Le Caramelle sono solo per Chiari


A pagina 17 del mio Libro “Le Ricette di Maghetta Streghetta” in occasione del giorno della Befana, oltre a delirare su scopette dolci e salate e confezionare gelati befanosi con cappelli di cioccolato e scope di marzapane, lascio velocemente la ricetta delle Caramelle Dure (pagina 19); in realtà c’era una fumettoricetta pure per queste delizie che magari pubblicherò quando l’Epifania tutte le feste porterà via. Le ho preparate lo scorso anno con Piola, la mia socia cognatosa. Nella versione classica “tagliata” a cubotto. In quell’occasione però (ero indaffaratissima con le foto e le illustrazioni del libro) non ho avuto il tempo per fotografarle se non su instagram, ergo ho cercato di rimediare seppur nelle stesse identiche condizioni psicologiche-lavorative-fisiologiche. Ho adoperato degli stampini di silicone in realtà adatti alle praline di cioccolato che hanno svolto la loro funzione in maniera a dir poco eccelsa. Stessa cosa per le caramelle-bacchette. In realtà strumenti deliziosi per fare il ghiaccio-bacchetta-magica (dopo il sale e pepe potevo farmi mancare l’ennesima idiozia magica? Mi sa proprio di no. Ah già ho pure lo spazzolino-bacchetta-magica per lavare i piatti. E’ Creamy con il suo pampulupimpulu che mi tormenta inconsciamente, credo).

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20 Novembre: Giornata Diritti dell’Infanzia


Nel 1989 l’ONU approva la Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia con cui stabilisce che i bambini non sono più semplici oggetti di tutela e protezione ma singoli soggetti di diritti. Sul mio Libro “Le Ricette di Maghetta Streghetta”, edito da Mondadori (il mio ricavato andrà interamente devoluto all’Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro) ci sono diverse proposte per dei cibi (spero) allegri che possano incentivare la fantasia, il gioco e la conoscenza. Un bimbo non deve avvicinarsi agli alimenti sono in relazione a quello che gli piace di più (patatine, cioccolato e hamburger) ma essere guidato, istruito e non in ultimo compreso e rispettato. Svilupperà naturalmente un proprio gusto che va assecondato tanto quanto il talento e la propensione a una determinata arte piuttosto che un’altra, ma è assolutamente necessario trasformare il cibo. Proporlo giocando nel modo più divertente e affine all’età del puffetto.

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Aggiornamento da Kodomoland: La Piadina Faccina!


I Bimbi di Kodomoland ce l’hanno un po’ con me ( e come dar loro torto?). Un tempo non si faceva che spadellare Roba per Piccini e adesso ahimè. Ma ho giurato sulla testa di Kobito, il mio primo Nano da Giardino finito in autogrill, che non accadrà mai più. Dopo quest’Estate non smetteremo mai di fare nuvolette di frittata e cappellini magici di pasta.

Per dimostrarglielo ho cucinato con loro una piadina faccina! Roba facilissima per propinare in un sol colpo ai nostri nanetti : carboidrati, proteine, verdura e pure latticini! (speriamo che Frugoletto e L’Eletto se la pappinotuttaquanta) Impresa epica e impossibile? Mi sa proprio di no.

Quei cosetti dolci amano pasticciare e la maggior parte delle volte quando lo fanno poi si fiondano sul piatto perché orgogliosi della loro creazione. Perché non approfittarne quindi?

Se hai voglia di sbirciare la ricettina della Piadina Faccina spadellata su Kodomoland non hai che da cliccare qui >;;>;;>;;>;;

( se non dovessero mangiarla potremmo minacciarli con la fiaba di cappuccetto Iaia, dolce e tenera, sbranata dal lupo Nippotorinese, cattivo e monello. Che mi pare un buon inizio per gettare le basi di un allegro psicopatico. Che non ce ne è mai abbastanza)

Thank You for Everything – Hisaishi (Hana-Bi)


Per le polpettine di gamberi con salsa di yogurt e menta ne parliamo un’altra volta che mi sono un po’ commossa, per favore?

Eppoi venne il giorno che il Nippotorinese compì gli anni. Saltuariamente gli ho dedicato parole “vere”. Il blog di maghettastreghetta, esclusivamente rivolto alla mia vita in versione fumetto, è nato nel 2004 e una delle prime pseudovignette rappresentava proprio lei di spalle che guardava il cielo e un aereo che volava via. Corrispondeva al nostro primo incontro. Non c’è stata vignetta da allora, qualsiasi tipo di tratto intendo, che non sia stata dedicata a Pier. La difficoltà di chiamarlo così in tutta la sua essenza e interezza è sempre grande. Istintivamente le dita ticchettano Nippotorinese e non è voluto o studiato ma quando esce fuori Pier. Lo lascio. Non torno indietro ma mi fermo e. Sospirando ripeto “Pier”.

Ricordo tutti i pochi post in cui l’ho chiamato Pier. Ne ricordo uno in particolare dove ci amiamo nei secoli vestiti da Rivoluzione francese sino ad arrivare a tute di amianto nel 2231. Ricordo quello in cui siamo seduti su una mano in mezzo a un oceano. Ricordo la vignetta di Lullaby dei Cure mentre un ragno mostruoso mi uccide e lui. Lui mi salva. Ma quello che è stato espresso e che ora è ricordo è una percentuale bassissima dell’essenza di Pier; che chiaramente umano non è.

Chi ha avuto l’incredibile fortuna di averci a che fare non ha potuto che innamorarsene e rimanere abbagliato dalla sua personalità eterea, irreale, sovraumana. Pier si muove lentamente. Quello che lo stolto visivamente può identificare come delicatezza eccessiva è in realtà una presenza regale. I suoi movimenti lunghi sembrano il rallentatore di un direttore di orchestra pronto a fare un solfeggio difficilissimo. Una danza nipponica quando il vento è forte e soffia su petali di fiori di pesco e un colore irreale dai tratti rosa, verde, viola, azzurro, bianco, mare, terra, aria e sangue ti pervade. Pier non danza perché non smette di farlo tra le musiche di Hisaishi e ti fissa. Ti fissa con quei due pianeti luccicanti che nascondono alieni marcianti tutti con gli occhi a mandorla.

Il suo viso incredibilmente lineare e spigoloso sembra un vulcano maestoso su un paese piccolo. Una testa enorme che sovrasta il resto. Dentro ci sono nozioni, filastrocche, ricordi e danze di conoscenze. Non concede perlustrazioni a nessuno, neanche a se stesso.

Quello che non ho mai detto di Pier, seppur velatamente, è in realtà la realtà. Ho nascosto, trasformato, rielaborato e inventato in altro modo quello che lui è stato in questi anni. Per non dare in pasto al qualunquismo il concetto dell’amore nell’accezione più profonda. Per rispettare la sua voglia di discrezione che contrasta fortemente con le mie velleità artistiche ed egocentriche. Quello che ho sempre nascosto, pur essendo lampante, è che la mia vita dipende da Pier.

Sono nata il 4 Novembre del 2004 quando l’ho visto per la prima volta. Sono morta il 4 Maggio del 2010 quando l’ho visto per l’ultima volta.

Sono resuscitata il 17 Aprile del 2007 e nella fine di Maggio di quel 2010 quando mi è venuto a riprendere da terra, ossa, sangue, morte e putrefazione. Pier mi ha dato la vita. Mi ha perdonato quando me la sono tolta sputando su quello che di più bello potessi sperare, ovvero lui, e mi ha permesso di rinascere quando il verbo “permettere” lui non lo direbbe. Perché Pier è immobile lì accanto. Che mi incoraggia senza prendere i meriti che sono chiaramente suoi. E’ seduto su una pietra nell’oceano che guarda le mie incessanti danze sulla riva del mare. Mentre lotto con i pinguini freddi che mi beccano. Mentre mi tuffo nuotando con i delfini sorridenti. Mentre guardo in giù e vedo la mia pancia penzolante e grido di dolore.

Non si muove Pier da quella pietra. Abbassa lo sguardo dispiaciuto. Lo alza sorridendomi. Muove le mani per incoraggiarmi. Le ferma per. Fermarmi. Ma se non riesco abbassa di nuovo lo sguardo e attende che il grido guardando il mostro si trasformi in una danza sorridente con i delfini.

Non ha influito in nessuna delle mie scelte ma al contrario è stato lì ad osservarle in silenzio. Senza criticarmi e lodarmi ma cercando di fare quello che nessuno mai aveva perso tempo a fare: educandomi. Facendomi scoprire la rinuncia e la gioia di una vittoria dopo il sacrificio.

E’ stato lì a guardarmi strafogare di cibo piangendo. E’ stato lì a fissarmi mentre il cibo lo guardavo ma non lo toccavo. E sta lì girandosi piano. Mangiando in  bellissimi piatti fotografati dopo che i complimenti sono arrivati. Con il tovagliolo in coordinato alla mia destra gira un po’ la testa. E sorride. A volte piange. Ma non si fa vedere Pier che non ha lacrime. Piange semplicemente schiudendo un po’ quei pianeti verdi. Lo fa in silenzio, forse e non lo so.

E’ stato lì ad accarezzarmi la testa mentre un tubo infilato dal naso arrivava alla gola, cambiando una sacca che mi alimentava. Dicendomi che ero bellissima. Che se avessi voluto smettere avrei potuto. Che se avessi voluto cominciare poi avrei potuto. Che se avessi voluto qualsiasi cosa l’avrei ottenuta. E’ stato lì a dosare polase, medicinali, ascoltare medici, correre con me e fermarsi. Tuffarsi all’alba e annegare nell’ombra. Ha rinunciato ai viaggi, ai sogni e alle speranze di quello che tutti volevano per lui. Quello che era giusto per Pier, se un giusto esiste, era una vita di successi in giro per il mondo parlando tutte le lingue e soprattutto la sua, quella che conosce e che si venera, ed invece.

E’ rimasto qui. Per donare la vita a me.

Ha rinunciato e preteso che anche io potessi essere in grado di viaggiare con lui prima. Perché Pier mi sta aspettando. E ogni volta che inciampo e mi spacco un po’ la faccia per terra va lì. Nell’armadietto dove ci sono i suoi medicinali magici e arriva con cotone, disinfettante, cerotto e. E mi guarisce.

Pier merita un libro per la descrizione di Pier e lo avrà. Ma Pier merita anche una persona migliore di me ed è per questo che giornalmente fatico e perseguo l’obiettivo di guarire. Mettendo panda, orsacchiotti e gattini tra un riso al curry e zucchine e delle polpettine con i gamberoni che tanto gli piacciono. Per questo uso queste scatolette di bento originali che provengono dai suoi viaggi. Per questo mi guardo allo specchio con la speranza di poter esser  bella per lui, anche se quello che vede di me non l’ho capito.

Che fossero 140 chili. Che fossero 59. Che potrebbero essere 289. O 29 come nelle mie speranze, Pier riesce a vedere qualcosa per cui giornalmente mi sforzo di cercare anche io.

Il germe dello smisurato senso di colpa di avere troppo è stato alimentato per certi versi avendo avuto l’incredibile opportunità di avere nella mia vita Pier.

Quando ero ad Aviano e Agata era senza capelli con la parrucca poggiata sul comodino siamo entrati. Io e Pier. Con i camici. Dopo esserci lavati le mani. Le sono andata incontro trattenendo le lacrime. E lei lo sapeva. E ho cominciato a dire una serie di assurdità tali da farla scoppiare a ridere fortissimo. E. Quando è arrivato Pier, lei mi ha fissato e ha detto:

“Pier è un dottore. Solo a vederlo ti senti bene. Ti senti guarita. Vero Iaia?”

E’ riuscita a lasciarmi dei messaggi in codice o forse sono solo io che ho li ho trasformati per renderla sempre parte di me. Ma. Agata con la sua morte, dolore e disperazione ha lasciato un testamento che non straccerò ma rileggerò ogni santo giorno. Perché la lotta non abbia fine. Perché la salvezza sia perseguibile anche se poi bang. Muori.

Sì Agata. E’ un dottore. Avevi ragione, patata. Pier è un dottore che riesce a guarire. E indossa la tua maglietta “Versace n’artro litro” con il romano che tanto ti faceva  ridere e che lui da buon nordico detesta con moderazione giusto per ridere sui luoghi comuni e sulla funicolare dove Max ci porterà.

Per il compleanno di Pier il mio regalo sarà: sforzarmi di non vedermi come mi vedo io e tentare disperatamente anche solo per 24 ore di vedere una sola parte di quello che vede lui. Per renderlo felice. Per renderlo libero.

Perché è incredibile essere consci del fatto e aver avuto finalmente l’epifania che se Pier non ha mai voluto un regalo era proprio perché desiderava che capissi quale fosse davvero il suo desiderio più grande:

quello di vedermi giusta per lui.

Smetterla di diventare altro credendo di non essere all’altezza. Smetterla di perdere parti di me come se si potessero annientare. Smetterla di punirmi perché non ho colpe se non essermene inventata qualcuna.

Auguri vita mia. La senti?

E’ Thank you for everything di Hisaishi.

Io però, pur sapendo che non è elegante farlo, un sassolino dalla scarpa voglio proprio togliermelo. Semplicemente perché mi va, contravvenendo quindi al mio modus operandi. Giusto per star bene. Lavoro quotidianamente e incessantemente per farlo  e quindi perché non approfittarne con questo piccolo esercizio?

 So purtroppo che inutilità non degne neanche di un mio pensiero mi leggono. C’est la vie. Un piccolissimo prezzo da pagare c’è e il mio è quello di mostrare una parte di me a chi non vorrei. Quelli che  nel reale hanno abusato e violentato il mio io con la loro stupidità, insulsaggine e vergognoso qualunquismo. Quelli che nel reale ho dovuto subire per la mia maledetta educazione ma che ho finalmente potuto mandare in un luogo buio e insulso adatto a loro;  dove posso accendere qualche volta una lucetta, ricordarli e ridere. Guardandoli nella loro piccolezza e prendendoli ad esempio per discussioni su bassa valenza morale, stupidità reiterata e varie ed eventuali.

A quelli che hanno creduto che Pier avesse guardato altro quando ero una ragazza malata e obesa ma ricca adesso va il mio sorriso caritatevole. Poveri inetti destinati a una vita semplice che deriderebbero anche quei dolcissimi e  intelligentissimi cricetini in gabbia sulle ruote.

Pier e io siamo ricchi entrambi. Da sempre. Di:

Cervello e Cuore.

Un  superenalotto non basterebbe per un acconto infinitesimale di uno dei due, per quanto vi riguarda. E ora su, tutti nella stanzetta buia a luci spente che devo festeggiare con gli amici che mi sono scelta e non sono capitati come meteoriti impazziti.

Tutti via su, che i palloncini devono volare, la musica suonare, e le risate devono sentirsi. Fortissimo.

E non le ho pagate quelle risate come è successo con voi che avete un prezzo. Basso e in periodo di saldi.

Sono gratis.

Uff. Adesso dopo essere stata brutta, antipaticae cattiva, volevo giusto dire una cosuccia: sono in ritardissimo. Giveaway, bestiabionda, video, hollo, run lovers, style, pandistelle, soloilcielosacosa. Troppe troppe cose ma (non)celapossiamofarcela.

Grazie. Grazie infinite per tutti i messaggi, pensieri e. E io davvero piango commossa almeno due ore al giorno. Non lo merito ma confesso che tengo tutto stretto al cuore come balsamo per le ferite.

Grazie davvero infinite. Iaia ama. Tantomapropriotanto.

(vabbè quando parlo in terza persona è che mi sono commossa sul serio).

PALLONCINIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII e Musicaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa!

Che faccio? Canto una canzone e preparo il caffè ? *segue risata isterica

FERMI. FERMI TUTTI*disse blindando le porte.

Sì adoro il cavolfiore crudo. Meno quando rantolo di dolore in preda agli spasmi


Uff alla fine solo due borse (disse sogghignando) perché questa moda fluo impertinente mi sta davvero mettendo a dura prova. Una maglietta nera neanche a trovarla. Se c’è ha un teschio fucsia altrimenti un coniglio giallo psicopatico con gli occhiali da sole verde. Pare che per sobrio si intenda una maglia con la scritta “I love sex” stampata con i trasferelli cinesi e il ferro da stiro con i colori multifluocoloratiglitterati.

L’era del buongusto è finita da un po’ lo so,  ma pare che adesso ci sia una bella accelerata. Volgarissimo quello che c’è in giro. Le borse, altrettanto. Non sono solo una dark lady ed apprezzo il colore nell’accessorio;  ho pure mantenuto la calma davanti alla Miss Sicily in paglia fucsia, respirando ed espirando e sostenendo con qualche riserva “evvabbènonèatroce” ma. Ma sentirmi dire (ridendo come se la commessa ventenne fosse una stilista navigata solo perché aveva un braccialetto con un teschio fluo) “nero? no. Quest’anno si portano i colori neon e fluo!” è da puro isterismo.

“Mettiteletulecosechesiportano, pecorella che segue il gregge”. Puoi tranquillamente rispondermi che “no. Nero non c’è nulla, mi dispiace”. Quello che si porta potrei saperlo e snobbarlo. Amen.

Insomma sì sono diventata una vecchia antipatica che pretende le buone maniere e un linguaggio consono (praticamente sì. Non devo uscire più di casa e devo invece dedicarmi come già per il 90 per cento delle volte faccio: allo shopping online).

E’ stata una domenica dal punto di vista cromatico davvero snervante. Come dal punto visivo; perché passi la ragazzina quindicenne evvabbeventenne vestita fluo con i teschi ma donne over trenta e quaranta abbigliate in maniera ridicola sono ceffoni visivi che nessuno merita.

La quarantenne con la minigonna di jeans e gli stivali di camoscio senza calze e la borsa gialla fluo come il cerchietto (col fiore, sì) che ha completato il tutto con uno sfumato leggerissimo di ombretto sugli occhi: viola, azzurro e verde mela iper glitterato alle TRE DI POMERIGGIO è.

E’ devastante. 

Sono quella tutta vestita di nero e pallida, sì. Un po’ bizzarra, forse. Ma sicuramente non un’offesa al pubblico decoro.

Adoro il cavolfiore crudo ma mangiato in pochissime quantità (solo tre chili, suvvia); lo adoro al forno o semplicemente lesso con tanto succo di limone e approfittando della quantità vergognosa in casa ho fatto un primo semplicissimo per il Nippotorinese giusto perché mi sto allenando nella difficile arte dei primi piatti semplici (mi piace fallire, insomma).

Continuo a comprare pasta e soprattutto a riceverla. La mia Titti (sì. Non sapevo del suo compleanno e ho fatto l’ennesima brutta figura. Cheilcielomiperdoni) mi ha poi omaggiata di pasta pugliese (nondiconullapernonrovinarelasorpresa) che sommata a quella che ho acquistato ieri in quel di Ortigia e alle otto tonnellate in dispensa significano solo una cosa: pasta. Il nippotorinese dovrà mangiare pasta da qui a Novembre 2098. 

Sono una fan spudorata del broccolo, eh. Il cavolfiore con i suoi adorabili  mazzetti cespugliosi viene secondo all’arzillo ortaggio verde che tanto mi fa perdere la testa;  che sia ridotto in poltiglia o elemento di una vellutata, zuppetta o semplicemente lessato con tanto limone e sale. L’importante è non propinarmelo surgelato perché scatta la violenza inaudita e prendo a ceffoni tutti. Anche chi poverello si trova a passare da lì (speriamo sia un muratore).

Questa pasta nasce dalla semplice esigenza in realtà di accoppiare il cavolfiore viola siciliano a questi piatti, sempre Alessi Caltagirone, in questa meravigliosa nuance rosa pallido (è un blog verità il mio. Idiota e veritiero ad essere precisi).

Semplicemente adorabili non potevano che essere inaugurati proprio con un primo freschissimo al sapore di agrumi e totalmente siculo inside. Così è stato. Purtroppo non sono riuscita a trovare gli anellini siciliani come formato di pasta perché a quel punto si sarebbe raggiunto il top trinacrioso ma anche questi rigatoni alla fine non sono niente male (l’importante è convincersene no?).

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Praline speziate


Mercoledì le praline al cioccolato bianco e tè matcha e oggi? Praline con mix di spezie. Quelle che piacciono di più. Ho messo cardamomo, paprika e zenzero ma si poteva mettere davvero di tutto e di più e in quel di più c’ è pure più acqua perché esagerando non si potrà che irrora il tutto con autobotti di acqua.

Adoro servire il tè (anche a primavera, perché no?) o le tisane di cui sono ormai schiava con queste praline. Le formine di silicone sono davvero infinite e di qualsiasi forma, altezza e larghezza. Queste ad esempio le trovo particolarmente glam e se in bianco rendono meno, o almeno così mi sembra, nella versione scura mi convincono di più. Geometrie cioccolatose perfette da abbinare alle tisane, infusi e tè o semplicemente da offrire a chiusura di una cena.

Il Nippotorinese non chiude mai una cena o un pranzo senza aver smangiucchiato qualcosa di dolce ( maledetto! se lo può pure permettere grrrcherabbia!) e per questo motivo quando non riesco a fare qualcosina io, pur lui ripiegando senza lamentarsi assolutamente in qualcosa di confezionato o pasticceria, un po’ mi dispiace. Ecco però che mi corrono in aiuto le praline perché oltre ad essere semplicissime da preparare sono sempre diverse. Le formine poi , massimo dodici bocconcini, non durano tantissimo e con cento grammi posso farne di diverse tipologie e variare ogni giorno. Cosa che gratifica le mie manie di perfezionismo e le sue di voglia e golosità. Ho notato che con le spezie opportuntamente macinate e fresche il sapore cambia e pure molto . Si amalgama davvero meglio al cioccolato fuso. Non vedo l’ora di provare la versione con le caramelle violette proprio come fanno nell’azienda delle Pastiglie Leone. Un cioccolato finissimo piemontese con dentro cristalli di zucchero di violetta. Chic e ricercato ma cosa più rilevante: davvero particolare ed intrigante. Avevo trovato delle violette di zucchero in via Lagrange durante la mia ultima capatina ma erano state fagocitate velocissimamente neanche il tempo di arrivare a Piazza Statuto, ergo devo assolutamente procurarmele. 

Aggiornamento su Kodomoland, la Rubrica dei più piccoli del Gikitchen:

Ci sono le polpettine con la philadelphia facilissime da preparare e sicuramente divertenti. Perché sono certa di poche cose della vita ma sul fatto che i bimbi si divertano a fare le polpettine ho pochi dubbi.

Diffidate sempre dai bimbi che non fanno le polpette. SEMPRE !
(cosa sto dicendo?)  

Per la ricetta facilissima delle polpettine con la philadelphia clicca qui  e vieni a Kodomoland con me >>>>