Biscotti Gelato a New York – Libreria di Iaia e Tombolata! (ricominciamo col botto!)


L’ho detto che la Ricetta la metterò sempre prima del delirio grammaticale da oggi in avanti, vero? Così non bisogna andare a fondo post e scrollare per tre giorni (considerata la mia risaputa sinteticità) *Fine comunicazione di Disservizio.

Ricetta tratta da “Una merenda a New York” – Guido Tommasi editore – di Marc Grossman, fotografie di Charlotte Lascéve.

Ingredienti per:

225 grammi di burro ammorbidito
250 grammi di zucchero semolato
1/2 cucchiaino di estratto di vaniglia
1 uovo grande
1 tuorlo grande
75 grammi di cacao amaro in polvere
420 grammi di farina
2 cucchiaini e 1/2 di lievito in polvere
2 pizzichi di sale
zucchero di canna per spolverare i biscotti
Ripieno: il gelato che preferisci

Sbatti il burro e lo zucchero energicamente con un robot da cucina o a mano finché il composto diventa spumoso. Incorpora la vaniglia, l’uovo e il tuorlo e tutti gli ingredienti secchi. Continua a sbattere senza fermarti fin quando il composto diventa omogeneo. Avvolgi la pasta con la pellicola e metti in frigo per almeno un’ora prima di procedere. David consiglia di dividere la pasta in quattro parti (ho seguito scrupolosamente) dando già una forma adatta all’intaglio dei biscotti. Passato il tempo ricava delle fettine dallo spessore di circa 1,5 centimetri. Scalda il forno a 175. Nel frattempo ritaglia i biscotti ( di forma tonda o rettangolare, come preferisci) e adopera eventualmente degli stampini qualora ti piacesse l’idea o ne avessi voglia. Adagia i biscotti su carta da forno e cuoci per circa dieci minuti stando ben attento a non bruciarli perché quando nell’impasto c’è il cacao amaro non è poi così difficile che avvenga la tragedia (*disse fischiettando quella a cui capita tre volte su tre!). Togli dal forno e spolvera con zucchero di canna. Lascia raffreddare dieci minuti. Trasferisci i biscotti su una gratella e solo quando saranno perfettamente freddi appiattisci una pallina di gelato fra due biscotti e ottieni il tuo meraviglioso Biscotto Gelato!

Su Twitter ho minacciato la comunità della rete che sarei tornata Lunedì; eccomi qui come una fastidiosa tassa. “Ci ho perso la mano” pare abbia un significato illuminante perché in effetti quella che ticchettava senza problemi trenta volte al dì pare essere partita per una galassia lontana (che sia nel Regno Alieno che io e Ombrella stiamo costruendo?). Lo schema di tutte le ricette programmate. Il Lunedì il primo. Il Martedì il secondo. Il Mercoledì il vegetariano e poi la Videoricetta, la fumettoricetta, la videofumettoricetta sembrano essere robe talmente complicate e incomprensibili che per un attimo mi sono dovuta fermare chiedendomi:
“ma come facevo?”.

Certo adesso ci sono altri impegni. Altre responsabilità e pure un altro lavoro più serio di quello che si possa desiderare; nel mio caso intendo. Non sono pronta se non addirittura adatta per i lavori seri, schematici e logici. Non voglio essere pronta e addirittura adatta per essere grande. Fin quando riuscirò a ritagliarmi il mio spazio “da piccolina” e continuare con il mestiere per cui sono nata “Stakanovista di Sogni e Produttrice di Misteri e Dolcetti”, continuerò credendoci ogni ora di più.

Ricominciamo al grido di Pappalardo con tante o. E vorrei farlo pubblicando la prima ricetta cotta nel vecchio forno ma nella cucina nuova; o meglio la cucina vecchia prolungata che  è diventata nuova (mi confondo costantemente). Dove ci sono due forni. Quello di prima e uno grandissssssssssimo che non è sessanta ma novanta. Due forni! Stento sempre un po’ a mostrare davvero tutto quello che appartiene alla mia quotidianità. Sì, ci sono tante foto e spazi ma il dodici per cento a me sembra già un’esagerazione. Un giro però nella cucina vecchianuovaprolungata però voglio farvelo fare dopo tutte queste fatiche; del resto siete tra i pochissimi ospiti graditi che porterò dentro. E niente. Il tempo per provare il forno nuovo c’era ma volevo proprio inaugurarlo con una VideoRicetta. Fermare il tempo in movimento nel calore di qualcosa di davvero speciale. In modo da rivedermi tra qualche anno (dovessi sopravvivere, chiaramente). Fosse anche solo un uovo in cocotte, per dire. Non è tempo di forno ma tempo di biscotti per il gelato sì, giusto? Perché l’ultimo post e ricetta è stata proprio la Brioche con il Tuppo (ricordi? Se ti sei perso il delirio, il post e uno dei ricordi più importanti di tutta la mia esistenza devi solo cliccare qui).

Adesso, dopo la granita con la brioche, tocca proprio al biscotto da imbottire con il gelato, no? E pure una piccola digressione sul libretto da cui è tratta la ricetta giusto per riprendere la mano con la Rubrica (che inaspettatamente ha riscosso discretamente plausi) La Libreria di Iaia ( trovi tutti i libri, le ricette e le mie stupide considerazioni mettendo nel campo di ricerca “La libreria di Iaia” o semplicemente cliccando qui).

Per non farci mancare niente lo metto pure in palio e spedisco attraverso Amazon. Il primo commento lo vince quindisottachittocca! E’ il periodo delle Tombole. Settimana scorsa per prenderci un po’ la mano (aridajecostamano) sulla Pagina Facebook ho messo in palio venti scatolette di Pastiglie Leone Maghetta Streghetta; l’entusiasmo e lo scambio di email, incoraggiamenti, affetto e tutto quello che mi arriva costantemente e ininterrottamente appaiono come l’unica medicina possibile. Insommmmmaaaaaaaaaaa. Parliamo di questo libretto adorabile (della versione enorme ne parlerò in seguito. Sì, c’è una versione enorme. Si chiama Ricette di Culto New York ed è un malloppotto talmente meraviglioso che ogni volta piango) e non perdo più tempo, ok!

Di questa edizione, Piccoli Spuntini, ho quasi tutti i volumi. Si tratta di “Una merenda a New York” (ho pure quello di Londra, sì. Non vedo l’ora di parlarvene anche perché mesi fa per un progetto- andato a monte ovviamente- avevo provato diverse cose cambiando-aggiungendo-togliendo e diversi esperimenti mi erano piaciuti e molto). Marc Grossman (e chi non lo conosce?) è una vecchia conoscenza per me. E per chi inspiegabilmente mi segue basterà solo dire una parola: BOB. Anzi due.

Muffin e Bob (se davvero hai capito e con queste due parole hai realizzato cosa intendo: vinci una settimana con me. Potrai picchiarmi 24 ore su 24. Setteoresusette e fare di me quello che vuoi. Pure infilarmi in busta chiusa e ridurmi in polvere come base per cheesecake).

Nato e cresciuto a Manhattan ha vissuto a Parigi e in Francia. Ha studiato alla Harvard University. Poi colpo di testa: di impulso a Parigi apre Bob’s Juice Bar; che diventa un  vero e proprio luogo di culto. Ha scritto libri su Smoothie, Bagel e solo il cielosacosa ma quello per cui è davvero s-t-r-a-f-a-aaaa-m-o-s-o sono i Muffin (di cui ho straparlato qui. Colpo si scena! Sì, è proprio lui Bob. Sì, proprio quello dei Muffin di una delle prime Videoricette dove compaio. Avete rimosso? Bene. Basta cliccare qui e qui. L’ho detto io che abbiamo ricominciato col botto. E soprattutto quanto mi piace dire botto? Mi fa sentire giovane. Devo solo capire cosa significa ed è fatta).

RendiamograzieaBob. Quanti ricordi! Ero così cretina. E pensare che adesso lo sono ancora di più. Non è emozionante?

Come tutti questi “piccoli spuntini” è ben curato, diretto, senza tanti fronzoli con foto essenziali, chiare, mirate e ben fatte. Amen. Ci sono davvero tutte le indicazioni utiili. Un’introduzione e una spiegazione che non lascia adito a fraintendimenti e pure qualche piccolo suggerimento che pare una manna dal cielo. Non in ultimo, come se non bastasse, in pieno stile Grossman (anche in Ricette di Culto ed è uno dei tanti motivi che me lo fa amare ancor di più) tante illustrazioni in bianco e nero (con qualche dettaglio giallo alla Sin City che non guasta mai) che riprendono la vita quotidiana della città. Le illustrazioni sono di Jane Teasdale e ha anche un tumblr sul quale fare un giro interessante. Certo è un prodotto a cui hanno lavorato davvero tantissime persone perché vi è uno styling, una direzione artistica, un fotografo professionista, un cuoco e molto altro. E’ un libro chiaramente che racchiude elaborazioni culinarie, seppur viste e riviste, eseguite e raccontate da professionisti. Comodo poi da tenere in cucina perché oltre che piccolo ha quel foglio lucido-plastificato che se pure vola un po’ di cioccolato piangi solo un pochino.

E’ diviso nelle grandi categorie: Brownies, Pies, Cheesecakes, Pancakes e Soci. Evvabbemasemprelesolitecose. Uhm, sì può darsi ma si trovano anche delle chicchette interessanti. Oltre alle strapallosissime (strapallosissime in una recensione seria si può certamente dire *disse buttando giù un pacco di caramelle. Ci sono quaranta gradi e sono senza condizionatore perché altrimenti Koi starnutisce e non è bene) Cheesecake alla frutta, carrot cake, muffins ai mirtilli (ma perché il plurale? non si era detto che nella traduzione quella maledetissimaessenonandavamessa?), rotolini alla cannella e rugelach al cioccolato (che voglio comunque fare), si trovano le pop pies che non conoscevo, cookies alle noci macadamia leggermente diversi da quelli che girano da anni, noodle kugel interessanti e barrette energetiche raw che potrebbero proprio tornare utili visto che voglio proprio avvicinarmi a questa cultura (sì mi mancava giusto il raw per conclamare la mia totale perdita neuronale). Il capitolo sul segreto del successo di un’autentica pasta per torte, che Bob-Marc sostiene essere il successo delle sue ricette, seppur striminzito e sinteticisssssimo mi è piaciuto assai. I consigli, diciamolo, sono sempre gli stessi ma in pochissime righe l’autore o chi per lui è riuscito a sintetizzare davvero la chiave che apre la porta per una Pie perfetta. Sto vaneggiando a riguardo giusto perché l’ho provata e il risultato è stato tra i più sorprendenti. Il prezzo è di 12.50 e per il contenuto delle ricette, foto, illustrazioni e carta è più che onesto. Non indimenticabile per chi è già foodie inside (ho detto foodie inside. Qualcuno mi colpisca con una mazza ferrata!) ma per chi si avvicina per la prima volta a un determinato tipo di prodotto ed è foodie wannabe (colpisci!colpisci!): peffetto! Con due effe e due t.

Bene. I Biscotti Gelato. Premesso che mi ha sempre turbato e non poco il Cucciolone, sia per le barzellette in sé che per il gusto, qui si è sempre tifato Ringo da quando è in commercio. Papà amava il Biscotto Gelato – Gelato Biscotto o come lo vogliamo chiamare (ma come si chiama?). Come me papà era ghiotto di dolci e li preferiva nettamente al salato e se c’era una cosa che non lo faceva letteralmente dormire la notte (come diceva lui) era proprio sapere che ci fosse in casa del gelato. Mi guardava serissimo e diceva “Ne è rimasto? Perché se ne è rimasto io stanotte lo so che vado nel freezer e lo mangio”. Non c’era dieta che teneva. Anche quando era sotto allenamento e seguiva una dieta controllata rinunciando a tutto, al gelato proprio no.

Il gelato è stata l’ultima cosa che mangiato. Una settimana prima è riuscito

a mangiare, come per miracolo, una forchettata di spaghettini con pomodoro fresco (i suoi preferiti, anche se una bella Spaghettata con i Ricci o l’aragosta, che lui amava, non è stata possibile) e quattro giorni prima in uno sforzo disumano, mentre lo imploravo di provare a bere una goccia o mandare giù un cucchiaino di granita:

E’ riuscito a buttar giù una punta di un cucchiaino di gelato. Gelato di soia bianco. Per ironia della sorta. Un gelato (il mio) completamente vegano. Bianco. Papà chiamava i gusti per colore (non è che sono stramba per niente io eh). La granita alla mandorla la chiamava: granita bianca. Mi ha sempre fatto sorridere. Lo stesso sorriso di quando diceva “lapis” invece che matita.

Ho questo ricordo di papà che non resiste ai Ringo in frigo. Il Biscotto gelato era qualcosa di irresistibile. Avrebbe voluto pranzarci, cenarci, merendarci (?), colazionarci (?fermatemi?). Incosciamente credo che non smetterò mai più di cucinare correlando tutto a papà. L’ho sempre fatto per una mia terapia personale e mai con “velleità da food blogger”. C’è sempre stato un racconto, un ricordo ma più dolori. E se prima credevo di dovermi fermare per non farli straripare tra i fornelli e le righe adesso credo che sia giusto andare avanti così. Senza darsi un tempo o una linea. Lasciandosi guidare da quell’istinto ereditato proprio da lui che mi ha portato sempre a strade giuste.

Senza bivi sbagliati. Con indicazioni precise.

Ho scelto il biscotto gelato dal libro di New York perché chi mi segue da un po’ sa che questa città era la meta che non siamo riusciti a raggiungere io e papà. Era la nostra maratona. Era il suo sogno infranto. Uno tra i suoi più grandi dolori. L’anno scorso l’ho guardato e gli ho detto:

” quando guarisci andiamo a New York e facciamo la maratona pure con una bicicletta. Con un taxi. Con una moto. A piedi”.

E nei suoi occhi la risposta l’ho letta forte e chiara. E per rivederla ogni giorno mi guardo allo specchio fissandomi. E mi dico che alla fine.

Un gelato biscotto a New York imbottito di Gelato bianco alla soia mentre guardo la Maratona ci sarà. Per Noi.

Curiosità

(sì. A inizio post ci sarà sempre la Ricetta. E dopo il delirio grammaticale, le foto e i vaneggiamenti neuronali le curiosità. Perché pare che piacciano ed io non sia mai esaustiva a riguardo).

With love, Homemade e Eat me sono state realizzate con formine biscotto-timbrino acquistate da Sasse & Belle. Ha un sito online efficace, celere e bellodaimpazzire in perfetto stile Inglish (scritto proprio così).

I tovaglioli con ricamata Maghetta e il piatto sono regali preziosi che mi sono stati donati dai ragazzi che lavorano per Papà e purtroppoadessoperme il 12 Ottobre in occasione della mia prima (e pare unica) Presentazione del libro a Catania.

Il Gelato alla Soia “Bianco” di Valsoia è perfetto e ho adoperato quello. Mi piace il “bianco” che abbinano al Cioccolato e non quello (troppo vaniglioso) che abbinano alla Gianduja (macchisenefregadiraitu. Ma sanocielo sono curiosità inutili!).

Sì mi piace molto adoperare i vetri delle marmellate finite come portafiori; in tavola quando se ne spargono due o tre di diverso modello a corredo di alcune con dentro piccole candele (anche galleggianti nell’acqua) pare essere una magia degna di Hogwarts.

Oh Hogwart. Altra curiosità. Non è proprio un caso. Ma per questo ci vediamo domani.

Un bacio grande e grazie sempre.

I “macaron” di riso al Cioccolato con Ripieno di Gianduja piemontese


Post scritto immediatamente dopo Pasqua (la cosa incredibile è che continuo a trovare roba. Sembra di essere a El Cairo durante una ingente riesumazione archeologica. Qui di roba inutile, però).

Non è un caso che ci sia un elfo natalizio.

Certo potrei spacciarlo per uno gnomo che ama il verde e il rosso nel periodo primaverile che precede l’estate (no dai non ci credo che sta per arrivare Maggio)  ma perderei di credibilità (quale non si sa). Tutti gli gnomi fashion che si rispettino postano al momento sui loro account instagram solo vestitini forever 21 floreali svolazzanti con sandaletti e borchiette ( sono rimasti indietro di qualche anno ma Ça va sans dire).

Quando si tratta di pupazzetti e amenità ci metto la faccia, ergo non rischierò una carriera così sfolgorante in fatto di idiozie! Per il buon nome di tutti i pupazzetti vincerà l’onestà!  Si potrebbe quindi pensare che riesumo foto del Natale scorso, beh. Così non è. Perché non risalgono a quello appena trascorso ma esattamente a quello del 2011.

Duemilaundicisì. Non mi è partito il tasto sbagliato. Se è arrivato Maggio senza che me ne accorgessi posso anche non scandalizzarmi troppo per il duemilaundici no?

Il mio archivio, lo dico sempre, pullula davvero di esperimenti, roba mai pubblicata che non mi convince da un punto di vista visivo-gustativo o che semplicemente dimentico perché sono un’attempata signora in là con l’età.

Questi “macaron” però li ho fatti e rifatti diversi volte proprio perché la Ricetta è del Grande Maestro Montersino e quindi una garanzia. Non condividerla sarebbe un crimine; per quei pochi che non la conoscessero intendo ( fino alla scuola dell’obbligo sarebbe possibile inserire ” le Ricette basi di Montersino” ? Voglio entrare in politica solo per diventare Ministro dell’istruzione e dare qualcosa in più a questa Italia. “Uscite i libri di Montersino dallo zaino!”. Già mi vedo acclamata con la fascia Miss Ministro interamente realizzata da SantaSignoraPina ad uncinetto, mentre mi aggiro alla Camera del Senato con vassoi di Cannoli. Devo lavorarci. Stando ai fatti assurdi che mi accadono non è un’ipotesi tanto remota. ANZI! ).

( è che sono troppo triste e quando sono così triste dico ancor più di idiozie delle idiozie che dico quando sono meno triste di così. Mi sono spiegata bene, vero?)

Deliziosi biscottini che si possono farcire con infinite creme, ganache, confetture e marmellate. Oppure infilare in bocca e ingozzarsi fino a soffocare. Nessuno mi faccia notare che una vera Food Blogger professionista non mette i biscotti in un periodo dove sarebbe meglio pubblicare uno Smoothie ghiacciato di mango. In Sicilia ci sono tre gradi e giro con il cappello e la sciarpa OK? E sono nervosa. Nessuno osi contraddirmi (ma quello sempre, dai).

Perfette per chi intollerante alla farina è, ma non solo. Si conservano benissimo nella scatola di latta anche perché patiscono moltissimo l’umidità. Questi li avevo imbottiti con un’ottima ganache alla gianduja perché in quel periodo ero appena reduce dalla mia beneamata terra Sabauda. Nessuno mi dica perché non scrivo la ricetta della ganache alla gianduja perché non ricordo assolutamente le dosi. E’ già tanto che io riesca a trovare ricette natalizie di due anni fa (insieme al coraggio) e poi una carriera politica mi attende.

Vado a comprarmi qualche outfit consono per la candidatura attingendo giustappunto dai succitati account di Gnomi iper fashion su instagram. Si accettano consigli.

Prima di andare pero’ una domanda:

Ma voi avete ceduto alla moda del “mezzo gambaletto” o semplicemente calza corta di cotone con scarpa aperta? E’ importante per me. Devo saperlo. Grazie.

La Ricetta

Ingredienti: 160 grammi di tuorli, 160 grammi di farina di riso, 45 grammi d i cacao amaro in polvere, 240 grammi di albumi, 200 grammi di zucchero semolato bianco.

Procedimento: Monta gli albumi con lo zucchero semolato. Incorpora a filo i tuorli che hai leggermente sbattuto prima e infine la farina di riso setacciata con il cacao in polvere mescolando delicatamente dal basso verso l’alto. Con l’aiuto di un cucchiaio ricava tante piccole palline che poggerai sulla carta da forno. Distanziale giusto un po’ perché cresceranno. Scalda per 6-7 minuti massimo in forno già caldo a 240 statico.

Porridge al latte di soia con cannella e mandorle tostate di Avola – Terza Ricetta di Downton Abbey




Ormai per la Rubrica Cibo e Serie Tv e la sottosezione dedicata interamente a Downton Abbey direi di non tirarla troppo per le lunghe e dedicarla da oggi e per sempre alla mia Valebrì (sì proprio la strepitosa Valentina Brida de L’Aroma del Caffè di cui mi fregio di essere amica, contro la sua volontà). Ne è un’appassionata sfegatata proprio come me e visto che è capitato diverse volte di disquisirne, soprattutto circa la meravigliosa Nonnetta, è sacrosanto incentivarmi ancor di più dedicando ogni singolo spadellamento alla Donna dal sorriso che stordisce tanto è bello (come tutto quel che la riguarda del resto).

La Valebrì nazionale del resto è sempre protagonista quando vi sono intrugli correlati alla Rubrica cinematografica. Ricordi Frankenstein Junior e la torta di mele? Ecco sì. La stessa fumettoricetta del libro è proprio stilata, compilata ed elaborata in suo onore.  Oggi dopo il Plumcake alle mandorle amare tostate con sapori di cocco, cannella e agrumi (che trovi qui) e la Sheperd’s Pie (che trovi qui), è la volta della terza ricetta dedicata a Downton Abbey:

Porridge al latte di soia con cannella e mandorle tostate di Avola.

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Li ho chiamati gli Arancini Elllisa – Con Tè Matcha e Gianduioso Pastiglie Leone


Quando Ellli (sì è un periodo che penso solo a Ellli e allora?) su twitter ha confessato al popolo del web di aver fritto la Nutella è stato un momento epico; di quelli che vorresti fermare mentre partono immagini al rallentatore come la corsa di due innamorati sulla spiaggia che si incontrano per poi abbracciarsi fra l’infrangersi delle onde.

Tutto questo accadeva settimane e settimane fa  e dopo aver fatto la Pasta-Yoda in suo onore con le note del tè matcha e della liquirizia (che se te la sei persa puoi recuperare cliccando qui) è la volta dell’Arancino fritto con il Gianduioso e il tè matcha; questo perché essendo io un’antipatica rivoluzionaria mi sono rifiutata di adoperare la crema spalmabile italiana più famosa nel mondo per sostituirla, da brava mezzosangue torinese (sì. Me ne sono convinta) con l’altro orgoglio della Città Magica ovvero il Gianduioso di Pastiglie Leone.

Sì perché è il periodo di Ellli e pure del Gianduioso di Pastiglie Leone visto che pochi giorni fa sono comparsi questi deliziosi baffotti iper-pinnati su Pinterest con mia somma lusinga.

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Il Biscotto Baffoso con il Gianduioso



I biscotti baffosi per Carnevale

  • Domanda intelligente: Cosa ci faccio? Che senso hanno come ricetta di Carnevale?
  • Risposta Cretina: Se infili uno stecchino di legno su per i biscotti, puoi andare in giro così. Poggiandoteli proprio sotto il naso. Indosserai biscotti baffosi. E li sgranocchierai durante la serata. Da solo o in compagnia. C’è chi tiene la maschera sugli occhi e chi i baffi sulla bocca. Logico, no? (no ma vabbè)
  • Domanda intelligente numero 2: E se mi chiedono da cosa sono vestito/a?
  • Risposta Cretina: Con un accento francese/belga rispondi impavido e stoico “Da Monsieur Poirot”. A Poirot piaceva il cioccolato (e suppongo pure il Gianduioso) ed è uno dei baffi più famosi dell’Universo tutto. Primeggerai come uomo/donna cinefilo/giallista capace di grandi correlazioni gastronomiche-culturali. Senza eccedere con citazioni eccessive e non cadendo nel banale (prrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrr a chi ha fatto la domanda intelligente. Uno a zero per iaia. Ora chiamate il 118, grazie).

(oh basta con le domande intelligenti, eh! Che non è questo il luogo. Grazie)

Stasera c’è Matrimoni all’Italiana su Sky nonricordoqualecanale. Programma televisivo del genere reality (ne esiste per caso un altro ormai?) che mostra la sfida all’ultimo tulle e velo di quattro spose che non si conoscono ma che partecipano al matrimonio delle altre giudicando: abito della concorrente, rinfresco e divertimento della serata. Il premio? Un indimenticabile viaggio di nozze interamente offerto della produzione in luogo da sogno tutto spesato alla sposa che avrà ricevuto più voti positivi dalle altre. Credo sia superfluo specificare che trattasi di un covo di vipere che si assegnano vicendevolmente numeri che variano dal tre al sei. Quest’ultimo, il sei,  quando proprio si vuole dimostrare “superiorità” in correlazione a una prova innegabilmente ottima e per nulla sufficiente. Ogni Mercoledì insomma mi ricordo del perché non mi piace essere classificata e stereotipata nella mia identità di donna. Sarà che sono un maschio nato; non per modi e attitudine perché sento scorrere in me possente la forza della femminilità, ma perché in questa orgia di luoghi comuni femminili proprio non riesco a rispecchiarmi. E’ uno studio sociologico che mi piace affrontare. Certo una volta a settimana pare eccessivo soprattutto se oggi ti hanno appena scoperchiato la casa e non hai un frigorifero e tagli il tuo pranzo che è un ananas sopra il lavabo del bagno, ma si sa. Amo esagerare.

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La Ciambella-Plumcake-Torta con il cuore dentro per San Valentino (ma pure per tutto il resto dell’anno)




(Per la ricetta e le considerazioni - se non hai tanto tempo da perdere con i miei deliri, giustamente - salta a piè pari e vai giù giù giù. Dove c’è scritto “tre-due-uno si parteeeeee!”. Però ecco ci potrebbero essere degli appunti interessanti anche nella prolissa introduzione *disse fischiettando e fingendo indifferenza)

Su Pinterest ne ho viste di ogni. In pratica girano queste foto di ciambelle, plumcake, torte e solo il cielo sa cosa che una volta  tagliate mostrano disegni incredibili. Unicorni, stambecchi, paesaggi marini, sirene che si attorcigliano. No dai non è vero. Cuori, cuori, cuori e cuori. Ma anche qualche coniglietto, su. Cuori, cuori e cuori perché  il periodo è chiaramente contaminato dalla follia cuoriciosa dilagante. Per quanto mi riguarda il mio limite è stato ampiamente superato. Sarà che io quest’anno il San Valentino (“sì ma l’amore si festeggia tutto l’anno gne gne gne. Non è un giorno blablabla”. Sì lo so. BASTA. Pietà. Festeggiare è divertente. AMEN) lo festeggerò in un salotto senza salotto apparecchiando un tavolo non avendo un tavolo e sedendo su delle sedie metaforiche perché indovinate un po’.

Non ho più le sedie.

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Guy e Rosemary – La “moscia” (mousse) al Cioccolato


La sesta coppia del Progetto San Valentino

Come ho avuto modo di ribadire piùpiùpiùpiù (ad libitum) volte, Rosemary’s Baby è un’altra visione che sento dentro (qui l’ho inserita in Cibo e Cinema). Da quando avevo poco più di tredici anni. Negli anni sono cambiate molte cose. L’amore viscerale per il Cinema del Sol Levante è arrivato solo ed esclusivamente grazie al Nippotorinese, senza il quale poco avrei imparato (in generale, intendo. Della vita stessa, specificando); c’è da dire che quello però che c’era “nella mia vita precedente” non solo è rimasto ma si è cementato. Rafforzato e insediato. Sino alle viscere. Ero davvero molto piccola e ingenua quando ho visto per la prima volta Rosemary’s Baby. Era in videocassetta. L’avevo vista in una videoteca; ma non certamente da Blockbuster che a Catania poi è arrivato in leggerissimo ritardo pari a più di un decennio rispetto al resto dell’Italia “civilizzata”. Si tratta infatti, di collocare l’esperienza Ammmerigana Blockbuster (e conseguente McDonald) nell’età di fascia d’età pari ai vent’anni. Prima però c’era Ciak. Gestito da una coppia giovane (lei addirittura credo fosse Venezuelana o comunque dell’America del Sud; roba che per la provincia catanese era qualcosa che andava “oltre”. Di una tale modernità da essere “razionalmente” inconcepibile. Retroscena: fuggì e divorziò dopo due anni ma insomma non è di questo che dovrei parlare, giusto?). Avevo la tesserina. Roba che se ci penso. Allora mi sentivo una persona adultissima (i superlativi non sono mai abbastanza).  Non avevo le chiavi di casa (le avrei avuto intorno ai vent’anni perché mamma si sa è di larghe vedute) ma possedevo il potere di una carta completamente intestata a me tutta carica (confesso che avendo due videoregistratori qualche volta ho commesso atti pirata registrando film in videocassette vergini. Ok Polizia Postale arrestatemi! Li facevo anche per parenti e amici. Gratis eh. Anzi ci rimettevo il tempo e il costo della videocassetta ma una Signora non dovrebbe far notare certe sottigliezze *disse buttando giù un po’ di tè con il mignolo alzato*). Uno dei primi film Rosemary’s baby che ho poi deciso di duplicare in barba all’illegalità insieme a Dirty Dancing.

Ahem… (che va detto all’epoca era assolutamente autorizzata. A me ad esempio l’ha spiegato il Signore di Ciak come duplicare. O forse era solo gentile e dolce. Emerge un quadro inquietante. Lui dolce e gentile e la Moglie giovane venezuelana che lo lascia. O è stato lui a lasciare lei? Ma perché adesso mi sono fissata con la storia matrimoniale del Signore di Ciak? Inspiro espiro e vado avanti. E se li inserissimo tra le coppie di San Valentino?)

Rosemary’s Baby. Una calamita. Già la copertina del film mi aveva ipnotizzato. Poi comincia innescando un’inquietudine reale che ha continuato a perpetuare nel tempo aggiungendo sempre più nuove sfumature. Negli anni. Nei decenni. Perché si comincia con quell’immagine della culla e il volto dolce di Mia Farrow in uno sfondo verde, che definire angosciante e paralizzante è riduttivo,  sotto le note “esaurite” e quel lalala-lalala (che se vuoi sentire – clicca qui. Anche se ormai  è quella di Pani che porto nel cuore, che se vuoi sentire – clicca qui). E’ un lalala rassicurante e raggelante. E’ come essere accolti finalmente da qualcosa di materno dopo un lungo freddo per poi sentirsi ghiacciare  l’anima. E’ un film che ha vinto Premi Oscar, Golden Globe, David di Donatello e qualsiasi tipo di statuetta e riconoscimento (e sono sempre pochi). Roman Polanski, lasciando perdere le questioni personali che non conosco e dalle quali mi discosto fermamente, ha tutta la mia stima. Visiva. Dopo L’inquilino del terzo piano che mi aveva mandato al manicomio tanto per bellezza, ha poi fatto l’en plein. Una denuncia (che gli costerà poi molto in termini personali, suppongo) contro le aggregazioni potenti degli ambienti “alti” newyorkesi, vere e proprie congreghe del potere maligno. Da qualunque punto di vista si voglia vedere. Ma procediamo con calma *disse tirando un sospiro di sollievo; anche perché devo tenere a bada la mia smania di parlare delle letture che ho fatto al riguardo e concentrarmi, visto il tema, solo ed esclusivamente (vabbè con meno disciplina di quanto sto professando) sulla coppia protagonista (ma è difficile non diretuttoquellochevogliodire *sempre tutto di un fiato).

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FenerVader Cake! Torta Dart Fener – Darth Vader Cake (Cioccolato Fondente, Mandorle e Rum Bianco)


“madamòchecestoallatooscuro”. Così sintetizzò iaia guardo dal pianeta Trinacria1212.

Poi arriva lo stampo per torte Dart Fener/Darth Vader (per par condicio che ogni volta altrimenti mi dispiace un sacco, uff) acquistato su Amazon (clicca qui per vederlo ed eventualmente-saggiamente aggiungerlo al carrello) e resisto solo il tempo di sfogare le mie manie da igienista pazza. Sterilizzazione. Acqua Calda infuocata. Amuchina. Rilavaggio. Vabbèle-solitecose dapazzamaniaca-compulsiva. Che butto giù quattro ingredienti nell’impastatrice senza neanche riflettere. Mi serviva un impasto un po’ “rigidino” e non troppo soffice. Ma neanche troppo sbricioloso né duro come le pietre. Potevo aspettare certo. Ragionarci. Mi appaiono in mente circa quattromila tipologie. Dalla Mud Cake alla semplice Ciambella. Dalla Torta Cioccolatosissima di Nigella a quella del Boss delle Torte. La base di Montersino e quella del mio amato Santin. Pure una di Valentina Gigli e l’altra di Busi. Sono completamente nel pallone quando decido di farne una. A occhio. Sì in pratica decido di farne una d’istinto. Mi dico “o la va o la spacca”. Perché in realtà volevo proprio “inventarla” io una torta tutta dedicata al mio amato Dart/Darth. Non per mania di grandezza e neanche troppo “speciale” visto che non posso permettermi neanche di pensarlo. Una robina cioccolatosissima e very strong (pardon ma fa veramente molto giovane e figo aggiungere parole inglesi e per sentirmi alla moda qualche volta mi impongo di farlo) senza troppe regole.

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Torta di Sablè al Cioccolato con crema senza latte alla vaniglia con pere aromatizzate alla cannella e colata di cioccolato fondente senza zucchero e latte


Sono ancora un po’ turbata dalla visione di ieri; dire che si tratta di un capolavoro è riduttivo. Avrei immediatamente voglia di cucinare quello che di cibo c’era ieri e parlarne. Scriverne. Disegnarne. Raccontarne ma è Lunedì mattina e questa settimana si preannuncia a dir poco frenetica tanto da farmi seriamente pensare che il tempo di finire di ticchettare e sarà già Lunedì 20 Gennaio (ma è finito Gennaio? Ma non eravamo con lo spumante a fare 3…2…1….buon annoooooooooooooo?! Qualcosa non mi torna. Confessions, film giapponese del 2010 diretto da Tetsuya Nakashima (TI AMO) e tratto dall’omonimo romanzo (che non vedo l’ora di leggere) di Kanae Minato, è qualcosa di sublime. In uno slow motion con scene e visioni al rallentatore. Tanti schizzi di sangue. Commozioni. Talvolta cerebrali per la troppa enfasi. Era dai tempi di Time, Old Boy e pochi altri, mi viene in mente Samaria (ma è tutto troppo veloce e mentre scrivo penso che devo smettere di scrivere, quindi rinuncio), che non provavo questi tuffi di sangue al cuore. Come se una particella di sangue fosse proprio su su su il trampolino altissimo e riuscendo a mettersi in posizione perfettamente ritta si tuffasse dentro il ventricolo per poi esplodere. Anche qui al rallentatore. Già qualche giorno fa ero rimasta improssionata da Stoker di Park Chan Wook e credevo di aver aperto l’anno in assoluta bellezza visiva più di quanto mi aspettassi ma dopo Confessions posso pure vedere orrendevolezze (? mi piace, uff?) per tutto l’anno. Il mio cuore è già troppo pieno di gioia così.

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I Muffin dei Muratori (cioccolatosissimi con nocciole piemontesi)


Sono mesi (un anno e mezzo ma mesi mi deprime di meno) che parlo di muratori, casa nuova e  lavori in corso. Comprendo che sia impossibile da concepire e capire nel mondo umano (difatti ribadisco non vivo su questo pianeta. Ma in un pianeta che si chiama GuardoLand) una cosa del genere. Tutti hanno consigli per me “sì ma tu gli devi dire…” – “sì ma tu devi fare…” -”sì ma tu dovresti capire che…” – “sì ma se non gli dici che…”. Confesso che a me le persone che sanno sempre cosa avrebbero fatto nell’esatta situazione dell’altro/a mi stupiscono sempre. Non riesco a deambulare neanche bene dopo un discorso del genere. Non riesco a smettere di pensare come si possa credere di sapere cosa si sarebbe fatto/detto/agito in una determinata situazione. Non parlo certamente solo di muratori-lavori in corso-traslochi. E’ come se io consigliassi a un operaio di esperienza trentennale che si alza ogni mattina alle ore cinque e trenta per andare a lavorare otto ore davanti a una macchina quanto sia bello però puntare la sveglia leggermente prima e farsi una corsetta sul tapis roulant magari guardando un video tutorial di make up perché rilassa tantissimo.

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