografie di Charlotte Lascéve.

Ingredienti per:

225 grammi di burro ammorbidito
250 grammi di zucchero semolato
1/2 cucchiaino di estratto di vaniglia
1 uovo grande
1 tuorlo grande
75 grammi di cacao amaro in polvere
420 grammi di farina
2 cucchiaini e 1/2 di lievito in polvere
2 pizzichi di sale
zucchero di canna per spolverare i biscotti
Ripieno: il gelato che preferisci

Sbatti il burro e lo zucchero energicamente con un robot da cucina o a mano finché il composto diventa spumoso. Incorpora la vaniglia, l’uovo e il tuorlo e tutti gli ingredienti secchi. Continua a sbattere senza fermarti fin quando il composto diventa omogeneo. Avvolgi la pasta con la pellicola e metti in frigo per almeno un’ora prima di procedere. David consiglia di dividere la pasta in quattro parti (ho seguito scrupolosamente) dando già una forma adatta all’intaglio dei biscotti. Passato il tempo ricava delle fettine dallo spessore di circa 1,5 centimetri. Scalda il forno a 175. Nel frattempo ritaglia i biscotti ( di forma tonda o rettangolare, come preferisci) e adopera eventualmente degli stampini qualora ti piacesse l’idea o ne avessi voglia. Adagia i biscotti su carta da forno e cuoci per circa dieci minuti stando ben attento a non bruciarli perché quando nell’impasto c’è il cacao amaro non è poi così difficile che avvenga la tragedia (*disse fischiettando quella a cui capita tre volte su tre!). Togli dal forno e spolvera con zucchero di canna. Lascia raffreddare dieci minuti. Trasferisci i biscotti su una gratella e solo quando saranno perfettamente freddi appiattisci una pallina di gelato fra due biscotti e ottieni il tuo meraviglioso Biscotto Gelato!

Su Twitter ho minacciato la comunità della rete che sarei tornata Lunedì; eccomi qui come una fastidiosa tassa. “Ci ho perso la mano” pare abbia un significato illuminante perché in effetti quella che ticchettava senza problemi trenta volte al dì pare essere partita per una galassia lontana (che sia nel Regno Alieno che io e Ombrella stiamo costruendo?). Lo schema di tutte le ricette programmate. Il Lunedì il primo. Il Martedì il secondo. Il Mercoledì il vegetariano e poi la Videoricetta, la fumettoricetta, la videofumettoricetta sembrano essere robe talmente complicate e incomprensibili che per un attimo mi sono dovuta fermare chiedendomi:
“ma come facevo?”.

Certo adesso ci sono altri impegni. Altre responsabilità e pure un altro lavoro più serio di quello che si possa desiderare; nel mio caso intendo. Non sono pronta se non addirittura adatta per i lavori seri, schematici e logici. Non voglio essere pronta e addirittura adatta per essere grande. Fin quando riuscirò a ritagliarmi il mio spazio “da piccolina” e continuare con il mestiere per cui sono nata “Stakanovista di Sogni e Produttrice di Misteri e Dolcetti”, continuerò credendoci ogni ora di più.

Ricominciamo al grido di Pappalardo con tante o. E vorrei farlo pubblicando la prima ricetta cotta nel vecchio forno ma nella cucina nuova; o meglio la cucina vecchia prolungata che  è diventata nuova (mi confondo costantemente). Dove ci sono due forni. Quello di prima e uno grandissssssssssimo che non è sessanta ma novanta. Due forni! Stento sempre un po’ a mostrare davvero tutto quello che appartiene alla mia quotidianità. Sì, ci sono tante foto e spazi ma il dodici per cento a me sembra già un’esagerazione. Un giro però nella cucina vecchianuovaprolungata però voglio farvelo fare dopo tutte queste fatiche; del resto siete tra i pochissimi ospiti graditi che porterò dentro. E niente. Il tempo per provare il forno nuovo c’era ma volevo proprio inaugurarlo con una VideoRicetta. Fermare il tempo in movimento nel calore di qualcosa di davvero speciale. In modo da rivedermi tra qualche anno (dovessi sopravvivere, chiaramente). Fosse anche solo un uovo in cocotte, per dire. Non è tempo di forno ma tempo di biscotti per il gelato sì, giusto? Perché l’ultimo post e ricetta è stata proprio la Brioche con il Tuppo (ricordi? Se ti sei perso il delirio, il post e uno dei ricordi più importanti di tutta la mia esistenza devi solo cliccare qui).

Adesso, dopo la granita con la brioche, tocca proprio al biscotto da imbottire con il gelato, no? E pure una piccola digressione sul libretto da cui è tratta la ricetta giusto per riprendere la mano con la Rubrica (che inaspettatamente ha riscosso discretamente plausi) La Libreria di Iaia ( trovi tutti i libri, le ricette e le mie stupide considerazioni mettendo nel campo di ricerca “La libreria di Iaia” o semplicemente cliccando qui).

Per non farci mancare niente lo metto pure in palio e spedisco attraverso Amazon. Il primo commento lo vince quindisottachittocca! E’ il periodo delle Tombole. Settimana scorsa per prenderci un po’ la mano (aridajecostamano) sulla Pagina Facebook ho messo in palio venti scatolette di Pastiglie Leone Maghetta Streghetta; l’entusiasmo e lo scambio di email, incoraggiamenti, affetto e tutto quello che mi arriva costantemente e ininterrottamente appaiono come l’unica medicina possibile. Insommmmmaaaaaaaaaaa. Parliamo di questo libretto adorabile (della versione enorme ne parlerò in seguito. Sì, c’è una versione enorme. Si chiama Ricette di Culto New York ed è un malloppotto talmente meraviglioso che ogni volta piango) e non perdo più tempo, ok!

Di questa edizione, Piccoli Spuntini, ho quasi tutti i volumi. Si tratta di “Una merenda a New York” (ho pure quello di Londra, sì. Non vedo l’ora di parlarvene anche perché mesi fa per un progetto- andato a monte ovviamente- avevo provato diverse cose cambiando-aggiungendo-togliendo e diversi esperimenti mi erano piaciuti e molto). Marc Grossman (e chi non lo conosce?) è una vecchia conoscenza per me. E per chi inspiegabilmente mi segue basterà solo dire una parola: BOB. Anzi due.

Muffin e Bob (se davvero hai capito e con queste due parole hai realizzato cosa intendo: vinci una settimana con me. Potrai picchiarmi 24 ore su 24. Setteoresusette e fare di me quello che vuoi. Pure infilarmi in busta chiusa e ridurmi in polvere come base per cheesecake).

Nato e cresciuto a Manhattan ha vissuto a Parigi e in Francia. Ha studiato alla Harvard University. Poi colpo di testa: di impulso a Parigi apre Bob’s Juice Bar; che diventa un  vero e proprio luogo di culto. Ha scritto libri su Smoothie, Bagel e solo il cielosacosa ma quello per cui è davvero s-t-r-a-f-a-aaaa-m-o-s-o sono i Muffin (di cui ho straparlato qui. Colpo si scena! Sì, è proprio lui Bob. Sì, proprio quello dei Muffin di una delle prime Videoricette dove compaio. Avete rimosso? Bene. Basta cliccare qui e qui. L’ho detto io che abbiamo ricominciato col botto. E soprattutto quanto mi piace dire botto? Mi fa sentire giovane. Devo solo capire cosa significa ed è fatta).

RendiamograzieaBob. Quanti ricordi! Ero così cretina. E pensare che adesso lo sono ancora di più. Non è emozionante?

Come tutti questi “piccoli spuntini” è ben curato, diretto, senza tanti fronzoli con foto essenziali, chiare, mirate e ben fatte. Amen. Ci sono davvero tutte le indicazioni utiili. Un’introduzione e una spiegazione che non lascia adito a fraintendimenti e pure qualche piccolo suggerimento che pare una manna dal cielo. Non in ultimo, come se non bastasse, in pieno stile Grossman (anche in Ricette di Culto ed è uno dei tanti motivi che me lo fa amare ancor di più) tante illustrazioni in bianco e nero (con qualche dettaglio giallo alla Sin City che non guasta mai) che riprendono la vita quotidiana della città. Le illustrazioni sono di Jane Teasdale e ha anche un tumblr sul quale fare un giro interessante. Certo è un prodotto a cui hanno lavorato davvero tantissime persone perché vi è uno styling, una direzione artistica, un fotografo professionista, un cuoco e molto altro. E’ un libro chiaramente che racchiude elaborazioni culinarie, seppur viste e riviste, eseguite e raccontate da professionisti. Comodo poi da tenere in cucina perché oltre che piccolo ha quel foglio lucido-plastificato che se pure vola un po’ di cioccolato piangi solo un pochino.

E’ diviso nelle grandi categorie: Brownies, Pies, Cheesecakes, Pancakes e Soci. Evvabbemasemprelesolitecose. Uhm, sì può darsi ma si trovano anche delle chicchette interessanti. Oltre alle strapallosissime (strapallosissime in una recensione seria si può certamente dire *disse buttando giù un pacco di caramelle. Ci sono quaranta gradi e sono senza condizionatore perché altrimenti Koi starnutisce e non è bene) Cheesecake alla frutta, carrot cake, muffins ai mirtilli (ma perché il plurale? non si era detto che nella traduzione quella maledetissimaessenonandavamessa?), rotolini alla cannella e rugelach al cioccolato (che voglio comunque fare), si trovano le pop pies che non conoscevo, cookies alle noci macadamia leggermente diversi da quelli che girano da anni, noodle kugel interessanti e barrette energetiche raw che potrebbero proprio tornare utili visto che voglio proprio avvicinarmi a questa cultura (sì mi mancava giusto il raw per conclamare la mia totale perdita neuronale). Il capitolo sul segreto del successo di un’autentica pasta per torte, che Bob-Marc sostiene essere il successo delle sue ricette, seppur striminzito e sinteticisssssimo mi è piaciuto assai. I consigli, diciamolo, sono sempre gli stessi ma in pochissime righe l’autore o chi per lui è riuscito a sintetizzare davvero la chiave che apre la porta per una Pie perfetta. Sto vaneggiando a riguardo giusto perché l’ho provata e il risultato è stato tra i più sorprendenti. Il prezzo è di 12.50 e per il contenuto delle ricette, foto, illustrazioni e carta è più che onesto. Non indimenticabile per chi è già foodie inside (ho detto foodie inside. Qualcuno mi colpisca con una mazza ferrata!) ma per chi si avvicina per la prima volta a un determinato tipo di prodotto ed è foodie wannabe (colpisci!colpisci!): peffetto! Con due effe e due t.

Bene. I Biscotti Gelato. Premesso che mi ha sempre turbato e non poco il Cucciolone, sia per le barzellette in sé che per il gusto, qui si è sempre tifato Ringo da quando è in commercio. Papà amava il Biscotto Gelato – Gelato Biscotto o come lo vogliamo chiamare (ma come si chiama?). Come me papà era ghiotto di dolci e li preferiva nettamente al salato e se c’era una cosa che non lo faceva letteralmente dormire la notte (come diceva lui) era proprio sapere che ci fosse in casa del gelato. Mi guardava serissimo e diceva “Ne è rimasto? Perché se ne è rimasto io stanotte lo so che vado nel freezer e lo mangio”. Non c’era dieta che teneva. Anche quando era sotto allenamento e seguiva una dieta controllata rinunciando a tutto, al gelato proprio no.

Il gelato è stata l’ultima cosa che mangiato. Una settimana prima è riuscito a mangiare, come per miracolo, una forchettata di spaghettini con pomodoro fresco (i suoi preferiti, anche se una bella Spaghettata con i Ricci o l’aragosta, che lui amava, non è stata possibile) e quattro giorni prima in uno sforzo disumano, mentre lo imploravo di provare a bere una goccia o mandare giù un cucchiaino di granita:

E’ riuscito a buttar giù una punta di un cucchiaino di gelato. Gelato di soia bianco. Per ironia della sorta. Un gelato (il mio) completamente vegano. Bianco. Papà chiamava i gusti per colore (non è che sono stramba per niente io eh). La granita alla mandorla la chiamava: granita bianca. Mi ha sempre fatto sorridere. Lo stesso sorriso di quando diceva “lapis” invece che matita.

Ho questo ricordo di papà che non resiste ai Ringo in frigo. Il Biscotto gelato era qualcosa di irresistibile. Avrebbe voluto pranzarci, cenarci, merendarci (?), colazionarci (?fermatemi?). Incosciamente credo che non smetterò mai più di cucinare correlando tutto a papà. L’ho sempre fatto per una mia terapia personale e mai con “velleità da food blogger”. C’è sempre stato un racconto, un ricordo ma più dolori. E se prima credevo di dovermi fermare per non farli straripare tra i fornelli e le righe, adesso credo che sia giusto andare avanti così. Senza darsi un tempo o una linea. Lasciandosi guidare da quell’istinto ereditato proprio da lui che mi ha portato sempre a strade giuste.

Senza bivi sbagliati. Con indicazioni precise.

Ho scelto il biscotto gelato dal libro di New York perché chi mi segue da un po’ sa che questa città era la meta che non siamo riusciti a raggiungere io e papà. Era la nostra maratona. Era il suo sogno infranto. Uno tra i suoi più grandi dolori. L’anno scorso l’ho guardato e gli ho detto:

“Quando guarisci andiamo a New York e facciamo la maratona pure con una bicicletta. Con un taxi. Con una moto. A piedi”.

E nei suoi occhi la risposta l’ho letta forte e chiara. E per rivederla ogni giorno mi guardo allo specchio fissandomi. E mi dico che alla fine.

Un gelato biscotto a New York imbottito di gelato bianco alla soia mentre guardo la Maratona ci sarà. Per Noi.

Curiosità

(sì. A inizio post ci sarà sempre la Ricetta. E dopo il delirio grammaticale, le foto e i vaneggiamenti neuronali e le curiosità. Perché pare che piacciano e io non sia mai esaustiva a riguardo)

With love, Homemade e Eat me sono state realizzate con formine biscotto-timbrino acquistate da Sass & Belle. Ha un sito online efficace, celere e bellodaimpazzire in perfetto stile Inglish (scritto proprio così).

I tovaglioli con ricamata Maghetta e il piatto sono regali preziosi che mi sono stati donati dai ragazzi che lavorano per Papà e purtroppoadessoperme il 12 Ottobre in occasione della mia prima (e pare unica) Presentazione del libro a Catania.

Il Gelato alla Soia “Bianco” di Valsoia è perfetto e ho adoperato quello. Mi piace il “bianco” che abbinano al Cioccolato e non quello (troppo vaniglioso) che abbinano alla Gianduja (macchisenefregadiraitu. Ma santocielo sono curiosità inutili!).

Sì mi piace molto adoperare i vetri delle marmellate finite come portafiori; in tavola quando se ne spargono due o tre di diverso modello a corredo di alcune con dentro piccole candele (anche galleggianti nell’acqua) pare una magia degna di Hogwarts.

Oh Hogwarts. Altra curiosità. Non è proprio un caso. Ma per questo ci vediamo domani.

Un bacio grande e grazie sempre.

A me le ultime fermatempo da instagram mancavano un bel po’, va.























 

  • Video (Stop Motion)

Miyazaki, Burton e Lynch e il rumore dei loro mondi


Sull’iperuranio ho tediato l’universo attraverso fermatempo del work in progress (qui, quo e pure qua) in un maniacale total white che aveva stupito pure la Simpaticissima Santa Ikea che per qualche oscura ragione mi segue su Twitter. Un colpo di egocentrismo e autoreferenzialismo mica da ridere. Tutto rigorosamente Maghetta Streghetta Style; esagerando quel cicinin ( si può dire cicinin? E soprattutto c’è una tabella di conversione esatta sul cicinin o devo provvedere come sempre io alle cose serie?).

L’iperuranio è attaccato all’ufficio di papà; esattamente un anno fa a luglio, mentre piangevo e deliravo per il libro (non mi piaceva il fumetto nero. Non mi stava bene la tonalità di rosso. Insomma la solita bambina viziata insopportabile mai contenta) e a papà era stato detto che la Radioterapia aveva fatto regredire il mostro (potere della scienza!), in preda agli entusiasmi più sfrenati abbiamo deciso di fare un vero e proprio laboratorio dove rifugiarmi quando non volevo stare in casa (leggi: “amore devi uscire perché stai troppo in casa”). Fa un po’ ridere la cosa visto che l’iperuranio è proprio sotto casa e proprio sopra l’Azienda ma oggettivamente: non è in casa. Papà voleva che avessi anche io un ufficio e io volevo e voglio sempre quello che desiderava papà. Doveva essere semplicemente una stanzetta dove disegnare e fotografare. Un bunker da artista fallita in cerca di ispirazione (che poi mai cercata. Vengo purtroppo colpita a ondate random ogni tre secondi). Si è aggiunta solo una cucina di sei metri, una dispensa chilometrica e solo il cielo sa cosa. Ah sì. Pure un angolo nero per il Nippotorinese che deve sempre rovinarmi tutto. Ricordo Luglio scorso come fossero le lancette di oggi a girare. Gli occhiali gialli di papà. Ale che monta decine di cassetti Expedit; che adesso si chiama Kallax perché è stato rinforzato e pare sia stato il mobile più venduto del 2013 (ci credo. Solo io ne ho presi 2334 pezzi). Seby che arriva con duecento brioche strapiene di gelato dagli orridi gusti: ferrero rocher e nutella. Santa Signora Pina che dipinge un mobiletto di nero. Mamma che guarda papà felice mentre caparbio monta la cucina. Come se non stesse tornando dalla Radioterapia. Come se non avesse una condanna a morte infilzata nel cuore come una spada di Damocle. Come se non avesse quei simpatici pallini disegnati sulla pancia dove le radiazioni lo colpivano. E io credevo che unendo i puntini si formasse la scritta:

guarigione.

E io stavo lì a sperare che ci fosse almeno un altro Luglio. Almeno il tempo per accompagnarmi all’altare. Avere un bambino. Crescerselo. Invecchiare. Cosa sto dicendo?

Luglio. Mai arrivato. Ti odio come Maggio. Come Giugno e come tutti i mesi che verranno senza il mio papà.

Il muro, poi, l’ho abbattuto io. Quello che divideva l’ufficio di Papà e l’iperuranio. A quattro giorni dalla sua morte. Ho preso il martello. Ho detto al Nippotorinese di filmarmi e con tacco 12 e vestitino elegante, come piacevo a papà, con tanto coraggio ho dato fortissimi colpi al muro. Fino a farlo cadere. Con i Pink Floyd nelle orecchie suonati da mio zio Gabriele. L’ho fatto dalla parte di papà. Per poi vedere la cucina dell’iperuranio. Passando dal buio alla luce del bianco. Pensando che la mia mano fosse la sua.

Adesso è tutto un grande mondo senza barriere. La poltrona di papà è lì con le ruote immobili e non gira più. La mia foto in bianco e nero sopra la sua testa diventa eredità di quello che ha sempre voluto lui al contrario di me. C’è la sua foto con la cravatta orrenda e un mazzo di fiori. Una vetrinetta dove ho chiuso il suo telefono satellitare. La croce della bara. Io odio dire bara. Il suo primo passaporto. Le chiavi del suo gommone. Gli oggetti che adoperava. Come un mausoleo. Come un museo di ricordi. Dove nessuno può accedere se non io. Mi siedo lì. Guardo le trenta telecamere del primo perimetro. Vedo omini girare. Apro i suoi cassetti con timore perché non sono cose mie. Mi accascio al suolo. Piango. Mi stringo. Poi sento la sua voce perché porto sempre con me dei video su Dropbox. E ci sono io al mare con lui. C’è lui che dice “Nanda ti amo” per il video dei sessanta anni. C’è lui che balla durante un trenino di Capodanno. C’è lui alle Maldive con gli squali. Il suo zainetto appeso con dentro il cappello per la barca. La sua piccola barca a vela di legno e il suo carretto siciliano. Le pastiglie Leone alla cannella che amava tantissimo e il Cioccolato Fondente che sgranocchiava.

C’è lui. Sempre lui. In ogni cosa, momento, stanza, luogo.

Sono lui.

Koi l’altro giorno è entrata. Nonostante abbia poco più di due mesi e sia in grado di mangiare anche i copertoni del furgone mentre corre come un furetto impazzito dopato con anfetamine, improvvisamente: seduta. In religioso silenzioso e con movenze delicate, al limite del felino, si è aggirata nell’ufficio di papà lasciandomi esterrefatta. Un momento mistico che ho interrotto lasciando spazio alla follia umana che qualche volta coglie noi stupidi terrestri (e se fosse quella la lucidità?): “Koi questo mio Papà. Turi”.

E lei, come se avesse capito, si è avvicinata e si è accasciata vicino ai miei piedini allungando le zampette come per accarezzarmi. “Ti sarebbe piaciuto il mio papà. E tu saresti piaciuta a lui. Corri e ami l’acqua”.

Bau.

E Koi non dice mai Bau. Non perché sia estranea alla comunità canina ma non dice mai Bau. Emette suoni tipo pianto isterico ma un Bau così deciso da cane grande: mai.

Koi va via aspettandomi fuori dalla porta. Lasciando una speranza a questa razionalità di non credere a nulla che mi porta a maledirmi ogni ora del giorno. Mi resta quel Bau. Quella zampetta. Quel rispetto.

E andando via mentre mi voltavo e guardavo la poltrona è stato come vederti, papà.

Lo studio in casa si trova nella mia ex camera da letto. Papà, non contento dell’ufficio con cucina, dispensa e studio e della dependance (con un’altra cucina. Siamo a quota tre, sì), mi aveva detto che bisognava avere uno studio quando si voleva stare in casa. Ne abbiamo parlato così tanto. Abbiamo cercato innumerevoli volte di autoconvincerci che tutte le scemenze che facevamo avessero un senso. Prendendo in giro il Nippotorinese che farfugliava “ma basta una stanza, non cento!”. Deridendolo quando diceva che “si ha bisogno solo di un ipod  – di un ipad – di uno strumento e non di mille!” perché abbiamo sempre creduto che fosse più comodo comprare dieci ipod e metterne: uno nella macchina, uno nell’ufficio, uno nello studio a casa, uno nella moto, uno nel camper. Così non devi mai ricordarti dov’è. Lo trovi e basta.

E adesso tutta questa divertente follia manca. Anche al nordico che prende stampanti pure da mettere nel parcheggio che non si sa mai uno voglia stampare mentre parcheggia. Manca tutto. Si è perso tutto. Manchi tu. E non basta che ci sia io.

Non basta che tutti mi dicano che sono io.

Che sono Turi. Che dico le stesse cose. Che faccio le stesse cose. Che mi muovo nello stesso modo. Che guardo, rido, e dico. Allo stesso modo. Manca tutto in questa eterna danza sfrenata di dolore lacerante che non abbandona mai. Il volume è sempre più alto. Il ritmo è sempre più serrato. Ho scelto di rinchiudermi nel mio nuovo Studio. Disegnando Miyazaki, Burton e Lynch. Perché di mondi ho bisogno e i miei sono dispersi su un asteroide che ritroverò quando qui ci sarà Ombrella con i suoi alieni. Con il suo cuore. Con i suoi semini di anguria.

“Mi piace quella ragazza bella vestita di nero che disegna sempre”.

Gli ricordava me. La sua piccola e tonda bambina vestita di nero che ha paura di uscire di casa ma vuole inventare e scoprire mondi. E manca pure a me. Perché ho sempre creduto che non mi fossi mai trovata. E invece.

Mi sono persa solo adesso.

Ho incorniciato mostri e speranze disegnando come non facevo da tempo. Da quella sera da soli quando con l’acquarello dipingevo sirene. E tu mi sorridevi e dicevi: bello. C’era il documentario sui pesci. Ma lo sai papà che ci sono i pesci palloncino?

Palloncino.

Ci sono mostri come Bob. Il nano dietro le mie spalle per stare sempre in guardia. Yubaba appena apri la porta. Jack sotto Sweeney. C’è anche Toxic Boy e la ragazza con tanti occhi. Victoria, Kim ed Edward impaurito. C’è pure Laura Palmer con il suo sorriso ebete vestita da Principessa del ballo che nasconde falsità. C’è la neve e la Sposa. I Kodama che mi fissano e le lucciole con la loro Tomba. Quella bimba affamata che so sfamerai tu e la tua generosità. Ti ho messo in alto a controllare tutto. Con un vaso dove mai mancherà un fiore bianco. C’è tanta acqua in questo bianco di nuvola. C’è tanto nero nel mio  cuore.

Che diventa rosso solo appena mi volto e vedo te. Che mi sorridi.

Io quasi quasi papà ne faccio un altro di studio. Per quando non voglio stare a casa. Per quando non voglio non stare a casa.

Lo faccio nel mio cuore. Ci costruisco un’altra cucina perché non bastano e.

Ricomincio. E lo faccio perché se ricomincio io.

Ricominci tu.  Senza finire mai.

Ieri – Via Instagram: 10 settimane senza te – I lost kilograms. I lost you. But I don’t lose myself and it is only thanks to you, Dad. Ho perso chili. Ho perso te. Ma non perdo me ed è solo merito tuo, papà.

La Brioche col Tuppo e un Bimbo che porge le manine


Ci sono ancora lavori in corso (qui sul sito eh. QUI SUL SITO! Che di casa neanche ne parlo più perché non voglio lasciare tracce quando ucciderò tutti. Dovranno mandare al telegiornale solo bei pezzi su di me. Devo crearmi già un profilo psicologico stabile di una brava ragazza che faceva brioche e sorrideva a tutti. Come vado?). Purtroppo ho davvero pochissimo tempo per essere un umano. Devo tenere ritmi da extraterrestre se voglio fingere di essere una donna felice che come passione e hobby disegna e lavora a progetti creativi. Ci sono tantissime novità per quanto riguarda il nuovo spazio. E’ in continuo divenire;  se finora ho fatto tutto da sola (e si vede) da settembre qui ci metteranno le manine persone esperte quindi: divertiamoci finché possiamo e facciamo sballare tutto il template, olè! Che poi già lo avete fatto ovunque dandomi consigli sul font, la grandezza dei caratteri titoli-post-colonne, ma qualora vi venisse in mente un disservizio, una miglioria, un consiglio: parlate vi prego! Mi fate solo un regalo. Le critiche innanzitutto. Ho pensato che sull’onda del cambiamento la Ricetta verrà enunciata come prima cosa. A seguire il delirio. Questo permetterà all’impavido utente che vuole realmente provare una delle mie ricette (per mie intendo: inventatedisanapianta o scopiazzatediquaedilaconqualchecambiamento) di non doversi completamente sorbire il mio delirio. Da oggi in avanti in pratica ingredienti-enunciazione ricetta-vaneggiamento. Only the brave!

Quindi perché non ho cominciato dicendo che bisogna lasciare intiepidire il latte ma con un delirio? Uhm. Vero! Mi distraggo facilmente come sempre. La prima volta non vale, suvvia. Però una cosa è certa. Chi non legge tutta la vergognosa allucinazione grammaticale non  verrà mai a conoscenza di cosa sia il Tuppo parappapero (cosa sto scrivendo?). Insomma. Via!

La Ricetta (leggi: la prima volta) della Brioche col Tuppo consigliatami dalla bellissima Rosy

Serve l’impastatrice altrimenti tanto coraggio e bicipiti. Potrebbe servire anche il Bimby ma poi chi non lo ha fa storie credendo che io faccia parte della setta degli invasati Vorwerk (e non è così). Sai che facciamo? Facciamo versione Impastatrice- Mano e Bimby. Voglio proprio esagerare. Per la Brioche col Tuppo questo e altro (no. E basta che tra un’ora devo trasformarmi nella figlia di Turi Guardo e quindi mantenere un minimo senso di decoro. Essere seria. E professionale. Questa tripla vita con dodici personalità mi distrugge).

500 grammi di farina Manitoba
75 grammi di zucchero semolato
75 grammi burro fuso
2 uova (gialle)
25 grammi lievito di birra
175 grammi latte intero
10 grammi sale fino
10 grammi miele d’acacia ma di zagara sarebbe meglio perché deve sapere d’agrume, santatrinacria!
la scorza grattugiata di un limone biologico con buccia non trattata

Riscalda in un pentolino il latte a fuoco dolcissimo e senza che raggiunga l’ebollizione togli dal fuoco. Metti il cubotto di lievito di birra e il miele. Gira per bene fin quando sia il miele che il lievito si sono completamente sciolti.

(se sei della Setta del Bimby) Versa nel boccale il latte, il lievito e il miele e fai andare a 37 gradi per un minuto a velocità 3.

Su un piano pulito fai una montagna di farina e ricava un incavo. Versaci dentro il latte con il lievito e il miele. Sbatti le uova in una ciotolina con la scorza di limone grattugiata e il sale e unisci questo composto al tuo impasto che devi lavorare pian piano aiutandoti con le mani infarinate perché risulterà piuttosto appiccicaticcio.

(se hai l’impastatrice la vita ti sorride) Versa gli ingredienti nel contenitore nel seguente modo: farina, uova precedentemente sbattute con scorza di limone e sale e poi il latte con il lievito e il miele. Lascia lavorare l’impastatrice per almeno venti minuti a velocità dolcissima e ridotta.

(se hai il Bimby) Dopo aver riscaldato il latte con il miele e il lievito aggiungi le uova precedentemente sbattute con la scorza e il sale e poi la farina e tutto il resto degli ingredienti. Lavora con modalità spiga per 15 minuti.

Per dovere di cronaca devo dire che ho provato con impastatrice e con Bimby (pressocché la stessa cosa, suvvia. Ma l’impasto ottenuto con la prima mi è piaciuto molto di più). A mano è pura utopia. Qualora dovessi provarla, impavida anima, fammelo sapere!

L’impasto è bello che appiccicaticcio e deve essere comunque raccolto con una spatola. La scelta della lievitazione è soggettiva, diciamo così. L’originale prevedeva una lievitazione di due ore in ciotola di vetro coperta da pellicola per poi sgonfiarlo con la spatola e lasciarlo riposare giusto un altro po’ prima della formazione delle brioche. Io ho deciso (sotto consiglio di un pasticciere su Youtube) di lasciarlo riposare per una notte intera in frigorifero, sempre in ciotola di vetro coperta. In pratica ho impastato al tramonto di sabato sera e all’alba di domenica mattina ho cominciato a formare le brioche e infornarle (ma scommetto che voi il sabato sera e la domenica mattina avete cose più interessanti da fare. Sono sempre una donna anziana, io).

Che si abbia l’impastatrice o il Bimby o un oggetto spaziale, a questo punto della storia siete solo voi contro la brioche col tuppo *musiche di un western a caso. Deserto. Cappello. Desolazione. Bar aperto alla vostra sinistra (o destra, vabbè).

Piano infarinato. Mani infarinate. Impasto appiccicoso ma governabile (o almeno spero). La proporzione brioche-tuppo non è soggettiva *colpo sulla scrivania e agitata di capelli. Possiamo stabilire un 80 grammi per la brioche e 15 grammi per il tuppo. Si può essere tolleranti se il tuppo arriva a 20 e quindi con una proporzione uno a quattro ma non di più non di meno, ok? (altrimenti sparo!)

Si sistemano le brioche su carta da forno. Con l’aiuto dell’indice si crea una sorta di fossetta dove adagiare il tuppo. C’è chi lo attacca spennellando leggermente l’incavo con latte (poco) e uova (una è più che sufficiente, meglio senza albume) e c’è chi sfida la sorte poggiandocelo con la filosofia “o la va o la spacca”. Ho scelto di spennellare, lo confesso, ed è andata benissimo anche se il tuppo si è leggermente amalgamato alla brioche in cottura ma santotuppo era la mia prima volta. Sono perdonata, nevvero?

Una volta adagiato il tuppo vai a 180 per 20-25 minuti. Non appena saranno leggermente scurite via dal forno e iiiiiiiiiiiiiiiiiimmmmediatamente inzuppate nella granita che le mani vi devono proprio scottare (ok dai, trenta secondi si possono aspettare). Anche per la cottura ho adoperato due metodi perché l’esaurimento ha sempre un suo meraviglioso perché.

La prima a 180 mentre la seconda (le foto della Brioche con la seconda infornata sono quelle bruciacchiate a fondo post) a 200 cottura pane per 15 minuti e poi 180 ventilato per altri 15. Se vi state chiedendo il perché la risposta è: il Nippotorinese ha voluto dare un suo contributo stabilendo secondo basi a me sconosciute che fosse meglio così. In realtà (COME SEMPRE) avevo ragione io e quindi consiglierei senza ombra di dubbio alcuno quella a 180.

Oh. Ce l’ho fatta. Sono stata sintetica? (ironia, sì)

(ora dopo tutto questo regge ancora la mia teoria che scrivendo prima la ricetta si evita il delirio? Non credo ma annuiamo e mentite)

Essendo catanese potrei/dovrei scrivere nel titolo “Le Brioche col Tuppo Catanesi”, ma volutamente imparziale e cauta ho omesso questa appartenenza, oggettivamente sacrosanta, al fine di non dover incorrere poi in spiacevoli incidenti diplomatici riguardanti le infinite e varie  maternità dolciarie che la Trinacria offre. Esistono difatti ormai le delizie appartenenti “alla regione” e altre strettamente correlate a una singola città. Le brioche, come la cassata e il cannolo, sembrano ormai appartenere per intero alla Magna Grecia; è pur vero però (ok la Catanese che è in me spinge prepotentemente le dita) che a Catania NON si può prendere la granita senza brioche. E’ proprio vietato dalla legge. I vegani? La ordinano e la portano a casa a un componente della famiglia, per dire, oppure la idolatrano in preghiera per alcune ore cedendola poi al primo passante ma:

NON VI E’ GRANITA SENZA BRIOCHE.

E solo un Catanese inside può arrabbiarsi. Se prima il Nippotorinese non capiva la profondità e l’essenza di questo inscindibile connubio andando contro corrente e dicendo “no per me niente brioche”, adesso dopo un decennio rimane letteralmente indignato se gli pongo il quesito “vuoi la brioche?”. La risposta è sempre la stessa “ovvio che voglio la brioche altrimenti non vorrei la granita”. Insomma contaminazione regionale uno a zero per Iaia. Già due anni fa mi ero leggermente stupita del fatto che pure a Torino, non soltanto in “granitari e gelatai” d’eccezione (il Siculo uno su tutti) avessero la Brioche (per dire pure Grom). Un’usanza, quella di metterci dentro il gelato (a Catania da sempre ma anche a Palermo e nell’entroterra per non parlare di Siracusa stessa) o pucciarla nella granita, ormai diffusissima in quello che i vecchi siculi continuano a chiamare “continente” (una a caso? la mia nonnina che pur essendo calabra e per logica proveniente dal continente fa ugualmente emergere la sua siculinità cinquantennale).

La brioche preconfezionata è come il Cannolo già riempito in vetrina. Non si può vedere, ma l’entusiasmo che ho potuto registrare, confesso, è stato a livelli altissimi. Chi non ha passato un’estate in Sicilia divertendosi tra tuffi, cannoli, fritture e brioche col tuppo inzuppate in chilate di granita? La verità è che avendo (fortunatamente) a che fare con moltttttttttttttttttttisssimi amici che siciliani non sono (registro per altro un elevatissimo tasso nordico) riesco a confrontarmi mooooooooooooltttttttttttttttisssimo in quel simpatico scontro, che tanto piace agli ignoranti, Nord VS Sud e viceversa. Rimane nel cuore, la mia terra. Ti fa proprio arrabbiare se ci vivi e lì giù di matto per chi non riesce a tenere i ritmi siculi che appartengono proprio al DNA. Ma se è per un breve periodo. Se non ci devi vivere ventiquattro ore su ventiquattro facendo a botte con alcuni sistemi ahimé radicati e mai risolti (come in tutte le regioni sì, ma innegabilmente più nelle isole. Posso permettermi di aggiungere pure la mia amata Sardegna?), il mio triangolo di magia in mezzo al Mediterraneo ti perfora proprio il cuore, le papille e le pupille.


Ti scoppia proprio dentro come la lava e ti annaffia di onde come l’isola di Capopassero.

La Brioche col tuppo è proprio un’istituzione. Sia su Facebook che su Twitter vi è stata proprio un’esplosione, manco fosse una mousse al Cioccolato (perché si sa che se “si vuole vincere facile” bisogna sempre e solo puntare al cioccolato. Un po’ la storia della Nutella, no?): desideratissima. Io e la Socia Torinese Piola senza saperlo all’improvviso ci fissiamo sul fatto di preparare la Brioche col tuppo. Lei procura una ricetta online e io tra le mie amicizie (questo inverno riprendiamo la Rubrica delle Socie, eh. Vi ricordate? Quanto erano i belli i tempi del polpettone vegetariano e delle caramelle Mou?). Il Nippotorinese sommerso dal lavoro riceve aggiornamenti sia dalla Socia che da me (in teoria mi dovrebbe vedere quelle due ore e mezza al giorno – esclusi i momenti in cui ci incrociamo per lavoro), pensando che siamo in combutta per questa ennesima prova culinaria; quando viene a scoprire (insieme a noi) che nessuna delle due ha parlato di brioche col tuppo vicendevolmente rimane esterrefatto. Le socie anche quando non comunicano verbalmente lo fanno attraverso canali culinari silenziosi e magici.


E sempre senza saperlo la moglie di Alessandro, la bellissima Rosy, si cimenta, precedendomi proprio di qualche giorno, per la prima volta nella realizzazione della Brioche. Insomma Sicule impazzite e Torinesi pure all’improvviso. Al Solstizio d’Estate come un richiamo. Coincidenze? No. E’ proprio il richiamo della Brioche col tuppo, c’è poco da fare. Si è aperta la stagione ufficiale. Mi sono ripromessa di farne una versione vegana ma ultimamente mi riprometto troppe cose che non riesco a portare a termine, quindi eviterei di illudermi ulteriormente. Impasto il sabato. Al tramonto sotto l’Etna rosa e un cielo bellissimo. Mamma legge di Valeria Marini che sta con un ex corteggiatore di Uomini e Donne, e sono cose. Il Nippo si aggira sul terrazzo in cerca di misure per la casetta di Koi (uhm sì lo so. Sto facendo un po’ la misteriosa a riguardo. In realtà è solo mancanza di tempo). Io impasto nella speranza di non fare una brutta figura colossale. Decido di far lievitare l’impasto tutta la notte nonostante la ricetta (passatami da Rosy. In questi giorni proverò quella di Piola e quella che ho estorto a un pasticciere perché sono una brava persona diplomatica appunto) non lo prevedesse. Solo che io faccio sempre un salto su Youtube prima di fare una ricetta, ultimamente. Trovo filmati di pasticcieri professionisti che spiegano durante interviste, pezzi di programmi televisivi e gente competente in mezzo a tutti i link dove escono scemunite incompetenti che fanno ricette a caso (e sto parlando chiaramente SOLO DI ME).

Ma cosa significa tuppo? No perché io me lo chiedo sempre se il significato reale del tuppetto sia conosciuto ai più (intendo forestieri, eh. Che il siculo vero lo sa *parte la colonna sonora del Padrino parte terza). Chignon. Il Tuppo è lo Chignon. Non è poetico, retrò e charmant? E non perché rimanda a qualcosa dal gusto francese considerando che si chiama pure Brioche. In realtà in sicilia non è Brioche ma:

BRIOSCIA. Che non siano noi a siculinizzare roba francese ma l’esatto contrario (tiè!). La Brioscia col tuppo è una Brioche con lo Chignon. La mia nonnina, Grazia, aveva dei capelli lunghissimi e portava sempre il tuppo. Non aveva la ciambella di H&M a due euro e due forcine ma tanta abilità. Veniva fuori un tuppo perfetto. Sferico. Perfetto. Senza un capello fuori posto. Il Tuppo non è altro che questo. La brioscia è elegante, composta e retrò. Ricorda che la granita, quella fatta di ghiaccio e limone fresco, si mangiava con il pane caldo.

Vorrei chiudere questo post raccontandovi una storia; nonostante lo abbia già fatto da qualche parte qui. Più e più volte, ma fa parte del mio cuore. Della mia anima e della mia essenza.

Papà, quando era piccolo (e povero), nelle occasioni proprio di festa aveva un soldino per prendersi la granita. Passava un signore con un carretto. Tanto ghiaccio e limone fresco spremuto. Non c’erano allora bicchieri di plastica, naturalmente. Le persone venivano giù per le strade con il proprio bicchiere e se lo facevano riempire di granita. Poi lo mangiavano per strada o a casa con il pane. Papà non aveva il bicchiere quel giorno ma il soldino sì.

Ha unito le mani e gli ha detto “La metta qui”. “Ma è fredda!”. “Me la metta qui”. E l’ha mangiata con la bocca, frettolosamente e con le manine ghiacciate. Papà ha sempre detto che non c’è stata miglior granita di quella. Che ne ricordava ancora il sapore, la sensazione e stranamente il calore. Mi rendo conto che la mia vita è destinata a un continuo ricordo, tormento e sorriso. Perché qualsiasi cosa mi ricorda lui. Qualsiasi cosa mi fa venire in mente cosa avrebbe detto. Come avrebbe fatto. Come reagirebbe. Come.

E poi questa immagine della Brioche con il tuppo. Di una base solida, coraggiosa e imponente che tiene su un piccolo e instabile tuppo; che altro non è che una piccola brioche uguale. Figlia. Sta su. Ancorata. Attaccata. Senza voglia di essere staccata. E pucciata nel freddo gelida senza.

La sua base.

E nonostante sia giusto anche tuffarsi coraggiosamente da soli passando da un caldo rassicurante a un freddo insopportabile. Nonostante sia lacerante, angosciante e ci sia il buio più inimmaginabilmente buio. Rimane un sorriso di te, amore mio.

Sempre e solo un sorriso e tanto orgoglio. Di essere il tuppo di un bimbo coraggioso che ricorda le privazioni come momenti più belli e non il lusso di bicchieri e cucchiaini. E stanotte che saranno sei settimane io sfornerò altri tuppi per te, papà. E granite al limone. Tante granite al limone.

(post scritto giovedì 26 Giugno 2014)

E dopo le Fermatempo? Le MuoviTempo










Koi


Non sono stata molto fortunata con gli animali.

Nonna aveva le galline, i conigli e un’anguilla nel pozzo capace di mantenere l’acqua pulita; che poi non capivo bene come potesse mai fare. Mi assillava l’immagine di questa anguilla che essendo ligia al dovere non poteva sporcare con i propri escrementi l’elemento principale della sua occupazione. Quindi soffriva contorcendosi alla ricerca di un bagno nel pozzo. Lo chiedevo pure “Ma allora dove la fa? Ha uno spazio apposito? Una stanza segreta? La trattiene fino a scoppiare?”. Nessuna risposta. Era sempre difficile rispondermi nonostante fornissi degli spunti interessanti. Nonna ogni tot di tempo comprava i pulcini. Erano tantissimi e in mano ne potevano stare almeno due. La mia, intendo, che di per sé era già piccolina allora contando che avevo quattro-cinque anni. Un plaid vecchio e un faretto con una lampadina da cinquanta watt a luce caldissima, che allora manco si sapeva cosa fosse la fredda, per riscaldarli. E tutti dentro un cartone semi rotto. Stavo lì fissandoli. Un po’ impaurita perché ho sempre temuto i pennuti, come le galline stesse. Penne e due zampette non hanno mai fatto al caso mio. Tolto il fatto che volessi disperatamente un pappagallo. Per questo i batuffoli di conigli, esattamente l’opposto della consistenza e della morfologia volatile, mi attraevano come banchi di zucchero filato. Nonna prendeva anche i coniglietti piccoli. Da sempre se ne occupava non per diletto o amore, ma proprio per “sopravvivenza”; del resto la mentalità di una donna nata quando ancora non erano neanche gli anni venti era perfettamente in linea con il suo operato. C’erano i miei cugini. Giocavamo (loro. Io guardavo) con i pulcini. Giocavamo (loro. Io guardavo) con i conigli.Ci sporgevamo (loro. Io stavo sempre in disparte e in misura di sicurezza) dal pozzo per vedere l’anguilla pulitrice. Essendo io la più piccolina, perché si tratta della Nonna di papà altrimenti sarebbe stato l’esatto contrario, venivo per certi versi tutelata dalla “fine” di queste creature. Sagacemente avevo capito che non dovevo fare troppe domande. L’anguilla mi aveva aiutato non poco. Immaginavo (mi illudevo) quindi che qualche pulcino fosse stato un regalo. Qualche coniglio adulto fosse scappato e roba così. Che rimanesse solo l’anguilla costipata pronta all’implosione o esplosione, insomma. Tanto mica l’avevo mai vista (né mai sarebbe accaduto).

Al contrario dei miei cugini mi era chiarissimo però che il brodo di gallina o la coscia del pollo fossero la stessa identica cosa che avevo visto durante le varie fasi dell’evoluzione pulcino-polletto-pollo. Facevo (e faccio, lo confesso) un po’ di confusione chiedendomi come un pulcino potesse diventare gallina e perché non si dovesse chiamare allora pulcina e fare una distinzione sessuale ma per il resto era davvero tutto lampante, lucido e ovvio. Per questo motivo ho sempre fatto un po’ di storie per mangiare il pollo. Il petto del pollo è stato da sempre un binomio di parole capace di gettarmi nello sconforto neuronale non per ore ma proprio per giorni. Ma su questo ho già ammorbato l’universo. Insomma.

Una volta arrivò un coniglietto bianco, soffice e teneramente aggressivo. Ma non con me. Occhi rossi. Neve. Me ne innamorai perdutamente. Era il mio coniglio e il pomeriggio subito dopo il collegio, quando mi riaccompagnavano con il pullman da nonna, mi fiondavo con cartella e tutto per vedere cosa facesse. Non c’era molto contatto; perché da brava “wannabe igienista” e degna figlia di mia mamma stavo un po’ attenta a tutto; pulizia in primis. Peli a seguire. Un’infanzia diciamo dove “buttarsi per terra e rotolarsi nel fango” è stata pura utopia; e neanche tanto perché a prescindere ho sempre amato rispettare le regole di mamma, per quanto bizzarre apparentemente adesso con un minimo di raziocinio in più possano sembrarmi (sì ho adoperato il termine raziocinio in riferimento a me senza bere un goccio di alcool. E’ pazzesco).

Neve diventò un bel piatto in agrodolce. La vidi appesa a testa in giù nel capannone dove nonno teneva gli attrezzi. Era vietato entrare lì ma quel pomeriggio la andai a cercare proprio lì. Perché in fondo sapevo cosa accadesse esattamente. Dopo Neve, passato un po’ di tempo, implorai letteralmente mamma. Un cane. Giammai fu la risposta e ripiegai su un canarino dal nome poco fantasioso: Titti. Ero davvero piccolissima. Avrò avuto sei-sette anni. Titti dopo pochissimo tempo finì stecchita a zampe all’aria dentro alla gabbietta tonda dorata con il foglio de La Sicilia. Secca proprio. Dritta come fosse imbalsamata. Dopo un coniglio ucciso e fatto in agrodolce e un canarino che tenevo da Nonna morto stecchito, cominciai a dubitare un po’ di tutti guardandomi intorno circospetta. Credevo insomma di essere finita in una famiglia di assassini con motosega che al confronto Faccia di Cuoio aveva un bel background. Passarono almeno cinque lunghissimi anni e mamma mi disse senza troppi giri di parole che non mi avrebbe mai più rivolto la parola, perché con l’appoggio di papà ottenni tra le mie manine: Gioffry.

Cucciolo meraviglioso di Pastore Tedesco. Lo andai a prendere con papà. Ricordo quel giorno meglio di ieri, appena trascorso. Papà era bellissimo (come sempre) e mi teneva abbracciata a sé nel suo Maserati color oro con gli interni in radica di noce, che manco in Miami Vice. Pantalone chiaro, occhiale scuro e via verso l’allevamento del suo amico. Un’eccitazione pazzesca. Eravamo sotto Natale, ricordo, e quindi nei dintorni del mio compleanno. L’amico di papà voleva darmi un cucciolotto che appariva più cicciotto e oggettivamente sano. A me piaceva quello isolato dal gruppo. Magretto e in disparte. Nettamente meno attraente ma riservato. Lo acciuffai e dissi: questo. La spiegazione fu che non volevo che stesse più solo. Interpretai quell’isolamento come mancanza di affetto degli altri nei suoi confronti. Una barbarie, insomma. Questa sensibilità infantile mi portò ad avere un cane killer in casa; rettifico Gioffry. Perdonami amico mio! Dopo aver tentato di uccidere mia cugina/amici/parenti e tutti i passanti e dopo aver fatto davvero di tutto per ridimensionare i danni, perché Gioffry all’età di un anno faceva preoccupare (e non poco) con il suo comportamento asociale e aggressivo, mi arresi all’evidenza che fosse davvero ingestibile. Nessuno poteva avvicinarsi a me. Nessuno poteva abbracciarmi o anche solo fare piccoli/micro movimenti pena pelo dritto e attacco diretto. Tra disperazione, pianti e urli (e un trasloco imminente e un periodo personale difficile per i miei genitori vista la salute dei miei nonni insommacosedifamiglia) fu affidato a un amico di mio papà. Una vita felice per il bellissimo Gioffry che comunque ha sempre un posto nel mio cuore, oltre al rimorso di non aver avuto l’età, il periodo e la possibilità per una rieducazione.

E poi lei. Hydra l’alano arlecchino intorno ai venti anni. Legata a una mia storia personale irracccccccontabile e difficile (DIFFICILISSIMA). Sta di fatto che Hydra come Titti un giorno me la ritrovo stecchita. Si trattava di una torsione intestinale all’età di un anno e pochi mesi. Che dire? Fortuna! Se trattasi di karma come minimo nella vita precedente dovevo essere l’Hannibal Lecter del regno animale per meritarmi roba talmente orrenda. Per anni (esattamente quindici? *lo dico fischiettando*) mi sono giurata che NESSUN ANIMALE avrebbe varcato la soglia di casa mia. Sia per la risaputa”fortuna” in fatto di animaletti che per la sofferenza indotta e causata dagli eventi. Il Nippotorinese da dieci anni circa bombarda quei tre neuroni che mi ritrovo nella mia inutile calotta cranica parlando di gattini, cagnolini, animaletti a caso. Sempre un no secco irremovibile è stata la risposta. Va detto (giusto l’ennesimo inciso che non importa a nessuno) che sono allergica al pelo del gatto e del cane e che le mani mi si lacerano gonfiandosi come zampogne la notte di Natale. Ma non importaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa. La (poca) umanità del Nippo e la voglia irrefrenabile di possedere un cucciolo (pure di pesce rosso, sì) mi ha tormentato a lungo. Poi succede quello che succede.

E lì le priorità cambiano. CI si lamenta meno per le stupide allergie. Si pensa a quanto sarebbe bello essere un po’ spensierati e avere un motivo per sorridere. Che ci sono delle passeggiate lì fuori. Che c’è un posto dove si corre insieme. E ti viene in mente sempre e solo l’immagine di un cucciolo. Di un piccolo Gioffry mai più aggressivo. Di una piccola Hydra mai più morta sotto una finestra rossa. Di Neve sotto i batuffoli dell’Etna a Dicembre e Titti che vola sui Crateri Silvestri mentre dal karaoke del bar souvenir vicino arriva l’ennesima canzone dei Ricchi e Poveri che tanto piace ai turisti tedeschi.

E si comincia a parlare di un Labrador. Perché un labrador? Papà portava Gioffry a correre sull’Etna. Era felicissimo (quando non sbranava i felici gitanti tedeschi e non tentava di spezzargli un arto perché doveva uccidere un passante, intendo). Hydra piuttosto che correre preferiva digiunare per anni. L’unico sport era girarsi sulla sua poltrona (non in casa eh. Mai avuto cani in casa perché quello per me, sono bigotta, rimane inammmmmmisssibile).

“Però amore il prossimo cane deve correre! Dovrebbe essere un cane che ama correre come noi due”.

Leggendo in giro scopro che il labrador è il cane da riporto per antonomasia e che nonostante sia il più ingordo e goloso ama correre. Vive per riportare e correre. In più essendo il “cane bagnino” per eccellenza, discendente dei Terranova e forse anche della lontra come leggenda popolare nel Mar Labrador vuole, vive per l’acqua. Uhm. Ci aggiungiamo che mamma in tutti questi anni ha sempre detto: “Il cane della carta igienica quanto è bello! Sarebbe un sogno”. Bingo. Sì, certo. Esistono i canili e le adozioni. Ma le prediche le accantonerei soprattutto perché fatte da persone che poi si siedono e mangiano cotolette. Esiste un rispetto e un amore diverso che ognuno manifesta a proprio modo. Il Labrador ha in sé coincidenze e storie. Che parlano di Turi e Nanda. Che sono collegate al Nippo e incredibilmente a me. Poi l’amore viscerale per un allevamento in quel di Grosseto e una simpatia travolgente per chi ama e seleziona a livello internazionale questa razza e bingo: arriva Koi. Non dopo pianti, isterismi e reticenze. Perché se dapprima sono riuscita a innescarmi un po’ di coraggio, poi arriva la paura folle di aver fatto la scelta sbagliata. L’idea di essere diventata un’igienista pazza (con questo ribadisco, giammai Koi entrerà in casa) non mi rende orgogliosa. L’idea che mamma (pur nonostante al momento viviamo in simbiosi e dormiamo insieme; da lei o da me poco importa) sia sola anche due ore di sera. L’idea di non rendere felice il Nippo.

Insomma. L’idea di star sbagliando tutto precludendomi amore.

Le carpe vivono nelle fontane e nei laghetti dei giardini. Pesce ornamentale simbolo della cultura giapponese, diventa poi simbolo iconografico del tatuaggio nipponico per eccellenza, insieme alla geisha e ai fiori di loto. Era il tatuaggio che io e papà avremmo dovuto fare insieme. Due carpe. Una io. Una lui. Avvicinandole avrebbero formato un continuo. Una carpa che va giù e una che va su. Come fosse un sessantanove, che è poi l’ultimo numero di candeline che papà ha spento sulla sua torta. Un divenire continuo. Un’onda perpetua. Un infinito eterno. Porta con sé il significato del coraggio e della perseveranza. Della grandezza dei samurai. Del lottatore. Della vittoria e della fatica per ottenerla. E’ simbolo di immortalità perché molte leggende vogliono la carpa Koi fosse lo stato embrionale del drago e che una volta risalita la cascata avrebbe attraversato la Porta del Drago trasformandosi così in Dragone: emblema dell’immortalità e della forza suprema. Una connotazione mistica che porta immortalità in un luogo dove la morte non ha intaccato né i rapporti, né l’amore, né l’infinito.

E’ per questo che ho scelto Koi. Scoprendo poi senza saperlo che il termine di Koi corrisponde a quello di Amore. Se credessi ai segni questo ne sarebbe un fulgido esempio.

Papà, ho preso un cane che corre tanto. Che ama l’acqua e andrà sul tuo gommone. Che ci strapperà qualche sorriso. E che porta in sé tutto quello che sai.

Di noi.

Arriva il 3 Luglio Koi; per un altro “gioco del destino”. Proprio il giorno del compleanno del Nippotorinese. E forse un po’ in casa la faccio entrare, dai.

(Ah. Koi è quella a sinistra. E’ la più addormentata, pigra e cicciotta)

 ( e poi diciamocelo : Voglio gridare SCOIATTTTOLOOOOOOOOO. PUNTAAAAAAAA * cit. Up)

Risotto con Fragole, Asparagi e Martini


Ho avuto il coraggio pure di fare una versione sintetica ed “esaustiva”; chiaramente non ci sono riuscita.

Dico che sul Blog scriverò tutte le dosi, i passaggi e sarò più precisa giusto? Ecco. Non è vero proprio come la versione sintetica. Lo farò nel pomeriggio, però. Semmai dovessi uscire viva da questa mattina in ufficio, intendo. Perché non posso postare più giornalmente alle ore 12.12 e si evince ma. Posso fare metà post alle 12.12 e poi completarlo magari alle 21.21 no? Che ve ne pare? (mi raccomando mentire sempre ed annuire)

Mai arrendersi.

Post in progress*** (chissà che  non lanci una moda)