
“magguardatechesèinventata quellamatta!” – “magguardatechecreativa!” – “mattttugguarda!pazzesco!il cous cous” e vabbè.
Per dire che non è eccellere in creatività ma la “capacità di acchiappare roba dal frigo e mischiarla”. Questo è davvero il mio segreto *disse indossando gli occhiali da sole, avvicinandosi allo schermo con fare da geimsbond e soffiandosi sulle unghie come fosse una pistola (devo smetterla di ripercorrere il cinema anni settanta tra gangster e sparatorie suppongo).
Insomma per dire (che è ormai un marchio di fabbrica come Che siccome ad inizio frase. Avevo scritto fabbro di macchina. Che la dislessia si stia facendo prepotentemente avanti?) che avevo del cous cous avanzato da prove e riprove che sto facendo per alcune foto. E che non avevo voglia di buttarlo ma il Nippotorinese ne aveva già tre bancali da ingurgitare nonostante avessi smistato a mammapapàetuttiquellichemicapitanoacaso. E allora mi sono detta fissando la pasta brisèe che ci tengo a precisare è rigorosamente COMPRATA (bei tempi quando la facevo io eh? che poi ci si impiega meno tempo a farla con il bimby che a srotolarla dalla confezione ma nunciavevovoglia stavolta) che:
torta salata con cous cous!
Di quelle ricette che sanno di avanzo, gioco, ricerca, invenzione. Di quelle che dici “ma come l’hai fatta?” e la risposta è professionale:
E allora zittazitta quattaquatta ho raccolto il cous cous in una ciotolina e senza pensarci ho proceduto “a occhio” con l’infallibile tecnica della casalinga disperata “butta dentro, non pensarci e che ilcielocelamandibuona”. Ne ho provato una piccolissima dose giusto per capire il funzionamento. Il burro, il latte, lo zucchero e le uova sono alla base della preparazione del pancake. Eliminato lo zucchero naturalmente ho aggiunto al cous cous un pochino di latte intero freddo di frigo. Poi un uovo (non ho pesato furbamente il cous cous ma era una ciotolina non troppo grande. Per intenderci all’incirca tipo quelle in cui viene servita la zuppa di miso. Ditemi che sono stata precisa o piango adesso subito), un po’ di sale e giusto pochissimo burro ma davvero poco. Perché in un primo momento volevo aggiungere l’olio extra vergine d’oliva ma poi l’ho scordato.
E poi sempre in una noce piccola di burro fatta riscaldare in una padella antiaderente ho messo lì questa polpettina spiaccicata a mo’ di pancake. L’impasto era molto corposo naturalmente per la presenza del cous cous e non liquido ma compatto come dovrebbe essere il cupcake. Insomma alla fine non era chissà quale invenzione o preparazione. Chi non ha sbattuto sulla padella una frittatadipasta, frittatadirisodiavanzo, frittatadivicinodicasachehaparcheggiatoneltuoposto e cosi’ via?!

Si è parlato fino allo sfinimento del seitan qui e del mio amore incondizionato e viscerale. Si è pure promesso di fare il seitan tutti insieme questo autunno seguendo scrupolosamente la ricetta di Salvini ( che amo) nella sua Cucina Vegana. Se vi è un ingrediente qui, oltre alle fave e ai broccoli, che si venera come una divinità è proprio lui. Re indiscusso della mia cucina, al quale ho giurato amore eterno e che bramo come fosse una bisteccona o qualsiasi robaccia dei comuni mortali (ah no. Sono un tipo controllato e non discrimino. Santo cielo è sempre difficile ricordarmelo)*ghigno malvagio al grido di evvivaglianimalettinonucciderli!

Un letto di songino con listarelle di pesce spada affumicato e tanto ma proprio tanto ribes. Pepe rosa e sale rosa ma anche pepe nero e sale normale, per carità. Io devo solo smaltire sempre l’ingente quantità di sale e pepe acquistata da Eataly a Torino. La qualità del pesce spada affumicato farà la differenza perché sì santa pazienza quelli a volte del supermercato non sono pesci ma pezzi di plastica mischiati a qualcosa che vagamente dovrebbe somigliar loro. Si vede proprio dalla consistenza e al tatto. Quando sono troppo dure-secche-santocielo no. Scartavetriamoci le serrande prima di ridipingerle dopo essere state rovinate dal sole.
Un’insalatina di ridicola presentazione ma sfiziosa per il contrasto del ribes con la dolcezza del songino e il carattere dell’affumicatura del pesce. Uno di quei pranzetti velocissimi dove il Nippotorinese si concede pure una cremina dolce a fine pasto e che non appesantisce le ore pomeridiane lavorative.




Ho conosciuto il buon caro vecchio e dolce e biondo e vabbè ricominciamo. Ho conosciuto il buon caro vecchio no, non va bene. Ho conosciuto Gordon Ramsay (evviva la semplicità!) guardando estasiata Hell’s Kitchen, programma Sky tra il reality ammmerrigano e lo show culinario che dopo ben sei anni l’Italia conosce grazie a Master Chef. Ero allegra, pimpante e ingurgitavo quintali di schifezze. Mi vedo lì. Seduta sulla poltrona mentre inzuppo pop corn nel gelato (ah. Se c’è uno tra di voi che non ha inzuppato pop corn nel gelato me lo dica che si becca un ceffone a pieno volto, grazie) e guardo estasiata questo bruto mentre urla, sbraita, gioca a shanghai con i femori di wanna be chef focalizzando il tutto e riassumendo in :
Il Punto infatti (colpo di scena) non esiste. Era giusto per collocare, senza alcun bisogno di farlo tra l’altro, in uno spazio temporale il cosa, il quando e il perché del mio legame con Gordon, bellodecasa.







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