Cibo e Cinema: Schindler’s List e il Pane ebraico

Di Ricette ebraiche ne ho fatte ben poche ma già da un po’ sfoglio con ammirazione la Cucina Ebraica di Clarissa Hyman con le fotografie di Peter Cassidy. Un libro con immagini davvero molto belle e semplici. Introduzioni personali e annotazioni proprio come piace a me. Dopo i biscotti Kaak per il giorno della memoria (clicca qui per la ricetta) e i Bagel (clicca qui) che non vedo di rifare per domandarmi anche io se è nato prima il Bagel o il Buco come a pagina 20, è la volta di un semplicissimo pane ebraico.

L’ho visto preparare a Laura Ravaioli al Gambero Rosso mesi fa e istintivamente ho preso ipad  (che sta un po’ ormai per carta e penna) e ne ho appuntato i vari passaggi. Il risultato è davvero sorprendente tanto da farmi pensare seriamente che non so ancora cucinare bene nulla ma con i lievitati per chissà quale assurdo motivo ho una confidenza inaspettata. Come non ricordare il pan brioche con la mela? ( clicca qui per la ricetta) [Continua a leggere...]

Cibo e Cinema: Lo stufato della Regina – The Queen

Un semplicissimo stufato di carne di manzo che è stato fatto prima marinare in un buonissimo rosso e poi cotto lentamente con una base di soffritto classica e insaporita con qualche spezia. Niente di particolarmente eclatante ma una semplicissima cottura in onore della visione The Queen. Mi piace molto Helen Mirren e la sua semplicità nell’interpretare un ruolo fondamentalmente scomodo e pieno di clichè. Lo fa con una naturalezza disarmante ed è per questo che mi ha catturato nonostante me ne importi praticamente nulla del risvolto gossiparo della vicenda. Stando ai fatti storici, che sono quelli che più mi interessano, non sono due ore di tortura come lasciava presagire ma invece un film semplice senza tante pretese, con una straordinaria interpretazione che ti fa venire voglia di preparare uno dei cibi citati, giusto per un sodalizio visivo e nulla di più.

Ed è nel momento del picnic con gli stivaloni e della visione del cervo. Quando si è sole in un bosco con la propria anima e paura, senza corone nè servitori. Che si capisce la semplicità di quello che si è. Non per forza regina.

Per la Rubrica Cibo e Cinema quindi questo semplicissimo stufato di manzo senza pretese alcune per The Queen.

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Basta un poco di lampone e menta e la pillola va giù

Una gelatina di lamponi accompagnata da un bicchierozzo di menta fresca fatto con il classico sciroppo in commercio; quello senza zucchero è davvero ottimo. Si perde un po’ la leziosità della menta industriale ed è cosa buona e giusta. Cosa c’entra una gelatina semplicissima di lamponi fresca (anch’essa senza zucchero perché me la sono papppatatuttaio!) accompagnata dalla menta?

Se non lo sai dovresti controllare il camino e chiedere notizia allo Spazzacamin che di notte scende giù e fa spuntini dal tuo frigorifero. Se non hai un camino basterà salire sul tetto e chiedere al Capitano che puntuale alle dodici fa salpare il suo equipaggio con tanto di tromba, fischi e terremoto.

Il lampone e la menta sono i gusti che i due bimbi volevano sentire prendendo lo sciroppo. Solo così non avrebbero fatto storie e preso la medicina; del resto fu profetico questo ragionamento per far partire il meraviglioso tormentone di “basta un poco di zucchero e la pillola va giù.”

E sin da piccola ho pensato che il lampone nella sua sfolgorante bellezza di colore, accompagnato ahimè da un mostro verde liquido che potrebbe però riservare sorprese, stia proprio alla base del segreto supremo che tutti rincorrono: la felicità. La dolcezza e il dolore in un giusto equilibrio; è così che dovrebbe essere perlomeno.

Per la mia personale Rubrica di Cibo e Cinema quindi questa gelatina di lamponi accompagnata da un bicchierino freddissimo di menta fresca per una delle visioni che più ha caratterizzato la mia infanzia:

Mary Poppins.

La donna in fondo che mi fece amare per prima le borse grandi. 

Freaks

Che Freaks sia uno dei cult movie più interessanti della storia cinematografica mondiale non è certamente un giudizio personale ma un’assioma. E già così si potrebbe pure scrivere “pietra sopra” o “l’udienza è tolta” e tanti saluti. Solo che Freaks è davvero importante per me e non soltanto perché il genere si avvicina moltissimo al mio tipo di visione costante. Questo film evoca e risveglia il germe di qualcosa che ti deve appartenere. Si trova al terzo posto di un’illustrissima classifica americana, secondo solo a The Rocky Horror Picture Show e This is Spinal Tap; e dopo questa informazione appresa dovrei sapere per mera curiosità personale chi abbia redatto la classifica perché certamente quel germe risiede anche nel suo dna.

Drasticamente censurato, è un film del 1932 che viene poi definito horror (a torto) e lanciato nella larga distribuzione pur rimanendo uno di quei tanti film maledetti. Quando amo particolarmente una visione, come in questo caso, mi sono sempre piaciuti i retroscena. Scovare dettagli e collegamenti. Osservare le foto dietro i set. Come se volessi addentrarmi maggiormente in quella tana segreta che non è aperta a tutti. Non tanto per stupida curiosità-chiacchiericcio-pettegolezzo, ma per immergermi nella visione altrui che tanto mi ha toccato. Pochi sono quelli che hanno scatenato questa vena indagatrice e affamata, ma se dovessi citarne giusto tre per non essere proprio tirchia di dettagli, direi Shining, The Rocky horror Picture Show e L’esorcista (uhm e Rosemary’s Baby e BabyJane e…). Non a caso Freaks rientra in questo gruppo e si incastra perfettamente ai tre perché tutto è tranne che orrore, ma solo a ben guardare. Per chi ha tempo di capire o semplicemente può.

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Il Pollo in Fricassea di Mildred Pierce

Ho sentito spesso parlare del pollo in fricassea. Essere mitologico questa preparazione. In diversi contesti cinematografici è presente e in molti libri. Di diversa provenienza e nazionalità questo pollo pare essere conosciuto proprio da tutti, anche se la maternità ufficiale credo vada attribuita alla Francia.

 Poi guardando Mildred Pierce, perché se ne era sentito parlare abbastanza bene, ho creduto che davvero fosse giunto il momento. Ne parla la Winslet  al Chiambretti Night, che vedo mal volentieri ma per una serie di ragioni quella sera aveva catturato la mia attenzione. Non che mi piaccia poco il proprietario del ristorante Birilli e dello Sfashion, anzi mi fa una discreta simpatia; del resto sono pure una sua cliente quando mi trovo nella mia seconda città ma per qualche inspiegabile ragione, che non cerco neanche di individuare, non riesce a catturare la mia attenzione alla conduzione del suddetto programma. La Winslet parla del suo rapporto con la cucina e con il pollo, indiscusso protagonista della storia e nel mio piccolissimo di questa settimana nel Gikitchen. La storia pareva essere davvero interessante e di quelle che “cinque puntate te le spari in endovena per una sera”. In realtà si è fatta davvero una gran fatica, e non solo da parte mia, per cercare di finire questa avventura rivelatasi un malloppone estenuante di quelli che “ma quando finisce?”.

Gli spunti alimentari, soprattutto in fatto di pollo, sono molteplici e interessanti; per non parlare delle torte meringate. Sta di fatto che Mildred Pierce apre un ristorante dove si serve solo pollo e l’idea nasce proprio dal fatto che generalmente questo tipo di carne riscontra il gusto della maggior parte delle persone, bambini compresi. In fondo il mito del pollo allo spiedo accompagnato dalle patatine fritte non è poi così difficile da individuare nei cassetti dei luoghi comuni.

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Per la Rubrica a Cena con Oscar: La zuppa di cipolle di Hugo Cabret

Voi leggete Slow Film vero? e se no: Non vi vergognate nemmeno un pochetto?

Dante Ferretti, orgoglio nazionale. Me lo sono ripetuto più volte mentre con il cuore in gola guardavo Hugo Cabret. Avrei voluto farlo durante la prima quel venerdì in cui invece sono rimasta a casa per finire del lavoro. Mi ha fatto bene però come lo fa continuamente comprendere che non sempre tutto si può fare quando si vuole; è la mia personalissima teoria del “dovendolo volendolo”. La mia vita è sempre stata dettata da “lo voglio” e il conseguente “ce l’ho”. Senza mai desiderare. Per questo la costrizione e l’impegno sortiscono un effetto terapeutico su di me. Per questo il lavoro e le scadenze mi insegnano a desiderare qualcosa. Nasce quindi questa teoria del “dovendolo volendolo”. Lo devo fare perché voglio doverlo fare.

Ha avuto un altro gusto vederlo desiderandolo e attendendo il tempo giusto. E’ stato importante affondare nella poltrona e tirare un sospiro di sollievo come per dire “uuhhh ce l’ho fatta, finalmente”. Poggiando un corpo stanco per impegni con una vita e doveri, pronto a raccogliere il premio. E io questo premio per me stessa me lo sono goduto tutto. Ogni minuto e attimo è stato intenso, importante e da ricordare. Già sapevo che Scorsese non mi avrebbe deluso e anche se a volte su di lui ho aspettative ben più grandi e c’è sempre un attimino dove riesco a pensare “credevo un po’ di più “, poi mi ridimensiono. Non per accontentarmi ma perché mi rendo conto che in effetti è già un più. La fotografia è talmente eccezionale che ho avuto un conato di vomito, ma di quelli meravigliosi che ti fanno girare la testa, quando all’inizio la camera rulla velocissima e ti catapulta nella stazione. Pare che io abbia talvolta il sorriso di Gustav e considerando che ho la gamba sinistra visibilmente storta e con una lesione al menisco, questo fa di me la traslazione femminile del sorridente ispettore. Per la prima volta in vita mia mi sono ritrovata a essere pirata di immagini. Essendo praticamente soli in sala e volendo portare un pezzo con me di Hugo, ho estratto l’iphone e fatto due scatti allo schermo. In quell’esatto momento ho capito quanto, semmai ci fosse bisogno di una conferma, la fotografia come il disegno stesso è entrata a far parte della mia vita. Un tarlo, un’ossessione meravigliosa dove vivere e creare. Distruggere con un cestino, cancellare e vedere le luci che vuoi. La fotografia come il disegno con la sua infallibile tecnica del bottoncini a caso che è capace di fermare il tempo, mi ha salvato da una realtà angosciante con colori cupi e insulsi. Ritrovarmi, sotto lo sguardo sbigottito del Nippotorinese, a scattare emozioni nella sala buia quando generalmente sono quella immobile che pretende che nessuno fiati intorno o sgranocchi pop corn, lo ha fatto sorridere. Mi sono rilassata davanti a una meravigliosa fiaba che non solo racconta di quanto sia importante sognare e continuare disperatamente a farlo ma di quanto sia sbagliato smettere di crederci. Se avviene una guerra nel cuore.

Se avviene una guerra nella testa. Se avviene una guerra e basta. Rimuovere, dimenticare e sforzarsi di essere qualcuno che non si è, è la morte perenne e se di morte in vita si tratta allora meglio che anche il fisico come il cuore e la mente vada via nell’aldilà. L’insegnamento di questa favola mischiata al reale è di quelli semplici senza troppe complicazioni. Non vi è chissà quale genio nel messaggio ed è per questo che genio è. E’ difficile capire e sortire gli effetti sperati della profondità attraverso la semplicità. Perseguire e lottare e anche se “essere se stessi” ha perso qualsivoglia valore perché troppe volte defraudato della sua importanza, il concetto in effetti rimane sempre e solo quello. Non andare contro la propria natura e assecondarla.

Essere un animale in gabbia, da circo o libero. Vivere sotto un tendone con fruste e decisioni di pagliacci. Far ridere o piangere o immalinconirsi aprendo un circo personale. Che può essere stazione con arrivi e partenze. Perché il circo, come la stazione, l’aeroporto e tutti luoghi dove vi sono arrivi continui e partenze diverse,  rappresenta nel mio immaginario l’essenza stessa della vita. E l’importante è davvero capire da dove si vuole partire. Dove si vuole arrivare. E quanto, in termini di scomodità e dell’esatto contrario, si è disposti a sopportare. Per quanto mi riguarda la prima classe, a dispetto di quello che si può pensare, non è mai interessata. Per perseguire il mio sogno mi sono infilata nella stiva. Nella gabbia dei leoni. E sogno.

Come è giusto che sia. Perché lo voglio maledettamente e lo avrò. Senza contare che forse già ce l’ho. Ed è la previsione ottimistica che ci si impone a fare la vittoria. Crederci. Maledettamente crederci. E poi puoi pure ritornare tra le sirene e accecare la luna con un razzo.

La ricetta di oggi è la zuppa di Cipolle e fa parte della mia personalissima rubrica “Cibo e Cinema” e “A cena con Oscar”. La zuppa di cipolle è la prima ricetta che compare nel film Hugo Cabret. Scritta su una lavagna del ristorante della stazione parigina. Poteva forse mancare la zuppa di cipolle? No. Perché talvolta nell’ovvietà ci sono risposte molto più profonde di quanto ci si aspetti. E questo è uno dei tanti casi.

L’altra sera ho continuato a cliccare “aggiungi al carrello”, “aggiungi al carrello”, “aggiungi al carrello” ad libitum. Quando il Nippotorinese avvicinatosi allo schermo seraficamente mi ha posto il seguente quesito:

“38 articoli nel carrello?”

mi sono chiesta quasi superficialmente “avrò mica esagerato?”. Mi sono ricordata poi che sono io la femmina di casa e che se il mio subconscio mi consiglia di acquistare venti cocottine e oggetti importantissimi come l’action figure di Steve Jobs non devo in alcun modo farmi influenzare da quell’intruso pelato poliglotta che mira a essere il capofamiglia.

Oh povero inetto.

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