Cheesecake in formato barretta senza cottura. Barretta in formato cheesecake senza cottura. Senza cottura una cheesecake barretta. EBBASTA!


Per uno stampo quadrato di circa 22 cm per lato

Base:

  • 200 grammi di biscotti secchi (anche al cioccolato se preferisci un gusto nauseantemente cioccolatoso)
  • 90 grammi di burro a pomata
  • 60 grammi di cocco disidratato grattugiato

Imburra per benino lo stampo. Sbriciola i biscotti sempre infilando nel sacchetto e colpendo con un oggetto contundente per sfogare il nervosismo o semplicemente con l’ausilio del frullatore (ma il primo metodo dà più soddisfazione, te lo garantisco). Mescola i biscotti sbriciolati con il cocco disidratato grattugiato (va detto che non è un passaggio obbligatorio perché c’è gente strana a cui non piace il cocco in polvere. In quel caso diffida. Potrebbe essere gente pericolosa) o anche con della frutta secca ridotta in polvere se preferisci (mandorle, pistacchio, qualsiasicosa). Aggiungi il burro a pomata (che vabbè è il burro a temperatura non proprio ambiente ma tropicale e quindi assume quello stato cremoso-cremoso-quasi liquido ma che non è liquido da microonde che ha pure cotto) e amalgama per bene ai biscotti ottenendo un composto appiccicosiccio che sarà facile da stendere lungo tutta la teglia con il dorso di un cucchiaio. Se non ti vede nessuno sì, puoi poi leccare il cucchiaio.

La crema:

  • 150 grammi di zucchero a velo
  • 90 grammi di burro
  • 4 cucchiai e 1/2 di latte intero o panna liquida (io ho adoperato la panna liquida)
  • 1 tuorlo
  • 1 cucchiaino di maizena
  • 1 cucchiaino di zucchero di canna

Lavora il burro con lo zucchero fino a ottenere un composto liscio e spumoso. Riscalda la panna o il latte al micro o nel pentolino ricordando che non deve raggiungere il bollore ma soltanto diventare più che tiepido. In una bowl-recipiente mescola il tuorlo, la maizena e lo zucchero con l’aiuto di un cucchiaio e aggiungi pian piano il latte caldo sempre mescolando. Versa in un pentolino e cuoci fin quando tutto si amalgama per bene e una volta tolto dal fuoco il composto aggiungi il burro. Ottenuta una consistenza liscia e cremosa stendi sulla base aiutandoti con la classica spatolina (che confesso a me piace chiamare leccapentole. Mi fa sempre sorridere). Metti in frigo e nel frattempo prepara la glassa.

La glassa:

  • 50 grammi di burro
  • 80 grammi di cioccolato al latte a pezzi
  • 80 grammi di cioccolato fondente a pezzi

Alla domanda ma sopra la glassa (la crema crepa? ahem no) posso aggiungere qualcosa di altro? Sì. Pistacchi, mandorle o frutta secca sbriciolata che richiama la base o che contrasta addirittura. Qualsiasi cosa, insomma. E’ una ricetta teoricamente base che può essere variata e interpretata in centinaia di modi diversi. Forse migliaia. Forse è meglio che la smetta.

Sì il Nippo è tornato a casa con tutta la serie di personaggi Burtoniani che ho disegnato per lo studio. Manca solo il quarto pacchetto ma sono stata informata che è in consegna (felice come una bimba che sta per essere portata al parco. Uhm. Mai stata al parco. Felice come una bimba in edicola che può comprare l’album da colorare e poi subito in cartoleria dalla Signora Barbagallo per Album e Colori. Cielo! La Signora Barbagallo. Quanti ricordi!).

(nel quarto pacchetto c’è la mia preferita! Che poi è uguale a Ombrella. Staring Girl. U-G-U-A-L-E!)

Toxic Boy è stato quello più entusiasta. Ha cercato di contaminare queste barrette che non sono barrette in formato cheesecake che non è una cheesecake mapoiallafineèunacheesecake, con tutti gli spray tossici a sua disposizione. E’ un dolcetto di quelli superiperstrafacilivelocifreschi perfetti per questa estate (sottotitolo: maledetta! Maledetta Estate ti odio ogni anno che passa sempre con più ardor!).

Qui si attende l’ultimo vaccino in modo da gonfiare questa piscina dodiciperdodicicentimetri sul terrazzo e buttarci dentro questa palla di pelo puzzosa che verrà poi lavata (speriamoprestosantocielo!) con un bagnoschiuma canino biologico al profumo di muffin al mirtillo. Faccio shopping online pure per Koi e le ho comprato due vestiti: uno da Yoda e uno da Ewok. Sì lo so. Dovrei vergognarmi e anche un bel po’, ma come facevo a resistere? Posso avere per qualche secondo un LabradorYoda e un LabradorEwok in casa pronto a tuffarsi in una piscina gonfiabile e che profuma di Muffin al Mirtillo biologico.

C’è da capirmi se l’affare diventa insostenibilmente entusiasmante.

Sto provando la nuova madia come base delle fotografie. Non ho più il tavolino bianco satinato, che è finito nella dependance in mezzo a tutto quel rosso e wengè. Mi fa sorridere quel luogo. Sembra essere l’appendice di un ricordo. Della nostra prima casa insieme. E poi a papà piacevano tantissimo quei divani rossi.

“Quest’inverno dopo la Chemioterapia, se starai male invece di stare a casa potrai metterti qui. Sul divano rosso della dependance. Che ne pensi? Siamo ancora più vicini!”.

“Ottima idea”.

Quest’inverno non ci sarà nessuna chemioterapia. L’altro giorno apro l’armadietto del bagno dell’ufficio e trovo il Deltacortene. Non c’è barrettacheesecakechenonèunabarretta che tenga. Non c’è Toxic boy e A girl with many eyes. E neanche Koi vestita da Ewok e Yoda. C’è sempre Deltacortene, ricordi, chemioterapia, quellochedovevamofare, la maratona, New York, Tokyo e mamma disperata che posa i tuoi pantaloni avana con le tasche.

Vorrei avere dei chiodi infilzati negli occhi per vedere meno. Poi nelle orecchie. Poi nel cuore. Per fermarlo. In realtà non mi piace proprio nulla. Ma non mi piace ancor più di quanto non mi piacesse prima. Non mi piace come viene la barretta che non è una barretta. E forse non mi piacerà neanche Koi profumata al muffin al mirtillo infilata nella piscina. Posso infilarla nella piscina vestita da Ewok o è perseguibile per legge?

Vorrei che Koi mi abbandonasse quest’estate. In un autostrada deserta tipo Route 66. Ci sono sempre persone pericolosissime. Soprattutto in roulotte. Mi è quasi venuta voglia di rivedere Le colline hanno gli occhi. Lo scenario è giusto quello.

Certo non è proprio un post invogliante per provare queste barrette. Forse. Ma se ti capita, davvero, falle. Sono state molto apprezzate e diventano base per qualsiasi variazione.

Si vede che non ce la faccio, vero?

Vorrei appuntare sul mio Curriculum Disastrorum il fatto che venga sempre ricordata dalla Nazione e nelle occasioni ufficiali come una vera Food Blogger professionista che dà un apporto fondamentale al Web, alla rete e alla comunità internautica tutta.

Fiera Expo di Milano mi ricorda così: La Ridicola Videoricetta dell’anguria TopoRiccio. Vissani, Cracco e Ramsay? PRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRR. Ormai sono a un livello che mi consente di tirarmela a più non posso (la corda al collo, intendo).

Oh. Il TopoRiccio è fondamentale, no?

La Brioche col Tuppo e un Bimbo che porge le manine


Ci sono ancora lavori in corso (qui sul sito eh. QUI SUL SITO! Che di casa neanche ne parlo più perché non voglio lasciare tracce quando ucciderò tutti. Dovranno mandare al telegiornale solo bei pezzi su di me. Devo crearmi già un profilo psicologico stabile di una brava ragazza che faceva brioche e sorrideva a tutti. Come vado?). Purtroppo ho davvero pochissimo tempo per essere un umano. Devo tenere ritmi da extraterrestre se voglio fingere di essere una donna felice che come passione e hobby disegna e lavora a progetti creativi. Ci sono tantissime novità per quanto riguarda il nuovo spazio. E’ in continuo divenire;  se finora ho fatto tutto da sola (e si vede) da settembre qui ci metteranno le manine persone esperte quindi: divertiamoci finché possiamo e facciamo sballare tutto il template, olè! Che poi già lo avete fatto ovunque dandomi consigli sul font, la grandezza dei caratteri titoli-post-colonne, ma qualora vi venisse in mente un disservizio, una miglioria, un consiglio: parlate vi prego! Mi fate solo un regalo. Le critiche innanzitutto. Ho pensato che sull’onda del cambiamento la Ricetta verrà enunciata come prima cosa. A seguire il delirio. Questo permetterà all’impavido utente che vuole realmente provare una delle mie ricette (per mie intendo: inventatedisanapianta o scopiazzatediquaedilaconqualchecambiamento) di non doversi completamente sorbire il mio delirio. Da oggi in avanti in pratica ingredienti-enunciazione ricetta-vaneggiamento. Only the brave!

Quindi perché non ho cominciato dicendo che bisogna lasciare intiepidire il latte ma con un delirio? Uhm. Vero! Mi distraggo facilmente come sempre. La prima volta non vale, suvvia. Però una cosa è certa. Chi non legge tutta la vergognosa allucinazione grammaticale non  verrà mai a conoscenza di cosa sia il Tuppo parappapero (cosa sto scrivendo?). Insomma. Via!

La Ricetta (leggi: la prima volta) della Brioche col Tuppo consigliatami dalla bellissima Rosy

Serve l’impastatrice altrimenti tanto coraggio e bicipiti. Potrebbe servire anche il Bimby ma poi chi non lo ha fa storie credendo che io faccia parte della setta degli invasati Vorwerk (e non è così). Sai che facciamo? Facciamo versione Impastatrice- Mano e Bimby. Voglio proprio esagerare. Per la Brioche col Tuppo questo e altro (no. E basta che tra un’ora devo trasformarmi nella figlia di Turi Guardo e quindi mantenere un minimo senso di decoro. Essere seria. E professionale. Questa tripla vita con dodici personalità mi distrugge).

500 grammi di farina Manitoba
75 grammi di zucchero semolato
75 grammi burro fuso
2 uova (gialle)
25 grammi lievito di birra
175 grammi latte intero
10 grammi sale fino
10 grammi miele d’acacia ma di zagara sarebbe meglio perché deve sapere d’agrume, santatrinacria!
la scorza grattugiata di un limone biologico con buccia non trattata

Riscalda in un pentolino il latte a fuoco dolcissimo e senza che raggiunga l’ebollizione togli dal fuoco. Metti il cubotto di lievito di birra e il miele. Gira per bene fin quando sia il miele che il lievito si sono completamente sciolti.

(se sei della Setta del Bimby) Versa nel boccale il latte, il lievito e il miele e fai andare a 37 gradi per un minuto a velocità 3.

Su un piano pulito fai una montagna di farina e ricava un incavo. Versaci dentro il latte con il lievito e il miele. Sbatti le uova in una ciotolina con la scorza di limone grattugiata e il sale e unisci questo composto al tuo impasto che devi lavorare pian piano aiutandoti con le mani infarinate perché risulterà piuttosto appiccicaticcio.

(se hai l’impastatrice la vita ti sorride) Versa gli ingredienti nel contenitore nel seguente modo: farina, uova precedentemente sbattute con scorza di limone e sale e poi il latte con il lievito e il miele. Lascia lavorare l’impastatrice per almeno venti minuti a velocità dolcissima e ridotta.

(se hai il Bimby) Dopo aver riscaldato il latte con il miele e il lievito aggiungi le uova precedentemente sbattute con la scorza e il sale e poi la farina e tutto il resto degli ingredienti. Lavora con modalità spiga per 15 minuti.

Per dovere di cronaca devo dire che ho provato con impastatrice e con Bimby (pressocché la stessa cosa, suvvia. Ma l’impasto ottenuto con la prima mi è piaciuto molto di più). A mano è pura utopia. Qualora dovessi provarla, impavida anima, fammelo sapere!

L’impasto è bello che appiccicaticcio e deve essere comunque raccolto con una spatola. La scelta della lievitazione è soggettiva, diciamo così. L’originale prevedeva una lievitazione di due ore in ciotola di vetro coperta da pellicola per poi sgonfiarlo con la spatola e lasciarlo riposare giusto un altro po’ prima della formazione delle brioche. Io ho deciso (sotto consiglio di un pasticciere su Youtube) di lasciarlo riposare per una notte intera in frigorifero, sempre in ciotola di vetro coperta. In pratica ho impastato al tramonto di sabato sera e all’alba di domenica mattina ho cominciato a formare le brioche e infornarle (ma scommetto che voi il sabato sera e la domenica mattina avete cose più interessanti da fare. Sono sempre una donna anziana, io).

Che si abbia l’impastatrice o il Bimby o un oggetto spaziale, a questo punto della storia siete solo voi contro la brioche col tuppo *musiche di un western a caso. Deserto. Cappello. Desolazione. Bar aperto alla vostra sinistra (o destra, vabbè).

Piano infarinato. Mani infarinate. Impasto appiccicoso ma governabile (o almeno spero). La proporzione brioche-tuppo non è soggettiva *colpo sulla scrivania e agitata di capelli. Possiamo stabilire un 80 grammi per la brioche e 15 grammi per il tuppo. Si può essere tolleranti se il tuppo arriva a 20 e quindi con una proporzione uno a quattro ma non di più non di meno, ok? (altrimenti sparo!)

Si sistemano le brioche su carta da forno. Con l’aiuto dell’indice si crea una sorta di fossetta dove adagiare il tuppo. C’è chi lo attacca spennellando leggermente l’incavo con latte (poco) e uova (una è più che sufficiente, meglio senza albume) e c’è chi sfida la sorte poggiandocelo con la filosofia “o la va o la spacca”. Ho scelto di spennellare, lo confesso, ed è andata benissimo anche se il tuppo si è leggermente amalgamato alla brioche in cottura ma santotuppo era la mia prima volta. Sono perdonata, nevvero?

Una volta adagiato il tuppo vai a 180 per 20-25 minuti. Non appena saranno leggermente scurite via dal forno e iiiiiiiiiiiiiiiiiimmmmediatamente inzuppate nella granita che le mani vi devono proprio scottare (ok dai, trenta secondi si possono aspettare). Anche per la cottura ho adoperato due metodi perché l’esaurimento ha sempre un suo meraviglioso perché.

La prima a 180 mentre la seconda (le foto della Brioche con la seconda infornata sono quelle bruciacchiate a fondo post) a 200 cottura pane per 15 minuti e poi 180 ventilato per altri 15. Se vi state chiedendo il perché la risposta è: il Nippotorinese ha voluto dare un suo contributo stabilendo secondo basi a me sconosciute che fosse meglio così. In realtà (COME SEMPRE) avevo ragione io e quindi consiglierei senza ombra di dubbio alcuno quella a 180.

Oh. Ce l’ho fatta. Sono stata sintetica? (ironia, sì)

(ora dopo tutto questo regge ancora la mia teoria che scrivendo prima la ricetta si evita il delirio? Non credo ma annuiamo e mentite)

Essendo catanese potrei/dovrei scrivere nel titolo “Le Brioche col Tuppo Catanesi”, ma volutamente imparziale e cauta ho omesso questa appartenenza, oggettivamente sacrosanta, al fine di non dover incorrere poi in spiacevoli incidenti diplomatici riguardanti le infinite e varie  maternità dolciarie che la Trinacria offre. Esistono difatti ormai le delizie appartenenti “alla regione” e altre strettamente correlate a una singola città. Le brioche, come la cassata e il cannolo, sembrano ormai appartenere per intero alla Magna Grecia; è pur vero però (ok la Catanese che è in me spinge prepotentemente le dita) che a Catania NON si può prendere la granita senza brioche. E’ proprio vietato dalla legge. I vegani? La ordinano e la portano a casa a un componente della famiglia, per dire, oppure la idolatrano in preghiera per alcune ore cedendola poi al primo passante ma:

NON VI E’ GRANITA SENZA BRIOCHE.

E solo un Catanese inside può arrabbiarsi. Se prima il Nippotorinese non capiva la profondità e l’essenza di questo inscindibile connubio andando contro corrente e dicendo “no per me niente brioche”, adesso dopo un decennio rimane letteralmente indignato se gli pongo il quesito “vuoi la brioche?”. La risposta è sempre la stessa “ovvio che voglio la brioche altrimenti non vorrei la granita”. Insomma contaminazione regionale uno a zero per Iaia. Già due anni fa mi ero leggermente stupita del fatto che pure a Torino, non soltanto in “granitari e gelatai” d’eccezione (il Siculo uno su tutti) avessero la Brioche (per dire pure Grom). Un’usanza, quella di metterci dentro il gelato (a Catania da sempre ma anche a Palermo e nell’entroterra per non parlare di Siracusa stessa) o pucciarla nella granita, ormai diffusissima in quello che i vecchi siculi continuano a chiamare “continente” (una a caso? la mia nonnina che pur essendo calabra e per logica proveniente dal continente fa ugualmente emergere la sua siculinità cinquantennale).

La brioche preconfezionata è come il Cannolo già riempito in vetrina. Non si può vedere, ma l’entusiasmo che ho potuto registrare, confesso, è stato a livelli altissimi. Chi non ha passato un’estate in Sicilia divertendosi tra tuffi, cannoli, fritture e brioche col tuppo inzuppate in chilate di granita? La verità è che avendo (fortunatamente) a che fare con moltttttttttttttttttttisssimi amici che siciliani non sono (registro per altro un elevatissimo tasso nordico) riesco a confrontarmi mooooooooooooltttttttttttttttisssimo in quel simpatico scontro, che tanto piace agli ignoranti, Nord VS Sud e viceversa. Rimane nel cuore, la mia terra. Ti fa proprio arrabbiare se ci vivi e lì giù di matto per chi non riesce a tenere i ritmi siculi che appartengono proprio al DNA. Ma se è per un breve periodo. Se non ci devi vivere ventiquattro ore su ventiquattro facendo a botte con alcuni sistemi ahimé radicati e mai risolti (come in tutte le regioni sì, ma innegabilmente più nelle isole. Posso permettermi di aggiungere pure la mia amata Sardegna?), il mio triangolo di magia in mezzo al Mediterraneo ti perfora proprio il cuore, le papille e le pupille.


Ti scoppia proprio dentro come la lava e ti annaffia di onde come l’isola di Capopassero.

La Brioche col tuppo è proprio un’istituzione. Sia su Facebook che su Twitter vi è stata proprio un’esplosione, manco fosse una mousse al Cioccolato (perché si sa che se “si vuole vincere facile” bisogna sempre e solo puntare al cioccolato. Un po’ la storia della Nutella, no?): desideratissima. Io e la Socia Torinese Piola senza saperlo all’improvviso ci fissiamo sul fatto di preparare la Brioche col tuppo. Lei procura una ricetta online e io tra le mie amicizie (questo inverno riprendiamo la Rubrica delle Socie, eh. Vi ricordate? Quanto erano i belli i tempi del polpettone vegetariano e delle caramelle Mou?). Il Nippotorinese sommerso dal lavoro riceve aggiornamenti sia dalla Socia che da me (in teoria mi dovrebbe vedere quelle due ore e mezza al giorno – esclusi i momenti in cui ci incrociamo per lavoro), pensando che siamo in combutta per questa ennesima prova culinaria; quando viene a scoprire (insieme a noi) che nessuna delle due ha parlato di brioche col tuppo vicendevolmente rimane esterrefatto. Le socie anche quando non comunicano verbalmente lo fanno attraverso canali culinari silenziosi e magici.


E sempre senza saperlo la moglie di Alessandro, la bellissima Rosy, si cimenta, precedendomi proprio di qualche giorno, per la prima volta nella realizzazione della Brioche. Insomma Sicule impazzite e Torinesi pure all’improvviso. Al Solstizio d’Estate come un richiamo. Coincidenze? No. E’ proprio il richiamo della Brioche col tuppo, c’è poco da fare. Si è aperta la stagione ufficiale. Mi sono ripromessa di farne una versione vegana ma ultimamente mi riprometto troppe cose che non riesco a portare a termine, quindi eviterei di illudermi ulteriormente. Impasto il sabato. Al tramonto sotto l’Etna rosa e un cielo bellissimo. Mamma legge di Valeria Marini che sta con un ex corteggiatore di Uomini e Donne, e sono cose. Il Nippo si aggira sul terrazzo in cerca di misure per la casetta di Koi (uhm sì lo so. Sto facendo un po’ la misteriosa a riguardo. In realtà è solo mancanza di tempo). Io impasto nella speranza di non fare una brutta figura colossale. Decido di far lievitare l’impasto tutta la notte nonostante la ricetta (passatami da Rosy. In questi giorni proverò quella di Piola e quella che ho estorto a un pasticciere perché sono una brava persona diplomatica appunto) non lo prevedesse. Solo che io faccio sempre un salto su Youtube prima di fare una ricetta, ultimamente. Trovo filmati di pasticcieri professionisti che spiegano durante interviste, pezzi di programmi televisivi e gente competente in mezzo a tutti i link dove escono scemunite incompetenti che fanno ricette a caso (e sto parlando chiaramente SOLO DI ME).

Ma cosa significa tuppo? No perché io me lo chiedo sempre se il significato reale del tuppetto sia conosciuto ai più (intendo forestieri, eh. Che il siculo vero lo sa *parte la colonna sonora del Padrino parte terza). Chignon. Il Tuppo è lo Chignon. Non è poetico, retrò e charmant? E non perché rimanda a qualcosa dal gusto francese considerando che si chiama pure Brioche. In realtà in sicilia non è Brioche ma:

BRIOSCIA. Che non siano noi a siculinizzare roba francese ma l’esatto contrario (tiè!). La Brioscia col tuppo è una Brioche con lo Chignon. La mia nonnina, Grazia, aveva dei capelli lunghissimi e portava sempre il tuppo. Non aveva la ciambella di H&M a due euro e due forcine ma tanta abilità. Veniva fuori un tuppo perfetto. Sferico. Perfetto. Senza un capello fuori posto. Il Tuppo non è altro che questo. La brioscia è elegante, composta e retrò. Ricorda che la granita, quella fatta di ghiaccio e limone fresco, si mangiava con il pane caldo.

Vorrei chiudere questo post raccontandovi una storia; nonostante lo abbia già fatto da qualche parte qui. Più e più volte, ma fa parte del mio cuore. Della mia anima e della mia essenza.

Papà, quando era piccolo (e povero), nelle occasioni proprio di festa aveva un soldino per prendersi la granita. Passava un signore con un carretto. Tanto ghiaccio e limone fresco spremuto. Non c’erano allora bicchieri di plastica, naturalmente. Le persone venivano giù per le strade con il proprio bicchiere e se lo facevano riempire di granita. Poi lo mangiavano per strada o a casa con il pane. Papà non aveva il bicchiere quel giorno ma il soldino sì.

Ha unito le mani e gli ha detto “La metta qui”. “Ma è fredda!”. “Me la metta qui”. E l’ha mangiata con la bocca, frettolosamente e con le manine ghiacciate. Papà ha sempre detto che non c’è stata miglior granita di quella. Che ne ricordava ancora il sapore, la sensazione e stranamente il calore. Mi rendo conto che la mia vita è destinata a un continuo ricordo, tormento e sorriso. Perché qualsiasi cosa mi ricorda lui. Qualsiasi cosa mi fa venire in mente cosa avrebbe detto. Come avrebbe fatto. Come reagirebbe. Come.

E poi questa immagine della Brioche con il tuppo. Di una base solida, coraggiosa e imponente che tiene su un piccolo e instabile tuppo; che altro non è che una piccola brioche uguale. Figlia. Sta su. Ancorata. Attaccata. Senza voglia di essere staccata. E pucciata nel freddo gelida senza.

La sua base.

E nonostante sia giusto anche tuffarsi coraggiosamente da soli passando da un caldo rassicurante a un freddo insopportabile. Nonostante sia lacerante, angosciante e ci sia il buio più inimmaginabilmente buio. Rimane un sorriso di te, amore mio.

Sempre e solo un sorriso e tanto orgoglio. Di essere il tuppo di un bimbo coraggioso che ricorda le privazioni come momenti più belli e non il lusso di bicchieri e cucchiaini. E stanotte che saranno sei settimane io sfornerò altri tuppi per te, papà. E granite al limone. Tante granite al limone.

(post scritto giovedì 26 Giugno 2014)

I “macaron” di riso al Cioccolato con Ripieno di Gianduja piemontese


Post scritto immediatamente dopo Pasqua (la cosa incredibile è che continuo a trovare roba. Sembra di essere a El Cairo durante una ingente riesumazione archeologica. Qui di roba inutile, però).

Non è un caso che ci sia un elfo natalizio.

Certo potrei spacciarlo per uno gnomo che ama il verde e il rosso nel periodo primaverile che precede l’estate (no dai non ci credo che sta per arrivare Maggio)  ma perderei di credibilità (quale non si sa). Tutti gli gnomi fashion che si rispettino postano al momento sui loro account instagram solo vestitini forever 21 floreali svolazzanti con sandaletti e borchiette ( sono rimasti indietro di qualche anno ma Ça va sans dire).

Quando si tratta di pupazzetti e amenità ci metto la faccia, ergo non rischierò una carriera così sfolgorante in fatto di idiozie! Per il buon nome di tutti i pupazzetti vincerà l’onestà!  Si potrebbe quindi pensare che riesumo foto del Natale scorso, beh. Così non è. Perché non risalgono a quello appena trascorso ma esattamente a quello del 2011.

Duemilaundicisì. Non mi è partito il tasto sbagliato. Se è arrivato Maggio senza che me ne accorgessi posso anche non scandalizzarmi troppo per il duemilaundici no?

Il mio archivio, lo dico sempre, pullula davvero di esperimenti, roba mai pubblicata che non mi convince da un punto di vista visivo-gustativo o che semplicemente dimentico perché sono un’attempata signora in là con l’età.

Questi “macaron” però li ho fatti e rifatti diversi volte proprio perché la Ricetta è del Grande Maestro Montersino e quindi una garanzia. Non condividerla sarebbe un crimine; per quei pochi che non la conoscessero intendo ( fino alla scuola dell’obbligo sarebbe possibile inserire ” le Ricette basi di Montersino” ? Voglio entrare in politica solo per diventare Ministro dell’istruzione e dare qualcosa in più a questa Italia. “Uscite i libri di Montersino dallo zaino!”. Già mi vedo acclamata con la fascia Miss Ministro interamente realizzata da SantaSignoraPina ad uncinetto, mentre mi aggiro alla Camera del Senato con vassoi di Cannoli. Devo lavorarci. Stando ai fatti assurdi che mi accadono non è un’ipotesi tanto remota. ANZI! ).

( è che sono troppo triste e quando sono così triste dico ancor più di idiozie delle idiozie che dico quando sono meno triste di così. Mi sono spiegata bene, vero?)

Deliziosi biscottini che si possono farcire con infinite creme, ganache, confetture e marmellate. Oppure infilare in bocca e ingozzarsi fino a soffocare. Nessuno mi faccia notare che una vera Food Blogger professionista non mette i biscotti in un periodo dove sarebbe meglio pubblicare uno Smoothie ghiacciato di mango. In Sicilia ci sono tre gradi e giro con il cappello e la sciarpa OK? E sono nervosa. Nessuno osi contraddirmi (ma quello sempre, dai).

Perfette per chi intollerante alla farina è, ma non solo. Si conservano benissimo nella scatola di latta anche perché patiscono moltissimo l’umidità. Questi li avevo imbottiti con un’ottima ganache alla gianduja perché in quel periodo ero appena reduce dalla mia beneamata terra Sabauda. Nessuno mi dica perché non scrivo la ricetta della ganache alla gianduja perché non ricordo assolutamente le dosi. E’ già tanto che io riesca a trovare ricette natalizie di due anni fa (insieme al coraggio) e poi una carriera politica mi attende.

Vado a comprarmi qualche outfit consono per la candidatura attingendo giustappunto dai succitati account di Gnomi iper fashion su instagram. Si accettano consigli.

Prima di andare pero’ una domanda:

Ma voi avete ceduto alla moda del “mezzo gambaletto” o semplicemente calza corta di cotone con scarpa aperta? E’ importante per me. Devo saperlo. Grazie.

La Ricetta

Ingredienti: 160 grammi di tuorli, 160 grammi di farina di riso, 45 grammi d i cacao amaro in polvere, 240 grammi di albumi, 200 grammi di zucchero semolato bianco.

Procedimento: Monta gli albumi con lo zucchero semolato. Incorpora a filo i tuorli che hai leggermente sbattuto prima e infine la farina di riso setacciata con il cacao in polvere mescolando delicatamente dal basso verso l’alto. Con l’aiuto di un cucchiaio ricava tante piccole palline che poggerai sulla carta da forno. Distanziale giusto un po’ perché cresceranno. Scalda per 6-7 minuti massimo in forno già caldo a 240 statico.

Rotolo alla cannella con marmellata di uva spina e frammenti di Pistacchi di Bronte



Sì. Anche questo Post è stato scritto un bel po’ di tempo fa (Dalla prossima settimana, come scrivevo ieri, ci saranno le nuove pubblicazioni).

Questa storia del rotolo è diventata snervante o sbaglio? Non troppo tempo fa in occasione della Carotola ho confessato, vergognandomi giusto un po’, che qualche mese fa si era passata questa “fase rotolo”. Quando accade in realtà è (anche) perché sperimento qualcosa extra blog e spesso mi ritrovo degli impasti “di prova” che per non essere rovinati vengono ri-trasformati. Oppure più semplicemente rispondo a delle richieste (ebbene sì c’è anche ” a grande richiesta!” – Pubblico pagato, naturalmente. Nessuno che mi chiede un primo piatto o un caffè. Chissà come mai?!). Senza ombra di dubbio alcuno il rotolo va per la maggiore; sarà per la versatilità che lo rende un dolce-torta jolly che si può adoperare un po’ come pare e piace e che può essere inserito nei contesti culinari più disparati. Sarà che è una delle poche cose che faccio bene (no questo non lo devo dire. Devo atteggiarmi ad esperta. Lo dimentico sempre, pardon).

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I biscotti uovosi Pasquali con le perle di zucchero


Fervono i preparativi pasquali qui. Il pezzo mancante della famiglia sta per approdare da Caselle a Fontanarossa e il nostro augurio è solo che il mio papà riesca a pranzare con noi. Niente di triste per carità. E’ da deboli lamentarsi e frignare. Solo obiettività e consapevolezza. Che è nelle piccole cose la felicità. Una colomba via flebo è poco auspicabile; e per quanto la forza, il sarcasmo e l’ironia possano accompagnarci, è lacerante ugualmente tanto da diventare quasi un atto eroico sopportare. Posso avere un mantello? Grazie.

La maschera già ce l’ho e la porto benissimo. Ma vorrei anche un secondino passare al gradino successivo: volare via per qualche minuto.

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Torta di Carote, Zenzero e Arance senza latte, burro e uova (che dire vegano fa paura e moda, va’)




  • Ricetta: Dolce

  • Categoria: Vegana

  • Difficoltà: Bassa

  • Porzioni: 10/12 Teglia Ciambella da 24 circa

(mi riprometto sempre di farlo ma poi. Entro il 2078 ce la farò con la legenda)

Un’altra torta-ciambella-prodotto da forno con le Carote? Per Pasqua? Fantasia portami via; ma è pur vero che nella foto non ho messo neanche un coniglietto che è poi il vero colpo di scena odierno. Dopo la Carrot Square Cake di California Bakery e una delle classiche declinazioni della Carrot Cake ammerigggana di American Bakery potevo esimermi dalla prova provata che pure la versione vegana non avrebbe avuto nulla da invidiare? Assolutamente no. Posso esimermi poi dal non segnalare altre gustosissime Torte alla Carota eseguite dalle mie amiche preziosissime? No. E, infine, posso non rimproverarvi e picchiarvi sulle dolci nocche delle vostre falengette (?) qualora voi non le seguiste in ogni dove? NO (sono un po’ nervosa o sbaglio?).

(vuoi segnalarmene qualcuna? Fai solo un’enorme favore a un’anziana donna metereopatica che stamattina con il sole è caduta in depressione)

(cado in depressione con il sole, sì)

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Carrot Cake! Ancora? Sì.



Ho parlato della Carrot Square Cake di California Bakery il primo di Aprile qui. Questa versione è pressoché la stessa stando a ingredienti, esecuzione e composizione, per certi versi. L’impasto risulterà però meno sbricioloso, più umidiccio e meno saporito (forte). Delicato potrebbe essere il termine mediamente appropriato. Stando ai sondaggi casalinghi e a una mia personalissima considerazione estetica, dovendo scegliere rifarei senza ombra di dubbio la prima versione, ovvero quella di California Bakery.

La versione odierna potrebbe mettere meno in imbarazzo i vostri ospiti che con porzioni ridotte a quadrotti/rettangoli/cuori/conigli (a mo’ di brownies, sì) non dovranno disseminare come novelli Pollicino tutto il vostro salotto per ritrovare la strada verso il buffet. La crema poi, avendo al suo interno anche del burro,  può essere pensata per essere arricchita con diverse spezie, a patto che siano in armonia con quelle dell’impasto. Un’idea perfetta per una colazione, brunch o merenda Pasquale (e per tutto l’anno) dove l’elemento carotoso di certo non può mancare.

I decori faranno il resto. In giro al momento si trovano più coniglietti, uova e fiori che altro.

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Un Ro(sa)tolo che sa di P al quadrato: Primavera e Pasqua



C’è un sito dove si possono acquistare titoli intelligenti per post riguardanti il Food? Grazie.

A me questo rosa mette una pace interiore e una tranquillità che mi viene voglia di afferrare una mazza ferrata e uccidere qualsiasi entità vivente che mi gira, per sua sfortuna, intorno. Ah no. La Pasqua, i coniglietti, le farfalle, le rose e la tenerezza. Giusto *disse colpendosi le nocche delle manine con un piccolo cacciavite americano da borsetta.

Dicevo. A me questo rosa piace moltissimo. Riesco senza alcun problema a quietare la mia anima nera e il periodo poco divertente che sto vivendo (sto andando bene? Poso il cacciavite?). I colori pastello del resto riescono sempre ad ammorbidire anche i caratteri più spigolosi (che posano la sega elettrica e afferrano la mazza ferrata. Si sporca meno, si sa). Pasqua che è per antonomasia l’esplosione primaverile e di colore anche in tavola, con l’arrivo della frutta (s)oggettivamente più affascinante, porta quindi quel tocco estremamente glamour ed etereo; che contrasta fortemente con la decisione del rosso, marrone e ocra tipicamente autunnali. Le stagioni in fondo altro non sono che una tavolozza di colori. Diversi mesi fa sfogliando un catalogo di pantone avevo proprio avuto questa sensazione. Ero partita da un verde bosco intenso che per la prima volta non mi aveva terrorizzato. La sensazione era stata quella della pioggia bagnata che vira a diventare marrone. Sul finire dell’estate e all’avvicendarsi dei primi venti autunnali. Un calendario di colori e sfumature per i trecentosessanta giorni dell’anno mi è apparso. Come se fosse sfogliato dal nulla del vento. Verde bosco, arancione, ocra, nero, rosso. Blu e azzurro. Tuffi nel mare di Portopalo.

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