A cena con Oscar: Ernest e Celestine Vs Frozen – Marshmallow e Cioccolato


Non ho visto il film di Miyazaki che concorre agli Oscar come migliore animazione. Parrebbe essere l’ultimo della carriera del Maestro; questo oltre a gettarmi nell’oblio e nello sconforto assoluto (che neanche la notizia che abbia ripreso a disegnare può confortare, ma il dolore quantomeno lo allevia. NOOOO! Non basta! Datemi un calmante o non la finisco) mi fa venir voglia di tifare spudoratamente a prescindere per lui. Che vabbè lo avrei fatto comunque, quindi su che cosa sto vaneggiando? Non lo so. Continuo. Ah sì. Ernest e Celestine Vs Frozen per non mettere troppa carne al fuoco. Né di orso e né di topo. E poi con tutto il ghiaccio che c’é neanche potremmo (no ma seriamente: cosa sto dicendo?).

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Mary and Max: Latte condensato e Cioccolato


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Tediosi Riassunti e minacce di imminenti ritorni


Essendo ancora in viaggio e non trovando connessioni  stabili ma perseverando nel voler tediare ugualmente l’universo intero con le mie sciocchezze cosa mi sono inventata? Un piccolo riassunto visivo con i link delle ricette che sono state preparate qui  al Gikitchen. E’ la volta delle ricette correlate al Cinema in genere e alle amate animazioni. Una bieca scusa per raccogliere ulteriormente bacetti, insomma. Non si dica che io non sia fubbba con almeno tre b.

Colgo l’occasione per trenta secondi di serietà assoluta. Ringrazio spesso anche se non è mai abbastanza,  ma tutte le dimostrazioni di amore, affetto e amicizia ricevute in questi giorni mi hanno letteralmente lasciata senza parole. E non produrre amenità verbali corrisponde a un vero e proprio miracolo.

Per chi non avesse Instagram  e non volesse perdersi, per masochismo o inspiegabili ragioni, alcuni dei miei upload tramite iphone può sempre rovinarsi la giornata cliccando qui >>> . Tanto manca veramente poco e potrò rovinarvele davvero per bene. Questo dodici per cento non basta, me ne rendo conto.

Dovrei abbandonare l’impervio cammino dell’astemia e darmi alla burrobirra


Beh sì. Non è che potessi davvero temporeggiare oltre. L’anno scorso se ne era parlato fino allo sfinimento con Cri e senza alcuna ragione ho (abbiamo) sempre rimandato. La burrobirra è, insieme all’idromele, la bevanda più famosa nel mondo dei Maghi.  Leggere la Gazzetta del Profeta acquistata a  Diagon Alley sorseggiando una buonissima e caldissima burrobirra al Paiolo magico, dopo aver sbocconcellato magari qualche dolcetto alla menta e due cioccorane, è un’immagine ricorrente e persistente nelle parole e visioni della Rowling.

Qui si è già preparato il Goulash Ungherese presente al Ballo del Ceppo e gli Harry Potter Cupcake con le facciotte di Silente, Harry, Ron, Hermione e Hagrid, dove aleggia ancora il mistero della scomparsa (eh sì, nessuno riesce a capire perchè il post sia scomparso. Indagano al momento le sorelle del mio cuore: Cri e Ale) . Ci dovrebbero essere anche dei dolcetti alla menta ma non riesco in alcun modo a risalire al link che ne indica la preparazione (Ale! Cri! abbiamo un altro mistero. Tutto quello che riguarda Harry è stato fagocitato dall’archivio di WordPress. Illogico ma veritiero) .

Prima di continuare però nell’ impervio cammino di riprodurre gran parte delle ricette presenti nel capolavoro della Rowling, bisogna partire dalla base. Oltre le cioccorane e le Tuttigusti più uno che mi stanno dando del filo da torcere perchè non mi accontento di riprodurne qualcuna già fatta ma pretendo di inventarne una  in preda a improvvisi deliri di onnipotenza, una base certa è per l’appunto la burrobirra.

Non vi è mago, che sia Serpeverde, Grifondoro, Corvonero o Tassorosso, che non ne vada matto. Non vi è decisione importante all’interno del buio Paiolo Magico senza una grande e fumante burrobirra. Ogni parola sussurrata è stata pronunciata davanti a boccali schiumosi; gli stessi che hanno visto passare in rassegna il male e il bene.

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Andiamo tutti a Hogwarts almeno una volta al mese e facciamo scomparire i dolori?


Non ho un bel ricordo dell’Ungheria. La compagnia era sbagliata e il fatto di fare Catania-Budapest con un Pajero credo compromettesse un po’ il tutto. Non posso però lamentarmi più di tanto visto che avevo scelto sia la prima che la seconda tragica opzione. Ho portato però a casa Huber, l’orsetto austriaco che canta “ololaiuuuuuu” quando gli premi il pancino e una foto ad una signora bellissima con cappello che irrompeva nel set di Munich (reperto fotografico su flickr>>>) . Nelle mie mani all’epoca c’era una rampante Canon PowerShot A75 da tre megapixel, suppongo.

Di tempo ne è passato (2005 e non lo so perchè ne ho memoria ma perchè grazie al blog e flickr posso ricostruire i miei ultimi dieci anni con un click) e il ricordo del Goulash francamente non ha attecchito più di tanto. Uno dei tanti motivi, vegetarianesimo a parte, è che ho trovato non poche difficoltà in Ungheria dal punto di vista dell’alimentazione e sin da subito ho archiviato qualsiasi tipo di interesse.

Nonostante non fossi la fissata di adesso con zucchine bollite senza sale ma un’allegra donzella che si strafogava di patatine fritte non è stato  ugualmente  piacevole ritrovarsi  in qualsiasi preparazione della carne.  Scommetto ci fossero anche nelle zollette di zucchero delle micro parti di ragù con paprika.

Per questo motivo dell’Ungheria ricordo un pacchetto di patatine chips di un discount con la paprika davvero deliziose, patatine fritte e McFlurry del MacDonald  senza smarties.

In un pub, ospitato in un triste scantinato,  mi avventurai impavida nella scelta di un panino spiegando che “per nessuna ragione un animale doveva essere compreso nel l’imbottitura”. Il risultato fu un gran bel pezzo di prosciutto e uno stuzzicadente infilzato tra la mollica. Non starò qui a raccontare di come il mio innato aplomb mi portò ad avere un ilare diverbio in lingue sconosciute con il malcapitato. Non certo per il prosciutto perchè capisco che può succedere (a me succede sempre ma è un’altra storia) e in quel caso non dico mai nulla,  quanto per lo stuzzicadente. Da brava ipocondriaca infatti, notando una colorazione rossa  nel  legno, ho pensato che ci fosse del sangue e che io sarei morta in seguito a una malattia contagiosa fulminea, ergo  buttata dal Nippotorinese giù per il Danubio dal ponte delle catene. Ed a me finire nel Danubio proprio non mi stava bene perchè se ne avessi dovuto scegliere uno sarebbe stato quello di Singapore (reperto fotografico? habemus !)

Il nostro primo indimenticabile, nell’accezione più negativa possibile, viaggio.

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Cavalco le onde ma non annego. Ho una ciambella a forma di prosciuttooooooo.


Sempre più spesso mi viene chiesto “come fai?” . Credo di aver dato per scontato troppe volte che il mio modo di percepire le cose e vederle non è frutto di studi accurati ma di totale improvvisazione. Non vi è una ricerca spasmodica dietro uno scatto, una ricetta o qualsivoglia amenità io compia. E’ puro istinto. In quell’esatto momento in seguito ad una visione che può essere stata un film la sera prima, una lettura, un fumetto o qualsivoglia attività giornaliera nasce l’idea. Idea che cerco di realizzare entro il più breve tempo possibile. A costo di non dormire. Se comincio: finisco. Altrimenti neanche comincio. Passando da una pigrizia ad uno stakanovismo iperattivo preoccupante.

Dietro ogni tratto, scatto, alimento c’è una storia che mostro e che al tempo stesso tengo ben nascosta. Sono una presenza fastidiosamente autoreferenziale in ogni angolo del web che mi vede uplodare  continuamente file di diverso formato quasi a voler dimostrare una ridondante ecletticità. A ben guardare nel privato soffro di una maniacale discrezione nei confronti di me stessa e degli altri e credo sia per paradosso  una chiave per comprendere che in questo modo non faccio solo vetrina di me (anche) ma semplicemente racconto me stessa. Quell’Anche tra parentesi è avvenuto in seguito. Perchè è innegabile che ormai sono anche una vetrina di me. E di quello che è ormai il mio lavoro. Dove lavoro ha il  significato di:  inseguire il mio sogno. Dove inseguire il mio sogno è: pubblicare il mio libro. Dove pubblicare il mio libro potrebbe anche essere: pubblicarlo a casa mia dopo averlo stampato con  la stampante  e leggerlo sulla poltrona con i miei genitori e il Nippotorinese. E riporlo nella nostra libreria.

Perchè io credo che tutto si possa fare. Tutto. Basta solo ridimensionare a volte le dosi dei sogni. Si sognava una torta e vien fuori un cupcake piccolino? Meglio di non trovare niente in forno, sicuro.

Questo per dire che non mi sono mai rivolta (involontariamente) aggiungerei ad un “pubblico” ergendomi a maestrina proprio perchè è il mio modo (spontaneo e non costruito) di parlare e raccontare di me. Sempre più spesso però oltre al “come fai?” mi viene chiesto “mi spieghi per favore come fai?”.  Ammetto che mi imbarazza e non poco la situazione ma. Semmai potesse essere d’aiuto beh. Sono assolutamente disponibile a condividere anche questo. Fosse solo per sfatare il mito che aleggia. Tutti possono. Basta solo volerlo fortemente.

 Comincerei dai Bento essendo una delle mie attività primarie, ultimamente. Certo è che il progetto Cute Food fa sì che io aumenti la produzione.

La preparazione di un Bento non è difficoltosa in termine di tempo come si crede. Lo è forse di più in termini di organizzazione. Per questo motivo è sempre bene sapere in anticipo come si dovrà procedere per la realizzazione. Mi spiego meglio, o perlomeno ci provo. Basta giocare d’ anticipo. Sotto la doccia ad esempio si può stabilire se i capelli sia  meglio farli con un omelette o un pancake salato e fermi al semaforo se sia meglio il galbanone in fetta per il volto o il prosciutto cotto tagliato alto. Stessa cosa per le alghe con i fagiolini. Durante una telefonata dell’importanza pari a zero si potrà sempre pensare se sia meglio la verdura o ritagliare alga nori. Faccio così, sì. Mentre l’interlocutore parla con me. Penso ai capelli di Ponyo.

Mentre controllo la lista della spesa sull’iphone con l’applicazione “Awesome Note” che consiglio caldamente,  il mio unico tormento è se il colorante rosso attecchirà sulla frittata facendo sì che il corpo di Ponyo diventi perlomeno credibile.

Adoro Disegnare Ponyo. Urlare “Prosciuttooooo” come lei e immaginare Cey farlo mentre cavalca le onde. Perchè da sempre l’immagine di Ponyo mi ricorda Cecilia. Dalla prima volta.

Ho usato due uova. Ho fatto un impasto con pochissimo latte, due uova leggermente sbattute e qualche cucchiaio di parmigiano. Con un terzo di questo ho fatto in una padella antiaderente molto piccola  un’ omelette abbastanza altina che ho poi ritagliato per i capelli di Ponyo. Con i due terzi dell’impasto ho proceduto invece per il corpo aggiungendo qualche goccia di colorante rosso in gel. Per il volto ho usato una fetta di Galbanone. Generalmente la frittata la ritaglio con le forbici da cucina per essere più precisa. Il riso è semplicemente lessato in acqua salata e bollente. L’aggiunta di pochissimo colorante blu amalgamato non troppo bene proprio per rendere le sfumature tipiche dell’acqua, farà il resto. Con l’ alga Nori ( ma si potrebbero usare anche delle olive nere se non si ha a disposizione la nori) ho ritagliato piccoli centimetri per il nasino e gli occhi. I fagiolini lessi nel frigo ci sono sempre. Non credo che il nostro frigo sia mai sprovvisto di: fagiolini lessi, spinaci e zucchine bollite. Fanno parte dell’arredo frigo. Ecco. Svelato un altro segreto. La verdura qui in casa è venerata. Non soltanto per il fatto che io sia vegetariana e il Nippotorinese fissato con due porzioni abbondanti di verdure ma proprio perchè è una passione lessare ortaggi, vegetali e verdure in genere. Quando non abbiamo nulla da fare,  arrostire due melanzane e lessare due patate rappresenta uno dei momenti più divertenti della giornata. Il fatto che io non stia scherzando, la dice lunga sulla bizzaria di questa stramba famiglia. Ma è la verità e non avrei altro da raccontare se non quella.

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