Ciambellone al cacao, spezie e miele – Le Ricette di American Horror Story (1×9)


Per otto persone

300 grammi di farina, 100 grammi di zucchero di canna, 60 grammi di cacao amaro in polvere, 2 dl di latte intero, 120 grammi di burro, 2 uova, un cucchiaino generoso di miele, 16 grammi di lievito in polvere per dolci, 1 pizzico di sale, 1 cucchiaino abbondante di cannella, 1 pizzico di pepe bianco, cardamomo ridotto in polvere (generoso a chi piace)

Sciogli il burro in un pentolino a bagnomaria o nel microonde senza farlo cuocere. Setaccia la farina, il cacao, il lievito, la cannella e il pepe e un piccizo di sale. Sciogli il burro nel latte leggermente intiepidito. Unisci quindi alla farina e a tutti i secchi il miele sciolto, il burro, le uova una alla volta, lo zucchero e mischia tutto per bene avendo cura che gli ingredienti si amalgamino gli uni agli altri. Versa l’impasto in uno stampo per ciambelle imburrando per bene la superficie e a forno già caldo fai cuocere almeno 50 minuti. Quando il tempo è trascorso infila uno stecchino di legno e aspetta che venga fuori asciutto. Lascia raffreddare la ciambella e se ti piace decora con glassa e cioccolato fuso accompagnando con panna.
Per la glassa di zucchero ho adoperato solo zucchero a velo e acqua. Per il cioccolato fondente ho adoperato un 70 per cento e l’ho fatto sciogliere al micro per un minuto aiutandomi con uno stecchino di legno per formare le striscette (un po’ come capitava).

1×9, così viene meglio capirsi no? Si tratta infatti della nona puntata della prima serie di American Horror Story. Nonostante in questa Sarah Paulson ricopra un ruolo marginale, non è certamente passata inosservata. Medium e confidente della Lange, è insieme alla Conroy  e alla Paulson tra le donne sempre riconfermate sino alla quarta del Freak Show. Pian piano che le serie sono andate avanti la Paulson ha dimostrato moltissimo, sino a ricoprire in maniera conclamata un ruolo assolutamente da protagonista nella terza Coven e nella quarta appena cominciata. Mi do bacchettate sulle manine perché non voglio neanche ticchettare un attimo sulla prima puntata di quest’ultima. Una cosa però voglio dirla: troppi stereotipi. Mi aspettavo sinceramente qualcosa di incontrollabile e invece la sensazione è stata di “qualcosa di stravisto”*si dà un colpo sulla falangetta e la smette.

La medium fa da sfondo a una Lange alla finestra distrutta per il “futuro” del suo piccolino e per la perdita di Adelaide durante la Notte di Halloween (qui parlo anche di quello che penso a riguardo. Sul fatto che non ci sia una coicidenza temporale. E lo faccio con le animelle). Medium che gusta una deliziosa fetta di torta/ciambella al cioccolato con glassa sopra. E’ un susseguirsi di cibo continuo in American Horror Story. In ogni angolo, inquadratura e poi con la finezza di Myrtle Snow nella terza stagione si nota un crescendo visivo di portate in ogni dove. Ci sono maestosi maiali all’ananas ed enormi polli ripieni sino ad arrivare a carne e stuzzichini. Non sono mai ripetitivi e buttati lì per caso. Se lo fossero come in altri film, del resto, si ripeterebbero perché “cibi di scena”. Al contrario invece vengono esaltati, mostrati e pure raccontati. Dietro American Horror Story si nasconde un foodie e io ci scommetterei tutti i nani da giardino!

Jessica Lange nella prima stagione, oltre a preparare dolcetti a tutto spiano (sotto lascio il link dei famigerati muffin al cioccolato con la violetta per Violet), parla diverse volte di cioccolato. Anche di una torta bruciacchiata al cioccolato che devo assolutamente inventare-fare-pubblicare. Per questa, nello specifico, ho scelto un ciambellotto speziato anche con una certa sagacia (che non mi appartiene) perché il periodo novembre-dicembre è sempre costellato di questo tipo di preparazioni cioccolatose speziate. Che sanno indiscutibilmente di Natale e Festa del Ringraziamento per certi versi.

Sto pensando al Natale? Sì. Anche se al momento un po’ come al Natale in Coven nella terza stagione con lo squilibrato Babbo Natale che fa l’albero con le dentiere e pezzi di vittime ma: pur sempre Natale è, no?

 

  • Se hai deciso di farne una e vuoi farmela vedere ti prego non taggarmi perché mi perdo tra le notifiche. Usa l’hashtag #halloweenconmaghetta oppure #halloweenwithmaghetta (mi spiace sempre tantissimo non potervi parlare, ringraziare e vedere le vostre meraviglie. A mie spese ho imparato dopo anni che l’hashtag è l’unica soluzione. L’hashtag ci salverà!)

Torta al latte caldo con cacao e crema al caramello


 

Ricetta di Bibikitchen

Per una teglia tonda da 24 cm:

3 uova, 150 grammi di farina 00, 20 grammi di cacao amaro in polvere, 60 grammi di burro, 120 grammi di latte, 170 grammi di zucchero, 1 cucchiaino di lievito per dolci, 1 pizzico di sale

Preparare la teglia (imburrata e infarinata) e accendere il forno a 170°.
Montare le uova con lo zucchero fino a ottenere un composto molto gonfio. Mettere a scaldare il latte con il burro e spegnere poco prima di arrivare al punto di ebollizione. Aggiungere al composto di uova e zucchero la farina, il cacao e il lievito setacciati poco per volta. Aggiungere il latte caldo sempre mescolando, aggiungere il pizzico di sale.
Versare il composto nella teglia e mettere subito in forno statico per 30 minuti circa.
Accompagnare con una crema fatta mescolando un vasetto di yogurt greco con uguale peso di panna (montata o no) e scorza grattugiata di limone. Addolcire con zucchero a velo a piacere.

Crema al caramello

60 grammi di burro, 50 grammi di zucchero, 300 grammi di latte condensato, 35 grammi di cioccolato fondente almeno al 55 per cento, 2 cucchiai abbondanti di sciroppo d’acero.

Mettere il burro e lo zucchero in un pentolino. A fiamma bassa lasciar sciogliere lentamente sempre mescolando fin quando lo zucchero non si è completamente sciolto. Aggiungere il latte condensato sempre continuando a mescolare per almeno 5-6 minuti e sempre tenendo la fiamma molto dolce. Togliere dal fuoco e solo allora mettere cioccolato e sciroppo d’acero. Mescolare per bene ancora ottenendo così una deliziosa crema che si può conservare in frigo a patto che venga avvolta nella pellicola a contatto con la crema stessa.

Vedo sulla mia bacheca di Facebook Bibi e Hariel parlare di questa Torta al latte caldo. Poi all’improvviso arrivano link da ogni dove in email di amiche che cominciano a prepararla. Volente o nolente il mondo del food è fatto da quattro gatti (sì regia, risate registrate grazie!) e in men che non si dica: tuppete! Tutti a preparare la Torta al latte caldo. Annichilita ed esterrefatta comincio a fissare il monitor chiedendomi cosa mi sia persa e il perché all’improvviso, come accade con una ricetta random, scoppi dall’oggi al domani una moda incontrollabile. Quando leggo Bibi perplessa allo stesso modo mi rassereno dandomi una pacca da sola e sussurrandomi all’orecchio (in maniera metaforica perché ho provato a farlo proprio senza riuscirci): è come quando c’è stato quell’exploit sul Danubio. Ora io chiedo venia a chi ne saprà di più circa la Torta al latte caldo perché francamente non ho capito né il perché né il percome del boom, anzi aspetto lumi ve ne prego, ma per tutta risposta ho voluto provarla. Non piegandomi al sistema GIAMMAI (ok mi devo dare una calmata) ho voluto cimentarmi nella  versione cioccolatosa con l’aggiunta di una crema al caramello che per ragioni “extra blog” qui in casa ha riscosso successo.La riproporrò (soggetto: la crema al caramello) in abbinamento con delle banane per la Rubrichetta del tè con Poirot. (ma perché divago continuamente? Mi si può togliere questa opzione delle parentesi per piacere?)

A onor del vero ho preparato questa torta un po’ di tempo fa. Ribadisco che è davvero piaciuta moltissimo e in tanti mi hanno chiesto la ricetta. Spero quindi che chiunque la voglia provare rimanga ugualmente soddisfatto (non dimenticate di taggarmi eventualmente con #maghettastreghetta o #halloweenconmaghetta, vi prego! Ormai ho capito che l’hashtag è la mia unica via di salvezza).

Ho pubblicato ugualmente, nonostante sarebbe potuta tornare utile anche sotto Natale perché no, in questo periodo proprio per il fatto che si punta sul sicuro. Se una torta al cioccolato risulta buona e in più è facile da preparare e non sembra quell’accozzaglia cioccolatosa nauseante, è un bene tenersela cara e sfoderarla in occasioni non soltanto quotidiane o extra blog, come da me definita.

Quale occasione?

Il 31 Ottobre darò un piccolo party in occasione di Halloween e ho deciso che sarà protagonista della tavola dopo aver subito un totale restyling.

Decorazioni strettamente correlate all’evento: fantasmini, gingerbread zombies, scheletri e quant’altro. E’ una torta “molto stabile” che può  essere ricoperta eventualmente di pasta di zucchero. Può potenzialmente diventare un piccolo cimitero di mostri. Può essere interamente ricoperta sempre della stessa e decorata senza limiti alla fantasia. Unica variante? La crema al caramello la metterò dentro per imbottirla. E’ una crema che si presta benissimo anche a questo.  L’idea di poggiarci su anche dei fantasmini di meringa mi alletta. Uhm. Sono tante e troppe le idee che mi ronzano in testa e devo ancora buttar giù il vero piano d’azione, che è poi come ho confessato diverse volte la mia arma invincibile. A questo punto dovrei ridere sadicamente e tirare via il mantello giusto?

Nell’organizzazione di un party di Halloween (come qualsiasi evento) bisogna avere sempre le idee chiare. Spero di trovare il tempo (anche perché in tanti su instagram mi avete detto che vi piacerebbe leggermi riguardo proprio l’organizzazione in sé, ricette a parte) per organizzare un post dettagliato con tanto di Menu stampabili. Non dovessi trovarlo? Lo troverò.

Ma che voglio provare a farla dentro il Microonde con le stesse dosi posso dirlo o chiamate l’emergenza sanitaria? (a prescindere avete perso davvero tantissimo tempo)

  • Se hai deciso di farne una e vuoi farmela vedere ti prego non taggarmi perché mi perdo tra le notifiche. Usa l’hashtag #halloweenconmaghetta oppure #halloweenwithmaghetta (mi spiace sempre tantissimo non potervi parlare, ringraziare e vedere le vostre meraviglie. A mie spese ho imparato dopo anni che l’hashtag è l’unica soluzione. L’hashtag ci salverà!)

Altri Cinque esperimenti della Torta dentro la Tazza al Microonde li abbiamo? Sure!


 

Nutella Version:

  • 3 cucchiai di farina
  • 3 cucchiai di zucchero (a velo si amalgama meglio)
  • 1 cucchiaino di lievito
  • 3 cucchiai di latte (anche di soia, sì)
  • vaniglia in polvere
  • un pizzico di sale
  • un pizzico di burro (facoltativo)
  • un cucchiaino di nutella
  • 850 watt per due minuti

Occorrente: tazza 400 ml, forchetta, microonde

Questa volta ci ho messo la Nutella e non mi assumo alcuna responsabilità, oh. Su instagram la domanda costante era sempre quella. Tutti si crogiolavano bene o male nella stessa identica domanda: ce la potrò mai mettere la Nutella o no? Allora io impavida creatura con cane killer che mi ha assistito durante tutti gli esperimenti (tentando di racimolare qualcosa senza riuscirci) mi sono immolata per la causa ed ecco l’ennesima disastrosa VideoRicetta. Cinque esperimenti (in realtà sono stati un po’ di più ma è già un miracolo che io riesca a farli la domenica rubando tempo ad amiciparentimammaaffettiamori. Mi odiano tutti) che hanno portato a un risultato molto più che decoroso e insperato. Rispetto alle mie prime volte ho tirato giù delle considerazioni che non importeranno a nessuno ma sono qui per cantarmela e suonarmela bellamente quindi ecco che trascrivo:

Prima di tutto lascio il link con VideoRicetta della Prima VideoRicetta (seguitissima) e lo faccio esattamente qui. Ci sono pure le foto a cui sono tanto affezionata e una serie considerevole di amenità.

Cose che ho capito (o almeno credo) durante questi ennesimi esperimenti:

  • La Tazza non scoppia mai. Andate tranquilli. Ho sbagliato e ho messo sei minuti (ed è stato un peccato che io non abbia ripreso, sarò onesta). Fa un po’ di fumo. La tazza è rovente e il composto bruciacchiato ma se non sono esplosa io con il cane killer, il nippotorinese e la mamma che sbucciava i fagiolini tranquilli non salterete in aria neanche voi (adesso non fatemi preoccupare santo cielo che ho già tanti problemi ve lo giuro!).
  • La genialata di dividere l’impasto (quinto esperimento) in due tazze da 200 ml dopo aver preparato un composto apparentemente perfetto per una di 400 ml non è affatto una genialata. La definirei più una **** fantasmagorica e iperbolica. Per qualche oscura ragione non si alza. Ho ripetuto diverse volte e sono giunta alla conclusione che: l’impasto deve almeno superare di un dieci per cento la metà della tazza (nessuno mi chieda il perché) ma quando sta leggermente sotto non solo non si gonfia del tutto ma appare stopposo e si indurisce velocemente.
  •  Gira, Vota e Furria (questa devo insegnarvela per forza. In siciliano significa gira-gira-gira in tre modi diversi quindi: gira che ti rigira) i cucchiai di farina in qualsiasi tazza di diversa capienza sono sempre tre. E’ tipo una variabile costante imprescindibile. Lo zucchero (ho usato quello bianco) invece ha una componente variabile (se solo avessi capito qualcosa di matematica potrei sviluppare una funzione. Cosa sto dicendo non lo so). E’ chiaro che adoperando il latte condensato lo zucchero andrebbe diminuito. E sul latte condensato farò una VideoRicetta a parte quindi è meglio non confonderci (e qui potrebbero pure partire le risate registrate dalla regia a questo punto).
  • La Nutella, che è poi la cosa che interessa maggiormente: non si brucia. Più ce n’è, più componente grassa dà al composto e più questo diventa soffice. Diventa quasi superfluo mettere il burro (io ho adoperato il ghi perché non ne avevo altro in casa) e il latte (avevo solo quello di soia in casa. In pratica ho solo cose “strane” in casa). Quindi morale della favola? Andateci giù di brutto come ho fatto nel quarto esperimento che è in assoluto quello che consiglio e non abbiate timore. Aggiungete quel pizzico di cacao amaro in polvere per dare un tocco diverso di sapore.
  • E’ importantissimo lavorare l’impasto con la forchetta. Non fatelo con altri utensili a maggior ragione perché c’è l’uovo e perché tutto si deve amalgamare bene altrimenti rimane sul fondo quello che non si è sposato agli altri ingredienti e bello non è. Lavorare almeno due minuti e allenare i bicipiti.
  • L’olio evo si sente e troppo. A questo punto è molto meglio il burro e la quantità, inutile dirlo ma giusto ribadirlo, non deve essere mai esagerata. Si sta parlando davvero della punta di un cucchiaino. So di impavidi che assaggiano l’impasto e questo potrebbe tornar utile in quanto da quello potete rendervi conto di cosa manca. Ho notato che il pizzico di sale fa la differenza, eccome.
  • Come dico nel Video tutto dipende dalla temperatura. E’ fondamentale. E’ l’unica costante. Non credo più, come sostenevo nel primo video, che dipenda dalla ceramica della tazza o dal giusto dosaggio (una componente forse sì) ma esclusivamente dalla temperatura. La stessa tazza, con le stesse proporzioni e ingredienti (lo stesso giorno ed ero vestita uguale quindi nessun fattore esterno diverso *disse ridacchiando*) con 2 minuti a 850 watt e tre minuti a 600 watt ha dato risultati completamente diversi e non mi attengo a blaterare solo circa quello che ho mostrato nel video. La temperatura di 850 watt rimane in assoluto la migliore. Sapendo che non tutti i microonde arrivano a questa temperatura sarà mia premura inventarmi qualcosa per quelli che arrivano solo a 600. Il mio grande problema è che non posso provare a 700-750 watt perché il mio non me lo consente (andrò da qualche amico-parente per invadere la cucina in nome della scienza cioccolatosa al grido di siiiiiiiiipuòòòòòòòòòòòòòfareeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee).

Vecchia Videoricetta ( post di riferimento)

Queste le mie inutili considerazioni. Neanche a dirvelo: taggatemi se la provate con #maghettastreghetta su instagram in modo che io possa vedere le vostre meraviglie e confrontarmi su temperature, tazze e ingredienti. Affineremo la tecnica insieme e poi il mondo sarà chiaramente nostro (fermo restando che già lo è, eccome).

Altre prove mi aspettano (pure in ufficio. Mica ho fatto mettere una cucina perché sono viziata, stupida e stramba. Anche. Ma anche in nome della scienza!)

(118? mi senti?)

American Horror Story. Le Ricette della prima Stagione: Muffin al Cioccolato con Violetta per Violet


Muffin al Cioccolato con la Violetta

per la violetta ho adoperato i fondant di Pastiglie Leone, che sono dolcezze morbide e zuccherose di altissima confetteria (buone come poche cose al mondo e che amo tanto quanto la pasta reale siciliana)

Per  i Muffin al cioccolato ci sono da ricette da scegliere tra milioni di milioni ma mi sento di consigliare quella del grande e inimitabile Bob (sì sempre quello. E’ una perversione la mia)

Per 12 Muffin al Cioccolato occorrono:

  • 80 grammi di farina bianca o semi integrale
  • 1 1/2 cucchiaino di lievito per dolci
  • 1/2 cucchiaino di sale
  • 185 grammi di zucchero
  • 185 grammi di burro fuso lasciato raffreddare
  • 5 uova con tuorli e albumi separati
  • 30 ml di caffè espresso freddo
  • 150 grammi di cioccolato fuso lasciato raffreddare

Preriscalda il forno a 220. Setaccia la farina e mescola con il lievito e il sale. Mescola burro, caffè e zucchero fino a ottenere una pasta cremosa e poi aggiungi uno a uno i tuorli. Monta gli albumi a neve ferma. Mescola insieme la crema di burro, lo zucchero e i tuorli d’uovo con il cioccolato fuso e alla fine incorpora gli albumi a neve con movimenti dall’alto verso il basso. Non mescolare troppo. Velocemente, in maniera decisa e senza rendere il composto troppo omegeneo. Suddividi la pasta negli stampi per il muffin e poi fai cuocere per massimo 15 minuti ma dipende sempre dalla tua formina quindi presta ben attenzione. Quando saranno morbidi e gonfi infila uno stecchino di legno e controlla. Se è asciutto tira fuori dal forno e lascia raffreddare.

Puoi adoperare un’essenza di violetta (ahimè non ce l’avevo) e decorare poi con dolcetti alla violetta.

L’otto ottobre l’attesa finirà per far sì che un nuovo viaggio cominci. La quarta stagione di American Horror Show con un ambientazione simil Freaks da circo avrà inizio. Si susseguono trailer, flash visivi e molto altro (anche molte burle su youtube fatte ad hoc che catturano milioni di visualizzazioni). Adesso potrei perder tempo a ribadire per l’ennesima volta che il circo è una delle mie perversioni narrative e che il racconto che ho in testa da anni è proprio ambientato sotto il tendone (quello che non riesco mai a finire, sì) ma non lo farò; questo perché c’è davvero moltissimo da dire riguardo la connessione cibo – American Horror Story. Attraverso una varietà di piatti variopinta e per certi versi iridescente proprio perché assume tante di quelle sfumature che non si può non rimanerne affascinati. Questo tipo di connessione (proprio come in Dowton Abbey nonostante il genere diametralmente opposto) dà un valore aggiunto a tutta la trama narrativa. Me ne sono convinta sempre più. Una tavola apparecchiata e ben disposta, un piatto consumato e raccontato fungono non solo da connessioni affettive dei personaggi che sono raccontati e che raccontano ma dà un senso di familiarità allo spettatore (vediamo se riesco ad esprimermi. Ardua impresa). Ho riscontrato che in moltissime visioni dal sapore horror questo tipo di connessione con il cibo non c’è. Questo perché si dà moltissimo spazio ad altro; purtroppo non si ha molto tempo per familiarizzare con i personaggi in un contesto horror. Un esempio lampante è Dario Argento, oggetto di un mio studio ormai da due anni ma potrei fare diversi esempi se questo fosse il tempo e il luogo. American Horror Story è invece un horror che va dagli splatter fine anni settanta sino ad adesso, quasi un ritorno ai vecchi gusti. Gusti che identifico nel grande Hitchcock e Christie, che certamente non elemosinano “connessioni culinarie” ( ci sono riuscita? uhm. Forse no).

Mi piace proprio per questo motivo. Il piatto, la connessione culinaria come vogliamo chiamarla, è un’attenzione in più che si dà alla trama e ai personaggi. Credo che anche per questo incosciamente quasi ci si affezioni. Non sono soltanto vittime o carnefici ma hanno una vita, dei pranzi, delle storie, delle cene, fame e appetito. Non solo di sangue e per apportare alla storia un personaggio fine a se stesso. In American Horror Story il cibo mi è sempre sembrato molto pertinente e che raccontasse in pochi attimi dei momenti clou e importanti. Non so se sia solo un’impressione o se dietro questa regia narrativa ci sia qualche cultore di cibo ma non farei fatica a credere che sia davvero così. Lo scorso anno di fretta ho cominciato a delirare circa la Rubrica Cibo e Serie TV dedicando solo tre ricette alla terza stagione di American Horror Story:

Mi ero ripromessa di ripartire da capo però. Per capire se questa sensazione avesse delle fondamenta o se fosse l’ennessimo delirium tremens di una donna ultra trentenne prossima a un esaurimento nervoso serissimo (quello non troppo serissimo è già bello che in corso da venti anni circa forse più). Mi sono detta che per intraprendere un viaggio però bisogna prima far bene l’organizzazione di questo, le prenotazioni a tempo debito e il check in. Volevo rivedere American Horror Story dall’inizio ininterrottamente (quando parlavo con lei, che adoro, della prima stagione su twitter). Dalla prima stagione all’ultima prima di affrontare la quarta. Il tempo scarseggia sempre in queste lande e portare a compimento tale intenzione facile non è stato ma tra una nottata insonne e l’altra, qualche ora rubata a cose importanti, e minuti spezzati in auto-in ufficio-mentre pranzavo-cenavo-studiavo-lavoravo insomma. Ce l’ho fatta. Adesso sì che sono pronta per cominciare “seriamente”.

Settimane fa ho visto sul web la notizia che la celebre casa degli orrori del set della prima stagione di American Horror Story è stata messa in vendita. Pare che non sia stato solo il set di questa ma addirittura di Dexter, Buffy, Twilight zone, Angel e Six feet under (devo indagare su quale scena di Dexter perché proprio non so a che puntata e stagione si riferisca). Sita a Los Angeles (lalala) questa incredibile dimora con lampadari Tiffany originali ha attirato l’attenzione di grandi interpreti della fotografia come Newton, Ritts, Arbus e Lachapelle. L’atmosfera incredibilmente sinistra cozza con la bellezza intrinseca dell’interno che oggettivamente (vedendo le foto reali e non da set) lascia senza fiato.  Chissà se la casa nella realtà vorrà essere venduta, al contrario di quello che accade nella “finzione” della serie e chissà se l’agente immobiliare si ritroverà con un cagnolino orfano tra qualche mese.

Lo scorso anno abbinando piatti a ricette deliravo circa i cliché degli Horror in genere. Ricordo di aver cominciato proprio con le Case Maledette (e cos’altro sennò? Se ti fa piacere puoi leggere qui insieme a un bel piatto di pasta alla Norma con tanto di Norman Bates). L’anima delle case è onnipresente. Tra i muri rimangono avvinghiate le storie e soprattutto i tormenti di chi vi ha abitato. Scendendo le scale ci sono gli insuccessi e le cadute e al contrario salendole i segreti, le vittorie e i lampadari che hanno spesso illuminato percorsi. Percorsi che sono vite. Vite che hanno influenzato o che al contrario hanno subito. Non vi è un angolo o stanza dove non rimanga intrappolato il mistero. La casa di American Horror Story, protagonista indiscussa della prima stagione, credo fermamente che sia diventata una sorta di Amityville Horror tanto quanto la famigerata Casa stessa di Raimi. Per le generazioni attuali di certo sì. Come lo è stata la casa sopra il Bates Motel. Come lo è stata per certi versi ma in circostanze visive diverse quella degli Addams. E molti altri esempi potrebbero esser fatti. Anche qui una connotazione pressoché omologata che rimanda al mio delirio precedente (uhm vediamo se riesco adesso a spiegarlo). Proprio come il cibo protagonista negli “horror” di una volta, American Horror Story riesce a esprimere la stessa identica tipologia di casa ( da cliché ) non stancando. Non sembrando una semplice scopiazzatura. Facendo insomma carattere a sé. E’ questa la forza di questa serie; che pur essendo ricca di contenuti stravisti riesce a raccontarli in una chiave per nulla noiosa. Diventa quasi un omaggio ai racconti passati per troppo tempo violentati da un genere diventato ahimé ridicolo in molte circostanze.

La prima puntata di American Horror Story non ha una ricetta, escludendo una “voglia di indiano” preludio di una nascita su cui si incentrerà la trama. La seconda puntata invece, ambientata nel 1968 all’inizio vede come protagoniste cinque ragazze pronte ad andare al concerto dei Doors; due delle quali non arriveranno mai perché vittime di uno psicopatico. La camera cambia e ci porta poi al 2011 quando Vivien ha conferma della sua gravidanza e Tate comincia a nutrire un interesse nei confronti di Violet.

Constance prepara con Adelaide dei cupcake al cioccolato con la violetta per Violet. L’intento è quella di farla soffrire “con questo i dolcetti sono più dolci. Ha il potere questo sciroppo di provocare terribili mal di stomaco e emorragie interne. Sputaci dentro!” (il fatto che la figlia Adelaide ci sputasse dentro era proprio una simpatica tradizione in quella cucina). Questi cupcake al cioccolato, mangiati poi da Vivien nonostante le insistenze a non farlo da parte di Constance e dall’intrusa psicopatica emulatrice dell’assassinio avvenuto nel 1968 nella casa, diventano i veri e propri protagonisti e fanno da entrée a moltissime preparazioni al cioccolato di Costance. La passione culinaria di Costance in fatto di dolci sarà infatti uno scandire continuo durante la stagione.

E qui si faranno: tutte.

E allora: siamo pronti per un Ottobre assolutamente da brivido? (già vedo la mia povera amica Luci urlare “noooooooooooooooo”. Resisti amica mia, Natale è vicino)

(se i Fantasmi non ci catturano, intendo *disse ridendo esaurita avvolta nel suo mantello nero)

Cheesecake al Cioccolato e Zenzero – Misery non deve morire


 Ingredienti per una teglia di 24 centimetri

Per la base: 350 grammi di frollini al cioccolato (io la butto lì ma si potrebbe fare metà e metà: biscotti Oreo e frollini al cioccolato), 150 grammi di burro fuso

Per il ripieno: 200 grammi di formaggio spalmabile, 200 ml di panna fresca, 250 grammi di mascarpone, 200 grammi di cioccolato fondente a pezzi, 40 grammi di zucchero, 6 fogli di gelatina, 1 cucchiaino raso di zenzero in polvere

Riduci in polvere i biscotti; sia con il mixer che chiusi in un sacchetto e colpiti da un mattarello poco importa. Fai fondere il burro nel microonde o nel pentolino senza raggiungere la cottura. Versa in un recipiente la polvere di biscotti e mischiala al burro fuso. Metti il composto come base nella tortiera imburrata e con il dorso del cucchiaio pressa per bene rendendo omogeneo tutto e risalendo lungo i bordi in modo che questa cheesecake risulti con le pareti laterali (coreografiche e pronte a raccogliere ancor meglio il delizioso ripieno). Metti la base in frigo mentre prepari il ripieno. Lascia in ammollo la gelatina in acqua ghiacciata e nel frattempo metti a sobbollire la panna in un pentolino piuttosto capiente. Quando si è scaldata strizza i fogli di gelatina e versali dentro la panna mescolando con cura e aspettando che si sciolgano al suo interno. Aggiungi i pezzi di cioccolato alla panna e lascia che si sciolgano girando per bene con un cucchiaio di legno. Lavora il formaggio spalmabile con il mascarpone, lo zucchero e lo zenzero aiutandoti con uno sbattitore elettrico fino a quando ottieni una deliziosa crema leggera e omogenea. Adesso che hai i due composti:

panna-cioccolato e gelatina

mascarpone-formaggio-zenzero

uniscili con cura incorporandoli delicatamente e girando fino a ottenere un composto liscio e vellutalo. Versa la crema sulla base dei biscotti e lascia raffreddare almeno cinque ore in frigorifero prima di servire.

La migliore Cheesecake al Cioccolato rimane quella coulant che è poi finita nel mio libro e che comunque se ti fa piacere riesumo volentieri attraverso questo link. Ho visto giusto qualche giorno fa sulla Pagina Facebook che continua a essere gettonatissima e che è stata scelta ancora una volta per una festa di compleanno. Non è inutile affatto ribadire che la cosa mi lusinghi ed emozioni come se fosse sempre la prima volta. Entrare a far parte di eventi importanti, come può essere una ricorrenza di tal genere, è innegabile che mi faccia sentire felice. Questa versione altrettanto cioccolatosa che potrebbe rievocare per certi versi pure la Chocolate Pie diventata poi la Torta Caterina, ha quella punta di aspro  che allevia la leziosità dell’eccessivo cioccolato grazie allo zenzero. Non si inforna come quella di ieri con i Lion ma è fredda come quella al cocco (e così abbiamo pure messo i link alle due precedenti cheesecake dedicate a Stephen King e al suo compleanno che ricorre domani. Tutto questo, qualora capitassi qui per caso, fa parte di una piccola Rubrichetta chiamata “Cheesecake all’Overlook” e che anniversario a parte continuerà in vista di Halloween).
Io comunque consiglio sempre di farsi un bel giro da Agnese che rimane indiscutibilmente la regina delle Cheesecake (io ho in programma queste e tanto altro, giusto per dire). Amen.

Va bene graziagiuliaiaigikitchemaghettaocometichiami falla breve e dicci perché la Cheesecake al Cioccolato e Misery non deve morire (vi sento). Perché è la scena clou che racchiude le paure. Anche qui Stephen King analizza le proprie paure attraverso un simbolismo esaltando in principal modo quel “bigottismo” tipico nei comportamenti delle persone religiose, quasi al limite del fanatico (Annie Wilkes rimanda chiaramente a figure stereotipate tipiche di King come quella della mamma di Carrie, che vorrei prendere in esame in un altro momento). Lo scrittore nella sua autobiografia ufficiale sostiene che Misery, come altri romanzi, è stato scritto sotto l’abuso di cocaina e alcool, di cui non è un segreto è stato prigioniero per molti anni. La trama di Misery non deve morire pare che fosse un sogno fatto in un volo per l’Inghilterra nei primi anni Ottanta dove uno scrittore veniva segregato dalla sua fan numero uno, scuoiato per far sì che la pelle servisse a rilegare il libro e dato in pasto ai maiali. Ho letto molto riguardo al fatto che tanti fan si siano sentiti offesi dalla trama di Misery, interpretandola come un atto quasi “di accusa” nei confronti di un affetto sincero. Nonostante King abbia più volte ribadito (pare pure la moglie Tabitha in via ufficiale e in difesa del marito) che la metafora della Wilkes fosse al contrario un omaggio, rimane un malcontento non troppo celato.

Annie Wilkes si rifugia nella figura di Misery trasmigrando la sua stessa esistenza tra le righe di una vita puramente inventata. Confondendo realtà e finzione, innamorandosi poi del creatore al quale ovviamente vuole impedire di ritrovarsi morta piuttosto che felice e abbracciata con un figlio. Per Annie riscrivere Misery è un po’ farlo con la propria vita. Redimersi dagli errori e orrori commessi, in una conversione fisica e mistica come una sorta di ascensione. I romanzi di King e le trasposizioni su schermo sono anche questo e non rimane dell’insulso orrore fine a se stesso. Ci sono giri psicologici, ricordi e paure che si mischiano in cerca di una soluzione che molte volte non arriva. Perché non sempre c’è (evviva il cielo) un lieto fine.

Il fatto che manchi la N nella macchina da scrivere è l’ennesimo ricordo che King regala ai propri fan(atici) in quanto era assente nella sua stessa macchina quando cominciò a ticchettare le  prime volte. A me piace molto sapere questi particolari e altri e altri ancora. King ha moltissimi dettagli di questo tipo e tante letture. A secondo dell’attenzione e della distrazione proverai per lui quel senso di “appartenenza” o meno. Sarai un po’ Misery o meno.

Ho riguardato Misery non deve morire qualche giorno fa proprio per essere ispirata per qualche torta. Non avrei avuto modo di rileggere il libro perché purtroppo ho sempre poco tempo per questa attività. Me ne vergogno profondamente ma non è il periodo giusto. Mi lancio in audiolibri in modo da far altro nel frattempo e cerco di ottimizzare quello che continua a sfuggirmi prepotentemente per tutti i progetti che ho e che DEVO portare a termine per la mia poca sanità mentale. Allora l’ho riguardato a cena mentre il Nippotorinese e Mamma mangiavano melanzane e feta e io con la cuffietta da brava asociale nel telefonino ricordavo la prima volta che l’ho visto. Un po’ di angoscia sul fatto che fossi adolescente è venuta, sì. C’è molto cibo. Ci sono le uova strapazzate alla Wilkes e pure una sorta di zuppa al pomodoro. C’è pure un delizioso polpettone ampiamente descritto dalla Wilkes che mi sono ripromessa di rifare. Con pomodori freschi e con il suo segreto: il prosciutto ma.

E alla fine arriva la torta al cioccolato. A onor del vero credo proprio che non sia una cheesecake ma ci somiglia e anche tanto. C’è una base sicuramente di frolla e poi una bella copertura generosa di cioccolato. E c’è lei che ritorna dopo essere morta. A ricordargli che un vero incubo mai finisce ma rivive in un perpetuo sempre.

“Sono la sua più grande ammiratrice”

Cheesecake (al forno) con barrette al caramello (Lion) e Pennywise


 

Per una teglia di 24 centimetri

Per la base: 350 grammi di frollini al cioccolato, 150 grammi di burro fuso

Per il ripieno: 400 grammi di latte condensato, 250 grammi di mascarpone, 200 ml di panna, 200 grammi di formaggio fresco spalmabile, 2 uova grandi, 5 barrette di Lion

Riduci in polvere i biscotti; sia con il mixer che chiusi in un sacchetto e colpiti da un mattarello poco importa. Fai fondere il burro nel microonde o nel pentolino senza raggiungere la cottura. Versa in un recipiente la polvere di biscotti e mischiala al burro fuso. Metti il composto come base nella tortiera imburrata e con il dorso del cucchiaio pressa per bene rendendo omogeneo tutto e risalendo lungo i bordi in modo che questa cheesecake risulti con le pareti laterali (coreografiche e pronte a raccogliere ancor meglio il delizioso ripieno).

Lavora il formaggio con il mascarpone, il latte condensato e la panna. Aggiungi le uova una alla volta fino a ottenere un composto liscio. Unisci tre barrette (che hai scelto di adoperare) dopo averle spezzettate in tutto il composto in modo da risultare omogenee su tutta la superficie della torta. Versa il ripieno sulla base e inforna a 170 già caldo per 10 minuti. Tira fuori la cheesecake e aggiungi le restanti barrette spezzettate in quella leggera pellicola da cottura che si è formata in superficie. Inforna adesso nuovamente per 45 minuti finché la cheesecake non si sia completamente solidificata. Quando la sforni non preoccuparti se all’apparenza risulta essere ancora molto molle. Deve necessariamente solidificare. Devi farla raffreddare completamente senza muoverla troppo e poi metterla in frigo almeno quattro ore prima di toglierla dalla teglia a cerniera.

I Lion, nella mia vita da bambina, mi piacevano tantissimo, forse più dei Mars, anche se i Bounty non è che fossero da meno. Uhm. Ardua la scelta ma in fondo: devo proprio farla? Solo che i Lion (come i Mars, ok dai non posso scegliere. Ma tra Biancorì e Ciocorì preferivo il primo, ecco l’ho detto) li vedo ancora nel banchetto della bidella insieme al panino con formaggio a trecentocinquanta lire e misto con la mortadella a cinquecento lire. Perché nella scuola privata dove andavo c’era proprio una sorta di spaccio con tante caramelle, panini e schifezze varie. Il Nippotorinese ogni volta a questo mio ricordo inorridisce per via della possibilità di far scegliere a un bimbo come alimentarsi durante la ricreazione; condannando soprattutto la scelta di prodotti insulsi e commerciali. Sarà che sono diventata antipatica quanto (e più) di lui ma a ben pensarci adesso trovo anche io assurda la cosa. Fatto sta che non vorrei tanto focalizzarmi su ciò che si diventa ma su quello che si è vissuto, si è e disgraziatamente, per certi versi, si dimentica. Nulla togliendo al fatto che l’evoluzione resta di per sé anche una via di salvezza. Pennywise, il mostro del palloncino e il racconto di It che non è soltanto un libro fatto di angoscia e di terrori infantili semplici come quelli di un naso rosso che può essere un clown. King racconta qualcosa di ben più profondo a ben guardare e scava verso radici importanti sociologicamente e psicologicamente. Fermandosi alla storia, che può apparentemente apparire banale, si sminuisce la visione complessa in sé. Mi ha sempre colpito questo suo analizzare, come molti scrittori del resto, il tempo attraverso i mostri infantili che ritornano. La figura del clown Pennywise e dei luoghi dimenticati/ritrovati/forzatamente rimossi esalta in maniera netta quello che succede a noi adulti. Quello che mettiamo da parte, ma solo in cassetti facilmente apribili, e che ci sforziamo di non voler vedere più. Nascondendo il tutto con la sopravvalutata razionalità.

Ritornare nei luoghi da dove si viene è un passaggio onirico a tratti devastante. Per chi “diventa adulto”, intendo. Per chi “resta bambino” ogni pozza, fossa, tombino nasconde segreti. Se corro dietro alle lancette ricordo di essere seduta tra due statue di leoni. Erano quelli che portavano al boschetto di Padre Giuliano, la scuola in cui andavo. Nel boschetto si vociferava ci fossero i mostri la notte e che succedessero cose brutte. Era pericoloso anche andarci durante la ricreazione. Soprattutto le bambine dovevano stare ben attente. Ero praticamente l’unica (nonostante tentassi di trascinare la mia piccola migliore amica di un tempo) ad attraversarlo estasiata nella speranza di vedere questo mostro. C’erano delle scale, un campo da tennis e un agrumeto. C’era la mia voglia di disegnare quel bosco di notte. E di vederlo. Tra quegli alberi poi ci sono cresciuta e ho inventato storie. Ho girato un horror con la telecamera di mio papà quando allora la telecamera era una roba grande sette chili e ho ambientato anche scene del mio primo piccolo romanzo dal nome Capelli.

Per me è quotidiano andare a esplorare quello che sono stata e che in fondo sono rimasta. Ho sempre paura di chi non ha paura di essere diventato grande, o per meglio dire, di essersi dimenticato del potere che ha la mente quando si è bambini. Penso spesso a quando sarò mamma e al fatto di non poter mai mentire al mio piccolino semmai mi dicesse che ha visto un mostro sotto al letto. Perché io quel mostro continuo a vederlo. Sentirlo. Soprattutto quando mi alzo di notte e poi ritorno a letto. Mi piego poco poco per vedere sotto. E non mi vergogno a dire che molte volte glielo dico proprio.

Lo so che sei lì.

Come è rimasto lì Pennywise. A tormentarmi e volermi offrire un palloncino. Come questo sia diventato simbolo della morte più angosciante che la vita mi ha mostrato. Come quei mille palloncini che sono volati in cielo nell’ultimo addio a mio papà mentre gridavo tra il silenzio delle persone che guardavano me e mamma “Ciao Turi”. Io lo voglio sempre un palloncino Pennywise. Perché credo fermamente che il confine tra il sogno e il mostro è un posto dove bisogna stare in equilibrio per vivere. Soprattutto i ricordi. Perché checchèsenedica il mio futuro è quello.

Un tè con Poirot : La Scatola di Cioccolatini


La scatola di cioccolatini è il dodicesimo racconto del libro “Tutti i racconti di Poirot”. Mi piace particolarmente perché è diverso dal solito; non che gli altri siano noiosi o omologati, mi guarderei bene dall’asserire una sciocchezza simile. Poirot racconta un suo insuccesso durante un quadro investigativo apparentemente non troppo complicato. Elogiato per la lunga carriera di successi, confessa in tutta onestà, tra una tazza di cioccolata calda che sicuramente ne rievoca il ricordo, quanto si sia messo in ridicolo (a suo dire) in una circostanza in cui era altamente improbabile non riuscire a capire la verità. Di indizi non ce ne erano molti ma bastava proprio l’unico a risolvere il caso. Mi piace questo brevissimo racconto perché riesce, come sempre, a trasmettere mistero e curiosità. Ecco. La curiosità. E’ una sensazione che provo raramente. Non sono poco curiosa nell’apprendere o conoscere ma mi annoio facilmente. Faccio parte di quella minoranza che non ha necessità di vedere un finale. Se ci arrivo è perché in qualunque circostanza l’ho voluto davvero. Non finisco un libro se mi annoia, per dire. Non finisco una serie tv solo perché l’ho cominciata (posso mollarla alla quinta come Dexter, giusto per fare un esempio. E chi se ne importa se lo ammazzano o no. Se scoprono la sua vera natura o no. Ho già fatto tanta fatica ad arrivare lì, giusto perché costretta dal Nippotorinese).

Che siano dieci pagine o mille, la Christie ti tiene incollata alla sedia. Mentre leggevo La scatola di cioccolatini non riuscivo a smettere di pensare che fosse una trama semplice, senza troppi indizi, “facile” e che non ci fosse proprio tutta questa “ricerca” nel dettaglio; eppure una curiosità pazzesca. Non credo sia semplicemente fascino per la regina del giallo, ma obiettivo e innegabile (e irripetibile) genio. Monsieur Déroulard vittima della sua ingordigia nei confronti dei cioccolatini con tanto di assassino insospettabile. Un giallo in dieci pagine da non dimenticare.

Fare cioccolatini, praline e prelibatezze cioccolatose è una delle operazioni più fantasiose e divertenti (e facile) che si possano fare. Regalare una scatolina di cioccolatini (senza veleno in questo caso) è un gesto che oltre a non passare inosservato diventa indimenticabile. A seconda dei gusti di chi li riceverà si potranno scegliere spezie ed essenze in un calderone interminabile di idee. Negli anni ne ho fatte diverse di praline qui e questo autunno persevererò visto che  ho esagerato un pochino nell’acquisto di teglie di silicone per il confezionamento dei cioccolatini.

Di seguito alcune Ricette pralinocioccolatose fatte qui:

Caramelle morbide al cioccolato (la videoricetta)

Praline al cioccolato bianco e tè matcha

La cioccolata calda vegana? Eccola!

Salame di Cioccolato e Avena e Alieni in arrivo


Ingredienti per 6 persone

  • 120 grammi di avena (o riso soffiato)
  • 350 grammi di cioccolato al latte (vabbè mi sto confondendo. Ho fatto metà dose e non avevo il cioccolato al latte quindi ho messo su 175 grammi – 100 di cioccolato fondentisssimo più del settanta per cento e 75 grammi di bianco. Oh! Mica ci capisco qualcosa io!)
  • 50 grammi di burro
  • 3 cucchiai di panna fresca (e non ci avevo neanche questa e ho messo latte intero chettelodicoffà?)
  • 100 grammi di zucchero di canna grezzo (ma anche semolato va bene, sì)
  •  1 bacca di vaniglia (leva le mani dalla vanillina o prendo la motosega)

Che sia riso soffiato o avena sciacqua in abbandante acqua corrente e poi sgocciola tutto e asciuga perfettamente. Fai fondere il cioccolato con il burro a bagnomaria oppure dentro il microonde prestando ben attenzione a non bruciarlo o cuocerlo. Unisci la panna (o il latte) al cioccolato e aggiungi la polpa della bacca di vaniglia che hai inciso longitudinalmente. Fai sciogliere lo zucchero con due cucchiai di acqua in un pentolino a fuoco basso fino a ottenere un caramello ambrato e poi togli dal fuoco.
Aggiungi lo sciroppo-caramello al cioccolato e l’avena (o riso) e mescola delicatamente fin quando ottieni un impasto compatto e omogeneo. Stendi il composto su un foglio di carta da forno e arrotolalo aiutandoti sempre con la carta in modo da ottenere la forma cilindrica del salame. Sigilla bene le estremità e se vuoi intreccia della corda alimentare per ottenere un effetto ottico divertente e simile al “vero salame”. Conserva in frigo per almeno 6-8 ore prima di tagliare a fette e servire. E’ carina l’idea anche di tagliare con la carta in modo che ogni commensale possa “spellare” il salame proprio come avviene in altre circostanze.

Mentre ticchetto penso che stasera finalmente vedrò un’altra puntata di Penny Dreadful. Me l’hanno consigliata la Bestiabionda nazionale e Martina; naturalmente mi fido del giudizio di Martina altrimenti chi mai ci avrebbe anche solo pensato? Ricordiamo alla gentile clientela che la bionda ferrarese guardava Streghe con la Doherty, per dire.

Non so se quando arriverà davvero il giorno della pubblicazione di questo delirio ricettoso avrò la stessa curiosità  o mi sarò fermata alla terza puntata. Va detto che ne ho viste effettivamente solo due. Sarà la fotografia che è in assoluto tra le mie preferite, vista l’ambientazione vittoriana, o forse il fatto che ci sia molto sangue, tanti assassini/possessioni demoniache/pazzi squilibrati/esseri malvagi il che: mi riconcilia con il mondo (tutto normale, no?). Fa troppo caldo per stare in ufficio e pure per sognare qualche posto esotico. C’è voglia solo di gonfiare quella piscina da terrazzo per Koi, aspettare la mezzanotte perché proprio con il sole no e: tuffarsi. Tuffare i piedi, per quanto riguarda me. E’ pur sempre una piccola piscina da terrazzo. Pure Koi a ben guardare non potrà proprio adoperare il termine tuffarsi; che non a caso si è aggiudicata da tutti ormai l’epiteto Alabrador, incrocio tra Alano e Labrador per quanto è alta.

Tutto questo per dire che Agosto è stato eccessivamente lento e mi sono stancata a pensare qualsiasi cosa, soprattutto in virtù del fatto che mi attende un inverno talmente scoppiettante e ricco di impegni (molti dei quali: noioooooooooooooooossssssssssssssssiiissimi) che potrei pure non pensare ai regali di Natale. Sarò sicuramente in cella. Poco importa se per aver commesso omicidi, essere entrata in un supermercato e fatto una rapina di liquirizie o rapito una vecchietta con Koi in cambio della sua vita da pensionata (toh! uno scambio di personalità. Forse è questa la soluzione!).

Rimango ancorata fermamente manco stessi cadendo da quel fatidico cornicione con un pazzo serial killer che ti allontana tutte le falangi dal pezzotto di muro che ti tiene sospesa in aria. Proprio mi appiglio fortissimo fino a sanguinare ma. Conosco la realtà. Che cadrò.

Come conosco pure il fatto che. Qualche disco volante pieno di Alieni mi salverà; magari pilotato da Ombrella mentre sputa semini di anguria e pizza raw. O che all’improvviso magari spunti sotto uno di quei materassi tondi enormi da film americano. Che poi mi sono sempre chiesta: ma quando rimbalzi finisci dalla signora del primo piano spaccando magari la finestra e rimanendo incagliato nel vetro delle finestre e quindi magari sgozzato stile Profondo Rosso/Suspiria? E a proposito di tutto questo sangue: arriva il Circo de Los Orrores a Catania. Incontenibile gioia e tante date. Credo farò un abbonamento. Spero in realtà di non rimanere delusa tanta è l’attesa.
Ma cosa c’entra tutto questo con un salame di cioccolato e un bellissimo tagliere sarcastico ai limiti del macabro gentilmente offerto al Nippo da bellissima Socia cognatosa Piola?

Nulla.

E’ che qui è da sempre la mia valvola di sfogo. E anche se soffoco comunque sul cornicione. Mi fa credere agli alieni. E respiro un po’.

Aria buona.

(sul salame la dico qualcosa? Sì. Provalo. E’ buono davvero. Professionale, no?)

La Torta Caterina per me, la Chocolate Pie per tutti.


Tortiera 18 cm

  • 150 grammi di farina bianca setacciata
  • 30 grammi di cacao amaro in polvere
  • 20 grammi di zucchero di canna
  • 80 grammi di burro freddo tagliato a pezzi
  • 50 grammi di acqua ghiacciata
  • 1 pizzico di sale

La crema:

  • 240 ml di panna freschissima
  • 360 grammi di cioccolato fondente
  • 2 tuorli
  • 1 uovo di media grandezza

Farina, cacao, sale e zucchero riuniti nel recipiente d’acciaio della planetaria e giù di acqua fredda pian pianino e burro freddissimo. Lavora fino a ottenere un composto sbricioloso. Versa l’impasto su piano infarinato e continua a lavorare (ma non troppo perché il calore delle mani comprometterebbe l’impasto semprelasolitacosasì) e ottieni un bel panetto da conservare in frigorifero avvolto in pellicola almeno un’ora. Trascorso il tempo infarina il piano e con l’aiuto del mattarello stendi la base. Imburra la teglia che hai scelto e poggiaci sopra la pasta. Se ti piace fare dei bordini intorno aiutati semplicemente con le dita facendo dei motivi ondulati (dipende dalla teglia che adoperi. Se hai quella già zigrinata basterà una semplice pressione). Preriscalda a 180 e fai cuocere 18 minuti. Fai raffreddare prima di versare la crema.

A fuoco basso fai cuocere la panna e prima che giunga a ebollizione aggiungi il cioccolato tagliato a pezzi. Gira per bene fin quando è tutto sciolto. Incorpora le uova una alla volta senza mai smettere di mescolare (meglio se con una frusta da pasticciere) e sempre a fuoco dolcissimo che puoi leggermente aumentare sul finale quando la crema apparirà già bella che densa. Lascia raffreddare anche la crema prima di versare sopra la base. Una volta che tutto è giunto a temperatura ambiente metti in frigo per almeno tre ore e tira fuori un quarto d’ora minimo prima di servire (vabbè dipende anche molto dalle stagioni).

Essendo una torta pesantemente cioccolatosa e quindi pastosa al palato accompagna con qualcosa di freschissimo e addirittura “contrastante” di sapore. Una bibita allo zenzero? Perfetto. Mi viene in mente un Ginger Ale con la radice di zenzero che mi ha consigliato Charlie qualche giorno fa.

Di queste torte ne ho fatte diverse negli anni e sento di poter asserire tranquillamente che al centinaio sono arrivata senza ombra di dubbio alcuno (facciamo ottanta? vabbbbbbene). Fondamentalmente il procedimento è lo stesso. La stessa base che sa di frolla, la stessa crema che poi cambi e aromatizzi. Un po’ come la cheesecake all’apparenza è sempre tutto così omologato, uguale, addirittura poco fantasioso. Stando solo all’apparenza, intendo. Non fermandosi un attimo. Perché al contrario accade che ogni torta poi ha sempre un momento. E’ come se diventasse un microcosmo di qualcosa che accade in quel giorno; straordinario o meno diventa sempre tale perché in fondo ogni giorno lo è. C’è magia  quando c’è una torta, poco da discuterne.  Anche per chi come me è arrivata a un centinaio/ottantina, e solo di questa categoria per giunta. Un vero e proprio evento che  ricolleghi a quel sapore, piatto, servizio, cucchiaino e tovagliolo.

Questa torta da semplice Chocolate Pie è diventata la Torta Caterina qui. L’avevo appuntata sul mio Moleskine “Recipe to do”, quello che finalmente è stato tolto dagli scatoloni e che mi mancava tanto. Vista la scrittura veloce e la spiegazione concisa, sicuramente presa da una ricetta in tv mi dico, mentre cerco quella di Grossman nel libro di New York: praticamente uguale. Si tratta in fondo di un oceano di ganache che fa onde su un fondale pieno di frolla. Un universo di cioccolato dove immagino barchette che con calma si godono lo spettacolo dal mare di cacao. Magari di una lontana Etna in eruzione visto che proprio in questi giorni ci sta regalando immagini incredibili dal finestrone della cucina.

Guido è nato quando andavo in prima media. Ho un disegno sul mio diario della Camomilla in tinta rosa. Il 27 Luglio. Quando il libro delle vacanze era già bello che finito e bramavo di averne un altro e un altro ancora. Il mio cuginetto tanto atteso. Il mio primo cuginetto piccolo. Rivederlo adesso alto un metro e novanta che mi guarda da lassù mi trasporta in una parallelismo visivo di vita interessante che apre scenari a mondi e interpretazioni. C’è lui sulla micro moto con la sua maglietta verde che mi chiama: iaia. iaia. iaia cao. iaia etta. Mi chiamava Iaia (e fu grazie a lui che questa “moda ” divagò tra i miei amici dell’epoca sino ai giorni nostri, per alcuni) e voleva che  gli disegnassi continuamente cao= cucchiaio e etta=forchetta. Profetico il mio neo Architetto bellissimo. E ancora sulla moto mentre dice il mio nome, nel cuore. Guido ti guarda con una profondità negli occhi che quasi cadi in abissi. Annuisce e ti ascolta, come ha sempre fatto, facendoti sentire voluta e non di passaggio. Ha un timbro che fa eco e che rimane nelle parti più profonde di tutte le idee. E Guido mi ha presentato quest’estate Caterina.

Bolognese.

Anche lei finita su questa isola per amore e la confusione gliela leggo negli occhi; obnubilata da bellezza e al tempo stesso tormento. Lo stesso che porta ancora negli occhi il Nippotorinese e per certi versi pure io. Sono felice e lusingata di aver avuto Caterina in casa da mamma per presentazione sicula ufficiale e poi a casa da me mentre Koi cercava di estirparle la caviglia e il suo adorabile vestitino. Un’alchimia incontrollabile ha governato entrambi gli incontri. Perché avvengono ma non è detto che poi ci si incontri davvero. E invece è successo. Si è sentita quella fiammella incontrollabile che ti segnala un bel momento. Di quelli da ricordare.

E Caterina è stata una delle poche fiammelle di questa estate. Un ricordo bello e genuino. Che ti fa sentire felice di non esserti chiusa a casa. A piangere. Ma di aver continuato e vissuto.

Ci siamo abbracciate davanti alla porta con la speranza di vederci presto non importa dove, TorinoCataniaMessinaLondraBologna chissà e con la volontà di scrivere questa ricetta insieme. E magari un giorno farla anche. Cominciamo così?

La Ricetta degli Oreo fatti in casa l’abbiamo?


Per 15 Oreo circa

  • 150 grammi di burro morbido
  • 350 grammi di zucchero di canna grezzo (sì va bene pure quello bianco, dai)
  • 1 uovo
  • 1 cucchiaino di estratto di vaniglia (no non va bene la vanillina, per favore!)
  • 160 grammi di farina tipo 0 (sì va bene pure 00)
  • 85 grammi di cacao amaro in polvere
  • 2 cucchiaino di lievito
  • 2 pizzichi di sale

Crema:

  • 30 grammi di burro
  • 30 grammi di olio di noce di cocco (non ce l’avevo e ho adoperato due generosi cucchiai di cocco disidratato e il risultato è stato ottimo ugualmente)
  • 125 grammi di zucchero a velo

Lavora energicamente il burro e lo zucchero finché la consistenza diventa cremosa e soffice. Mescola gli ingredienti secchi (farina, cacao, sale e lievito) insieme. Incorporali al composto burro-zucchero, alternando all’uovo e aggiungendo la vaniglia. Mescola per bene fino a ottenere un impasto dalla consistenza omogenea. Forma una palla e avvolgila con la pellicola. Lascia riposare per almeno un’ora in frigorifero.

Trascorsa un’ora prendi la pasta dal frigorifero e toglila dalla pellicola. Avvolgi la pasta in un foglio di carta da forno. Con le mani sulla carta da forno, modella la pasta dandole la forma di un salsicciotto lungo circa trenta centimetri. Avvolgila per bene nella carta da forno e lascia riposare per un’altra ora.

Scalda il forno a 175. Togli il salsicciotto dal frigorifero e apri la carta da forno che l’avvolge. Con un coltello grande o un tagliapasta taglia delle fette di circa 1 cm di spessore e distribuiscile sulla teglia rivestita di carta da forno (sì puoi pure stendere con il mattarello su un piano e ricavare i biscotti con una formina tonda, suvvia). Appiattisci leggermente con le mani per dare ai biscotti una forma tonda e liscia  e inforna per 15 minuti non di più.

Fare la crema è semplice in quanto tutti gli ingredienti devono essere lavorati con una frusta o robot da cucina (nella planetaria con la lama a S). I biscotti vanno farciti di crema quando si sono completamente raffreddati.

Si può fare anche un’incredibile versione gelato. Quanto sarebbe buono con delle cucchiaiate generosissime di gelato al cocco? *rivoli di bava alla bocca*

(Vuoi fare un biscotto gelato? Ti lascio quest’altra ricetta. Clicca qui)

Per caso vi è sembrato di vedere di nuovo il libro di Marc? Del nostro Bob il muffinaro? Noooooooooooooo. Non è quello, lo giuro sulla granita di fichi più buona del mondo! Ok è quello (questo non significa che io abbia davvero trovato la granita di fichi più buona del mondo e se ti perso il tutto puoi sempre rovinarti la giornata e cliccare qui). A dicembre mi ero esaltata, e non poco, per dei brownies fatti proprio con gli Oreo. In quell’occasione avevo perso un post al quale tenevo molto e poi con calma (e dopo aver spaccato aggeggi a caso) ticchettato nuovamente. Su che cosa sto vaneggiando? Sugli Oreo sbocconcellati dal mio amato Jack durante le riprese di Shining e semmai fosse andato in loop il tuo neurone stanco preso da questo flash culinario accecante devi solo cliccare qui. A dimostrazione del fatto che quello che cucino per gli altri ha comunque una strettissima correlazione con il mio rapporto complicato e controverso nei confronti del cibo, ultimamente sono in fissa per i biscotti imbottiti. I biscotti gelato che mi ricordano papà di cui ho parlato qui, diverse elaborazioni che sto facendo per pubblicarle in futuro e blablabla.

Gli Oreo non potevano mancare perché sono in assoluto i biscottini “chimici” e commerciali che piacciono al Nippotorinese; il gourmant sabaudo di casa, infatti, come tutti sappiamo (cheantipaticoblablablabla) non ama certamente cibare il suo corpo snello e asciutto (maledetto! Ti sei mangiato tutta la Sicilia e hai perso tre chili! TI ODIO! Io ne ho presi tre mangiando due granite) non gradisce moltissimo né il cioccolato (scadente e commerciale) né biscottini da supermercato e dintorni. Per gli Oreo fa eccezione. Certo non è ingordo e non ne mangia come farei io (otto confezioni formato famiglia anche se nella vita precedente preferivo i Ringo e solo la parte bianca. Vabbè lo racconto un’altra volta, dai. A chi importa. Importa? Menti).

Quando ho visto che c’erano gli Oreo fatti in casa nel librozzo che mi ha rubato il cuore in questo pre e post vacanze mai iniziate, mi sono detta che era doveroso quantomeno provarli. Risultato? Perfetti. Sanno davvero di Oreo e me lo conferma un campione umano non indifferente di una decina di persone e addirittura il ripieno, essendo fresco e genuino (ho sempre sognato di dire genuino), risulta essere sublime (è da tre settimane che dico sublime pure per il bagnoschiuma. Che problema è? E’ una patologia? Qualcuno sa qualcosa? E se sì: parli!).

Una ricettina da segnare e provare; magari non adesso se si abita a latitudini simili alle mie e il forno è nemico. Subitissimoimmediatamente se fortunatamente siete a latitudini fresche che qui si bramano tanto quanto la migliore granita di fichi al mondo.

Si è capito che voglio vivere mangiando solo la granita di fichi migliore al mondo e che non me ne fregaaaaaaaaaaaaaaaaassssolutamentenientedeglioreofattiincasa?

No però dai. Sono perfetti. Se dovessi provarli ti prego dimmelo. Ho bisogno di sapere che nonostante non abbia potuto offrirvi la granita ai fichi migliore del mondo ho diffuso il verbo della ricetta degli Oreo fatti in casa. Quella giusta.

Rendiamo grazie a Bob (questa frase nasconde orrori culinari da gustare su Youtube, nel caso).

(Sono una psicopatica seriale. Senza saperlo ho accoppiato a distanza di otto mesi lo stesso fazzoletto per lo sciutingfotografico. Contando che ne ho qualcosa come 4924340982034982309482304982304823042834093284038423409 sto cominciando seriamente. Ma seriamente. A preoccuparmi)

(C’è un’analista in sala? Anche uno psichiatra, grazie)

(ètuttoungrandedisegno. Mio, di Ombrella e degli Alieni che stanno arrivando, of course)

Cheesecake in formato barretta senza cottura. Barretta in formato cheesecake senza cottura. Senza cottura una cheesecake barretta. EBBASTA!


Per uno stampo quadrato di circa 22 cm per lato

Base:

  • 200 grammi di biscotti secchi (anche al cioccolato se preferisci un gusto nauseantemente cioccolatoso)
  • 90 grammi di burro a pomata
  • 60 grammi di cocco disidratato grattugiato

Imburra per benino lo stampo. Sbriciola i biscotti sempre infilando nel sacchetto e colpendo con un oggetto contundente per sfogare il nervosismo o semplicemente con l’ausilio del frullatore (ma il primo metodo dà più soddisfazione, te lo garantisco). Mescola i biscotti sbriciolati con il cocco disidratato grattugiato (va detto che non è un passaggio obbligatorio perché c’è gente strana a cui non piace il cocco in polvere. In quel caso diffida. Potrebbe essere gente pericolosa) o anche con della frutta secca ridotta in polvere se preferisci (mandorle, pistacchio, qualsiasicosa). Aggiungi il burro a pomata (che vabbè è il burro a temperatura non proprio ambiente ma tropicale e quindi assume quello stato cremoso-cremoso-quasi liquido ma che non è liquido da microonde che ha pure cotto) e amalgama per bene ai biscotti ottenendo un composto appiccicosiccio che sarà facile da stendere lungo tutta la teglia con il dorso di un cucchiaio. Se non ti vede nessuno sì, puoi poi leccare il cucchiaio.

La crema:

  • 150 grammi di zucchero a velo
  • 90 grammi di burro
  • 4 cucchiai e 1/2 di latte intero o panna liquida (io ho adoperato la panna liquida)
  • 1 tuorlo
  • 1 cucchiaino di maizena
  • 1 cucchiaino di zucchero di canna

Lavora il burro con lo zucchero fino a ottenere un composto liscio e spumoso. Riscalda la panna o il latte al micro o nel pentolino ricordando che non deve raggiungere il bollore ma soltanto diventare più che tiepido. In una bowl-recipiente mescola il tuorlo, la maizena e lo zucchero con l’aiuto di un cucchiaio e aggiungi pian piano il latte caldo sempre mescolando. Versa in un pentolino e cuoci fin quando tutto si amalgama per bene e una volta tolto dal fuoco il composto aggiungi il burro. Ottenuta una consistenza liscia e cremosa stendi sulla base aiutandoti con la classica spatolina (che confesso a me piace chiamare leccapentole. Mi fa sempre sorridere). Metti in frigo e nel frattempo prepara la glassa.

La glassa:

  • 50 grammi di burro
  • 80 grammi di cioccolato al latte a pezzi
  • 80 grammi di cioccolato fondente a pezzi

Alla domanda ma sopra la glassa (la crema crepa? ahem no) posso aggiungere qualcosa di altro? Sì. Pistacchi, mandorle o frutta secca sbriciolata che richiama la base o che contrasta addirittura. Qualsiasi cosa, insomma. E’ una ricetta teoricamente base che può essere variata e interpretata in centinaia di modi diversi. Forse migliaia. Forse è meglio che la smetta.

Sì il Nippo è tornato a casa con tutta la serie di personaggi Burtoniani che ho disegnato per lo studio. Manca solo il quarto pacchetto ma sono stata informata che è in consegna (felice come una bimba che sta per essere portata al parco. Uhm. Mai stata al parco. Felice come una bimba in edicola che può comprare l’album da colorare e poi subito in cartoleria dalla Signora Barbagallo per Album e Colori. Cielo! La Signora Barbagallo. Quanti ricordi!).

(nel quarto pacchetto c’è la mia preferita! Che poi è uguale a Ombrella. Staring Girl. U-G-U-A-L-E!)

Toxic Boy è stato quello più entusiasta. Ha cercato di contaminare queste barrette che non sono barrette in formato cheesecake che non è una cheesecake mapoiallafineèunacheesecake, con tutti gli spray tossici a sua disposizione. E’ un dolcetto di quelli superiperstrafacilivelocifreschi perfetti per questa estate (sottotitolo: maledetta! Maledetta Estate ti odio ogni anno che passa sempre con più ardor!).

Qui si attende l’ultimo vaccino in modo da gonfiare questa piscina dodiciperdodicicentimetri sul terrazzo e buttarci dentro questa palla di pelo puzzosa che verrà poi lavata (speriamoprestosantocielo!) con un bagnoschiuma canino biologico al profumo di muffin al mirtillo. Faccio shopping online pure per Koi e le ho comprato due vestiti: uno da Yoda e uno da Ewok. Sì lo so. Dovrei vergognarmi e anche un bel po’, ma come facevo a resistere? Posso avere per qualche secondo un LabradorYoda e un LabradorEwok in casa pronto a tuffarsi in una piscina gonfiabile e che profuma di Muffin al Mirtillo biologico.

C’è da capirmi se l’affare diventa insostenibilmente entusiasmante.

Sto provando la nuova madia come base delle fotografie. Non ho più il tavolino bianco satinato, che è finito nella dependance in mezzo a tutto quel rosso e wengè. Mi fa sorridere quel luogo. Sembra essere l’appendice di un ricordo. Della nostra prima casa insieme. E poi a papà piacevano tantissimo quei divani rossi.

“Quest’inverno dopo la Chemioterapia, se starai male invece di stare a casa potrai metterti qui. Sul divano rosso della dependance. Che ne pensi? Siamo ancora più vicini!”.

“Ottima idea”.

Quest’inverno non ci sarà nessuna chemioterapia. L’altro giorno apro l’armadietto del bagno dell’ufficio e trovo il Deltacortene. Non c’è barrettacheesecakechenonèunabarretta che tenga. Non c’è Toxic boy e A girl with many eyes. E neanche Koi vestita da Ewok e Yoda. C’è sempre Deltacortene, ricordi, chemioterapia, quellochedovevamofare, la maratona, New York, Tokyo e mamma disperata che posa i tuoi pantaloni avana con le tasche.

Vorrei avere dei chiodi infilzati negli occhi per vedere meno. Poi nelle orecchie. Poi nel cuore. Per fermarlo. In realtà non mi piace proprio nulla. Ma non mi piace ancor più di quanto non mi piacesse prima. Non mi piace come viene la barretta che non è una barretta. E forse non mi piacerà neanche Koi profumata al muffin al mirtillo infilata nella piscina. Posso infilarla nella piscina vestita da Ewok o è perseguibile per legge?

Vorrei che Koi mi abbandonasse quest’estate. In un autostrada deserta tipo Route 66. Ci sono sempre persone pericolosissime. Soprattutto in roulotte. Mi è quasi venuta voglia di rivedere Le colline hanno gli occhi. Lo scenario è giusto quello.

Certo non è proprio un post invogliante per provare queste barrette. Forse. Ma se ti capita, davvero, falle. Sono state molto apprezzate e diventano base per qualsiasi variazione.

Si vede che non ce la faccio, vero?

Vorrei appuntare sul mio Curriculum Disastrorum il fatto che venga sempre ricordata dalla Nazione e nelle occasioni ufficiali come una vera Food Blogger professionista che dà un apporto fondamentale al Web, alla rete e alla comunità internautica tutta.

Fiera Expo di Milano mi ricorda così: La Ridicola Videoricetta dell’anguria TopoRiccio. Vissani, Cracco e Ramsay? PRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRR. Ormai sono a un livello che mi consente di tirarmela a più non posso (la corda al collo, intendo).

Oh. Il TopoRiccio è fondamentale, no?

Biscotti Gelato a New York – Libreria di Iaia e Tombolata! (ricominciamo col botto!)


L’ho detto che la Ricetta la metterò sempre prima del delirio grammaticale da oggi in avanti, vero? Così non bisogna andare a fondo post e scrollare per tre giorni (considerata la mia risaputa sinteticità) *Fine comunicazione di Disservizio.

Ricetta tratta da “Una merenda a New York” – Guido Tommasi editore – di Marc Grossman, fotografie di Charlotte Lascéve.

Ingredienti per:

225 grammi di burro ammorbidito
250 grammi di zucchero semolato
1/2 cucchiaino di estratto di vaniglia
1 uovo grande
1 tuorlo grande
75 grammi di cacao amaro in polvere
420 grammi di farina
2 cucchiaini e 1/2 di lievito in polvere
2 pizzichi di sale
zucchero di canna per spolverare i biscotti
Ripieno: il gelato che preferisci

Sbatti il burro e lo zucchero energicamente con un robot da cucina o a mano finché il composto diventa spumoso. Incorpora la vaniglia, l’uovo e il tuorlo e tutti gli ingredienti secchi. Continua a sbattere senza fermarti fin quando il composto diventa omogeneo. Avvolgi la pasta con la pellicola e metti in frigo per almeno un’ora prima di procedere. David consiglia di dividere la pasta in quattro parti (ho seguito scrupolosamente) dando già una forma adatta all’intaglio dei biscotti. Passato il tempo ricava delle fettine dallo spessore di circa 1,5 centimetri. Scalda il forno a 175. Nel frattempo ritaglia i biscotti ( di forma tonda o rettangolare, come preferisci) e adopera eventualmente degli stampini qualora ti piacesse l’idea o ne avessi voglia. Adagia i biscotti su carta da forno e cuoci per circa dieci minuti stando ben attento a non bruciarli perché quando nell’impasto c’è il cacao amaro non è poi così difficile che avvenga la tragedia (*disse fischiettando quella a cui capita tre volte su tre!). Togli dal forno e spolvera con zucchero di canna. Lascia raffreddare dieci minuti. Trasferisci i biscotti su una gratella e solo quando saranno perfettamente freddi appiattisci una pallina di gelato fra due biscotti e ottieni il tuo meraviglioso Biscotto Gelato!

Su Twitter ho minacciato la comunità della rete che sarei tornata Lunedì; eccomi qui come una fastidiosa tassa. “Ci ho perso la mano” pare abbia un significato illuminante perché in effetti quella che ticchettava senza problemi trenta volte al dì pare essere partita per una galassia lontana (che sia nel Regno Alieno che io e Ombrella stiamo costruendo?). Lo schema di tutte le ricette programmate. Il Lunedì il primo. Il Martedì il secondo. Il Mercoledì il vegetariano e poi la Videoricetta, la fumettoricetta, la videofumettoricetta sembrano essere robe talmente complicate e incomprensibili che per un attimo mi sono dovuta fermare chiedendomi:
“ma come facevo?”.

Certo adesso ci sono altri impegni. Altre responsabilità e pure un altro lavoro più serio di quello che si possa desiderare; nel mio caso intendo. Non sono pronta se non addirittura adatta per i lavori seri, schematici e logici. Non voglio essere pronta e addirittura adatta per essere grande. Fin quando riuscirò a ritagliarmi il mio spazio “da piccolina” e continuare con il mestiere per cui sono nata “Stakanovista di Sogni e Produttrice di Misteri e Dolcetti”, continuerò credendoci ogni ora di più.

Ricominciamo al grido di Pappalardo con tante o. E vorrei farlo pubblicando la prima ricetta cotta nel vecchio forno ma nella cucina nuova; o meglio la cucina vecchia prolungata che  è diventata nuova (mi confondo costantemente). Dove ci sono due forni. Quello di prima e uno grandissssssssssimo che non è sessanta ma novanta. Due forni! Stento sempre un po’ a mostrare davvero tutto quello che appartiene alla mia quotidianità. Sì, ci sono tante foto e spazi ma il dodici per cento a me sembra già un’esagerazione. Un giro però nella cucina vecchianuovaprolungata però voglio farvelo fare dopo tutte queste fatiche; del resto siete tra i pochissimi ospiti graditi che porterò dentro. E niente. Il tempo per provare il forno nuovo c’era ma volevo proprio inaugurarlo con una VideoRicetta. Fermare il tempo in movimento nel calore di qualcosa di davvero speciale. In modo da rivedermi tra qualche anno (dovessi sopravvivere, chiaramente). Fosse anche solo un uovo in cocotte, per dire. Non è tempo di forno ma tempo di biscotti per il gelato sì, giusto? Perché l’ultimo post e ricetta è stata proprio la Brioche con il Tuppo (ricordi? Se ti sei perso il delirio, il post e uno dei ricordi più importanti di tutta la mia esistenza devi solo cliccare qui).

Adesso, dopo la granita con la brioche, tocca proprio al biscotto da imbottire con il gelato, no? E pure una piccola digressione sul libretto da cui è tratta la ricetta giusto per riprendere la mano con la Rubrica (che inaspettatamente ha riscosso discretamente plausi) La Libreria di Iaia ( trovi tutti i libri, le ricette e le mie stupide considerazioni mettendo nel campo di ricerca “La libreria di Iaia” o semplicemente cliccando qui).

Per non farci mancare niente lo metto pure in palio e spedisco attraverso Amazon. Il primo commento lo vince quindisottachittocca! E’ il periodo delle Tombole. Settimana scorsa per prenderci un po’ la mano (aridajecostamano) sulla Pagina Facebook ho messo in palio venti scatolette di Pastiglie Leone Maghetta Streghetta; l’entusiasmo e lo scambio di email, incoraggiamenti, affetto e tutto quello che mi arriva costantemente e ininterrottamente appaiono come l’unica medicina possibile. Insommmmmaaaaaaaaaaa. Parliamo di questo libretto adorabile (della versione enorme ne parlerò in seguito. Sì, c’è una versione enorme. Si chiama Ricette di Culto New York ed è un malloppotto talmente meraviglioso che ogni volta piango) e non perdo più tempo, ok!

Di questa edizione, Piccoli Spuntini, ho quasi tutti i volumi. Si tratta di “Una merenda a New York” (ho pure quello di Londra, sì. Non vedo l’ora di parlarvene anche perché mesi fa per un progetto- andato a monte ovviamente- avevo provato diverse cose cambiando-aggiungendo-togliendo e diversi esperimenti mi erano piaciuti e molto). Marc Grossman (e chi non lo conosce?) è una vecchia conoscenza per me. E per chi inspiegabilmente mi segue basterà solo dire una parola: BOB. Anzi due.

Muffin e Bob (se davvero hai capito e con queste due parole hai realizzato cosa intendo: vinci una settimana con me. Potrai picchiarmi 24 ore su 24. Setteoresusette e fare di me quello che vuoi. Pure infilarmi in busta chiusa e ridurmi in polvere come base per cheesecake).

Nato e cresciuto a Manhattan ha vissuto a Parigi e in Francia. Ha studiato alla Harvard University. Poi colpo di testa: di impulso a Parigi apre Bob’s Juice Bar; che diventa un  vero e proprio luogo di culto. Ha scritto libri su Smoothie, Bagel e solo il cielosacosa ma quello per cui è davvero s-t-r-a-f-a-aaaa-m-o-s-o sono i Muffin (di cui ho straparlato qui. Colpo si scena! Sì, è proprio lui Bob. Sì, proprio quello dei Muffin di una delle prime Videoricette dove compaio. Avete rimosso? Bene. Basta cliccare qui e qui. L’ho detto io che abbiamo ricominciato col botto. E soprattutto quanto mi piace dire botto? Mi fa sentire giovane. Devo solo capire cosa significa ed è fatta).

RendiamograzieaBob. Quanti ricordi! Ero così cretina. E pensare che adesso lo sono ancora di più. Non è emozionante?

Come tutti questi “piccoli spuntini” è ben curato, diretto, senza tanti fronzoli con foto essenziali, chiare, mirate e ben fatte. Amen. Ci sono davvero tutte le indicazioni utiili. Un’introduzione e una spiegazione che non lascia adito a fraintendimenti e pure qualche piccolo suggerimento che pare una manna dal cielo. Non in ultimo, come se non bastasse, in pieno stile Grossman (anche in Ricette di Culto ed è uno dei tanti motivi che me lo fa amare ancor di più) tante illustrazioni in bianco e nero (con qualche dettaglio giallo alla Sin City che non guasta mai) che riprendono la vita quotidiana della città. Le illustrazioni sono di Jane Teasdale e ha anche un tumblr sul quale fare un giro interessante. Certo è un prodotto a cui hanno lavorato davvero tantissime persone perché vi è uno styling, una direzione artistica, un fotografo professionista, un cuoco e molto altro. E’ un libro chiaramente che racchiude elaborazioni culinarie, seppur viste e riviste, eseguite e raccontate da professionisti. Comodo poi da tenere in cucina perché oltre che piccolo ha quel foglio lucido-plastificato che se pure vola un po’ di cioccolato piangi solo un pochino.

E’ diviso nelle grandi categorie: Brownies, Pies, Cheesecakes, Pancakes e Soci. Evvabbemasemprelesolitecose. Uhm, sì può darsi ma si trovano anche delle chicchette interessanti. Oltre alle strapallosissime (strapallosissime in una recensione seria si può certamente dire *disse buttando giù un pacco di caramelle. Ci sono quaranta gradi e sono senza condizionatore perché altrimenti Koi starnutisce e non è bene) Cheesecake alla frutta, carrot cake, muffins ai mirtilli (ma perché il plurale? non si era detto che nella traduzione quella maledetissimaessenonandavamessa?), rotolini alla cannella e rugelach al cioccolato (che voglio comunque fare), si trovano le pop pies che non conoscevo, cookies alle noci macadamia leggermente diversi da quelli che girano da anni, noodle kugel interessanti e barrette energetiche raw che potrebbero proprio tornare utili visto che voglio proprio avvicinarmi a questa cultura (sì mi mancava giusto il raw per conclamare la mia totale perdita neuronale). Il capitolo sul segreto del successo di un’autentica pasta per torte, che Bob-Marc sostiene essere il successo delle sue ricette, seppur striminzito e sinteticisssssimo mi è piaciuto assai. I consigli, diciamolo, sono sempre gli stessi ma in pochissime righe l’autore o chi per lui è riuscito a sintetizzare davvero la chiave che apre la porta per una Pie perfetta. Sto vaneggiando a riguardo giusto perché l’ho provata e il risultato è stato tra i più sorprendenti. Il prezzo è di 12.50 e per il contenuto delle ricette, foto, illustrazioni e carta è più che onesto. Non indimenticabile per chi è già foodie inside (ho detto foodie inside. Qualcuno mi colpisca con una mazza ferrata!) ma per chi si avvicina per la prima volta a un determinato tipo di prodotto ed è foodie wannabe (colpisci!colpisci!): peffetto! Con due effe e due t.

Bene. I Biscotti Gelato. Premesso che mi ha sempre turbato e non poco il Cucciolone, sia per le barzellette in sé che per il gusto, qui si è sempre tifato Ringo da quando è in commercio. Papà amava il Biscotto Gelato – Gelato Biscotto o come lo vogliamo chiamare (ma come si chiama?). Come me papà era ghiotto di dolci e li preferiva nettamente al salato e se c’era una cosa che non lo faceva letteralmente dormire la notte (come diceva lui) era proprio sapere che ci fosse in casa del gelato. Mi guardava serissimo e diceva “Ne è rimasto? Perché se ne è rimasto io stanotte lo so che vado nel freezer e lo mangio”. Non c’era dieta che teneva. Anche quando era sotto allenamento e seguiva una dieta controllata rinunciando a tutto, al gelato proprio no.

Il gelato è stata l’ultima cosa che mangiato. Una settimana prima è riuscito a mangiare, come per miracolo, una forchettata di spaghettini con pomodoro fresco (i suoi preferiti, anche se una bella Spaghettata con i Ricci o l’aragosta, che lui amava, non è stata possibile) e quattro giorni prima in uno sforzo disumano, mentre lo imploravo di provare a bere una goccia o mandare giù un cucchiaino di granita:

E’ riuscito a buttar giù una punta di un cucchiaino di gelato. Gelato di soia bianco. Per ironia della sorta. Un gelato (il mio) completamente vegano. Bianco. Papà chiamava i gusti per colore (non è che sono stramba per niente io eh). La granita alla mandorla la chiamava: granita bianca. Mi ha sempre fatto sorridere. Lo stesso sorriso di quando diceva “lapis” invece che matita.

Ho questo ricordo di papà che non resiste ai Ringo in frigo. Il Biscotto gelato era qualcosa di irresistibile. Avrebbe voluto pranzarci, cenarci, merendarci (?), colazionarci (?fermatemi?). Incosciamente credo che non smetterò mai più di cucinare correlando tutto a papà. L’ho sempre fatto per una mia terapia personale e mai con “velleità da food blogger”. C’è sempre stato un racconto, un ricordo ma più dolori. E se prima credevo di dovermi fermare per non farli straripare tra i fornelli e le righe, adesso credo che sia giusto andare avanti così. Senza darsi un tempo o una linea. Lasciandosi guidare da quell’istinto ereditato proprio da lui che mi ha portato sempre a strade giuste.

Senza bivi sbagliati. Con indicazioni precise.

Ho scelto il biscotto gelato dal libro di New York perché chi mi segue da un po’ sa che questa città era la meta che non siamo riusciti a raggiungere io e papà. Era la nostra maratona. Era il suo sogno infranto. Uno tra i suoi più grandi dolori. L’anno scorso l’ho guardato e gli ho detto:

“Quando guarisci andiamo a New York e facciamo la maratona pure con una bicicletta. Con un taxi. Con una moto. A piedi”.

E nei suoi occhi la risposta l’ho letta forte e chiara. E per rivederla ogni giorno mi guardo allo specchio fissandomi. E mi dico che alla fine.

Un gelato biscotto a New York imbottito di gelato bianco alla soia mentre guardo la Maratona ci sarà. Per Noi.

Curiosità

(sì. A inizio post ci sarà sempre la Ricetta. E dopo il delirio grammaticale, le foto e i vaneggiamenti neuronali e le curiosità. Perché pare che piacciano e io non sia mai esaustiva a riguardo)

With love, Homemade e Eat me sono state realizzate con formine biscotto-timbrino acquistate da Sass & Belle. Ha un sito online efficace, celere e bellodaimpazzire in perfetto stile Inglish (scritto proprio così).

I tovaglioli con ricamata Maghetta e il piatto sono regali preziosi che mi sono stati donati dai ragazzi che lavorano per Papà e purtroppoadessoperme il 12 Ottobre in occasione della mia prima (e pare unica) Presentazione del libro a Catania.

Il Gelato alla Soia “Bianco” di Valsoia è perfetto e ho adoperato quello. Mi piace il “bianco” che abbinano al Cioccolato e non quello (troppo vaniglioso) che abbinano alla Gianduja (macchisenefregadiraitu. Ma santocielo sono curiosità inutili!).

Sì mi piace molto adoperare i vetri delle marmellate finite come portafiori; in tavola quando se ne spargono due o tre di diverso modello a corredo di alcune con dentro piccole candele (anche galleggianti nell’acqua) pare una magia degna di Hogwarts.

Oh Hogwarts. Altra curiosità. Non è proprio un caso. Ma per questo ci vediamo domani.

Un bacio grande e grazie sempre.