A cena con Oscar: Ernest e Celestine Vs Frozen – Marshmallow e Cioccolato


Non ho visto il film di Miyazaki che concorre agli Oscar come migliore animazione. Parrebbe essere l’ultimo della carriera del Maestro; questo oltre a gettarmi nell’oblio e nello sconforto assoluto (che neanche la notizia che abbia ripreso a disegnare può confortare, ma il dolore quantomeno lo allevia. NOOOO! Non basta! Datemi un calmante o non la finisco) mi fa venir voglia di tifare spudoratamente a prescindere per lui. Che vabbè lo avrei fatto comunque, quindi su che cosa sto vaneggiando? Non lo so. Continuo. Ah sì. Ernest e Celestine Vs Frozen per non mettere troppa carne al fuoco. Né di orso e né di topo. E poi con tutto il ghiaccio che c’é neanche potremmo (no ma seriamente: cosa sto dicendo?).

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Tediosi Riassunti e minacce di imminenti ritorni


Essendo ancora in viaggio e non trovando connessioni  stabili ma perseverando nel voler tediare ugualmente l’universo intero con le mie sciocchezze cosa mi sono inventata? Un piccolo riassunto visivo con i link delle ricette che sono state preparate qui  al Gikitchen. E’ la volta delle ricette correlate al Cinema in genere e alle amate animazioni. Una bieca scusa per raccogliere ulteriormente bacetti, insomma. Non si dica che io non sia fubbba con almeno tre b.

Colgo l’occasione per trenta secondi di serietà assoluta. Ringrazio spesso anche se non è mai abbastanza,  ma tutte le dimostrazioni di amore, affetto e amicizia ricevute in questi giorni mi hanno letteralmente lasciata senza parole. E non produrre amenità verbali corrisponde a un vero e proprio miracolo.

Per chi non avesse Instagram  e non volesse perdersi, per masochismo o inspiegabili ragioni, alcuni dei miei upload tramite iphone può sempre rovinarsi la giornata cliccando qui >>> . Tanto manca veramente poco e potrò rovinarvele davvero per bene. Questo dodici per cento non basta, me ne rendo conto.

Dovrei abbandonare l’impervio cammino dell’astemia e darmi alla burrobirra


Beh sì. Non è che potessi davvero temporeggiare oltre. L’anno scorso se ne era parlato fino allo sfinimento con Cri e senza alcuna ragione ho (abbiamo) sempre rimandato. La burrobirra è, insieme all’idromele, la bevanda più famosa nel mondo dei Maghi.  Leggere la Gazzetta del Profeta acquistata a  Diagon Alley sorseggiando una buonissima e caldissima burrobirra al Paiolo magico, dopo aver sbocconcellato magari qualche dolcetto alla menta e due cioccorane, è un’immagine ricorrente e persistente nelle parole e visioni della Rowling.

Qui si è già preparato il Goulash Ungherese presente al Ballo del Ceppo e gli Harry Potter Cupcake con le facciotte di Silente, Harry, Ron, Hermione e Hagrid, dove aleggia ancora il mistero della scomparsa (eh sì, nessuno riesce a capire perchè il post sia scomparso. Indagano al momento le sorelle del mio cuore: Cri e Ale) . Ci dovrebbero essere anche dei dolcetti alla menta ma non riesco in alcun modo a risalire al link che ne indica la preparazione (Ale! Cri! abbiamo un altro mistero. Tutto quello che riguarda Harry è stato fagocitato dall’archivio di WordPress. Illogico ma veritiero) .

Prima di continuare però nell’ impervio cammino di riprodurre gran parte delle ricette presenti nel capolavoro della Rowling, bisogna partire dalla base. Oltre le cioccorane e le Tuttigusti più uno che mi stanno dando del filo da torcere perchè non mi accontento di riprodurne qualcuna già fatta ma pretendo di inventarne una  in preda a improvvisi deliri di onnipotenza, una base certa è per l’appunto la burrobirra.

Non vi è mago, che sia Serpeverde, Grifondoro, Corvonero o Tassorosso, che non ne vada matto. Non vi è decisione importante all’interno del buio Paiolo Magico senza una grande e fumante burrobirra. Ogni parola sussurrata è stata pronunciata davanti a boccali schiumosi; gli stessi che hanno visto passare in rassegna il male e il bene.

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Andiamo tutti a Hogwarts almeno una volta al mese e facciamo scomparire i dolori?


Non ho un bel ricordo dell’Ungheria. La compagnia era sbagliata e il fatto di fare Catania-Budapest con un Pajero credo compromettesse un po’ il tutto. Non posso però lamentarmi più di tanto visto che avevo scelto sia la prima che la seconda tragica opzione. Ho portato però a casa Huber, l’orsetto austriaco che canta “ololaiuuuuuu” quando gli premi il pancino e una foto ad una signora bellissima con cappello che irrompeva nel set di Munich (reperto fotografico su flickr>>>) . Nelle mie mani all’epoca c’era una rampante Canon PowerShot A75 da tre megapixel, suppongo.

Di tempo ne è passato (2005 e non lo so perchè ne ho memoria ma perchè grazie al blog e flickr posso ricostruire i miei ultimi dieci anni con un click) e il ricordo del Goulash francamente non ha attecchito più di tanto. Uno dei tanti motivi, vegetarianesimo a parte, è che ho trovato non poche difficoltà in Ungheria dal punto di vista dell’alimentazione e sin da subito ho archiviato qualsiasi tipo di interesse.

Nonostante non fossi la fissata di adesso con zucchine bollite senza sale ma un’allegra donzella che si strafogava di patatine fritte non è stato  ugualmente  piacevole ritrovarsi  in qualsiasi preparazione della carne.  Scommetto ci fossero anche nelle zollette di zucchero delle micro parti di ragù con paprika.

Per questo motivo dell’Ungheria ricordo un pacchetto di patatine chips di un discount con la paprika davvero deliziose, patatine fritte e McFlurry del MacDonald  senza smarties.

In un pub, ospitato in un triste scantinato,  mi avventurai impavida nella scelta di un panino spiegando che “per nessuna ragione un animale doveva essere compreso nel l’imbottitura”. Il risultato fu un gran bel pezzo di prosciutto e uno stuzzicadente infilzato tra la mollica. Non starò qui a raccontare di come il mio innato aplomb mi portò ad avere un ilare diverbio in lingue sconosciute con il malcapitato. Non certo per il prosciutto perchè capisco che può succedere (a me succede sempre ma è un’altra storia) e in quel caso non dico mai nulla,  quanto per lo stuzzicadente. Da brava ipocondriaca infatti, notando una colorazione rossa  nel  legno, ho pensato che ci fosse del sangue e che io sarei morta in seguito a una malattia contagiosa fulminea, ergo  buttata dal Nippotorinese giù per il Danubio dal ponte delle catene. Ed a me finire nel Danubio proprio non mi stava bene perchè se ne avessi dovuto scegliere uno sarebbe stato quello di Singapore (reperto fotografico? habemus !)

Il nostro primo indimenticabile, nell’accezione più negativa possibile, viaggio.

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Cavalco le onde ma non annego. Ho una ciambella a forma di prosciuttooooooo.


Sempre più spesso mi viene chiesto “come fai?” . Credo di aver dato per scontato troppe volte che il mio modo di percepire le cose e vederle non è frutto di studi accurati ma di totale improvvisazione. Non vi è una ricerca spasmodica dietro uno scatto, una ricetta o qualsivoglia amenità io compia. E’ puro istinto. In quell’esatto momento in seguito ad una visione che può essere stata un film la sera prima, una lettura, un fumetto o qualsivoglia attività giornaliera nasce l’idea. Idea che cerco di realizzare entro il più breve tempo possibile. A costo di non dormire. Se comincio: finisco. Altrimenti neanche comincio. Passando da una pigrizia ad uno stakanovismo iperattivo preoccupante.

Dietro ogni tratto, scatto, alimento c’è una storia che mostro e che al tempo stesso tengo ben nascosta. Sono una presenza fastidiosamente autoreferenziale in ogni angolo del web che mi vede uplodare  continuamente file di diverso formato quasi a voler dimostrare una ridondante ecletticità. A ben guardare nel privato soffro di una maniacale discrezione nei confronti di me stessa e degli altri e credo sia per paradosso  una chiave per comprendere che in questo modo non faccio solo vetrina di me (anche) ma semplicemente racconto me stessa. Quell’Anche tra parentesi è avvenuto in seguito. Perchè è innegabile che ormai sono anche una vetrina di me. E di quello che è ormai il mio lavoro. Dove lavoro ha il  significato di:  inseguire il mio sogno. Dove inseguire il mio sogno è: pubblicare il mio libro. Dove pubblicare il mio libro potrebbe anche essere: pubblicarlo a casa mia dopo averlo stampato con  la stampante  e leggerlo sulla poltrona con i miei genitori e il Nippotorinese. E riporlo nella nostra libreria.

Perchè io credo che tutto si possa fare. Tutto. Basta solo ridimensionare a volte le dosi dei sogni. Si sognava una torta e vien fuori un cupcake piccolino? Meglio di non trovare niente in forno, sicuro.

Questo per dire che non mi sono mai rivolta (involontariamente) aggiungerei ad un “pubblico” ergendomi a maestrina proprio perchè è il mio modo (spontaneo e non costruito) di parlare e raccontare di me. Sempre più spesso però oltre al “come fai?” mi viene chiesto “mi spieghi per favore come fai?”.  Ammetto che mi imbarazza e non poco la situazione ma. Semmai potesse essere d’aiuto beh. Sono assolutamente disponibile a condividere anche questo. Fosse solo per sfatare il mito che aleggia. Tutti possono. Basta solo volerlo fortemente.

 Comincerei dai Bento essendo una delle mie attività primarie, ultimamente. Certo è che il progetto Cute Food fa sì che io aumenti la produzione.

La preparazione di un Bento non è difficoltosa in termine di tempo come si crede. Lo è forse di più in termini di organizzazione. Per questo motivo è sempre bene sapere in anticipo come si dovrà procedere per la realizzazione. Mi spiego meglio, o perlomeno ci provo. Basta giocare d’ anticipo. Sotto la doccia ad esempio si può stabilire se i capelli sia  meglio farli con un omelette o un pancake salato e fermi al semaforo se sia meglio il galbanone in fetta per il volto o il prosciutto cotto tagliato alto. Stessa cosa per le alghe con i fagiolini. Durante una telefonata dell’importanza pari a zero si potrà sempre pensare se sia meglio la verdura o ritagliare alga nori. Faccio così, sì. Mentre l’interlocutore parla con me. Penso ai capelli di Ponyo.

Mentre controllo la lista della spesa sull’iphone con l’applicazione “Awesome Note” che consiglio caldamente,  il mio unico tormento è se il colorante rosso attecchirà sulla frittata facendo sì che il corpo di Ponyo diventi perlomeno credibile.

Adoro Disegnare Ponyo. Urlare “Prosciuttooooo” come lei e immaginare Cey farlo mentre cavalca le onde. Perchè da sempre l’immagine di Ponyo mi ricorda Cecilia. Dalla prima volta.

Ho usato due uova. Ho fatto un impasto con pochissimo latte, due uova leggermente sbattute e qualche cucchiaio di parmigiano. Con un terzo di questo ho fatto in una padella antiaderente molto piccola  un’ omelette abbastanza altina che ho poi ritagliato per i capelli di Ponyo. Con i due terzi dell’impasto ho proceduto invece per il corpo aggiungendo qualche goccia di colorante rosso in gel. Per il volto ho usato una fetta di Galbanone. Generalmente la frittata la ritaglio con le forbici da cucina per essere più precisa. Il riso è semplicemente lessato in acqua salata e bollente. L’aggiunta di pochissimo colorante blu amalgamato non troppo bene proprio per rendere le sfumature tipiche dell’acqua, farà il resto. Con l’ alga Nori ( ma si potrebbero usare anche delle olive nere se non si ha a disposizione la nori) ho ritagliato piccoli centimetri per il nasino e gli occhi. I fagiolini lessi nel frigo ci sono sempre. Non credo che il nostro frigo sia mai sprovvisto di: fagiolini lessi, spinaci e zucchine bollite. Fanno parte dell’arredo frigo. Ecco. Svelato un altro segreto. La verdura qui in casa è venerata. Non soltanto per il fatto che io sia vegetariana e il Nippotorinese fissato con due porzioni abbondanti di verdure ma proprio perchè è una passione lessare ortaggi, vegetali e verdure in genere. Quando non abbiamo nulla da fare,  arrostire due melanzane e lessare due patate rappresenta uno dei momenti più divertenti della giornata. Il fatto che io non stia scherzando, la dice lunga sulla bizzaria di questa stramba famiglia. Ma è la verità e non avrei altro da raccontare se non quella.

Una donna con una maschera che cucina il pancake. Tre festeggiamenti in uno ed a sorpresa il quarto.


Ricapitoliamo? Quindi l’otto marzo quest’anno coincide con: la fine del Carnevale, la festa della Donna e il Pancake Day? E perchè non indire anche la giornata dell’amicizia nata sul web ? No perchè tre avvenimenti mi sembrano davvero pochini. Si stabilisce, con tono perentorio,  ordunque che l’otto marzo è altresì (quanto mi piace altresì. Forse più perentorio) la giornata di quelle persone che vorrebbero potersi abbracciare un secondo percorrendo chilometri. Ieri con Cecilia, che da anni è un abbraccio mancato e parole sincere, stabilivamo che vedere Piranha in 3D alla stessa ora ma in un cinema diverso lontano solo duemila chilometri non era poi una brutta idea. Il fatto che fosse in 3D e  l’emicrania assicurata un altro discorso. Il fatto poi che non fosse un thailandese impegnato sottotitolato in cambogiano un altro ancora. Trascinare il Nippotorinese dentro quel postribolo di pellicola scadente è impresa ardua a dir poco. Un mms al momento dei pop corn e una mail dal bagno per dire che quella davanti puzza. E quella dietro ha messo troppo deodorante. E che deodorante sarà? Vaniglia o cocco nauseabondo? Ad libitum.

Conosco persone, e aggiungerei purtroppo, che giudicano questo tipo di amicizie:  irreali, false e prive di senso alcuno. Non si condivide nulla del resto. Mica ci si strafoga di pizza insieme, si ballicchia in un locale e ci si fa uno spritz davanti a un crostino con la salsiccia. Salvo poi salire in macchina e buttar giù pensieri intrisi di fango random su chi hai abbracciato pochi attimi prima.  Sorrido spesso davanti alla pochezza di chi non potrà mai al contrario capire cosa rappresenti l’essenza vera dell’amicizia. La percezione di amarsi senza un motivo diverso dall’amarsi stesso. Intangibile. Inafferabile. Struggentemente poetica:  L’amicizia.

Quella che non ha un ceto sociale, un’apparenza, una competizione. Ma che è. Che non ha un appuntamento e che non si nasconde dietro “devo.devi”. Che è l’idea stessa nell’iperuranio alla voce “idea dell’amicizia”. Ho capito con inquantificabile sofferenza che io non ho mai avuto amiche. Amici, al contrario sì. Sarà la vecchiaia che mi porta addirittura a cadere nel luogo comune sterile della diversità tra uomo-donna alla quale non avevo mai creduto. E proprio oggi per le donne che ho incontrato sino ad ora mi verrebbe da festeggiare dimenticandole. Dimenticando tutto quello che sono state. Se non lo avessi già fatto, certo. Perchè meritava solo questo. Di non essere ricordato. Quindi passo alla fase successiva.

Festeggiare.La grandezza di altre. Dandomi vigorose pacche sulla spalla per non aver demorso; credendo semplicemente di aver sbagliato strada. E non generalizzando. Che tutte le strade fossero così. Ho trovato sentieri meravigliosi, con profondità nelle quali perdersi. Ho trovato chi attraverso una maschera dietro una maschera ha visto quello che disperamente cercavo per salvarmi. Volendomi bene per quella che sono (una cretina è sottinteso).

Il Pancake Day ( che non avrei mai saputo esistere senza Cey)  che corrisponde con il Martedì Grasso rappresenta la fine dei Sette giorni grassi del Carnevale. Il Termine dell’opulenza e dell’ilarità e l’inizio della Quaresima. Domani è il Mercoledì delle Ceneri; e santo cielo sì qui si sta per cominciare con le ricette conigliocioccolatose (fuggite). Il Martedì Grasso è molto sentito negli Stati Uniti; corrisponde poi anche nella religione cattolica alla giornata della confessione. Difatti in moltissimi decidono di sgravarsi dei propri peccati confessandosi. La giornata frittellosa è un po’ la fine della pacchia in tutti i sensi. Si mette fine all’abuso di grasso, fritto e colesterolo a go go per accingersi ad un periodo di magra. Caloricamente e suppongo anche per quanto riguarda i peccati. Insomma scagli frittelle chi è senza peccato ! (cit. riveduta e purtroppo corretta ad opera mia. Dopo “piatti e non spugnette!” suppongo sia giunto il momento di una raccolta. Ma anche no)

La tradizione, insomma, voleva che durante questa giornata venissero mangiati tutti i cibi più grassi e succulenti banditi durante il periodo della Quaresima: uova, latte, carne e pesce (quindi per me ormai più vegana che vegetariana, avendo rinunciato alle uova da quasi un anno ed essendomi data alle proteine esclusivamente vegetali è sempre quaresima? Mi si dica quanti peccati mi verranno defalcati, perfavore)

Ho preparato un pancake con una maschera, cercando di pensare di essere donna più di quello che sono stata finora, per onorare questi tre avvenimenti.

Ho scelto Totoro per infinite ragioni. Tralasciando in generale il ricordo primario che mi lega al Giappone e al Nippotorinese (inciso: che si è prestato più che volentieri questa mattina all’alba a consumare). In  ogni microparticella di questo pancake c’è un intreccio di parole, ricordi e amore puro. Con queste amiche sincere. Molte delle quali fan sfegatate dell’esserino più incredibilmente meraviglioso che la geniale mente del maestro abbia partorito.

Perchè io adesso so cosa significa averne. Di Amiche sincere.

Ed è per voi.

Gli ingredienti per tre pancake molto generosi e abbondanti (padella piuttosto grande) sono: 130 grammi di farina OO, 1 cucchiaino abbondante di lievito per dolci,  1 uovo grande, 150 ml di latte intero, 1 cucchiaino di zucchero, vaniglia Bourbon fresca da baccello raschiata precedentemente, burro per friggere.

(Il Pelato non mangia mai al mattino presto, salvo poi sfondarsi di roba in ufficio, ma stamattina questi ingredienti li ha fatti fuori senza problema alcuno. Paura. Soprattutto perchè è l’unico essere umano a perdere peso quando mangia grassi e cibi ipercalorici)

In una ciotola abbastanza capiente sbattere l’uovo e incorporare la farina, il lievito e lo zucchero. Senza bisogno di setacciare. Mescolare con cura e aggiungere l’estratto fresco di Vaniglia. Pian Piano a filo lavorare con il latte e rimestare continuamente cercando di ottenere una crema piuttosto liquida. La presenza di grumi non dovrebbe rassicurarvi ma si può sempre fingere che tutto stia andando benissimo. Lasciare riposare l’impasto per venti minuti circa in frigo. Riscaldare una noce piccola di burro nella padella ben calda e versare generose cucchiaite dando una forma il più possibile rotonda. Generalmente difatti il pancake ha una meravigliosa forma tondeggiante (Devo assolutamente mostrarvi quelli di Cecilia che sono SPLENDIDI! Le ho appena viste su Facebook). Cuocere da ambo i lati facendo ruotare come circensi russi il pancake. Usando come da copione un piatto. Altrimenti se si è giusto quel tantino avanti lanciare in aria il pancake e riacciuffare con maestria cuochereccia. Lasciare raffreddare e servire con frutta fresca, sciroppo d’acero, panna, gelato, nutella, marmellata. Qualsiasi ingredienti vi aggrada di più essendo come sapore piuttosto neutro (parola del Nippotorinese. Perchè è chiaro che io il pancake con il latte e le uova non lo abbia neanche sfiorato di striscio).

Nel caso del Pancake Totoro ho usato una mela per il pancino e gli occhi, cioccolato fondente per le decorazioni e come si evince dalle immagini una fettina di kiwi per l’ombrellino e l’immancabile erba rossa, mia perversione da sempre, con qualche fettina di fragole. Che continuo a mangiare in maniera spropositata e vergognosa.

E’ vorrei imprimere questo momento meraviglioso qui. Per sempre: La puzza di bruciato che sentivo non veniva da fuori. E quel suono non era una sms ma il timer del forno. I cupcake da provare in versione “mimosa” con l’ananas sono ufficialmente bruciati. E.v.v.i.v.a.

E voi? Che dolce Carnevalesco preparate?


Sì lo so. Ho solo novemilaseicentosettantaquattromilionidiemail. E settecentosettantaquattroseimiliardisettecentomilioni di messaggi ai quali rispondere. Ma ce la posso fare. Non mi sto chiedendo troppo *disse sarcasticamente spaccandosi i denti con il mattarello rosa. Inciso: ogni casalinga che si rispetti dovrebbe possedere un mattarello fashion rosa.

Il mio primo progetto fotografico culinario “vagamente organizzato” CuteFood.it è online. Trascorro questo lunedì mattina allegramente, munita di sorrisone  iperbolico,  perchè lo spassoso Signor Aruba ha sempre in serbo una strabiliante sorpresa per me. Oggi quella di far saltare Server, impedirmi accessi, rimproverare i miei ip di essere vestiti in maschera e quindi irriconoscibili e *Tuppete* :  bloccare tutti i contenuti, files e conigli in formato .pdf. Ci si diverte ad aprire ticket  come fossero pacchi di coriandoli per comunicare con la redazione. Buttandosi reciprocamente sugli occhi tondini colorati di carta pur volendo trasformarli in rotoballe infuocate di una tonnellata cadauna. “Oggi a chi facciamo saltare il server?” - ” A Giulia! A Giulia! Così ci scrive le lettere simpatiche minacciose ti prego!”. Andrà così; non vi è altra spiegazione logica.

E non è di certo l’angolo del vittimismo “ce l’hanno tutti con me”. Perchè ce l’ha solo Aruba con me (a voler essere precisi anche  altri 9833929389 individui ma che importanza ha? mica hanno i miei server. Ah la meravigliosa pragmaticità).  L’epilogo però sembra essere certezza, ormai.  Finirà che io davvero con i miei conigli killer commetterò qualche insano gesto del tipo: andare fino alla sede legale e offrire loro mascherine biscotto carnevalesche e frappe/chiacchiere/bugie con qualche goccia di guttalax. Sono ESASPERATA. Mi hanno trasformato in un bradipo rallentando le mie attività comunicative.  Mi bastavano quelle psichiche ad essere onesta.

Non me ne vorrà la redazione che francamente è pure simpatica (certo sono risponditori automatici e sembrano essere stati scritti da me dopo quattro tequila. Contando che scrivo così e sono astemia va da sè. Che.) ma comincio seriamente a valutare l’ipotesi di organizzare il mio trolley di Hello Kitty, infilarci dentro i  venti/ venticinque domini e andare via. Semmai qualche anima pia volesse essere il mio last minute di informazioni e indirizzarmi gliene sarei eternamente grata. Questo non significa che poi vi farò perdere tempo in organizzazioni e robe varie. Non chiedo favori a nessuno. Due paroline di conforto e qualche dritta basteranno. Una pacca sulla spalla no. Chi mi tocca la spalla ha il mio disprezzo da qui all’eternità. Un bacetto o un agitamento manina “ciao ciao” andrà benissimo.



Ad attendermi una full immersion tra i fornelli per organizzare qualche ricetta che occorrerà per degli scatti in vista dell’imminente Carnevale. Non ditemi che già lo sia perchè l’ho giusto scoperto ieri. Terribile spaccato di vita quotidiana: Ieri al centro commerciale (purtroppo il Biologico aperto la domenica è all’interno dell’inferno, sì) pongo il quesito al Nippotorinese ” ma quella bambina perchè è vestita da carnevale? e soprattutto ma quella bambina è vestita da Regina di Cuori o da Lady Gaga dopo un festino insieme ad Amy Winehouse?”  (ok c’era anche Britney Spears, Paris Hilton e Nicole Richie ma devo essere sintetica. Vado di fretta *sorriso beffardo* ) .

Nella To Do List c’è tanta di quella roba carnevalesca da cucinare che dovrei uscirne viva per Ferragosto 2078. Se nel frattempo avete tempo  e voglia  di dirmi quale dolcetto preparerete voi (da tradizione e non) sarebbe un’abile mossa per distrarmi dal nervosismo arubiano. 

Scambio di informazioni segrete: Se vi capita di beccare al Biologico questa meraviglia qui, afferratela senza indugio. Le caramelle al The Matcha sono paragonabili all’estasi dell’edamame caldo (non surgelato eh) con il sale grosso.  Mi infastidisce parecchio il fatto che ne abbia comprato solo cinque pacchetti. Ce ne erano solo cinque in effetti.

Aggiornamento dal Fronte Visivo: Lui è il primo prototipo di abitante a Kokoroland. E’ un progetto che non mi fa dormire la notte tanto mi rende entusiasta. Riformulo: Se avessi dormito la notte sarei rimasta sveglia ugualmente per l’entusiasmo. Di questa roba kawaii tondesca e paciugosa sulla rete ce ne è a bizzeffe e di certo non è tanto la rotondità stupida ad entusiasmarmi. O chissà quale parto visivo strabiliante. 1) Somiglia però moltissimo ad un cosino che disegnavo da piccolissima. 2) Ha le gambe di Pau Pau ( Perchè è chiaro che io e Ale ci faremo un fumetto su Pau Pau Scioccoscemo per Hendrix. Spero solo non compia 23 anni nel frattempo) e la forma del viso di Maghetta Streghetta. Che senza frangetta è tonda come una mongolfiera. 3) la storia di Kokoroland ha quella ludicità rilassante che mi rasserena nei momenti. Uhm. Particolari. Chiamiamoli così perchè difficile non è niente visto che lo può essere tutto. Basta destreggiarsi filosoficamente unendo pragmaticità a delirio e il gioco è fatto.

Diciamo che il da fare non mi manca. E’ il cervello e il tempo che sono dispersi.

Il Dodici dodici alle dodici


Domani è il dodici dodici e alle dodici compirò dodici anni per due più qualcosina in più ma santo cielo meno di un decennio. Insomma sono nel mezzo del cammin di nostra vita.

Se la memoria non mi inganna sapete quindi finalmente quanti anni ha questa cariatide sulla destra con il fiocco rosso in testa che dovrebbe sostituire il tutto con un ridicolo cappello natalizio e non escludo che a breve questo tocco di poca originalità arriverà.

Insomma la febbre è quasi passata ma chi se ne importa. Nonostante i 39 nessuno è riuscito a sedarmi e ieri ho sfornato qualcosa come quattro chili di Gingerbreads. In primis perchè non è natale senza il pan di zenzero,  poi perchè credo proprio che dovrò spedirne un po’ alla mia Cri che non ne ha più da appendere o semplicemente appoggiare, mamma docet (il test del dna è fissato per lunedì. Anticipazioni della puntata? si scoprirà che sono la sorella gemella morta in un incidente casalingo resuscitata grazie all’aiuto di Jack il pan di zenzero morto in circostanze misteriose. Chi è Jack? inspira-espira fatti coraggio e vai avanti amore mio)

 

La notizia strabiliante ( fingete entusiasmo ve ne prego) è che provando una ricetta dei Macaron alla quale davo pressochè zero fiducia sono venuti fuori dei macarons talmente perfetti che dovrò giustificarmi perchè nessuno crederà che li abbia fatti io. Entusiasmo che ho condiviso con Carolina , proprietaria di uno tra i pochissimi blog che venero come l’effigie di Frank Further e che sconvolgentemente ho avuto l’onore di conoscere in rete pochissimi giorni fa. Semplicementepeperosa , e non servono di certo presentazioni. Non avevo neanche mai osato commentare il suo spazio per paura di profanare un tempio. 

 Ridere inebetita davanti al forno guardando la superficie liscia e quel coso tutto riccioloso sotto (termine tecnico) tipico dei macarons, sempre senza far invecchiare gli albumi e fare chissà quante manovre assurde mi ha fatto passare mal di testa e i primi chiari acciacchi di questa decadenza fisica in corso pre compleanno. Nulla togliendo alla Dea Nigella con i suoi macarons al pistacchio  quest’ultima versione mi rende entusiasta a dir poco. Lunedì quindi posterò la ricetta e vi tedierò con quell’esaltazione posticipata che non si sarà certamente affievolita per vostra sfortuna . Anzi. Centuplicata. Sperando infine  di poter essere d’aiuto anche a Elfaba. Sembra tutto al posto giusto, ecco.

L’anno scorso mi ero cimentata nella realizzazione dei Gingerbreads usando una ricetta della Gigli credo. Un post piuttosto sbrigativo l’ho giusto trovato qui. Erano bei tempi quando indaffarata in altre faccende sbattevo tre ingredienti e amen. Era un bel periodo lo so. Vi vedo commossi annuire. Ma! La pacchia è finita e questo raggruppamento deliri/fumetti/etti di fumo/soloilcielosacosa è una sorta di punizione che dobbiamo infliggerci giornalmente per mantenere alto il tasso del nostro masochismo. E’ la volta quindi del pan di zenzero di Montersino *inchino*

Lo stesso che ho usato per la casetta di Marzapane ad Halloween e per la sorpresa a Cey. Lo stesso con la quale vorrei tappezzare il divano, auto e vicino di casa.Lo stesso con il quale ho deciso di costruirmi una casa con tanti alberi di macarons accanto. Lo stesso dove è avvenuto il tragico e misterioso omicidio di Jack come mostrano le raccapriccianti diapositive qui sotto.

 

 Avremo modo di indagare e seguire le indagini non preoccupatevi (sì. sto esagerando me ne rendo conto. Sinteticità come regalo di compleanno dovrei chiedere). Domani altissime probabilità statistiche mi vedranno assente da questi schermi; febbricitante o no trascorrerò il giorno non so dove perchè pare che ci sia in atto una sorpresa sorprendente. Ed io odio le sorprese, cominciamo bene mi verrebbe da dire. In anticipo quindi mi scuso perchè il ritardo imbarazzante si moltiplicherà all’ennesima potenza  avendo in questi due giorni accumulato mail e messaggi ai quali rispondere. Inutile dire che sapete già: lentamente. Ce la farò (sto mentendo. non ce la farò mai).

Pur facendolo spesso e singolarmente mi rendo conto che non sia mai abbastanza e pur rischiando di essere insopportabilmente ripetitiva:  Grazie. In risposta a tutte le manifestazioni d’affetto smisurate, le attenzioni, i consigli, gli incoraggiamenti ma soprattutto la vostra preziosa amicizia e compagnia. Grazie di cuore a tutti. Mi avete fatto il regalo più bello e non sono mai stata così seria (godiamoci questi 20 secondi di serietà fissando il monitor in silenzio perchè quando sono seria generalmente scrivo/parlo poco. “Un sogno” , sì. 1…2…3…20. Ok finiti. Si ricade nell’oblio dell’idiozia)

Oh. Se non mi chiede in sposa neanche quest’anno mi sa proprio che. E’ davvero l’uomo della mia vita.

Che sia un dodici dodici alle dodici bellissimo anche per voi. Che poi ogni anno vi tedio con la storia del. Ma lo sapete che sono nata il dodici dodici alle dodici e il mio nome e cognome sono formati da dodici lettere? E che sono la dodicesima nipote? E che tra due anni -2012- girerò posseduta roteando la testa con un rottweiler per sterminare i neuroni sani dell’umanità intera ? La fine del mondo è vicina, sì.  Perdonate la regia ma è di default.

Pan di Zenzero di Montersino: 360 grammi di zucchero di canna grezzo, 110 grammi di zucchero semolato, 360 grammi di burro, 10 grammi di cannella in polvere, 25 grammi di zenzero in polvere, 90 grammi di uova intere, 25 grammi di latte intero, 720 grammi di farina, 10 grammi di lievito chimico, 2 grammi di sale

Per la Glassa Reale rimango fedele a quella della Gigli: 600 grammi di zucchero a velo e 100 grammi di albumi.

Procedimento per il pan di zenzero: Frullare i due tipi di zucchero con il burro , la cannella, lo zenzero e il sale con uno sbattitore elettrico fino ad ottenere una crema spumosissima e burrosissima. Unire a filo le uova leggermente sbattute, il latte e infine la farina setacciata insieme al lievito. A questo punto si metterà da parte la lavorazione con lo sbattitore elettrico e si procederà manualmente fino a quando non si otterrà un composto compatto. Non c’è bisogno di far riposare l’impasto ma io per problemi logistici ho dovuto farlo e ammetto che quella mezzoretta è giovata per rendere l’impasto ancor più lavorabile. Ho steso con il mattarello l’impasto a piccole dosi e ho ritagliato tutti i miei omini fino all’esaurimento dell’impasto. E il mio. Esaurimento, sì. Ho invaso praticamente casa perchè la dose era oggettivamente esagerata e lo sapevo già. Ma come avrei fatto altrimenti a invadere un po’ anche l’albero di Natale? Mi permetto quindi di darvi il consiglio ( pur odiando dire “darvi un consiglio”, cielo) di optare per metà dose che già metà basta (perchè non riesco a scrivere bene una ricetta? eh? perchè?).

In forno a 170 per 20-25 minuti e i vostri omini di pan di zenzero sono pronti per prendere vita.

La Glassa reale è semplicissima e mi piace da pazzi pulire poi tutta la cucina, devo dire. Perchè mentre monto gli albumi molto intelligentemente lancio lo zucchero a velo come se piovesse non prestando molta attenzione e mi ritrovo sempre i capelli un po’ alla Einstein (che Albert mi perdoni per questo impietoso paragone), innevati  e successivamente gonfi. Sono sicura che nelle lacche ci sia una componente di farina perchè sui capelli dona quel volume inaspettato che neanche la L’Oreal ha osato tanto con “lacca capelli gonfi 34 ore no stop”. E’ giunto il momento più bello. Quello in cui mi dileguo nel nulla e vi lascio in pace.

Ebbene sì. E’ finita, finalmente.

Adesso dobbiamo solo capire quale malvagia mente abbia terminato la vita del buon caro vecchio Jack. Non so perchè ma mi sento di puntare la lampada da tavolo sul volto di un Nippotorinese. Un Nippotorinese a caso eh.

Cioccolato e Ravanello. Così disse Vissani


You are All I Have degli Snow Patrol, che dopo Chasing Cars fa pogare un po’ questi miei neuroni cappellinodibabbonatale-muniti.

Mamma con quella maturità che geneticamente ci contraddistingue ieri mi ha spiegato con calma mal celata che se io avevo già l’albero in casa fosse implicito che anche lei lo avrebbe dovuto avere (sembra confuso ma in realtà lo è ancor di più). IMMEDIATAMENTE.  Pena: botte Iaia. Una motivazione adulta, direi.  Ho trascorso così un pomeriggio nel delirio addobbando due alberi ed uno di questi era poco più alto di tre metri. Quando nonna ha telefonato e ingenuamente l’ha buttata lì ” Allora domani venite a farlo da me? “ mi è venuta voglia di rivedere Silent Night, Deadly Night e sterminare le renne e i folletti. L’antidoto è stato appendere le palline con il polistirolo e cera fatte anni fa, la pallina di legno che ho appeso quando ero alta sessanta centimetri, un metro, un metro e mezzo e quei venti e passa centimetri in più attuali. Nonna si è convinta che è meglio farlo come da tradizione l’otto dicembre e che qui si trattava di questioni logistiche. Logistiche l’ha confusa e noi siamo riuscite nell’ intento. Infatti non andremo domani ma dopodomani. Io e Mamma siamo due geni del male.

Ieri per il dopo pranzo ho servito alla povera vittima/assaggiatore, così verrà ricordato, una di quelle ricette che strappiamo dal Venerdì di Repubblica.

Perchè non è Venerdì se non c’è il Follow Friday su Twitter e se non si sfoglia l’allegato. A me piacciono le classifiche degli oggetti in voga che puntualmente inserisco nelle mie fantomatiche wishlist mentre lui attento sfoglia la politica internazionale. Lo leggiamo insieme, rubandocelo vicendevolmente, solo a metà quando c’è Kumalè con le sue ricette etniche e Vissani. Perchè sarà pure antipatico ma non credo si verificherà mai la remota possibilità che io con Gianfranchino nostro debba confrontarmi davanti una tazza di the. Grazie al cielo, aggiungerei. A me piace immaginarlo sorridente e con quell’aria amichevole che ha sull’avatar di A Tavola ad inizio rubrica. Del resto poi le congetture con il tempo ho capito siano il male dell’umanità (riflessioni di un certo livello eh? sì- c’è del sarcasmo) . Csaba potrebbe essere la persona più umile della terra nonostante senta la necessità di dirti che cucina con la camicia Burberry e che si rilassa solo al Just Cavalli e Valentina Gigli una timidissima introversa non per niente saccente che a casa diverte amici e parenti con le sue battute pur non riuscendoci davanti ad una telecamera. Come Luce Caponegro, conosciuta ai più come Selen, una conduttrice a modo che in quel “Non avevo mai maneggiato un pesce in questo modo” non ha messo assolutamente malizia ieri sera durante il neonato programma su Alice  Romagna Mia. Come non l’ha messa quando a fine programma nell’angolo della posta ha risposto alla domanda ” Cara Luce sono indecisa su che tipo di mutanda e colore indossare per un’occasione speciale: rosso peperoncino, bianco panna o nero caviale? “ perchè chiaramente il connubio mutanda-cucina è uno dei pilastri portanti di questa arte.

Insomma mi sto dilungando per dire che sì. Il cuoco che per il Gambero Rosso risulta essere in assoluto il detentore del podio Italiano elargisce consigli su come rischiare. Abbinando senza paura. E se io ho già in programma il suo Branzino con gelato di malaga (che mica lo devo mangiare io. Risata malvagia a seguire) questa è la volta del Cioccolato con il Ravanello. Non dando titoli particolarmente altisonanti mi permetto di battezzarlo con : Tre Cioccolati, Una Ganache e una Quenelle di Spuma di Panna e Ravanello. Cercavo da un po’ qualcosa di sfizioso da fare con il ravanello perchè farlo finire nell’insalata era talmente deprimente che mi si ammosciava pure il cerchietto con le renne (che regolarmente indosserò fino al 7 gennaio).

Il Ravanello, parente del Daikon giapponese che con le sue lunghissime radici viene venerato nella cucina macrobiotica e in erboristeria, qui in casa viene venerato grazie alla presenza dello Spirito Miyazakiano. Giunto anni fa da una delle innumerevoli trasferte orientali del tizio pelato aveva bisogno di una ricetta a lui completamente dedicata e per la grandezza stessa della sua levatura morale (?cosastodicendo?) non potevamo affidarci a novelli della cucina. Nonostante per la città incantata infine abbia un altro asso nella manica che finirà nel mio libruncolo, qui sarà codesta ricetta ad indicarne l’ovvia presenza. Chi non avesse visto la città incantata può pure non rivolgermi mai più la parola, grazie.

Il risultato è sorprendente e il gusto dà ragione a Vissanuccio nostro.  Calcolando che l’abbia preparata io poi fa sperare che quella realizzata con le manine sante di qualcuno più bravo di me (sottotitolo: tutto il resto del mondo) possa far scoprire una chicca.

Sul fatto che sia antipatico non ci metto becco ma sul fatto che voglia far confondere e non poco il suo lettore metto una firma luminosa che parte da qui e arriva in Lapponia. Ma Lapponia Nord. Lo dice una che generalmente quando si rilegge con fermezza fissa il monitor e inebetita si domanda ” ma che ho scritto?” . Quindi la barzelletta di oggi è : Giulia tenta di spiegare Vissani. Che partano oltre le risate registrate dalla regia anche sonore pernacchie, grazie.

Ingredienti per circa 12 porzioni: 500 grammi di cioccolato Gianduia, 135 grammi di albume, 600 grammi di panna montata, 200 grammi di cioccolato fondente, 150 grammi di panna liquida, 160 grammi di ravanelli centrifugati, un foglio di colla di pesce, cognac, fogli di cioccolato fondente per guarnire, menta fresca, 2 ravanelli  per la decorazione.

Fare sciogliere il cioccolato gianduia  a bagnomaria a fuoco moderato o mettere semplicemente nel micro per un paio di minuti. Mettere poi 100 grammi di zucchero in un pentolino con pochissima acqua e portare ad ebollizione. Versare quindi la soluzione di zucchero e acqua a filo negli albumi mentre montano grazie all’aiuto di uno sbattitore elettrico. Incorporare quindi il cioccolato gianduia fuso negli albumi ormai montati a neve fermissima e girare con cura dall’alto verso il basso. Si otterrà una crema molto omogenea. Lasciarla raffreddare per un po’ di minuti mettendola da parte. Aggiungere a questa crema raffreddata 500 grammi di panna montata e aggiungere un pizzico di sale.

Preparare la ganache al cioccolato fondente facendo sciogliere questo a bagnomaria per cinque minuti a fuoco moderato o altrimenti utilizzando il microonde per qualche minuto. Sciolto il cioccolato fondente aggiungere 150 grammi di panna liquida e pochissimo cognac girando continuamente.

Prendere quindi gli stampini individuali e foderare le pareti con il composto di cioccolato gianduia. Al centro collocare un ricco cucchiaino di ganache al cioccolato fondente e richiudere quindi con quello gianduia al fine di avere un cuore cioccolatoso al centro quando il nostro dolce incontrerà il cucchiaino.

Centrifugare i ravanelli e mescolarli alla colla di pesce ( o agar agar nel caso in cu  i vostri ospiti dovessero essere vegetariani come me) precedentemente ammollata in acqua freddissima, strizzata e fatta sciogliere per pochissimi secondi al micro.  Incorporare 100 grammi di panna montata e lasciare riposare in frigo.

Sformare infine la mousse nel piatto, adagiare accanto una o due  quenelle di spuma di ravanelllo e ricoprire con fettine sottili di ravanello fresco. Decorare con fogli o pezzi di cioccolato fondente e una cimetta di menta fresca (ecco cosa mi sono dimenticata) . Una ricca strisciata o montagnetta di cioccolato bianco fuso e una spolverata di buccia rossa di ravanello grattugiata finissima per la presentazione.

Quando al centro la gianduia incontrerà il fondente e la quenelle di spuma il cioccolato bianco beh. La faccia del torinese è stata esaustiva.

Ed adesso devo solo capire se davvero buttare il latte di cocco nella zuppa di zucca come dice il grande Kumalè

(ma che poi mica sapevo che Kumalè significasse “Come va? ” in piemontese)

Panini con Marco


La bambina, mentre i titoli di coda scorrevano, si è avvicinata con il suo cappottino di paillettes viola alla mamma poco più grande di lei ed infastidita ha sentenziato “fa schifo porco rosso. SCHIFO!”.

Alla genitrice non è rimasto altro che annuire abbassando la testolina insieme al tizio accanto che ingordo manco fosse il padre di Chihiro all’entrata della città incantata davanti ai ristoranti deserti aveva spazzolato qualcosa come tre pacchi di pop corn. Non che conti i pop corn altrui generalmente ma a quanto pare riesco a conteggiare le quantità secondo il rumore emesso. Avesse bevuto anche della coca cola avrei potuto fare lo stesso con i rutti vista l’eleganza ma sono stata miracolosamente risparmiata.

Seduti lì nelle orecchie io sentivo Hana Bi. Seduti lì nel cuore io avevo un dolore fortissimo. Seduti lì  ho dovuto chiedere conferma che davvero nei titoli di coda ci fosse la Mole Antonelliana e che non la stessi immaginando. Seduti lì. In quelle scritte incomprensibili che a lui apparivano chiare ho cominciato a leggere anche io.

La mia vita senza di lui sarebbe stata quella. Non avrei fatto indossare un cappottino di paillettes ad una povera infante ma. Non ci sarebbe stata come colonna sonora dei nostri giorni Hisaishi. Ed anche se Porco Rosso non sarebbe stato comunque solo un film d’animazione. Al ritorno a  casa sarebbe rimasto quello però. Ed invece è stato ascoltarne le note in macchina. Di come Pagot sia un omaggio a dei fumettisti italiani. Di come un Arturo Ferrarin sia realmente esistito. Di come sia stato stupido mettere la traduzione nei titoli di coda sulla parte sinistra.

Ci spintoniamo con il braccio alla scritta Ghibli sul motore e ci commuoviamo abbracciandoci leggendo su un sito americano che. Che all’  Hotel Adriano nella scena finale forse qualcosa di rosso c’è.  Ci confidiamo che vorremo una bimba che chieda un fazzolettino quando la scia bianca degli aviatori sale su. Per sempre. E non ci chieda di comprare le patatine proprio in quel momento. Ma che ancora e ancora voglia  sapere. Sognare. Che non voglia diventare una cantante, una ballerina come in High School Music o un’amica fesciòn di Patty. Che si innamori della cattiveria pulita di Cartis per dirne una.

Tornando a casa ricantando Creep, io come la vecchia che canta di Victor Victoria e lui in quel suo inglese perfetto, si è deciso di trascorrere il nostro ultimo giorno prima che del prossimo week end omaggiando la visione. Mentre preparavamo l’impasto se ne è parlato ancora. Del mio vegetarianesimo. Perchè c’entra proprio lui. Il maiale.

Sin da piccola mi rifiutavo categoricamente di mangiare il pollo. Gli altri bimbi urlavano “voglio la coscia! A me la coscia!” ed io quasi ipnotizzata seguivo questi pezzi di carne girare per la tavola. Amavo però  il salame. Un no categorico riservato per la coscia del pollo, tacchino, cavallo e il coniglio. Poveri Animaletti. Ma il maiale no. Il maiale era buono. Un po’ di salame nel pane caldo sì. Il mio preferito. E ancora e ancora. Tutti  graziati tranne lui.

“Panino con il salame?” .” sì grazie”. Entusiasmo. “Pollo e patatine? “-” santo cielo no. Le patatine sì però “. Tristezza. E’ quando ti fai le domande più semplici che si risolve un arcano. “Ma perchè rispetto tutti gli animali tranne il maiale?”. Ed è stata la stupida considerazione di un adolescente alla quale sorrido con tenerezza oggi ticchettando veloce perchè un altro capitolo del libro oggi deve finire. Deve, scritto a carattere lampeggianti.

E’ un Panino con Marco. E’ un panino con il salame perchè Gina gli dice che “finirai come un maiale arrosto” . E non è vero che “un maiale che non vola è solo un maiale” perchè anche se lo fosse, solo un maiale, non sarebbe certo da meno. E tra i fornelli raccontando di cosce,  di maiale, di come ci fosse un’imbarazzante somiglianza con Costanzo, di corde rosse di Dolls e con Hisaishi seduto sul frigorifero che muoveva le dita sui tasti è stata la nostra domenica. Quelle che a volte abbiamo dimenticato. Ma gli sbagli servono a ricordare ed io non dimenticherò più.

Va preparata ascoltando questa altrimenti non riesce. Non abbiamo seguito nessun tipo di ricetta perchè troppo presi dalle chiacchiere. Seguivamo delle indicazioni su di un libruncolo vecchio e datato su impasti e roba lievitata ma.

Ingredienti per almeno 15 panini media grandezza: 480 farina OO, 120 farina manitoba, 200 grammi di latte, 1 cucchiaino di zucchero, 1 cucchiaino di sale, 100 grammi di olio di girasole, 100 grammi di acqua. Cubetti di salame (a piacere), 1 bustina di lievito (oppure un cubetto da 25 grammi di lievito di birra. Io avevo quello secco di Mastro Fornaio e domenica sera troppa poca voglia di uscire dopo essere rincasata dal cinema). 1 Tuorlo per spennellare la superficie dei panini.

Ho infilato tutto nella planetaria (e buonanotte. Sottotitolo), complice il lievito secco che non necessita di altro e fatto impastare a velocità moderata per almeno cinque minuti, preoccupandomi solo di inserire il latte e l’acqua a filo mentre il tutto giravagiravagirava. Messo a riposare per un’oretta e poi rimpastato ma questa volta aggiungendo i cubetti di Marco ahem. I cubetti di salame. Riposare per un’altra oretta (in teoria eh! perchè dandomi della scema l’ho infilato nel forno con la funzione “lievitazione” che dimentico sempre) e procedere alla realizzazione dei panini che andranno poi spennellati con il tuorlo e infilati nel forno a 200 gradi per almeno trenta  minuti ma dipende chiaramente dal forno.

E da Marco. Perchè lo si potrebbe pure risparmiare. Libera anche tu un salame! Libera anche tu un salame lasciandolo in un giardino pubblico. Lui volerà da solo verso l’Hotel Adriano. Perchè come sia andata la scommessa rimane un segreto lo so ma non si sa mai che si possa essere complici di un’inizio. Di una storia d’amore. Perchè non bisogna mai sottovalutare un maiale. Mai.

Vado a liberare un salame e un panino prima di cominciare seriamente a lavorare, ecco.

Gooseberry Pie – La Torta di Biancaneve


 “Some Day my prince will come……

Some day my prince will come. Some day we’ll meet again. And away to his castle we’ll go.  To be happy forever I know. Some day when spring is here. We’ll find our love a new. And the birds will sing. And wedding bells will ring. Some day when my dreams come true”

E’ la versione di Barbra Streisand  che mette quel pizzico di paranoia che ti fa ciondolare la testa con sguardo sognante  in un primo momento per poi scatenare incontenibile furia omicida in quel meraviglioso equilibrio che mi contraddistingue. Io Sto Con Brontolo ma mi sa che anche Biancaneve avesse una predilezione mal celata per l’affascinante nanetto; difatti la “Gooseberry Pie” era proprio dedicata a lui . Prima che succedesse la tragedia :  Queen: ” All a lonely pet? ” – Snowhite: “Why…Why..Yes I am but”-  Queen: “The little man are not here?” – Snowhite: “No they are not but…” – Queen: sniffing ” Baking pies?” – Snowhite: “Gooseberry Pie”

Ammetto, pur avendo paura di ferire per sempre le altre donzelle narcolettiche e scalze, che per la tipa pallida ho sempre provato quel cicinin in più d’aff_etto (quindi af_chilo, giusto?). Credo sia questa la genesi del mio amore spudorato verso codeste (!) creature diversamente alte. Ho le prove tra l’altro che più alti si è e più il sangue non confluisce al cervello correttamente. E lo dico io che sono abbastanza altina, sia chiaro. Ci sarebbe da perdersi in chiacchiere sugli innumerevoli ratti falliti del nano illuminato che bramo da anni (inciso: da diversi anni amici, parenti e conoscenti cercano di catturare un nano che si illumina ad intermittenza che viene esposto con maniacale precisione dal 25 Novembre al 7 Gennaio in una villetta sita proprio vicino casa mia. Ne ho ampiamente sproloquiato  sul mio blog personale per sei anni e qualcosina in più. Purtroppo avremo modo di approfondire anche qui *parte la musica del terrore. Una a caso), e sul fastidioso paragone con Amelie (che non ho visto per principio). Fatto sta che prendersene cura richiede dedizione e impegno.

Ad esempio quando indisciplinati non vogliono star fermi nel carrello ( reperto fotografico numero 1 )  , quando si ubriacano sul terrazzo durante l’aperitivo  (reperto fotografico numero 2)  , quando illegamente vengono introdotti nel nostro paesechimera in cerca di una nuova vita lontani dalle miniere e dal lavoro nero ( reperto fotografico numero 3 )  , quando incrementano le entrate con lavori precari tipo aiutare gentil donzelle a trovare parcheggio negli angusti sotterranei dei centri commerciali ( reperto fotografico numero 4 ) , quando assumono sembianze ciuuauauuesche per anziane fashion fallite fescionbloggeruannabi ( reperto fotografico numero 5)

E santo cielo ho tanti di quei reperti fotografici che è meglio fermarsi prima che venga portata in questura. E stavolta nessun presidentenanoimportantetusaichi potrebbe aiutarmi. Perchè mi chiamo Giulia e non Nany, dannazione?

Insomma ho fatto la Torta di Uvaspina, sì. La  prima volta che ho mangiato questo strambo frutto di bosco è stata a Torino lo scorso anno;  per noi siculi è un po’ come osservare un salmone saltellante durante il lungo percorso che lo porterà mare-spiaggia-fiume-mare-spiaggia-nonloso. Perchè non è certo un frutto molto usato qui alle faldedelkilimangiaroparaponziponzipo’ ( concedetemelo. è liberatorio scrivere paraponziponzipo’).  Mi è stata gentilmente offerta dall’Ingegner Suocero (anche se non dovesse sposarmi quel nanettonippotorinese senza ombra di dubbio rimane mio suocero, eccheccavolo)  che personalmente aveva provveduto alla raccolta nella sua fornitissima e splendida campagna che quest’anno ho avuto il piacere di poter visitare in uno di quei paesaggi che francamente ti mette ansia per quanto sia incommensurabilmente bello. Ho trovato l’uvaspina con poche difficoltà dal mio ortofrutticolo di fiducia e mentre blateravo sulle albicocche, i lychees che mi ricordano tutti i natali della mia vita e quando avrebbero aperto le frontiere per la frutta chenonèdistagioneelosochenonsifamalofaccio, ho spiegato quanto facile fosse la torta di uvaspina biancanevosa. E tra una chiacchiera e l’altra si sono fatte le undici. Per dire cosa? che mi dilungo troppo in chiacchiere come adesso. Non c’era bisogno di sproloquiare anche sulle ovvietà, certo.

Per la torta di Uvaspina di Biancaneve occorrono:

800 grammi di Uvaspina (nel caso in cui non si trovasse andranno benissimo anche i Ribes. Ma non ditelo ai nani santo cielo! ) , 150 grammi di farina, 400 grammi di zucchero di canna, 125 grammi di burro e 2 fogli di pasta frolla del diametro di circa 30 cm. Adesso io faccio la fubbba con tre b ma non mi assumo alcun tipo di responsabilità (che bella cosa. Mi avvalgo della facoltà di non rispondere mi consiglia il mio Avvocatonanoso) perchè ho preferito realizzarne sette di minitortenanose per far sì che a tutti venisse equamente distribuita una parte. Che sono rissosi e violenti quando si tratta di ingurgitare calorie. Meglio evitare, quindi. A me ne sono venuti fuori 9 e se tanto mi da tanto un altro nano dal vago accento siculnippotorinese ne ha smangiucchiate due proprio stamattina.

Ripieno: Cuocere l’uvaspina (o i Ribes)  aggiungendo pochissima acqua fino a quando non si spappoleranno (termine tecnico). Occorreranno 20/25 minuti a fuoco medio. Versare lentamente la farina e girare continuamente. Aggiungere lo zucchero sempre mescolando senza fermarsi e far cuocere fin quando non si sia ottenuta una consistenza marmellatosa.

Pasta frolla (ho usato quella di Montersino Ricetta base): 1/2 kg di farina 00, 300 grammi di burro, 200 grammi di zucchero a velo, 80 grammi di tuorli, 1 bacca di vaniglia bourbon, 2 grammi di sale, buccia di limone quanto basta. Su una spianatoia la farina a fontana mettendo al centro lo zucchero a velo e i tuorli. Il burro a pezzetti a temperatura ambiente, il sale e la buccia di limone grattugiata con la vaniglia. Lavorare fino a sabbiare il composto. Quando risulterà compatto formare un panetto e avvolgerlo in frigo lasciandolo riposare per almeno 30 minuti. L’intera operazione può essere eseguita anche con l’impastatrice (ahem. io ho fatto proprio così). Montersino ci consiglia poi che il burro può essere sostituito con l’olio di oliva o lo strutto e che lo zucchero potrebbe andar bene anche semolato o di canna. Usando sempre le stesse proporzioni e ricordandosi che impastare in grandi quantità è sempre meglio. L’avanzo potrà essere comodamente conservato nel freezer. Aumentando infine la dose dello zucchero la frolla risulterà più croccante mentre eccedendo con il burro risulterà friabile. San Montersino inoltre ci ricorda di ungere sempre la teglia di burro perchè la frolla a contatto con il grasso che conduce meglio il calore si cuocerà in maniera più uniforme.

Per la torta basterà stendere la pasta frolla e versare il ripieno (non troppo caldo) per poi tagliare a pezzetti il burro e distribuirlo in maniera abbastanza uniforme proprio sopra la nostra uvaspina marmellatosa. Coprire con un altro foglio di frolla. Trovare due uccellini che facciano la decorazione laterale proprio come ci consiglia Biancaneve e infornare a 200 per 45 minuti (nel caso delle monoporzioni ho usato gli stampi di alluminio classici tondetti)

Tadan colpo di scena inaspettato! Pur non essendo prevista nella versione classica più volte ho notato come i frutti di bosco si sposino bene con il cioccolato bianco. Per questo motivo prima di richiudere con il secondo velo di frolla ho messo per ogni minitortina un quadratino di cioccolato bianco.

In ultimo ma in ordine di importanza. Anzi. Tuttaltro davvero. Queste monoporzioni nanose sono state realizzate per omaggiare il mio  Nano Mondano. Incontrato sul social network Twitter, che francamente preferisco di gran lunga a facebook. Di incontri interessanti in rete, escludendo alcune sole imbarazzanti, se ne fanno molti più che  nel reale. E’ un dato oggettivo. Tra la vastità si trova il meglio;  me ne sono convinta (non che in una piccola bottega non si possa trovare un oggetto prezioso di inestimabile valore ma non parlo di vastità da centro commerciale, chiaramente). E questo è uno di quei fortuiti casi. Quando la profondità d’animo e la modestia  è tanta e devi necessariamente mascherarti da nano.

Perchè sei un gigante dentro. E i veri giganti sono proprio i nani.

E’ per te Marzia.