
Tralasciando i Golden Globe di Oscar e Nomination ce ne sono un bel po’ mi sa.
- Migliore sceneggiatura non originale a William Peter Blatty
- Miglior sonoro a Robert Knudson e Christopher Newman
- Nomination Miglior film a William Peter Blatty
- Nomination Migliore regia a William Friedkin
- Nomination Miglior attrice protagonista a Ellen Burstyn
- Nomination Miglior attore non protagonista a Jason Miller
- Nomination Miglior attrice non protagonista a Linda Blair
- Nomination Migliore fotografia a Owen Roizman
- Nomination Migliore scenografia a Bill Malley e Jerry Wunderlich
- Nomination Miglior montaggio a John C. Broderick, Bud S. Smith, Evan A. Lottman e Norman Gay

Non albergava in me uno spirito controcorrente che voleva in tutti i modi contrastare il pensiero dei miei genitori. Concedendomi tutto ed essendomi permesso anche quello che generalmente non lo è, hanno ottenuto, inconsapevolmente o meno, quello che generalmente non si spera nemmeno: assoluta devozione. Devozione che mi ha sempre fatto agire con l’intento di renderli orgogliosi di me. Non tradirli. Rispettare i loro pensieri.
Quando mi sono trovata davanti L’esorcista a undici anni e lo ricordo come fosse stato ieri, ho temuto di non farcela. La musica era eccessiva e nonostante allora non capissi esattamente cosa fosse la fotografia dentro di me intuivo che i colori non erano quelli di Lady Oscar e Georgie che corre felice sui prati.
A undici anni adesso rivedendomi capisco che ero davvero troppo piccola. Se adesso mamma mi chiedesse “faresti vedere a tua figlia L’esorcista a undici anni?” risponderei, nonostante molte reticenze, sì. E questo sarà uno di quei problemi che farà azzuffare me e il Nippotorinese in un’eventuale educazione della prole.
Al contrario di me il nordico ha sempre avuto orari, regole e limitazioni.
Avevo la coda di cavallo ed ero seduta sul letto con il piumone azzurro. Forse quello di Diddle ma non ne sono sicura perchè questa immagine del piumone è confusa e devo riprenderla. Ho inspirato ed espirato fortemente e mi sono detta che. Se una cosa volevo vederla bene. La vedevo. Se non volevo vederla. Non dovevo vederla. In ricordo delle parole di papà.
Niente si fa a metà. Niente. E se lo diceva papà era chiaro che così doveva essere. Mi sono accarezzata un po’ i capelli perchè lo faccio sempre come forma di incoraggiamento anche a distanza di venti anni e ho visto.
Ho visto una storia che non mi ha spaventato. Mi ha letteralmente paralizzato. Vivevo il tormento della fede in quel momento. Frequentavo un collegio cattolico non perchè i miei fossero particolarmente invasati ma più per il fatto che lavorando molto non potevano accudirmi e quindi una scuola pubblica non faceva al caso mio. Entravo alle otto del mattino e uscivo poi il pomeriggio tardi. Questo per dire che la mia mente veniva continuamente bombardata da preghiere. Prima di studiare e prima di mangiare. Prima di studiare al pomeriggio. Senza contare i cori dove eccellevo pochissimo con la mia voce da cornacchia e via dicendo.
Eppure qualcosa non mi tornava. Mamma credeva fortemente in Dio e ogni sera dava un bacetto a Gesù sul comodino. Papà non credeva fortemente in Dio e ogni sera dava un bacetto a me e buonanotte. Anche mamma mi dava un bacetto eh. Ma l’ultimo era sempre Gesù. E per un po’ confesso senza vergognarmene sono stata pure molto gelosa di questa cosa.
Una sorta di competizione con Gesù sul comodino; che per inciso è sempre lì. Sul comodino.







Insomma per dire che nonostante mi ostini a volermi disegnare timida, riservata e apparentemente altezzosa, nella vita reale mi ritrovo ad abbracciare le vecchiette che non arrivano allo zucchero e a tenere in braccio bimbi sconosciuti mentre le mamme “un attimino prendo il pane”.











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