La Torta di Sfoglia con Spinaci, Mandorle Tostate e Tomino Piemontese


La mia personale esperienza con il tomino risale alla vita precedente quando ero vegetariana e mi capitava, seppur di rado, di mangiare formaggi e quindi derivati animali. Al contrario di mamma non sono mai stata una grande fautrice di quello che pare essere il sogno perverso di molti dediti al salato (al contrario di me). L’Ingegner Suocero durante uno dei nostri primi incontri in casa sabauda, insieme alla premurosa Dottoressa Suocera e all’ormai straconosciutissima e amata Socia Piola, mi fece trovare una tavola imbandita di ogni leccornia formaggesca. Dall’odore, aspetto e chiamiamolo “sesto senso latticioso ne provai solo due e fu, confesso, simpatia. Per uno potrei quasi scomodare la parola: innamoramento. Come quei colpi di fulmine improvvisi. Il tomino sì, condito come non lo avevo mai visto, mi aveva fatto ricredere su questa categoria alimentare da me sempre fortemente snobbata ma fu la Val Belbo a farmi capitolare. Cielo, che bontà! Come più volte mi sono interrogata su quale alimento “animale” rimangerei sotto tortura (anche io ho del gran bel tempo da perdere a volte) rispondendomi:

  • Carne: neanche se mi ammazzano i nani da giardino
  • Pesce: baccalà
  • Sul formaggio, mio acerrimo nemico da sempre, non avrei alcun dubbio e la risposta sarebbe sempre e solo: Val Belbo.

Uhm. Poi certo mi viene in mente la Ricotta Salata. Che io sono sicula e se me la ritrovavo nella Norma di certo non mi arrabbiavo (sì perché se trovavo parmigiano anche dentro le cose io mi arrabbiavo, ok? Non ho mai detto di essere simpatica e accomodante. MAI! E’ una leggenda metropolitana che ha radici inspiegabili).

E ora. DRAMMAH (con la acca come direbbe Bestiabionda che pare essere tornata all’età adolescenziale. Bicicletta e gergo giovane. Siamo un po’ tutti preoccupati per lei. Manca mojito sul marciapiede e tavernello con le pesche. Ma credo faccia pure questo).

Ricotta Salata VS Val Belbo.

Ho il mio gran bel da fare. Potrò crogiolarmi durante il week end con questo interessantissimo interrogativo; nonostante io non abbia neanche capito bene il perché visto che devo parlare di Tomino. C’è un medico in sala?

Insomma oltre Val Belbo e Ricotta Salata, a me il Tomino fa simpatia. Mica sono prolissa, io. E allora insomma il Tomino qui in Trinacria è come un cerchio di grano, una gita nell’Area 51 e come un bunker antiatomico degli “apocalittici”. Questo sconosciuto insomma. Conquistato il territorio siculo è sempre una gran festa quando arriva in gita dentro la borsa frigo di Dottoressa Suocera e Socia Piola. Il Nippo attende trepidante la scorta formaggiosa (si nutrirebbe solo di questo d’altronde) e Mamma sbava copiosamente perché se prima li definiva “formaggi puzzosi” adesso si fa trovare in aeroporto con una ciambellotta di pane caldo da un chilo dove infilare pezzi a caso. Altro che degustazione di pezzetti mignon con miele e confetture. Acchiappa un tomino da duecento grammi e infilatelo nel panino!

Rivisitazioni regionali, per dire. Nel frattempo continuo a chiedermi perché parlo di Tomino, aeroporti e apocalissi imminenti quando ho l’Architetto che mi aspetta, una casa distrutta e un cane in arrivo. Vi ho mica parlato del cane in arrivo? Mi sa di no. E forse è anche meglio.

Avendo una cucina a metà (sì eh. Non me l’hanno ancora consegnata. Ridiamo insieme? Sono ormai lo zimbello di tutta la provincia di Catania. Ma pure della nazione, su) è capitato molto spesso che io non potessi cimentarmi in chissà quali preparazioni. Inutile poi calcare ulteriormente la mano sul periodo personale che ho attraversato ,dove l’ultimo dei nostri pensieri francamente era cosa si sarebbe mangiato a pranzo o cena e insomma va da sé che non ci siano stati chissà quali pasti. Una però delle preparazioni più veloci e preferite del Nippotorinese rimane senza ombra di dubbio alcuno la torta salata. L’importante è che ci siano verdure. Una delle sue preferite è quella agli spinaci e se prima non l’arricchivo per niente adesso qualche nota croccante e qualche gusto forte cerco di darglielo sempre. Le uova sono state prese da una piccola e adorabile fattoria qui vicino (somma sorpresa) dove le galline scorrazzano felici e credo pure abbiano il sabato libero per farsi la messa in piega. La preparazione non è niente di trascendentale e non occorrono dosi particolari o chissà che. E’ di quelle ricette Express velocissime riscaldabili che possono essere preparate per tempo, anche il giorno prima, e che si conservano in frigo per poi essere riscaldate anche nel microonde (non l’ho detto io).

Insomma una Ricetta acchiappaquattroingredientisbattiliinunaciotolaeinfilalanelfornoCIAO. Una Ricetta amica (sì ho finito).

La Ricetta?

Chi ha il coraggio di fare la sfoglia, per quanto non possa valere niente me ne rendo conto, ha tutta la mia stima. Chi va controcorrente (mamancotanto) e si accinge verso il banco frigo e si crogiola solo nell’interrogativo “rotonda o rettangolare?” sappia che ha la mia stima, la mia pacca sulla spalla e pure uno sguardo comprensivo ai limiti del commosso.

Gli spinaci però ecco: surgelati no. QUELLO NO. Niente pacca ma uno spintone (vabbé dipende dal periodo, dai) e pure sguardo accusatorio antipatico (perché non riesco a scrivere semplicemente UNA STRAMALEDETTA RICETTA IN MODO NORMALE E PROFESSIONALE?).

In un recipiente (che fa figo chiamare Bowl e mi sa che da domani faccio così) raccogli gli spinaci lessi. Aggiungi le uova precedentemente sbattute e leggermente salate. Il formaggio che preferisci: robiola, parmigiano reggiano grattugiato, formaggio spalmabile morbido, qualsiasi cosa (in questo caso Tomino Piemontese fresco fresco, sì). E qualche spezia se vuoi. Lo zenzero ti sorprenderà dando una freschezza gustosa che per l’estate imminente è un bene tanto quanto la scorza di limone, mentre nelle stagioni più fredde anche curcuma o curry (mi sanno di autunno uff, che posso farci?).

In una padella fai tostare le mandorle spellate (sgusciate non lo scrivo perché mi fa sempre ridere) e aggiungile all’impasto che verrà accolto dalla sfoglia. Spennella con un uovo sbattuto tutta la superficie della sfoglia e infila in forno a 180 per 30-40 minuti finché dorato.

Torta salata di pasta brisèe con cous cous e asparagi


“magguardatechesèinventata quellamatta!” – “magguardatechecreativa!” – “mattttugguarda!pazzesco!il cous cous” e vabbè.

Per dire che non è eccellere in creatività ma la “capacità di acchiappare roba dal frigo e mischiarla”. Questo è davvero il mio segreto *disse indossando gli occhiali da sole, avvicinandosi allo schermo con fare da geimsbond e soffiandosi sulle unghie come fosse una pistola (devo smetterla di ripercorrere il cinema anni settanta tra gangster e sparatorie suppongo).

Insomma per dire (che è ormai un marchio di fabbrica come Che siccome ad inizio frase. Avevo scritto fabbro di macchina. Che la dislessia si stia facendo prepotentemente avanti?) che avevo del cous cous avanzato da prove e riprove che sto facendo per alcune foto. E che non avevo voglia di buttarlo ma il Nippotorinese ne aveva già tre bancali da ingurgitare nonostante avessi smistato a mammapapàetuttiquellichemicapitanoacaso. E allora mi sono detta fissando la pasta brisèe che ci tengo a precisare è rigorosamente COMPRATA (bei tempi quando la facevo io eh? che poi ci si impiega meno tempo a farla con il bimby che a srotolarla dalla confezione ma nunciavevovoglia stavolta) che:

torta salata con cous cous!

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Esperimenti di Pancake con il Cous Cous


Di quelle ricette che sanno di avanzo, gioco, ricerca, invenzione. Di quelle che dici “ma come l’hai fatta?” e la risposta è professionale:

“Boooohhh”.

Il fatto è che ho messo da parte un po’ di cous cous perché dovevo preparare tutt’altro e mi sono ritrovata a immaginarlo in maniera diversa da come poteva essere il classico cous cous proposto in diversi modi anche qui (anzi ne parlavo giusto qualche giorno fa nel pomodoro imbottito di cous cous, giusto?).

E allora mi sono detta, non facendo neanche chissà quale scoperta, che in fondo il cous cous è un po’ come il riso e la soia che fanno da base a tutta una linea di creazione infinita (come il mais a dirla tutta) e che poteva a diritto entrare in quella categoria di: inizio.

Un po’ come il big bang quando tutto si genera e nasce. Con la soia ci puoi fare gli spaghetti e pure la pizza. Con il riso ci puoi fare il latte e pure il gelato. Con il mais ci puoi fare i maccheroni e pure la farina per il pane e insomma con il cous cous ci potrò pure fare un pancake no?

E perché non un pancake salato?

E allora zittazitta quattaquatta ho raccolto il cous cous in una ciotolina e senza pensarci ho proceduto “a occhio” con l’infallibile tecnica della casalinga disperata “butta dentro, non pensarci e che ilcielocelamandibuona”. Ne ho provato una piccolissima dose giusto per capire il funzionamento. Il burro, il latte, lo zucchero e le uova sono alla base della preparazione del pancake. Eliminato lo zucchero naturalmente ho aggiunto al cous cous un pochino di latte intero freddo di frigo. Poi un uovo (non ho pesato furbamente il cous cous ma era una ciotolina non troppo grande. Per intenderci all’incirca tipo quelle in cui viene servita la zuppa di miso. Ditemi che sono stata precisa o piango adesso subito), un po’ di sale e giusto pochissimo burro ma davvero poco. Perché in un primo momento volevo aggiungere l’olio extra vergine d’oliva ma poi l’ho scordato.
E poi sempre in una noce piccola di burro fatta riscaldare in una padella antiaderente ho messo lì questa polpettina spiaccicata a mo’ di pancake. L’impasto era molto corposo naturalmente per la presenza del cous cous e non liquido ma compatto come dovrebbe essere il cupcake. Insomma alla fine non era chissà quale invenzione o preparazione. Chi non ha sbattuto sulla padella una frittatadipasta, frittatadirisodiavanzo, frittatadivicinodicasachehaparcheggiatoneltuoposto e cosi’ via?!

Poi per far finta che fosse una cosa da gran gourmet ho arrotolato l’unica fetta di bresaola quasi secca che stava nel frigo. Visivamente sembra tutto un idillio ma al momento qui è disperazione assoluta.

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Le polpettine di seitan e verdure


Si è parlato fino allo sfinimento del seitan qui e del mio amore incondizionato e viscerale. Si è pure promesso di fare il seitan tutti insieme questo autunno seguendo scrupolosamente la ricetta di Salvini ( che amo) nella sua Cucina Vegana. Se vi è un ingrediente qui, oltre alle fave e ai broccoli, che si venera come una divinità è proprio lui. Re indiscusso della mia cucina, al quale ho giurato amore eterno e che bramo come fosse una bisteccona o qualsiasi robaccia dei comuni mortali (ah no. Sono un tipo controllato e non discrimino. Santo cielo è sempre difficile ricordarmelo)*ghigno malvagio al grido di evvivaglianimalettinonucciderli!

Insomma per dire che queste polpettine sono di facilissima realizzazione e vi assicuro ( per quanto ci si possa fidare di me) che non piaceranno soltanto a chi è vegetariano o vegano. E’ un ottimo modo per propinare il seitan ai bambini ad esempio. Non si renderanno neanche conto di cosa si tratti esattamente. Sapranno soltanto che sono buone. Ma non soltanto buone e basta. Buone da impazzire ( è per questo che sono ridotta così?)

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Un’insalata di Pesce Spada e Ribes


Un letto di songino con listarelle di pesce spada affumicato e tanto ma proprio tanto ribes. Pepe rosa e sale rosa ma anche pepe nero e sale normale, per carità. Io devo solo smaltire sempre l’ingente quantità di sale e pepe acquistata da Eataly a Torino. La qualità del pesce spada affumicato farà la differenza perché sì santa pazienza quelli a volte del supermercato non sono pesci ma pezzi di plastica mischiati a qualcosa che vagamente dovrebbe somigliar loro. Si vede proprio dalla consistenza e al tatto. Quando sono troppo dure-secche-santocielo no. Scartavetriamoci le serrande prima di ridipingerle dopo essere state rovinate dal sole.

Nel caso, al contrario, in cui fossero di buona marca il risultato sarà sorprendente. Anche lasciarne marinare un po’ i pezzotti in un succo di lime e limone insieme non potrà che essere un vantaggio per ammorbidire ed aromatizzare il tutto.

Un’insalatina di ridicola presentazione ma sfiziosa per il contrasto del ribes con la dolcezza del songino e il carattere dell’affumicatura del pesce. Uno di quei pranzetti velocissimi dove il Nippotorinese si concede pure una cremina dolce a fine pasto e che non appesantisce le ore pomeridiane lavorative.

La scorza di lime grattugiata sopra rimane sempre un’idea vincente.

Cliccando qui un’altra versione di questa Insalatina al Pesce Spada ma con mais, pachino e olio aromatizzato agli agrumi . Due idee che si possono prendere sicuramente in considerazione per un antipasto gustoso, leggero e sfizioso per il pranzo o cena di Ferragosto, no?

( e se no: mentite santo cielo)

Si saldi chi può con una tartare al salmone, pompelmo e zucchine


Quando ieri mi sono ritrovata davanti a una borsa verde e una gialla incerta su quale scegliere ho capito l’esatto stato di esaurimento in cui sto sguazzando allegramente. Per una che ha paura del verde e prova ribrezzo del giallo da che ne ha memoria, non è un momento che va sottovalutato e non opportunamente psicanalizzato. La gentile commessa, che per sua fortuna non sapeva di trovarsi davanti una psicolabile con gravi disturbi correlati alle nuance di colori, sosteneva “beh il verde è sempre una certezza perché non c’è colore più bello” e “il giallo, anche se fluo è un tocco di colore”.

“Tocco di colore” era volutamente un appunto perché si ritrovava davanti una pallida e vestita totalmente di nero e pizzo. Una che se avesse avuto trenta anni in meno, un altro corpo, un’altra faccia, evvabbèunaltrotutto poteva essere inserita nella fotografia dello spot old style Dolce & Gabbana con tanto di Miss Sicily. La vecchia con il velo seduta davanti alla porta però posso ancora farla. Chiamatemi.

Perché lei proprio non ha resistito e me l’ha proprio chiesto “ma si veste sempre di nero, vero?”.

“Non ricordo mai i clienti occasionali”, perché eravamo in quel di Ortigia e in un negozio in cui raramente vado se non nella sede di Catania, “ricordo i russi, i giapponesi e lei”.

Ero già in confusione perché mi piaceva una borsa VERDE, no dico verde e una GIALLA, no dico gialla quando questo colpo di grazia arriva. E mentre mi confondo tra russi, giapponesi, giallo e verde c’è un momento epifanico (termine coniato numero 294234024903) che mi paralizza:

ma sarà che sono davvero strana?

Nel senso, sì. Non ho un’età tale da ribellarmi al sistema e apparire volutamente diversa e a dirla tutta neanche mai ho pensato di farlo. Non mi interessa discostarmi dalla comunità al fine di apparire distante ma allegramente ignoro e no. L’erba del vicino non è più bella perché non mi sono neanche mai affacciata al giardinetto. Ho già tanti nani da giardino a cui badare.

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E lo dice Ramsay e lo dice Cleopatra che l’anguria va nell’insalata (rima di un certo livello)


Ho conosciuto il buon caro vecchio e dolce e biondo e vabbè ricominciamo. Ho conosciuto il buon caro vecchio no, non va bene. Ho conosciuto Gordon Ramsay (evviva la semplicità!) guardando estasiata Hell’s Kitchen, programma Sky tra il reality ammmerrigano e lo show culinario che dopo ben sei anni l’Italia conosce grazie a Master Chef. Ero allegra, pimpante e ingurgitavo quintali di schifezze. Mi vedo lì. Seduta sulla poltrona mentre inzuppo pop corn nel gelato (ah. Se c’è uno tra di voi che non ha inzuppato pop corn nel gelato me lo dica che si becca un ceffone a pieno volto, grazie) e guardo estasiata questo bruto mentre urla, sbraita, gioca a shanghai con i femori di wanna be chef focalizzando il tutto e riassumendo in :

“perché lui e Cassano non fanno qualcosa per quell’acne?”.

Sono sempre la solita donnetta pronta a crogiolarmi in interrogativi importanti, insomma. Ho acquistato il gioco di Hell’s Kitchen su qualsiasi piattaforma avessi a disposizione. A partire dalla Nintendo Ds, allora strumento tecnologico all’avanguardia, sino ad arrivare alla wii, alla app e non lo so. Se c’è un gioco da tavolo qualcuno me lo dica perché potrei ampliare questa meravigliosa collezione. Non ho mai adoperato una che sia una di queste applicazioni visive perché trattasi di giochino assai stupido e insulso (e allora perché non ci ho passato le notti santo cielo? devo riflettere) ma non è neanche questo il punto.

Il Punto infatti (colpo di scena) non esiste. Era giusto per collocare, senza alcun bisogno di farlo tra l’altro, in uno spazio temporale il cosa, il quando e il perché del mio legame con Gordon, bellodecasa. La mia Cri ne è perdutamente innamorata e per ironia della sorte credo sia davvero l’unica con il potere sovraumano di potergli donare ( Gordom vai dai lei !) una pelle vellutata come una pesca e morbida come un avocado maturo sotto il sole. Per questo motivo la mia già conclamata simpatia nei confronti di Gordon è stata riconfermata.

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Frittura estiva di calamari con pompelmo e lime eseguiti da una che che non mangia pesce, odia l’estate e pure le fritture (coerenza, insomma)


Quando arriva l’estate una rabbia improvvisa si impossessa di me e cosa da non sottovalutare non riesco a celarla. Mi tornano in mente infatti tutti i volti delle persone che con sguardo ebete e sognante mi fissano e dicono le fatidiche parole “non vedo l’ora che arrivi l’estate”.

Se avessi il tempo stamperei su carta questi facciotti e tirerei loro frecce avvelenate di wasabi pungente scadutocheèancorapiùpungente. Se avessi ancora più tempo stamperei questi facciotti su tessuto che poi trasformerei in pungiball e scaricherei i nervi picchiando duro. Ma proprio duro. Ma duro duro eh.

Sì può darsi pure che vivendo nella terra del Sole, Mare, Granite e Cannoli io non mi renda ben conto di cosa significhi rigido inverno con la neve considerato che qui per temperature bassissime si intendono gli otto-dieci gradi, ergo io non apprezzi la beltà della bella stagione.

A dieci gradi sì, quando io ho tre piumini, quattro cappelli, due sciarpe e una stufa elettrica portatile in borsa e il Nippotorinese con il maglioncino di cotone suda e urla “voglio l’inverno!”.

Caldo secco, umido, ventilato poco importa. IO ODIO L’ESTATE. ODIO IL SOLE. ODIO IL CALDO. Prima lo pativo per evidenti problemi fisici legati al peso; adesso continuo a non tollerarlo e uno dei motivi principali è perché alla prima goccia di sudore i ricordi di quanto stavo male mi assalgono. La pressione bassa e il ferro inesistente fanno il resto. Ho chiare difficoltà poi a muovermi perché nonostante cappelli, precauzioni, Polase in vena, bombolette d’acqua ghiacciata da spruzzarsi in faccia e ombrellini per proteggermi dal sole non riesco in alcun modo a non subire l’effetto che mi provoca: emicrania feroce.

Il sole è capace di annichilirmi, abbattermi, intristirmi, stressarmi e innervosirmi.

Se ci sono le strepitose cure del sole per me andrebbero bene quelle ancora non sperimentate della Luna. Da sempre è così. La notte sono sveglia, attenta, produttiva e felice. Lo dimostra il fatto che tutto il mio iperuranio di idee avviene la notte. Il giorno procedo per inerzia e realizzo quello che ho “progettato” nelle ore serali.

Nonostante sia una macchina da guerra, capace di non essere abbattuta neanche con armi letali, durante il giorno ho serie difficoltà. Si tratta più di forza di volontà e non carica, verve, energia o come la vogliamo chiamare. Per una che dieci chilometri li fa giornalmente saltellando e cantando ritrovarsi a percorrere cinquecento metri sotto il sole e star male dopo neanche settanta è cosa preoccupante. Annichilita e spossata come se dovessi intraprendere la maratona di New Yorkm mi sono ritrovata a piangere dopo pochi passi perché le gambe non reggevano ma soprattutto la mente.

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Aperitivi_amo?! (il titolo stupido è ufficialmente sponsorizzato dal neurone ucciso e devastato dal caldo)


Chi mi conosce anche solo un po’ sa quanto io sia contraria all’alcool in genere. Sono l’essere mitologico che mai ha assaggiato una goccia alcolica e che nel periodo di sua perversione massima ha bevuto la Tourtel, birra analcolica di dubbio gusto. Roba che Luca e tutti i miei amici di Malti da Legare adesso vengono in casa a prendermi a pizze in faccia (e non credo che siano pizze intese come prodotti da forno). A tal proposito vorrei giusto sottolineare che se non conosci Malti da Legare a pizze in faccia ticipiglioioquindicliccaqui *faccia minacciosa.

Il Nippotorinese sognava una donna che avesse un Beer Blog o un Wine Blog e che preparasse post su post scoprendo e innaffiando tutto di alcool che sarebbe poi stato a lui propinato. E’ un intenditore, non solo di formaggi, e nel suo dna vi è un’anima da sommelier. Riuscirebbe a carpire il retrogusto di noce essiccata tra foglie di cocco e altri vaneggiamenti privi di senso logico (intendo per me) in un micro sputo di alcool.

Io che sono promotrice del “no alcool” e che ho litigato (ma con moderazione eh. Infilandolo ad esempio nel portabagagli e tagliandolo a pezzi poi con calma per farci un post sull’arrosto) con qualsiasi entità mi abbia propinato alcool senza segnalarmelo. Ebbene sì. A volte nel gelato vi è la presenza alcolica che dovrebbe essere segnalata con raggi laser e luci ad intermittenza. Anche se in micro parti, riesco a intuire la presenza dell’alcool a distanza di chilometri. La bagna del pan di spagna ad esempio è stata sempre un problema per me. Adesso che non mangio pan di spagna non dovrebbe esserlo certo, ma per abitudine se qualcuno che amo si sta per avventurare nell’assaggio mi sincero sempre di ricordargli “chiedigli se c’è dell’alcool”. La risposta “magariiiiiiiiiiiii” mi fa tornare alla realtà e mi ricorda che sono l’unico essere vivente (ammesso che io sia vivente davvero) a provare rigetto nei confronti dell’alcool.

Questo per dire cosa? Che mi costa molto oggi ammettere che ho ceduto alle lusinghe del Nippotorinese e ultimamente preparo qualche cocktail. Il suo ragionamento non faceva una piega “sei contraria a cibarti di carne ma la cucini per me. Sei contraria a cibarti di pesce ma la cucini per me. Sei contraria a cibarti in genere ma prepari cibo per me -meravigliosabattuta- per logica pur essendo contraria all’alcool e alle preparazioni che lo contengono potresti farlo qualche volta per me”. Ho riso alla meravigliosabattuta e credo sia stato lì che le mie difese e i miei dogmi hanno ceduto. E allora mi sono detta che una Rubrichetta veloce estiva sugli Aperitivi che propino al Nippotorinese non sarebbe stata poi una così brutta idea a patto che si sopporti il sermone:  L’alcol fa male. L’alcol è una droga. L’alcol va assunto a dosi moderate. L’alcol non deve essere assunto sotto gli 89 anni. uhm…..no. Non ce la posso fare.

Questo è il primo Aperitivo della stagione con colori summereschi (mi piace uccidere la lingua italiana e ostrogota in un sol colpo, embè?) che non ha nulla di eclatante perché niente è stato preparato da me tranne che il vasetto contenente riso avanzato dal pranzo mischiato a delle soianese di cui parlerò a breve, versione vegana e senza colesterolo della maledetta maionese, con prosciutto cotto e tocchetti di mele. Ottimo! (o almeno così dice).

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Di caprino e mirtilli. Di George Clooney che affetta peperoncini. Di Week End un po’ alternativi, suvvia


Sabato ero alle prese con una mousdisciocolà, che continuo fortemente a sostenere si scriva così. Anche perché dubito fortemente delle persone che durante la preparazione della suddetta non sentano la necessità di parlare in francese anche se a stento conoscono l’idioma (il mio caso, sì). Tra sgesuicatrindenev e bongiurcarlàbrunì ripetevo mousdisciocolà petit sebon.

E’ un inquietante retroscena che potevo omettere ma perché mai? Tra un francesismo e l’altro la genialata improvvisa mi coglie proprio mentre la ganache (che si scriverà a ‘sto punto ganascieee) è quasi pronta. Avevo acquistato quindici peperoncini enormi; non perché qualcuno in casa ne faccia uso chiaramente (mi piace essere sensata sempre) e neanche per una visita imminente della nonna che da brava calabrese ne mangia otto inzuppati nel latte e nove chili tra fritturine leggere con ettolitri di olio e bagnate nello strutto di maiale. Avevo comprato questi peperoncini ENORMI perché la smania da brava agricoltrice da terrazza ha preso il pieno sopravvento. Volevo ricavare i semi, tagliare il resto a pezzetti e congelarlo per le preparazioni etniche. Non avevo mai ricavato e piantato i semi e non avevo neanche mai congelato il peperoncino (in realtà chi mi conosce sa quanto io sia refrattaria al surgelamento in genere ma nella vecchiaia poi ci si arrende). Volevo insomma votarmi all’idea di sfrenato cambiamento. Il risultato? Paralisi alla mano destra e sinistra con bruciore, prurito e bulbo oculare infiammato. Evviva! E tutto in un sol colpo eh. Sono una campionessa, tiè.

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Per papà sono gli arancini di Pipoa ma anche Quinoa può andar bene


D’accordo, la prova assaggio con l’amaranto non è andata tanto bene e papà stoico è riuscito a trattenerlo in bocca piuttosto che sputazzarlo allegramente in un tovagliolo. Dopo il primo boccone mi ha guardato allucinato e mentre deglutiva ha detto con convinzione “No. Amore questo proprio no. Vada per la Pipoa ma questo no”.

“Papà si chiama Quinoa“.

La Pipoa è un po’ come il blupuff (bluetooth chiaramente). Nonostante anni di lezioni private di inglese ed eccelsi traguardi inaspettatamente raggiunti, papà ha proprio un problema con le parole “bluetooth” e “wireless”; credo gli si attorcigli proprio la lingua e non riesce. Vien fuori sempre il blupuff e il uairalez con la zeta. E’ una questione di principio la sua, “senza fili” non va bene. Ci esercitiamo spesso con blupuff e uairalez ma senza riuscirci. La caparbietà però vince sempre e un giorno ci sarà un momento in cui il blupuff e il uairalez saranno solo un triste ricordo; anche se confesso di essermici affezionata a tal punto che vorrei non arrivasse mai il  giorno della pronuncia perfetta. Credo a questo punto che papà lo sappia e che continui appositamente a sbagliare.

Il fatto è che li dice e anche correttamente, ma dopo qualche minuto come se ci fosse un bug nel sistema ricomincia con blupuff. La Pipoa è un altro termine che non vorrei correggere mai anche perchè da oggi per me non sarà più la solita noiosa quinoa ma avrà per sempre questo nomignolo pomposo, divertente e anche parecchio somigliante al “puota” di Pani. E a me a quanto pare le parole che cominciamo per P piacciono eccome.

Questi arancini di pipoa, ahem quinoa, sono stati realizzati a dimostrazione del fatto che con gli alimenti salutari biologici non per forza vengon fuori solo cose lesse, insipide e insapori, TIE’! (leggi: le cose che piacciono a me). Mentre facevo fuori quattrocento tonnellate di quinoa lessa e salata, ho servito ai miei gentili ospiti (sempre gli stessi grazie al cielo) mammapapànippotorinese queste piccole delizie.

Al posto del riso, nella classica preparazione dell’arancino, la pipoa e amen.

(Max questa segnatela perchè Turi non solo ha detto sì ma ha pure detto “e chi se lo immaginava che quella pappetta che mangi tu fosse così buona”.  Ho omesso di ricordargli che la sua pappetta fosse fritta e mantecata con formaggi, salumi e burro mentre la mia lessa in acqua bollente e quando ha detto “e quindi di questi arancini posso mangiarne quanti ne voglio perchè sono dietetici, giusto?” ho capito che gli sfuggiva qualche concetto basilare della cultura alimentare; ma lo amo anche e soprattutto per questa sua vena folle a dir poco per cui ho soprasseduto. Un po’ come quando mamma ha detto ” mi sono mangiata una ciambella di un chilo di pane di farro comprato al biologico, tanto è dietetico vero? ).

Si può mettere dentro quello che si vuole. A partire da tocchetti di seitan per i vegetariani sino ad arrivare a un bel pezzetto di carne o prosciutto o animale a caso. Mi sa che io qui il ragù di seitan non l’ho preparato uhm….

Grave errore, rimedierò.

L’impasto è il classico dell’arancino polpettoso; non occorrono chissà quali ingredienti o dosi precise. Una generosa porzione di quinoa, un po’ di pangrattato e qualche fetta di pane (io ho usato del pane ai cereali ammollato in pochissimo latte), un pochettino di burro sciolto per legare e un uovo indicativamente per 150-200 grammi di quinoa (non di più altrimenti risulterebbe troppo pesante), tocchetti di fontina e via all’impolpettamento. Il composto non deve essere troppo molle ma neanche troppo duro e compatto.

[Ellllosò che vi state chiedendo "ma perchè questa scema oggi non sta scrivendo i grammi e la preparazione?"; perchè sono giustappunto scema e ho dimenticato di scrivere le dosi mentre impappettavo arancini con l'infallibile tecnica del "butta ingredienti a caso nel recipiente". Sono pur sempre sicula e l'arancino ce l'ho nel dna, santacassata!]

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Pasta Frolla Salata


Max sa che nessun altro tipo di regalo avrebbe potuto superare quello di ieri. “Cosa si regala a una che ha tutto?”, mi dice. E si risponde da solo ” Un’emozione”.

Sì, perchè a una come me non puoi che regalare solo questo per renderle  migliore la giornata.  Per abbracciarla a distanza e infonderle coraggio. E solo un vero amico lo sa. Come lui tutti quelli che ieri si sono premurati di correre a casa di Cri  per vedermi scartare il regalo. Quando ieri scrivevo  che era stato bellissimo sapere che a ottocento chilometri da me Max stava preparando una mia ricetta e che al supermercato c’ero io che spingevo virtualmente il carrello accanto a lui ( solo che io ero ferma al reparto giocattoli ” vediamo se c’è una tazzina piccola per i disegni” mentre lui davanti alle bottiglie di aceto e vino maledicendomi per “madovecacchioèlacetodisherry”) , non potevo minimamente immaginare che ad attendermi a breve distanza ci sarebbe stato un intero post tutto per me.

E’ una lusinga per me . Una lusinga continua, sapere che un uomo come Max si spogli della sua maschera e diventi bambino per giocare con me. Per farmi ridere incoraggiandomi. Come lo è, una lusinga per me, sapere che in questo girotondo di vite a diverse latitudini io possa tenere stretta delle mani che continuano a farmi volteggiare fortissimamente su un prato. E il suono è solo quello di risate. Tante risate. Sotto un sole cocente o una pioggia battente. Mentre i fulmini arrivano e l’arcobaleno scompare. E stretti a me, a tutelarmi e incoraggiarmi, ci siete voi. Disposti a far entrare nel girotondo chi vuole unirsi senza rompere equilibri. Senza forzare nulla e sforzarsi.

Per un’obesa adesso sottopeso, completamente in balia di un disequilibrio, voi siete stati e siete lo zero della bilancia di ferro 3. L’equilibrio mentale e la forza.

Max un giorno mi ha parlato di ying  e yang. Della luce e dell’oscurità. Del Taoismo e pure di fisica quantistica. Io quel giorno pur non capendoci assolutamente nulla, soprattutto al momento dei numeri primi, mi sono detta solo una cosa: è questa l’amicizia. Non capirci proprio nulla, capendo assolutamente tutto. Grazie per ieri. La confettura caramellata di cipolla con il suo contrasto dolce e salato è l’ennesima riprova che nel caos e nel disequilibrio c’è la nascita e la salvezza.


E di contrasti oggi si parla.

La pasticceria salata è la mia ultima passione che credo non potrà essere annoverata tra quelle passeggere. Ha uno ying e yang che ti riequilibra e riconcilia con te stessa e il mondo. Appago la voglia di pasticciare con mattarello e formine, impasti vari e farina sul piano di lavoro ma sforno prelibatezze salate che non solo stupiscono perchè il formato mignon ha sempre quel quid di tenerezza, ma diffondono anche un odore strepitoso. Forse ancor più dei biscotti normali. Non battono forse il pan di zenzero che profuma casa per giorni e giorni ma ci si avvicinano parecchio.
Ultimamente mi piace metter su un pentolino con dell’acqua e delle scorze di arancia e cannella. Lascio andare a fuoco basso per un po’ e aggiungo altra acqua quando evapora. Si sprigiona un profumo inebriante che non ha nulla a che vedere con queste stramaledette candele profumate che per qualche inspiegabile ragione continuano a non convincermi. Mi gira la testa un po’ come accade con la Fabergè. Ottima l’essenza ai semi di papavero e anche quella speziata al cioccolato ma proprio come il muschio bianco e i profumi di vaniglia comincio a manifestare malcontento dopo tre secondi netti.

Il malloppone sulla Pasticceria salata di Montersino è di una bellezza più unica che rara. Acquistato da Eataly la socia ed io lo abbiamo sfogliato in quel di Torino emettendo gridolini continui “e questo lo dobbiamo fare”, “e noooooo questo per forzaaaaaaaaaaa”, “no no prima questo”.

Tutte. Tutte le ricette. Non c’è stato bisogno neanche di creare una “To do List”. Ricopiare singolarmente una a una le ricette dell’indice sarebbe stato alquanto bizzarro. Ci si perde dentro meraviglie che mai avrei immaginato nella versione opposta al dolce. A partire dai bignè sino ad arrivare ai baci di dama per poi approdare ai Diamantini che avevo già provato. Quelli classici al cioccolato, si intende.

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