Il Polpettone di Annie Wilkes (Misery non deve morire) è con il prosciutto. E il tuo?


*Foto prima classificata nella Top Ten delle Foto più orrende che abbia mai fatto*

Parlavo del Polpettone in occasione delle Uova strapazzate alla Wilkes, donna dolcissima che finisce al diciassettesimo posto nella classifica dei cattivi più cattivi del cinema a Hollywood. E’ il momento della cena romantica. Il poveretto che si trascina per qualche secondo, giusto il tempo in cui lei si allontana, in cerca di qualcosa che posso salvarlo è costretto a vedere la bella faccia curata di Annie alla quale va riconosciuta la forza estetica del fondotinta. Se nelle altre inquadrature rasentava la trascuratezza (insomma come appaio io giornalmente, per intenderci), a lume di candele e con le luci giuste poteva pure avere qualche chance di appartenere senza ombra di dubbio al genere femminile. Lui la guarda fintamente languida perché l’unica speranza risiede nelle medicine che vuole propinarle dentro il bicchiere di vino rosso (calice che finirà bellamente sulla tovaglia a inizio cena, giusto per fargli togliere qualsiasi fantasia di sopravvivenza) interessandosi (e tanto pure) al mitico polpettone di Annie.

 

Un ammasso informe di carne il cui segreto a detta sua è il pomodorino fresco per un salsa succulenta e il prosciutto come ingrediente speciale del ripieno. Non so esattamente da che parte dell’America arrivasse Annie ma da che mondo è mondo (leggi: Trinacria è Trinacria) nel polpettone se non ci infili dentro almeno otto uova, prosciutto, mortadella, formaggio, e un piccolo mammut non sei praticamente nessuno (tiè).

Ho approfittato di Nanda in casa e di SantaSignoraPina per farmi insegnare il polpettone (non che sentissi questa necessità, sarò onesta). Volevo proprio vedere due sicule all’azione. Pareri contrastanti. Sulla mortadella o meno. Addirittura sul tritato che doveva essere metà di maiale. Qualche diatriba pure sul battuto. Si evince insomma che sul polpettone se ne possono dire di cose. La maggior parte delle volte inesatte ma che per tradizione, cultura e gusto automaticamente diventano imprescindibili (a casa propria, eh). Ognuno se ne fa una ragione e stabilisce come fosse un dogma che la mortadella costiquelchecosticiva. Allo stesso modo che l’uovo costiquelchecosti non ci va. Sarò molto franca e onesta. Io del polpettone non ci ho capito assolutamente nulla. Sul Falsomagro catanese sono quasi preparata ma sul polpettone no.

Lancio questo appello nazionale: ma voi il Polpettone come lo fate? Che sia Instagram, Facebook, Twitter, Google plus attendo numi, lumi e pure qualche pacca consolatoria perché fotografando il polpettone ho capito una cosa:

non voglio mai più vedere un polpettone in vita mia. Allo stesso modo mi piacerebbe avere un ricordo di ingredienti giusto per cultura (poca che ho) culinaria. Allora Annie di tutta Italia rinchiudetemi al grido di Maghettanondevepiùvivere e preparatemi a suon di schiaffoni (virtualmente) il vostro polpettone.

E’ un’occasione imperdibile, insomma (e Nanda vi sarà grata perché è curiosa di provare tutte e dico TUTTE le versioni dei Polpettoni).

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Un Panino con i Vermi Insanguinati


 

Taglia a fettine sottilissime i wurstel e passali in padella senza aggiungere olio o altri tipi di grassi. Poggiali su un panino leggermente tostato sulla piastra ben calda e metti del ketchup sopra (pare la ricetta del Petto di Pollo della Canalis o sbaglio?)

Arricchisci la presentazione con qualche cartoncino che enuncia frasi del tipo “Vermi insanguinati” o roba pucciosa e carina così “intestino putrefatto”. Insomma cose belle.

 

Vermi insanguinati. Una contraddizione in termini perché nonostante non sia un’appassionata di vermologia (esisterà sicuramente) credo proprio che non abbiano vasi sanguigni ( è proprio un blog di cultura, questo). Da brava antipatica quale sono confesso di fare sempre un po’ di storie quando vedo mamma addentare wurstel. Non mi interessa (sempre perché sono proprio tollerante) che siano di pollo o meno. Parto con il sermone sugli scarti, sul fatto che blablabla, che semmai avessi un figlio bububu e tutta una serie di frasi trite e ritrite che fuoriescono dalla mia bocca random e che annoiano mortalmente lo sfortunato partecipante alla conversazione.

Estraniandomi (come la maggior parte delle volte) e vedendo il wurstel esclusivamente come “cibo coreografico che ben si presta a tanti tipi di realizzazioni” (bento docet), perché per me oggettivamente questo è, devo asserire che mai come in questo periodo mi torna utile nelle diverse preparazioni dal sapore horror (nulla mi impedisce in effetti di pensare che questa correlazione abbia radici profonde). 

Sotto, come d’abitudine, lascio qualche link con altre preparazioni che lo contengono. Non c’è un granché da dire su questa presentazione se non che si presta a varie declinazioni e che è semplicissima da realizzare (gli americani fanno anche dei semplici Hot Dog infilati in simil bare con tanto di scritta”R.I.P.”). Anche per chi non ha tempo da perdere ma vuole ugualmente concedersi o concedere al proprio figlio, magari durante una piccola festicciola tra amici, qualche piatto a tema. Nulla vieterà alle persone antipatiche come me di scegliere un panino non industriale, un wurstel meno commerciale, un ketchup fatto in casa e blablablabubu; in quel caso decade il fattore: velocità per la stragrande maggioranza ma anche no.


Questa signorina qui, costretta a non poter scendere le scale fino ai sei mesi per un problema congenito della razza, mi ha dato un gran bel filo da torcere durante la fase “passa i wurstel in padella”. Sono giorni di pioggia e non può stazionare tra terrazze e luoghi a lei adibiti (soprattutto una zona guarda un po’: in costruzione). Si è spiaccicata quindi dietro la vetrata che chiude la zona soggiorno-cucina inveendo contro di me. L’odore dei wurstel ha innescato in lei una preoccupante ferocia nei miei riguardi. Disposta a tutto pur di averli ha tentato di seguirmi (quasi) anche fin giù dalle scale. Se non altro ho capito quali esche adoperare quando si presenterà il problema “insegniamo a scendere le scale a Koi”.

 

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Animelle – Le Ricette della prima stagione di American Horror Story


Ci sono diverse e non troppo impercettibili correlazioni tra le tre diverse stagioni di American Horror Story e sono curiosa di venire a conoscenza se lo stesso avverrà nella quarta. Non sono un’appassionata sfegatata di serie tv, e come spesso ho avuto modo di scrivere mi annoio facilmente. Sono pur sempre quella che nonostante l’ammirazione nei confronti di chi ha tessuto la trama di Dexter (per le prime stagioni) ha mollato senza neanche il benchè minimo interesse  di che fine facesse. Spero, più che altro, che American Horror Story non diventi in futuro la macchietta che ha incontrovertibilmente “inventato” un genere  innescando tutta un’altra serie di filoni finora non troppo interessanti (sempre a mio modestissimo avviso). Non è mai intrigante ciò si ripete all’infinito ma lo è quello, magari, che viene rimpastato per poi produrre un messaggio. Nel senso che American Horror Story è come se avesse una trama nascosta in quelle esposte (oppure devo solo dormire di più): seppur in tempi, circostanze e ambienti diversi. Mi piace immaginare che arrivati alla sesta (senza sperare di più, francamente. Mi pongo proprio questo limite) per un gran finale magari la casa, l’ospedale psichiatrico, la magia antica e moderna e il circo si incontrino per un exploit sbalorditivo. Pure gli alieni, ovvio.

Non è questo il tempo e il luogo per trascrivere tutte queste mie inutili considerazioni e soprattutto dettagli da me notati ma basti pensare che non vi è una stagione nella quale non venga data molta importanza al giorno di Halloween. Come fosse l’inizio del segno del male. Nella prima stagione con l’organizzazione della festa di Halloween; questa corrisponde anche all’iniziazione del male, ovvero quando Vivien introduce con voglia della carne morta, quali il pancreas crudo, nel corpo del “bambino” che dovrà dare alla luce. Come una novella Rosemary’s Baby portando in grembo il seme del male tra il regno dei vivi e quello dei morti. Nella seconda stagione con la mela caramellata che il dottore offre alla suorina dolce e incontaminata dai piaceri più semplici quali lo zucchero raffinato. E’ proprio in questa puntata infatti che si innesca qualcosa di malvagio nell’illibatezza di colei che per tutta la serie impersonificherà il diavolo. Ed è infine nella terza serie che si scatena il male sempre in quel limbo che coesiste tra il regno dei vivi e morti, infatti di Halloween si parla quando Kyle sfoga le sue rabbie represse nei confronti della madre da cui ha subito continue violenze.

Il giorno di Halloween diventa quindi rappresentativo del male supremo in quel confine dei due regni che tanto fa discutere, impaurire ed esorcizzare le più ancestrali paure.

Sul fatto che Halloween per molti idioti (senza girarci intorno) sia anche e solo questo, ovvero un’opportunità per certi versi autorizzata per maltrattare animali o sfogare le proprie frustrazioni, è un triste dato di fatto.  Va bene la tavola wicca, il triangolo, due bibite e quattro amici che sparano fesserie e si improvvisano medium denoiatri per poi raccontare storie terrificanti davanti al falò l’anno dopo tra pizza fredda e la chitarra ma. Ma non è difficile purtroppo superare quel limite di decenza.

Non molti giorni fa mi confrontavo proprio su questo argomento con una mia carissima amica. Tralasciando quello che i cattolici più integralisti vogliono far passare per pagano e azzardoso, vaneggiando pure sulla potenziale pericolosità del Trick Or Treat come messaggio satanico (mi ci faccio giusto una risata e vado avanti a ticchettare), c’è da dire che come in tante occasioni si trova la scusa buona per deviare, trasformare e ridicolizzare un Capodanno importante per molte anime. Ridotto tutto al costume di Michael Myers, un po’ di sangue finto e quattro fesserie  diventa mortificante (mai parola fu più azzeccata al contesto *ticchettò ridacchiando isterica*). Ridotto tutto all’uccisione dei gatti neri, riunioni di sette sataniche e caproni con zoccoli che varcano i confini diventa angosciante quanto l’inferno in terra. Come diceva mio papà, e non è un’ovvietà, generalizzare è il primo step per guadagnarsi una bella medaglia di idiozia. Informarsi, conoscere e non smettere mai di studiare e cambiare idea, perché no, il passo verso quella immortalità mentale che francamente agogno.

Sarò onesta: il fatto che ci sia di mezzo spesso il Pancreas è una coincidenza che ho notato. Vivien mangia il pancreas crudo nella prima stagione. Nella terza c’è una pozione magica che richiedere il sangue di pancreas umano per la crema di eterna giovinezza e vita di Madame LaLaurie. Nella seconda si fa riferimento proprio a un tumore al pancreas che stronca Kit.

A vita nutrirò un sano odio nei confronti di questo maledetto organo che ha deciso di impazzire e fare soffrire il mio papà portandolo dall’altra parte dove la vita non c’è. E’ una ghiandola annessa all’apparato digerente che produce un succo, insulina e altro. Ha una testa e una coda e ne sono venuta a conoscenza nel primo periodo in cui a papà è stato diagonisticato il tumore (l’unico con una bassissima se non inesistente percentuale di guarigione).  Misura circa 12-15 centimetri e l’ho sempre immaginato come un mostro. Che si agita. Si contorce. Sbatte la coda. Sbatte la testa. Si dimena. Non si ferma. Ti rosicchia. Sputa parti. Non si può catturare perché è piccolo, subdolo e nascosto. Se riesci a prenderlo ti tiri via tutto quello che c’è intorno; soprattutto quello che c’è di buono. E’ infido.

Quando Vivien durante la prima stagione l’ha mangiato crudo, per un momento ho desiderato di farlo anche io. Di ucciderlo con i miei denti. Di strapparne le carni tra i canini fino a sentirli stridere e farmi male. Le viene servito dalla cameriera  Moira O’Hara  insieme a quelle che la traduzione italiana ha dato come “animelle”. Ed è stato lì che mi è venuto in mente anche il dolore dell’Ingegner Suocero, che in modo simile al mio papà, ha dovuto patire l’accanimento da parte di questi esseri con testa e coda fino alla morte. Di queste parti nascoste che vivono talvolta pacificamente e altre ribellandosi.

Non sono riuscita a cucinarle io queste frattaglie. Le ho viste tagliate a pezzi, imburrate e impanate di farina da mamma e SantaSignoraPina. Ho visto arrivare Seby con due sacchetti ricolmi di organi orrendi. Tutti mischiati. Bianchi, rossi e quasi neri. Sono stata lì a capire cosa fossero uno per uno. Ho quasi vomitato e con gli occhi fuori dalle orbite me lo sono imposta. Poi.  Mi sono seduta e le ho volute vedere lì in padella. A pezzi. Cuocere. E finire ridicole in una bella foto con tovagliolo prezioso, forchetta antica e fiore delicatissimo. Ho fotografato provando un senso di liberazione, quasi. Unendo la delicatezza della purezza e l’orrore. Facendo vincere sempre e solo la prima. Perché è sempre la luce a emergere e le cose belle. Il marcio c’è, certo, ma non bisogna mai dimenticare. Ma proprio mai. La luce. La vita.

A me papà ha insegnato anche questo. L’ottimismo. Perseguire il bene. Costruirlo. Impegnarsi. Ho una foto di lui che ride tantissimo mentre indossa un paio di occhiali con i fantasmi che si illuminano. In uno dei tanti Halloween addobbati, divertenti e perché no, posso dirlo, davvero spettacolari che negli anni ho organizzato. Ho foto di lui che mi abbraccia mentre lo inseguo con le mani sporche di zucche pieni di semi. Ho foto di papà con il cerchietto di pipistrelli e.

E nonostante esista un varco perenne, perché vivo lì in attesa, tra i due regni dove ci hanno separato a me piace pensare che  il trentuno ottobre ci attenda una cena e che io gli consegni quel maledetto mostro.

Fritto e Ridicolizzato.

Steak Pie – La Torta di Carne con Poirot e il primo Racconto: L’idra di Lerna


poirot

Settimana prossima è il compleanno di Agatha Christie. Non manca poi molto anche per Stephen King/Hitchcock e come se non bastasse (sto cercando disperatamente dei collegamenti che non hanno testa né coda, sì) Halloween è in arrivo (sono sempre quella che dice “arrivati a Settembre è già Natale”) e. E qui tutto si tinge di giallo. E rosso. Per dire che fino a che non arrivano renne, orsacchiotti, tacchini e pucciosi uomini barbuti panzosi, di dolce, tenero e cuccioloso ci sarà ben poco (mettiamo metà novembre? ma sì). Evvivailcielo: misteri, sangue, assassini, alieni, mostri e gente poco raccomandabile. Solo così mi sento al sicuro e protetta.

Sul mio Libro “Le Ricette di Maghetta Streghetta”, edito da Mondadori, nel calendario matto c’è ovviamente il 15 settembre, data di nascita dell’insuperabile giallista, e una delizia mortale al sapore di cioccolato dedicata all’amato Hercule. 

Hercule Poirot guardò con aria incoraggiante l’uomo seduto di fronte a lui. Il dottor Charles Oldfield doveva essere sulla quarantina. Aveva i capelli biondi, brizzolati sulle tempie, e occhi azzurri che si rivelavano una certa preoccupazione. Era un po’ curvo e i suoi modi apparivano vagamente esitanti. Non solo, ma sembrava che avesse un po’ di  difficoltà a confessare il motivo della sua visita. Balbettando lievemente disse “Sono venuto da voi, Monsieur Poirot, con una richiesta piuttosto strana. E adesso che mi trovo qui, provo una gran tentazione di lasciar perdere. Perché, ora lo capisco benissimo, si tratta proprio di quel genere di faccende per le quali non si può fare assolutamente niente”.

Hercule Poirot mormorò “Quanto a questo, lasciatelo giudicare a me”. Oldfield borbottò “Non so perché ho pensato che forse…”. Ma non finì la frase. Fu Hercule Poirot a concluderla. “Che forse avrrei potuto aiutarvi? E bien, forse è possibile. Raccontantemi qual è il vostro problema”. Oldfield si raddrizzò e Poirot potè constatare di nuovo che quell’uomo appariva stravolto, esausto. Oldfield disse, e nella sua voce si insinuò una sfumatura di disperazione, “Vedete, non serve andare alla polizia… Non possono fare niente, quelli. Eppure… ogni giorno diventa sempre peggio. Io… io non so cosa fare…”.

“Che cosa diventa sempre peggio?”. “Il pettegolezzo… oh, è molto semplice, monsieur Poirot. Poco più di un anno fa è morta mia moglie. Era inferma già da vari anni. Dicono, tutti dicono che io l’ho uccisa… che l’ho avvelenata!” – ” Aha!” commentò Poirot. “Ed è stato realmente così?”.

“Monsieur Poirot” il dottor Oldfield scattò in piedi.

 

L’Idra di Lerna, che fa parte dei racconti di Hercule Poirot e che da poco ho anche scaricato su ibook per averli sempre a mia disposizione, (il ché di per sé è una cosa che mi rende estremamente felice) l’avevo completamente rimosso. Sto dando una bella rispolverata e appuntando ricette su ricette (Agatha Christie è davvero un pozzo infinito di scienza culinaria e questa sua sacra passione, tanto quanto la scrittura, emerge in ogni dove) in modo da passare l’Autunno e pure l’Inverno con plaid-caminetto-deliri culinari in formato giallesco (si potrà sicuramente dire giallesco, dai). La Torta di Carne onnipresente (qui una versione dedicata a Miss Lovett e Sweeney Tood fatta anniannianni fa, 2010), quasi quanto la Sheperd’s Pie (su cui ho blaterato in correlazione a Dowton Abbey proprio qui), è un piatto ricchissimo che per gli amanti dei piatti poveri, saporiti e belli sostanziosi è una vera e propria manna dal cielo. E’ una prova di pasticciofumettoricetta, insomma questa. Giusto per carburare, vedere un po’ se i pasticci con gli scanner non sono poi così terribili e se il font è leggibile. Su Youtube si fa la prova su strada del rossetto (e mi pare giusto) e qui pure; ha una sua logica no?

Consigli? Il font è leggibile? Poirot rimane comunque intrigante manco fosse Jason Momoa di Game Of Thrones? (ok adesso sto esagerando, me ne rendo conto).

La Ricetta:

Il filetto di manzo dovrà essere tagliato a piccoli dadini; questo si può richiedere senza alcun problema già al macellaio di nostra fiducia. Sbuccia la cipolla e tritala per bene. In una ciotolina metti la farina, il sale e il pepe. Passa i dadini della carne sulla farina e lasciali cuocere nella cipolla appassita nel burro. Cuoci a fuoco dolce per almeno 15 minuti e poi tieni da parte.  In un pentolino porta a ebollizione 30 cl circa di acqua con lo sherry o vino liquoroso e salsa Worcestershire. Otterrai una salsetta dove intingere la carne a dadini che hai messo da parte. Mescola tutto per bene. Preriscalda il forno a 200 e nel contempo prepara la teglia con la prima sfoglia che sarà la base e la seconda che sarà la copertura.

Imburra la teglia leggermente e stendi la prima sfoglia. Bucherella la superficie e poi distribuisci la carne per bene. Ricopri tutto con l’altro foglio di sfoglia e chiudi per bene i bordi sigillando con cura. Al centro della torta (per farla sfiatare) fai un buchino non troppo generoso (quanto mi piace il camino delle torte! A te?) e spennella tutta la superficie con del latte (e se vuoi anche del tuorlo) in modo che venga bella dorata. Una generosa presa di sale e anche di pepe se vuoi. Trenta minuti in forno per cominciare e poi scendi a 180 per altri trenta minuti. Dovrebbero essere sufficienti ma controlla comunque sempre la doratura della torta.

Puoi profumare con il prezzemolo e allo stesso modo puoi pensare pure di insaporire la carne con le spezie che più ti piacciono. In Inghilterra, si sa, della cucina indiana e delle piccanti e gustosissime spezie si fa un adorabile abuso, quindi perché non personalizzarla secondo i propri gusti?

Il preziosissimo consiglio di Malti da Legare!

Steak Pie con doppio abbinamento, ovviamente solo birra in stile inglese! Per gli amanti delle birre un po’ più amare, consiglio di abbinare a questa carnotorta una fantastica Magus del birrificio Durham da 3,8% alc, chiara fresca e semplice ma decisamente appagante nonostante la bassa gradazione alcolica. A chi preferisce birre più dolcine consiglio invece una Sleck Dust di Great Newsome Brewery, più bilanciata e floreale, prodotta con una piccola percentuale di frumento. E poi tutti in Inghilterra!

Il Pollo alla Pier della Domenica


 

  • 4 fusi di Pollo
  • olio extra vergine d’oliva
  • sale grosso macinato sul momento
  • 1 limone
  • 2 lime e il loro succo
  • Le Spezie di Yoko (se ti interessano ho scritto sull’immagine tutto quello che contiene la scatolina magica)

Lava le cosce e asciugale per bene. Lasciale marinare ber almeno 30 minuti nel mix di olio, spezie, succo di limone e lime, aggiungendo pure la buccia grattugiata. Trascorso il tempo poggia i fusi sulla carta stagnola e versa sopra il succo della marinatura. Spennella per bene la superficie della carne. Cuoci a 250 per 15 minuti e chiudi la cottura a 220 per altri 30 minuti.

Mamma sta con e da noi. Seppur abitiamo praticamente di fronte, ergo a tre metri di distanza e ci sia “il cordone ombelicale” tra terrazzo-terrazzo con tanto di carrucola e filo per passarci le cose (invenzione di Turi, neanche a dirlo), la notte mamma. Sta con e da noi. Lei ha una casa troppo grande. Anche noi adesso abbiamo una casa troppo grande. E tre piani di qui. Tre piani di lì sono nulla se sali e scendi scale senza mai incontrare chi vorresti vedere. E allora ci siamo reinventati spazi e la stanza dell’alieno è diventata il suo conforto notturno. E allora la mia dependance è diventato il luogo dove Koi invecchierà e dove la privacy di Nanda non verrà intaccata pur rimanendo collegata a me e a noi. E tanta confusione, insomma. Di quel dolore quando ti rendi conto, pur sapendolo già da tempo immemore, che ci sono fortune che non servono a nulla se.

Se nelle scale non incontri chi vorresti incontrare. Scendendo e salendo. I gradini degli attimi e della vita stessa. Capita quindi che qui ci siano tre tipi di cucina diversa. Mamma cucina spesso deliziando di fritture il Nippotorinese, che tra poco verrà ricoverato per overdose di fritto e grasso. Io cucino per loro ma principalmente provando quello che a me interessa in fatto di sperimentazioni e quindi a volte si ritrovano senza pranzo o cena, per dire. Pier, lontano dai fornelli solo perché oberato dal lavoro, talvolta si avvicina. Con la sua risaputa delicatezza. E indubbia bravura.

Non dovevo scattare le foto a questo pollo in realtà. Era Domenica, due settimane fa se non sbaglio, e io, non potendo fare il bagno a Koi perché non ha ancora completato i vaccini, mi sono decisa quanto meno a passarle la spugnetta intinta semplicemente nell’acqua tiepida perché lo shampoo a secco non bastava più. Le mie narici hanno patito sin troppo. Mamma era uscita a comprare l’olio di mandorle consigliatoci dal veterinario perché la piccola durante uno dei suoi tripli salti mortali aveva preso una botta pazzesca procurandosi una ferita. Pier ha chiesto cosa dovessimo farci con quelle cosce di pollo in frigo. Perché adesso che Nanda sta qui c’è sempre troppa carne in questo frigo. Nonostante io cerchi in tutti i modi di (quasi) imporle una disintossicazione, lei è come se per spirito di contraddizione intasasse il mio frigo di carne su carne su carne. Con la spugnetta a forma di cuore in mano e la zampa di Koi nella bacinella rossa ho urlato “nonlosononcelafacciopiudivederecarne”.

Mi sarebbe piaciuto fare qualcosa di indiano; o meglio. Nella tragedia la scelta meno peggiore era proprio una preparazione indiana. A mamma piacciono molto le spezie e il salmone con lo yogurt inaspettatamente ha riscosso successo. “Qualcosa di speziato!” dico.

Lo trovo con il pennellino in mano che spennella questi fusi di pollo. Tutto sorridente mi mostra questo delizioso contenitore di spezie dimenticato in dispensa che doveva essere a quanto pare adoperato per il tofu. Fa una sorta di Lemon Sticky Chicken, ovvero marina il pollo nel succo di limone e olio extra vergine d’oliva e poi lo spennella ancora prima di insaporirlo con quest’ondata di spezie che Yoko ha preparato per noi. Si gioca un po’ a immaginare Yoko. Si guarda Koi tutta pulita, tanto da sembrare un altro cane (solo con acqua! Figuriamoci quando potremo finalmente immergerla!), e si passa un’altra domenica. Non incontrando chi vorresti incontrare nelle scale.

Mamma torna e porta due palle a Koi. Una grande e una piccola. Koi le corre incontro tutta felice e profumata. Pier sforna il pollo dopo aver fatto schizzare olio ovunque ma non mi arrabbio. La cucina è nuova e si deve sporcare. Vado verso la macchina fotografica. La prendo. C’è il cinquanta montato e mi dirigo verso la cucina. Passando per le scale mi giro. Penso che di Domeniche belle come quando tu le salivi non ce ne saranno. Che c’è troppa carne qui dentro. Che Mamma sarà una nonna meravigliosa. Che Pier è un ottimo cuoco.

E che io sono pur sempre molto fortunata ad avere tutto questo. E ad avere te. Non nelle scale ma nel cuore. E mi impongo di continuare a respirare. Per non soffocare di dolore.

Oggi lo Studio. Domani alle 11.11 ti porto in cucina.

Una Vegana Cannibale che cucina Hamburger con Uova Fritte. E’ difficile per tutti il Lunedì.



Man VS Food. Quanto è adorabile? Non seguo moltissimo questo programma nonostante lo mandino in loop su Sky. Preferisco a quell’ora essere rapita da Bourdain, che tra i tanti nel mio personale catalogo emerge lasciando un’abissale distanza di livello con gli altri (poi se volessi proprio rapirmi Bourdain, dimmi solo a che fermata dell’autobus farmi trovare. Sono quella con la valigia leopardata, grazie).

Adam Richman è pacioccoso e dolcioso. Ha la facciotta davvero simpatica e quindi è un piacere a volte vederlo addentare un mammut tutto intero dentro il panino (una parte di me vorrebbe prenderlo a schiaffi per il messaggio e il blablabla di pochi giorni fa ma. Bandiera bianca alzata). Un lavoro difficile (ironia! sarcasmo! allarme allarme! accendere la lucetta) quello di digiunare per due giorni interi, poi uccidersi con pietanze grandi quanto monumenti per poi salire ore sul tapis roulant e rimanere ugualmente sul sovrappeso andante. Nonostante Adam abbia DAVVERO (scritto maiuscolo grande grande) dichiarato questa agghiacciante verità, continuo a pensare che Adam e Zimmern per quanto siano “utili” socialmente e culturalmente dal punto di vista dell’informazione culinaria rischino seriamente la vita (smettila di guardare lo schermo inorridito e dirmi “esagerataaaaaaaaa”. Lo so che sono esagerata, uff). Già il dimagrimento improvviso di Zimmern per continuare ad abbuffarsi nella nuova stagione lo trovo come messaggio un tantino sopra le righe con relativa scritta lampeggiante “pericolo in corso-messaggio sbagliato-aiuto-aiuto”.

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Pollo al forno marinato nel cedro, limone e mandarino con Patate Dolci e Carote agli agrumi


A Mamma, Papà e Nippotorinese questa ricetta super velocissima è piaciuta davvero tanto. Si tratta solo di trovare le Patate Dolci e affettarle con una mandolina. Ne ho una professionale pazzesca che fa diversi spessori e forme grazie a un super-mega-iper-fantasmagorico regalo del mio Bellissimo Architetto; mi ha omaggiato infatti di questo Aggeggio Fantabuloso (che chiamarla Mandolina è offensivo) capace di affettare in modo incredibilmente preciso e artistico. Roba che faccio a julienne qualsiasi cosa. Affetto pure la banana con l’Aggeggio Fantabuloso. E’ una passione irrefrenabile che mi ha preso come quando dopo aver acquistato la Centrifuga infilavo dentro pure le ciabatte e le creme giorno. Come nel cibo quindi vado a periodi. Questo è il periodo in cui affetto tutto a spessori alterni con le forme più disparate.

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Come ti riciclo il cotechino: Torta Salata di Cotechino e Mela


Questa angosciante fotografia della zampotta di maiale, in formato zampone o cotechino poca importa, sul piatto di lenticchie mi ha perseguitato (non solo a me in effetti) e tormentato per tutte le Vigilie di Capodanno della mia vita. Quella fettina ingozzata a forza con cucchiaiate di legume “perché porta fortuna” verso mezzanotte, quando ancora si ha la bocca impastata di tartine al salmone, è la definitiva mazzata che ti fa seriamente pensare “all’anno prossimo non ci arrivo”. E’ lì triste, molliccia e grassa. Buttata su un piatto di lenticchie mortificate da un luogo comune squallido: più soldi. Bleah. Non ha mai fatto per me questa orrenda tradizione. Sin da piccola mi sono sempre RIFIUTATA categoricamente di assaggiare il cotechino. Non so neanche che sapore abbia.  Il Nippotorinese mi dice che quello fresco, comprato magari da Luiset vicino ad Asti, non ha niente a che vedere con quella zampotta cellulitosa (piena di cellulite sì. Conio termini) infilzata come in una pressoterapia dentro alluminio compresso. Come non credergli? E’ così felice con il suo cotechino fresco appena arrivato dalla Regione Piemonte. L’idea di doverlo cuocere per interminabili oreoreororeorore mi disgusta tanto quanto l’idea di dover vedere la triste fetta schiaffata (termine aulico) sul piatto di lenticchie. Perché il cotechino frescofrescofresco fa una puzzapuzzapuzza incredibile. Ma posso esimermi? Suppongo di no. Il Nippotorinese merita di mangiare come quando era piccino il suo cotechino frescofrescofrescopuzzosopuzzosopuzzoso.

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Le Ricette di American Horror Story – Chicken Pot Pie


Facciamo un attimo di pausa da babbonatalepacioccoso-renne-oggetti carini e sognanti e facciamo un colpo di sangue violento e distruzione? Perché sto per avere un esaurimento nervoso. La mia dodicesima personalità mi impone di SMETTERLA CON TUTTE QUESTE PACIOCCOSITA’!!!! BASTAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA! Fino al sei gennaio ( e poi con San Valentino Cuoricioso) rischio (rischiamo è più corretto) di farla (farle. Non è solo la dodicesima, per la cronaca)  collassare da troppo AMMMMORE/Luci (sono un’anima nera, dai. Al novantanovepercento. Solo che mi piace mostrare solo l’uno per cento).

Un po’ di sana violenza, sangue e oblio. Grazie.

(118 ? PRRRRRRRRRRRRRR) 

La prima ricetta dedicata ad American Horror Story è stata il dolcetto Peach Cobbler e se ti fa piacere puoi trovarlo qui. Non poteva certamente mancare il Chicken Pot Pie, ovvero la torta salata ripiena di Pollo e Verdure; la stessa che richiede, come avvenuto con il Cobbler, Queenie a Madame Delphine LaLaurie in una delle sue fameliche voglie notturne. La pie di pollo  è una preparazione salata straconosciuta-cucinata in tutte le parti di America. Il ripieno può essere di infinite varietà. Che sia carne macinata ( di parenti che ci hanno tormentato con la tombola? della zia che ci chiede ” ma quando un bambino?” dello zio che ci chiede ” ma quando vi sposate?” ANCHE. SONO PERFETTI PER QUESTA PREPARAZIONE! MACINATELI CON CURA)  di pollo stesso, coscia o petto. Che sia accompagnata da verdure precedentemente saltate separatamente o insieme alle carni. Che sia fida alleata per avanzi da brodi e derivati. Di ricette se ne trovano un’infinità proprio per questo. Solo adesso in Italia vi è questo utilizzo del “pasticcio di carne” o “torta di carne” perché effettivamente non esiste una vera e propria tradizione riguardo a questa preparazione. Rievoca un po’ la moussaka greca anche se quella non era contenuta da una pasta brisèe ma alternata a mo’ di “parmigiana” componendo strati di carne e verdure. Nell’Europa dell’Est come nel Nord Europa, al contrario del nostro paese, il pasticcio di carne è in voga proprio per l’eredità Britannica, patria indiscussa (ce lo ricordiamo il tortino di carne-umana in onore di Mrs Lovett, sì? Ecco. ).

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Le Ricette di Downton Abbey – Shepherd’s Pie


Ho scoperto Dowton Abbey da poco tempo e ancor in meno me ne sono affezionata. Serie televisiva Anglo-Americana, nell’ambientazione che preferisco in assoluto e prodotta per un network britannico, ha sbancato premi e ottenuto riconoscimenti altissimi. Con ascolti record sempre in ascesa pare che sia in assoluto la serie in costume di maggior successo mai mandata in onda. Emmy Awards come fossero biscottini cadono su questa trama mai noiosa, anche se apparentemente così innovativa proprio non è. Ambientata nella tenuta di campagna del Conte e della Contessa di Grantham nello Yorkshire a partire dalla tragica notizia dell’affondamento del Titanic nel 1912, si susseguono e scorrono le vite di aristocratici e domestici con una finezza però che non fa urlare alla telenovela, per quanto mi riguarda. Visivamente ci si trova sin dalle prime inquadrature davanti a qualcosa di simile a Gosford Park; ne avevo già decantato le lodi e passioni con la marmellata di arancia, qui. I costumi del tardo periodo edoardiano sono quelli che mi bloccano le vie respiratorie (gli stessi poi che la Maison Valentino ha ricalcato sulle passerelle per la Primavera Estate 2014. Incredibilmente abbottonati, chic ed esclusivamente in bianco e nero). Quando la rigida regola incontra il contrasto della protesta. La gonna leggermente si stringe e tutto diventa quasi più comodo. I corpetti si slacciano lasciando respirare le dame che cominciano l’impervio cammino per l’emancipazione reclamando diritti sino ad allora negati. Siamo proprio catapultati all’inizio e al fermento della rivoluzione. La donna voterà, diventerà crocerossina durante la prima guerra mondiale e dismetterà gli abiti di bamboletta soprammobile incipriata con i capelli abboccolati.

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Sticky Lemon Chicken. Vabbè il pollo appiccicoso al limone che conoscono tutti, va


Gordon Ramsay è il re dello Sticky Lemon Chicken ed è innegabile (ma anche Jamie Oliver, va). Si tratta di una ricetta talmente semplice e “pasticciosa” (quelle che non piacciono a me da eseguire ma che al Nippo sì. Da mangiare, insomma) che non c’è davvero molto da dire. Solo che io trovo molto da dire pure della cosapiùinutiledelmondo e quindi potrei star qui a disquisirne per ore ore ore ore ed ore ammorbando l’ universo ma.

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