Cocktail Halloween

Giusto una fermatempo dalla Cucina Gikitchen Halloween Version (titolo più stupido non potevo trovarlo. Ne vado parecchio orgogliosa).

Soda, foglie di menta pestate con dello zucchero di canna nero e via.
Virgin Mojito Halloweenereccio ma per i fanatici dell’alcool (vidounceffonevido! bevete soda!) anche una versione classica. Cannucce terrorizzanti verdi, mollettine, decori, tovagliolo di lino nero anche se ormai ci sono quelli usa e getta in tessuto che non hanno nulla da individiare (me ne sto convincendo con difficoltà ma non ci riesco. Cosa ho che non va?).

(elencare tutte le cose che non vanno? uhm. No. Fino al 2019 ho impegni).

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Su Le Ricette di Halloween.it ho raccolto tutte le elaborazioni preparate al Gikitchen con Maghetta Streghetta in versione Zombie.

Non ho ancora inserito quelle di quest’anno (noncelapossofare) ma nel caso si volesse dare una sbirciatina per spunti, idee, mise en place, apparecchiature, frizzi e lazzi si deve solo cliccare qui>>>> 

Le Ricette di Halloween *****

Ti va di scrivere un racconto del terrore, disegnare una storia, registrare un file audio o dare libero sfogo alla tua creatività e fantasia? Sederti intorno al fuoco la Notte di Halloween con me e tutti i miei amici per far scorrere qualche brivido e soprattutto risate? Clicca qui e vedi come partecipare. Ti stiamo aspettando! (scade questo Venerdìììììììììììììììììììì!!!!!!!!!!!!!!!) 

Cocktail Halloween Fichi

Uhm l’idea del cocktail per me non ha mai priorità e per questo vengo sempre un po’ ripresa dal Nippotorinese. A differenza di carnepesceuovaformaggio in cui, pur non essendo le mie priorità, ugualmente mi cimento per la sua sopravvivenza. Mi ricorda altresì che anche i drink fanno parte di questa. Solo che per un astio vero e proprio nei confronti dell’alcool finisco per sfogliare roba analcolica. L’algido nordico sostiene che meglio nulla in quel caso. Giammai l’analcolico! (devo rinchiuderlo e curarlo? fortuna che beve davvero pochissimo. Non per i miei standard dove il parametro “pochissimo” è una birra ogni due anni. Per gli standard umani intendo quindi due-tre birre a settimana al massimo o qualche buon calice di vino a cena ma non tutte le sere. L’abitudine è vizio e il vizio è prigione *disse annuendo fino allo sfinimento).

Per Halloween quindi un’altra idea supervelocissima è deliziare se stessi, bimbi e adulti con intrugli sbevacchiosi inventando nomi adatti alla circostanza (senza esagerare perché altrimenti passa pure la voglia, santapizzetta).

Liquido di verme con tocchetti putridi di frutta marcia significa non esagerare, per esempio (cosastodicendo?).

Si può spaziare, a discrezione del fruitore, dall’analcolico all’alcolico sino ad arrivare a intriganti mix. Sangrie analcoliche (cosa??????????? sì. Sangrie analcoliche e allora? Esiste pure un popolo di astemi di cui io sono Regina, tiè) con soda e frutta o mischiata ad aranciata fresca, limonata o perché no chinottata? (magari con il chinotto andiamo solo di agrumi-lime-limone-mandarino-arancia che con i fichi il chinotto FORSE non sta bene. Ma faccio provare a qualche cavia e vi dico *disse fischiettando)

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Cocktail Mint Julep

La Domenica, ahimè , alcolica qui al Gikitchen. C’è stato il Bronx  e lo Zombie e pure lo Strawberry Pimms. Qualcosina in archivio di alcolico ormai c’è e spero possano tornare utili per qualche idea su aperitivi e annessi. Nonostante la mia reticenza alla divulgazione alcolica mi sono arresa all’evidenza; soprattutto a quella che devo tenermi buona il Nippotorinese che bramava questo momento da un po’. Si entusiasma pressoché per nulla ma vedermi agitare lo shaker lo rende visivamente felice ed affabile. Posso quindi rifilargli più roba. Trattasi insomma di un’azione di marketing per il bene del Gikitchen ( che se non se la mangia lui tutta ‘sta roba devo comprarmi otto bulldog inglesi inferociti e affamati).

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E se andassimo tutti al Waldorf a berci un Bronx e mangiarci un pollo?

E dopo lo Strawberry Pimms ( te lo sei perso? clicca qui ) e Il Cocktail zombie ( te lo sei perso? clicca qui ) devo arrendermi alla tragica evidenza che una rubrichetta a tutti gli effetti di base alcolica qui al Gikitchen è stata fatta.

Il Nippotorinese è sempre più felice e in ginocchio sui ceci implora affinché io continui sempre vicino all’altare che ha dedicato a Malti da Legare.

Il cocktail di oggi è il Bronx. Pare che nei primi del Novecento un certo Johnny Solon, allora barman del Waldorf Astoria Hotel ( ussantapizzetta vi ricordate il pollo alla Waldorf fatto l0 scorso anno? No vabbè nel caso basta cliccare qui)

( non so se c’entri qualcosa ma l’assonanza era troppo evidente)

(sono esaurita, sì).

E dopo queste tre parentesi dov’è che ero arrivata? Ah sì ( boh). Insomma pare che il tipo si vantò moltissimo di aver inventato questo Bronx Cocktail nel 1906 ( vuoi vedere che è lo stesso poi che ha inventato il pollo?)

(ok devo smetterla e dimenticarmi il pollo)

La richiesta di un cliente era quella di fare un cocktail inventato appositamente per lui e allora il buon caro e vecchio Johnny agguantò 60 ml di gin, 2 cucchiai di vermut dolce rosso, 2 cucchiaini di vermut bianco secco, 2 cucchiai abbondanti di succo di arancia appena spremuto freschissimo e tanti ma proprio tanti cubetti di ghiaccio. Qualche fetta di arancia ben lavata e infine una ciliegina al maraschino per servire che io ahimè non avevo. Volevo mettere un pomodorino di pachino sperando che nessuno se ne accorgesse ma ho desistito.

( potevo mettere una coscia di pollo alla waldorf! vero!)
(ahem sono giorni difficile ricchi di preoccupazione e ansia. Elloso. Dovrei teoricamente essere in vacanza ma a quanto pare le paranoie le ferie non le prendono mai).

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Se bevi tanto diventi uno Zombie

Domenica scorsa c’è stato lo Strawberry Pimms ( clicca qui se sei curioso di vedere su cosa sto vaneggiando); non che sia una rubrica fissa ma ecco un altro po’ di preparazioni visto il periodo continueranno ad essere pubblicate.

E’ la volta del Cocktail denominato Zombie. C’è da dire che i nominativi di questi cocktail sono un po’ alla rinfusa e a secondo di chi li prepara;  esclusi chiaramente gli evergreen quali il tequila sunrise-blue lagoon. negroni- cosmopolitan ( fingo di capirne qualcosa ma in realtà ho la bibbia dei cocktail davanti e guardo tutto come oggetti non identificati).

Che sia Zombie o Cippalippa Drink quindi non è dato sapere. Da brava bimba ho letteralmente copiato ed eseguito quello che a pagina 194dei Cocktail tropicali c’era scritto.

Pare che sia stato creato da un certo Don Beach nel 1934 in un ristorante denominato Beachcomber di Hollywood dopo la richiesta di un cliente che in seguito ad una sbornia invece di andarsi a fare un panino e finirla con queste idiozie alcoliche ha preteso di innaffiare ulteriormente il suo corpo ( si nota il disprezzo o calco leggermente più la mano? )

Originariamente questo zombie aveva undici ingredienti differenti che comprendevano uno shot ( ho imparato con difficoltà che significa bicchierino) di rum 11 proof ( arabo per me ma…) che veniva aggiunto solo in superficie. Poi essendo letale ( così viene definita dalla Bibbia dei cocktail stessa) fu leggermente modificata ( alla faccia della modifica c’è di tutto).

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Ciao sono sempre Iaia, la drogata di Anguria, e sono tornata per confermarti che no. Non ne uscirò mai

Sono rilassatissima. Ho uno sfogo cutaneo, i capelli unti dal nervosismo, gli occhi fuori dalle orbite, rivoli (e corposi) di bava che scendono lungo gli angoli della bocca da cui trabocca la bile accumulata e il colorito paonazzo ammesso che io abbia capito davvero cosa significhi paonazzo. Tutti mi sorridono e dicono “riposati Iaia. Riposati su” ed io continuo ad abbassare la testa. Loro pensano che io annuisca mentre invece è un tic nervoso che non riesco a fermare. Ho passato la notte dicendo “due. quattro. due. quattro. due” dando sempre gli stessi numeri che di per sé è una novità. Generalmente ne do molti di più e vorrei imparare a scrivere dò per essere linguisticamente giovane. Qualora l’abuso di k mi cogliesse però, esaurimento a parte, mi fustigherei da sola colpendomi violentemente con un nano da giardino in ferro. Insomma fatto sta che passo le notti  tra numeri e (pseudo) relazioni pubbliche attraverso le email che stanno diventando preoccupanti. La conferma che la figura inquietante denominata “blogger”, come fosse una professione, è un covo di proposte-insidie-vaneggiamenti. “Ti do tre bottiglie di birra e metti un banner. Tu dici che è bello l’uovo fresco e io ti mando una gallina da tenere sul terrazzo. Tu disegni questo e io faccio questo e”.

E io passo la maggior parte del mio tempo (anche notturno) cercando di essere il più educata possibile anche la 239482394829348234milionesima volta ringraziando e dicendo  no. No Grazie.

“No Grazie e blablabla. Non sono interessata a. Devo essere presa mentalmente e. Non è un per un tornaconto economico. No. Pandistellenonmipaga. No. Pastiglieleonenonmipaga. No. Sono amici. Lo faccio perché sono legata a loro da ricordi. Blablabla”. La cosa divertente in questo mare di cerimonie, idiozie e smisurata educazione da parte mia che ahimè non viene contraccambiata (ma non per questo cambierò politica e modus vivendi) è l’incredulità. Mi sento tanto una nonnina che dice ai nipoti “ai miei tempi si aveva più fiducia nel genere umano. Adesso…”.

Nell’era delle fashion blogger, che per carità hanno tutta la mia stima e sono pure felice per loro perché al contrario di me sono giovani-belle-simpatiche e ne capiscono di moda, è ormai OVVIO che un povero pazzo proprietario di un blog venga messo nel gruppo: “ti do una cremina e finalmente sai cosa scrivere e dire”.

Non si prende neanche minimamente in considerazione l’idea che si possa avere uno spazio. Si possano avere idee. Non si abbia bisogno di null’altro se non di esprimere il proprio mondo, visione e sogno. So che potrei tranquillamente scrivere “no grazie ciao” ma oltre alla missione che mi sono prefissa tempo addietro cioè “infondere idiozie nel web”, ce n’è un’altra per la quale andrei a morire ed è un concetto talmente semplice da far paura:

questo mezzo è per me. E’ cominciato e divenuto per conoscermi. Mettermi a nudo. Scoprirmi senza paura e liberare la parte di me senza cognome, status economico e obblighi reali. Per questo motivo quando avevo un sondino nel naso non ho tirato filippiche ammorbando l’universo per la mia perdita di ottanta chili ma ne ho parlato solo a cose fatte. Non è nato per dimostrare agli altri quanto sono bravabellariccasimpaticagnegnegne. In principal modo perché non lo sono e in secondo luogo perché non lo sono (colpo di scena). E’ un esercizio. Di costanza, che non ho mai avuto. La disperata voglia di provare a volermi bene. Di combattere un nemico pubblico e dichiarato, il cibo, in una forma creativa. Che è l’unica che conosco per salvarmi dal buio e dall’oblio.

Non posso  semplicemente dire “no non sono interessata ciao”. Certo non posso neanche fare una mail predefinita con la mia vita e motivazione che non importa a nessuno ma il concetto che per denaro si è disposti a tutto questo no. Non passa. Preferisco perire tra atroci sofferenze piuttosto che far passare questo messaggio insulso e di cattivo gusto. Perché avrei voluto nascere comodamente in una mente che bramava una Vuitton per sentirsi una donna importante da invidiare, ma ahimè sono tristemente altro.

Quando Libero mi ha contattato per pormi delle domande (la chiacchierata si può leggere qui e poi qui e poi ancora qui) “nell’ambito lavorativo dei blogger” volevo solo dare craniate sul muro. Poi il mio “sfogo” e il loro garbo mi ha reso felice come non mai.

Io non sogno di essere qualcuno. Sogno di essere me stessa.

Non sogno di ricevere qualcosa in cambio a meno che non sia Iaia. Quella che ho perso e forse non ho mai avuto e che finalmente è più vicina che mai. E’ come se la intravedessi. Ha finalmente una forma seppur non definita. Ma esiste e questa certezza allevia i dolori.

Sono un’illustratrice di biscotti, una bambina scalza senza scarpe, una maghetta senza bacchetta e una bimba con un pancino enorme sgonfiato. Ed è per questo che passo tutte le notti a dire “no grazie e i motivi sono blablablabla”.

Non è snobberia. Sono felice che gli altri si sentano realizzati e ritrovino se stessi esponendosi a patti, comunicazioni, imposizioni, collaborazioni. Rispetto fortemente l’interesse di ognuno di noi ma questi, gli interessi, sono anche diversi giustappunto per ognuno di noi.

L’omologazione in tal senso mi terrorizza. E credo sia un modo di cominciarsi a volersi bene. Anzi. Ne ho quasi giusto un semino (di anguria?) di certezza. Nonostante la paura, gli occhi fuori dalle orbite e lo sfogo cutaneo.

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