Salame di Cioccolato e Avena e Alieni in arrivo


Ingredienti per 6 persone

  • 120 grammi di avena (o riso soffiato)
  • 350 grammi di cioccolato al latte (vabbè mi sto confondendo. Ho fatto metà dose e non avevo il cioccolato al latte quindi ho messo su 175 grammi – 100 di cioccolato fondentisssimo più del settanta per cento e 75 grammi di bianco. Oh! Mica ci capisco qualcosa io!)
  • 50 grammi di burro
  • 3 cucchiai di panna fresca (e non ci avevo neanche questa e ho messo latte intero chettelodicoffà?)
  • 100 grammi di zucchero di canna grezzo (ma anche semolato va bene, sì)
  •  1 bacca di vaniglia (leva le mani dalla vanillina o prendo la motosega)

Che sia riso soffiato o avena sciacqua in abbandante acqua corrente e poi sgocciola tutto e asciuga perfettamente. Fai fondere il cioccolato con il burro a bagnomaria oppure dentro il microonde prestando ben attenzione a non bruciarlo o cuocerlo. Unisci la panna (o il latte) al cioccolato e aggiungi la polpa della bacca di vaniglia che hai inciso longitudinalmente. Fai sciogliere lo zucchero con due cucchiai di acqua in un pentolino a fuoco basso fino a ottenere un caramello ambrato e poi togli dal fuoco.
Aggiungi lo sciroppo-caramello al cioccolato e l’avena (o riso) e mescola delicatamente fin quando ottieni un impasto compatto e omogeneo. Stendi il composto su un foglio di carta da forno e arrotolalo aiutandoti sempre con la carta in modo da ottenere la forma cilindrica del salame. Sigilla bene le estremità e se vuoi intreccia della corda alimentare per ottenere un effetto ottico divertente e simile al “vero salame”. Conserva in frigo per almeno 6-8 ore prima di tagliare a fette e servire. E’ carina l’idea anche di tagliare con la carta in modo che ogni commensale possa “spellare” il salame proprio come avviene in altre circostanze.

Mentre ticchetto penso che stasera finalmente vedrò un’altra puntata di Penny Dreadful. Me l’hanno consigliata la Bestiabionda nazionale e Martina; naturalmente mi fido del giudizio di Martina altrimenti chi mai ci avrebbe anche solo pensato? Ricordiamo alla gentile clientela che la bionda ferrarese guardava Streghe con la Doherty, per dire.

Non so se quando arriverà davvero il giorno della pubblicazione di questo delirio ricettoso avrò la stessa curiosità  o mi sarò fermata alla terza puntata. Va detto che ne ho viste effettivamente solo due. Sarà la fotografia che è in assoluto tra le mie preferite, vista l’ambientazione vittoriana, o forse il fatto che ci sia molto sangue, tanti assassini/possessioni demoniache/pazzi squilibrati/esseri malvagi il che: mi riconcilia con il mondo (tutto normale, no?). Fa troppo caldo per stare in ufficio e pure per sognare qualche posto esotico. C’è voglia solo di gonfiare quella piscina da terrazzo per Koi, aspettare la mezzanotte perché proprio con il sole no e: tuffarsi. Tuffare i piedi, per quanto riguarda me. E’ pur sempre una piccola piscina da terrazzo. Pure Koi a ben guardare non potrà proprio adoperare il termine tuffarsi; che non a caso si è aggiudicata da tutti ormai l’epiteto Alabrador, incrocio tra Alano e Labrador per quanto è alta.

Tutto questo per dire che Agosto è stato eccessivamente lento e mi sono stancata a pensare qualsiasi cosa, soprattutto in virtù del fatto che mi attende un inverno talmente scoppiettante e ricco di impegni (molti dei quali: noioooooooooooooooossssssssssssssssiiissimi) che potrei pure non pensare ai regali di Natale. Sarò sicuramente in cella. Poco importa se per aver commesso omicidi, essere entrata in un supermercato e fatto una rapina di liquirizie o rapito una vecchietta con Koi in cambio della sua vita da pensionata (toh! uno scambio di personalità. Forse è questa la soluzione!).

Rimango ancorata fermamente manco stessi cadendo da quel fatidico cornicione con un pazzo serial killer che ti allontana tutte le falangi dal pezzotto di muro che ti tiene sospesa in aria. Proprio mi appiglio fortissimo fino a sanguinare ma. Conosco la realtà. Che cadrò.

Come conosco pure il fatto che. Qualche disco volante pieno di Alieni mi salverà; magari pilotato da Ombrella mentre sputa semini di anguria e pizza raw. O che all’improvviso magari spunti sotto uno di quei materassi tondi enormi da film americano. Che poi mi sono sempre chiesta: ma quando rimbalzi finisci dalla signora del primo piano spaccando magari la finestra e rimanendo incagliato nel vetro delle finestre e quindi magari sgozzato stile Profondo Rosso/Suspiria? E a proposito di tutto questo sangue: arriva il Circo de Los Orrores a Catania. Incontenibile gioia e tante date. Credo farò un abbonamento. Spero in realtà di non rimanere delusa tanta è l’attesa.
Ma cosa c’entra tutto questo con un salame di cioccolato e un bellissimo tagliere sarcastico ai limiti del macabro gentilmente offerto al Nippo da bellissima Socia cognatosa Piola?

Nulla.

E’ che qui è da sempre la mia valvola di sfogo. E anche se soffoco comunque sul cornicione. Mi fa credere agli alieni. E respiro un po’.

Aria buona.

(sul salame la dico qualcosa? Sì. Provalo. E’ buono davvero. Professionale, no?)

Gelo di Limone


Ingredienti per 6-8 persone:

  • 250 grammi di zucchero
  • 1litro di acqua
  • 80 grammi di frumina
  • la buccia e il succo di quattro limoni verdi grandi di Sicilia non trattati

Lava accuratamente i limoni e asciugali per benino. In una ciotolina raccogli la buccia grattugiata senza la parte bianca amara mi raccomando e in un’altra il succo (oh! Ti ho visto che lasci i semini! Non si fa!). La scorza devi lasciarla per una notte in infusione nel litro di acqua ed è per questo motivo che devi essere strasicurisssimo che la scorza non sia trattata in quanto potrebbe rilasciare tutta l’immondizia (senza girarci tanto intorno) nel tuo splendido gelo. Una volta trascorsa la notte filtra l’acqua dalla scorza e aggiungi lo zucchero. Poi pian piano la frumina facendo ben attenzione a non formare grumi e girando per bene. Metti questo sciroppino sul fuoco e prima che raggiunga l’ebollizione aggiungi il succo di limone (dove non ci sono i semini, sì). Cuoci sempre girando per almeno tre minuti a fuoco più dolce e poi versa negli stampini, bicchierini, ciotoline che preferisci. Il gelo deve raffreddare almeno cinque ore in frigo prima di essere servito. E’ molto delicato e quindi va maneggiato con cura nel caso fosse messo negli stampini. Si potrebbe distruggere (sì è successo più volte anche qui) e la tristezza è tanta. Nelle ciotoline e bicchierini in genere è sempre molto bello da vedere, anche se tradizione vuole (tradizione casalinga e non da bar-locali-ristorante-“professionisti”e fudbloggerdschic, intendo) che sia bello che sbattuto su un piatto (di Caltagirone come in questo caso? Anche no ma meglio di sì *risatina isterica di un’attempata antipatica sicula*).

 

Ma perché mi sono anche un po’ scocciata (edddiciamolo!) che ogni volta pubblico una foto di Catania SiracusaRagusaPalermoMarzamemi e tutti a dire:

  • Sei tornata!
  • Ah! Finalmente sei rientrata!
  • Sei in Sicilia! E’ la prima volta che la vedi?
  • Varie ed eventuali

Contando che quando parlo sembro Carmen Consoli (magari!) e ripeto ogni santo giorno di aver sequestrato il Nippotorinese in terra sicula, va da sé che non ci vuole molto a capire che: nessuno mi legge (giustamente!). E allora via con le ricette sicule a marcare il territorio come fossi un Rottweiler impazzito (a proposito di Rottweiler classificati come razza pericolosa, perché mai il mio Labrador no pur essendo un’adepta del male? Ne parliamo della vecchia brutta storia della catalogazione?). Insomma ieri Paste di Mandorla dopo ondate di Brioche col tuppo e oggi Gelo. Domani se pubblico Cannoli e Cotolette di Melanzana non sarà tutta questo grande exploit (non devo dimenticarne di sproloquiare nuovamente per l’ennesima volta sul: Cous Cous. Alla Norma. Ecco).

Del Gelo qui c’è traccia nella versione Mellonosa (l’hai seguita la Sicilian Lesson Number Uan sul Mellone, vero? Se no fustigati e clicca qui) e Caffettosa (ora la smetto, sì) qui. Ho scoperto questo delizioso dolcetto relativamente tardi (tre anni fa, credo) anche perché diffuso nella parte Occidentale della Sicilia e non certamente qui; pur se ultimamente nel catanese e nella zona iblea ci si sta dando davvero una bella mossa e non è così improbabile trovarlo nella versione cannella, limone, anguria e caffè. A quando il gelo di pistacchio? Questa assenza mi innervosisce non poco. Il gelo non piace a tutti perché ha sempre quell’aria da budino smorto da film d’orrore. Tipo che sta per arrivare Michael Myers. C’è il cambio del turno di notte. E l’inquadratura buia di un corridoio e coltello affilato – lampada 12 watt quasi fulminata che esala l’ultimo respiro di illuminazione.

Ha quella consistenza da ospedale, che a molti proprio non va giù come la pastina. Io che sono fautricepromotriceeadepta di : vellutatebrodose/pastineimpapettatedavomito/robagelatinosadaospedalebudino, manco a dirlo amo il Gelo. Non è poi un dolce che mi faccia mancare. Anzi. E’ uno tra i pochissimi dolci (vabbè l’unico insieme a granita e gelato) di cui vado ghiotta e non me ne privo. Certo la presenza dello zucchero mi innervosisce parecchio perché il raffinato è fuori dalla mia dieta da anni, ma due volte l’anno non mi ucciderà (“morta la nota fudbloggà Gikitchenmaghettastreghetta per aver mangiato un gelo con zucchero raffinato. Il web piange. Di felicità”).

Insomma dai, quello di Anguria è laborioso perché devi togliere i semi. Quello di cannella è laborioso perché devi filtrare le stecche per almeno venti ore e quello al caffè perché devi trovare qualcuno che lo sappia fare (e non sono di certo io) ma:

Quello al Limone? Non ci sono scuse. Facilissimo, d’effetto e freschissimo. Consistenza a parte non può non piacere santocielo! E’ impossibile! Avvio una protesta. Limoni freschissimi, amido e quelmaledettozuccheroraffinato. Niente di più. Niente di meno. L’ottima riuscita manco a dirlo (ma lo dico) dipenderà dalla qualità dei limoni che si adopereranno. La presentazione può essere fatta in svariati modi: bicchierini, formine per la mostarda e pure stampi per cupcake in silicone o alluminio. Avevo deciso di presentarlo in un altro modo, ovvero come trionfo simil castello dopo aver comprato giustappunto una formina pazzesca in silicone. Risultato? E’ crollato tutto e si è spetasciato nel piatto lasciandomi interdetta.

Fortuna che dalle dosi ne era rimasto un po’ e avevo messo da parte un cuoricino per il Nippotorinese (poi si dice che sia malvagia, mah). Diventato inconsapevolmente protagonista. Morale della favola odierna? Meglio un cuore semplice e solido. Che un castello enorme, complicato. E spetasciato.

(spetasciato è un termine che adoVo)

Miiiiiiiii le Paste di Mandorla!


Per 25 paste di mandorla circa

  • 130 grammi di zucchero semolato bianco
  • 130 grammi di mandorle intere spellate ridotte in farina
  • 20 grammi di farina 00 setacciata due volte
  • 1 albume di un uovo di media grandezza

zucchero per decorare

Se le mandorle hanno la pellicina non disperare e non fare manovre lunghe e laboriose. Lasciale solo bollire in acqua e poi scottandoti un po’ le dita toglila e asciuga tutto per bene. Riducile in farina con il frullatore e lavorale insieme allo zucchero e alla farina. Aggiungi poi l’albume e impasta per bene con le mani su un piano infarinato. La forma è quella che preferisci. Puoi fare dei salsicciotti e poi formare una sorta di esse ma a Catania si fanno più sul tondeggiante quindi occorrerà prenderne semplicemente una porzione tra le mani e lavorarla. Inforna a 180 preriscaldato per pochissimi minuti ovvero non appena le vedi dorate e poi lasciale raffreddare su una griglia. Zucchera la superficie quando sono tiepide e poi se devi conservarle non esporle troppo all’umidità o all’aria perché seccano facilmente. Una scatola di latta come sempre è il meglio del meglio.

C’è stato (e c’è tuttora, a onor del vero) un intervallo di tempo che va dal primo esperimento culinario sulla Brioche col tuppo che ho pubblicato qui e il secondo con l’aroma panettone che ho pubblicato qui, passando addirittura per diversi Brunch siculi di cui c’è qualcosina qui (mistagirandolatestacontuttiilink) che.

Che mi sono fissata con le ricette siciliane. Alleluia.
Per una che è tradizionalista come lo è Kim Kardashian nel seguire scrupolosamente il galateo ottocentesco, risulta bizzarro cercare di scovare la vera ricetta delle paste di mandorla o disquisire circa l’aroma panettone. Sogno di passare un pomeriggio con Giovanni, il genero della mia amata amica Mary di cui ho avuto occasione di parlare diverse volte. Giovanni infatti è  un eccezionale pasticciere che lavora per altro in un bar straconosciutissimo a Catania. Sforna ed elabora roba incredibile soprattutto rivolta alla sfera Cioccolato.

Per colpa mia non è comparsa la Videoricetta e le VideoLezioni con Giovanni perché ci eravamo pure per certi versi messi quasi d’accordo e lui voleva darmi questo grande onore e poi ahimé è saltato tutto; non escludo che possa avvenire nell’imminente autunno (qui, senza dirlo per invidia o altro, purtroppo è estate piena quarantagradistomorendoBASTA!).

Questa ricetta non ha sortito l’effetto sperato; non è assolutamente malvagia ma mentirei se dicessi che si tratta proprio di un’elaborazione molto somigliante alle paste di mandorla che si vedono in giro, soprattutto nel Catanese. La consistenza non è morbida ma più biscottosa e seppur rimanga indiscutibilmente una ricetta buona a prescindere, lo scopo dell’ottenimento della “vera pasta di mandorla” non è stato raggiunto.

Chi avesse voglia di provare si ritroverà ugualmente un pezzetto di Sicilia in bocca, ma mi sia dato un altro po’ di tempo e come con la Ricerca estenuante della vera Brioche col tuppo (pronti per il terzo esperimento?) anche con le paste di mandorla non mi tirerò di certo indietro.

E speriamo che San Pasticciere Dolcissimo Giovanni ci venga in aiuto.

La Torta Caterina per me, la Chocolate Pie per tutti.


Tortiera 18 cm

  • 150 grammi di farina bianca setacciata
  • 30 grammi di cacao amaro in polvere
  • 20 grammi di zucchero di canna
  • 80 grammi di burro freddo tagliato a pezzi
  • 50 grammi di acqua ghiacciata
  • 1 pizzico di sale

La crema:

  • 240 ml di panna freschissima
  • 360 grammi di cioccolato fondente
  • 2 tuorli
  • 1 uovo di media grandezza

Farina, cacao, sale e zucchero riuniti nel recipiente d’acciaio della planetaria e giù di acqua fredda pian pianino e burro freddissimo. Lavora fino a ottenere un composto sbricioloso. Versa l’impasto su piano infarinato e continua a lavorare (ma non troppo perché il calore delle mani comprometterebbe l’impasto semprelasolitacosasì) e ottieni un bel panetto da conservare in frigorifero avvolto in pellicola almeno un’ora. Trascorso il tempo infarina il piano e con l’aiuto del mattarello stendi la base. Imburra la teglia che hai scelto e poggiaci sopra la pasta. Se ti piace fare dei bordini intorno aiutati semplicemente con le dita facendo dei motivi ondulati (dipende dalla teglia che adoperi. Se hai quella già zigrinata basterà una semplice pressione). Preriscalda a 180 e fai cuocere 18 minuti. Fai raffreddare prima di versare la crema.

A fuoco basso fai cuocere la panna e prima che giunga a ebollizione aggiungi il cioccolato tagliato a pezzi. Gira per bene fin quando è tutto sciolto. Incorpora le uova una alla volta senza mai smettere di mescolare (meglio se con una frusta da pasticciere) e sempre a fuoco dolcissimo che puoi leggermente aumentare sul finale quando la crema apparirà già bella che densa. Lascia raffreddare anche la crema prima di versare sopra la base. Una volta che tutto è giunto a temperatura ambiente metti in frigo per almeno tre ore e tira fuori un quarto d’ora minimo prima di servire (vabbè dipende anche molto dalle stagioni).

Essendo una torta pesantemente cioccolatosa e quindi pastosa al palato accompagna con qualcosa di freschissimo e addirittura “contrastante” di sapore. Una bibita allo zenzero? Perfetto. Mi viene in mente un Ginger Ale con la radice di zenzero che mi ha consigliato Charlie qualche giorno fa.

Di queste torte ne ho fatte diverse negli anni e sento di poter asserire tranquillamente che al centinaio sono arrivata senza ombra di dubbio alcuno (facciamo ottanta? vabbbbbbene). Fondamentalmente il procedimento è lo stesso. La stessa base che sa di frolla, la stessa crema che poi cambi e aromatizzi. Un po’ come la cheesecake all’apparenza è sempre tutto così omologato, uguale, addirittura poco fantasioso. Stando solo all’apparenza, intendo. Non fermandosi un attimo. Perché al contrario accade che ogni torta poi ha sempre un momento. E’ come se diventasse un microcosmo di qualcosa che accade in quel giorno; straordinario o meno diventa sempre tale perché in fondo ogni giorno lo è. C’è magia  quando c’è una torta, poco da discuterne.  Anche per chi come me è arrivata a un centinaio/ottantina, e solo di questa categoria per giunta. Un vero e proprio evento che  ricolleghi a quel sapore, piatto, servizio, cucchiaino e tovagliolo.

Questa torta da semplice Chocolate Pie è diventata la Torta Caterina qui. L’avevo appuntata sul mio Moleskine “Recipe to do”, quello che finalmente è stato tolto dagli scatoloni e che mi mancava tanto. Vista la scrittura veloce e la spiegazione concisa, sicuramente presa da una ricetta in tv mi dico, mentre cerco quella di Grossman nel libro di New York: praticamente uguale. Si tratta in fondo di un oceano di ganache che fa onde su un fondale pieno di frolla. Un universo di cioccolato dove immagino barchette che con calma si godono lo spettacolo dal mare di cacao. Magari di una lontana Etna in eruzione visto che proprio in questi giorni ci sta regalando immagini incredibili dal finestrone della cucina.

Guido è nato quando andavo in prima media. Ho un disegno sul mio diario della Camomilla in tinta rosa. Il 27 Luglio. Quando il libro delle vacanze era già bello che finito e bramavo di averne un altro e un altro ancora. Il mio cuginetto tanto atteso. Il mio primo cuginetto piccolo. Rivederlo adesso alto un metro e novanta che mi guarda da lassù mi trasporta in una parallelismo visivo di vita interessante che apre scenari a mondi e interpretazioni. C’è lui sulla micro moto con la sua maglietta verde che mi chiama: iaia. iaia. iaia cao. iaia etta. Mi chiamava Iaia (e fu grazie a lui che questa “moda ” divagò tra i miei amici dell’epoca sino ai giorni nostri, per alcuni) e voleva che  gli disegnassi continuamente cao= cucchiaio e etta=forchetta. Profetico il mio neo Architetto bellissimo. E ancora sulla moto mentre dice il mio nome, nel cuore. Guido ti guarda con una profondità negli occhi che quasi cadi in abissi. Annuisce e ti ascolta, come ha sempre fatto, facendoti sentire voluta e non di passaggio. Ha un timbro che fa eco e che rimane nelle parti più profonde di tutte le idee. E Guido mi ha presentato quest’estate Caterina.

Bolognese.

Anche lei finita su questa isola per amore e la confusione gliela leggo negli occhi; obnubilata da bellezza e al tempo stesso tormento. Lo stesso che porta ancora negli occhi il Nippotorinese e per certi versi pure io. Sono felice e lusingata di aver avuto Caterina in casa da mamma per presentazione sicula ufficiale e poi a casa da me mentre Koi cercava di estirparle la caviglia e il suo adorabile vestitino. Un’alchimia incontrollabile ha governato entrambi gli incontri. Perché avvengono ma non è detto che poi ci si incontri davvero. E invece è successo. Si è sentita quella fiammella incontrollabile che ti segnala un bel momento. Di quelli da ricordare.

E Caterina è stata una delle poche fiammelle di questa estate. Un ricordo bello e genuino. Che ti fa sentire felice di non esserti chiusa a casa. A piangere. Ma di aver continuato e vissuto.

Ci siamo abbracciate davanti alla porta con la speranza di vederci presto non importa dove, TorinoCataniaMessinaLondraBologna chissà e con la volontà di scrivere questa ricetta insieme. E magari un giorno farla anche. Cominciamo così?

La Ricetta degli Oreo fatti in casa l’abbiamo?


Per 15 Oreo circa

  • 150 grammi di burro morbido
  • 350 grammi di zucchero di canna grezzo (sì va bene pure quello bianco, dai)
  • 1 uovo
  • 1 cucchiaino di estratto di vaniglia (no non va bene la vanillina, per favore!)
  • 160 grammi di farina tipo 0 (sì va bene pure 00)
  • 85 grammi di cacao amaro in polvere
  • 2 cucchiaino di lievito
  • 2 pizzichi di sale

Crema:

  • 30 grammi di burro
  • 30 grammi di olio di noce di cocco (non ce l’avevo e ho adoperato due generosi cucchiai di cocco disidratato e il risultato è stato ottimo ugualmente)
  • 125 grammi di zucchero a velo

Lavora energicamente il burro e lo zucchero finché la consistenza diventa cremosa e soffice. Mescola gli ingredienti secchi (farina, cacao, sale e lievito) insieme. Incorporali al composto burro-zucchero, alternando all’uovo e aggiungendo la vaniglia. Mescola per bene fino a ottenere un impasto dalla consistenza omogenea. Forma una palla e avvolgila con la pellicola. Lascia riposare per almeno un’ora in frigorifero.

Trascorsa un’ora prendi la pasta dal frigorifero e toglila dalla pellicola. Avvolgi la pasta in un foglio di carta da forno. Con le mani sulla carta da forno, modella la pasta dandole la forma di un salsicciotto lungo circa trenta centimetri. Avvolgila per bene nella carta da forno e lascia riposare per un’altra ora.

Scalda il forno a 175. Togli il salsicciotto dal frigorifero e apri la carta da forno che l’avvolge. Con un coltello grande o un tagliapasta taglia delle fette di circa 1 cm di spessore e distribuiscile sulla teglia rivestita di carta da forno (sì puoi pure stendere con il mattarello su un piano e ricavare i biscotti con una formina tonda, suvvia). Appiattisci leggermente con le mani per dare ai biscotti una forma tonda e liscia  e inforna per 15 minuti non di più.

Fare la crema è semplice in quanto tutti gli ingredienti devono essere lavorati con una frusta o robot da cucina (nella planetaria con la lama a S). I biscotti vanno farciti di crema quando si sono completamente raffreddati.

Si può fare anche un’incredibile versione gelato. Quanto sarebbe buono con delle cucchiaiate generosissime di gelato al cocco? *rivoli di bava alla bocca*

(Vuoi fare un biscotto gelato? Ti lascio quest’altra ricetta. Clicca qui)

Per caso vi è sembrato di vedere di nuovo il libro di Marc? Del nostro Bob il muffinaro? Noooooooooooooo. Non è quello, lo giuro sulla granita di fichi più buona del mondo! Ok è quello (questo non significa che io abbia davvero trovato la granita di fichi più buona del mondo e se ti perso il tutto puoi sempre rovinarti la giornata e cliccare qui). A dicembre mi ero esaltata, e non poco, per dei brownies fatti proprio con gli Oreo. In quell’occasione avevo perso un post al quale tenevo molto e poi con calma (e dopo aver spaccato aggeggi a caso) ticchettato nuovamente. Su che cosa sto vaneggiando? Sugli Oreo sbocconcellati dal mio amato Jack durante le riprese di Shining e semmai fosse andato in loop il tuo neurone stanco preso da questo flash culinario accecante devi solo cliccare qui. A dimostrazione del fatto che quello che cucino per gli altri ha comunque una strettissima correlazione con il mio rapporto complicato e controverso nei confronti del cibo, ultimamente sono in fissa per i biscotti imbottiti. I biscotti gelato che mi ricordano papà di cui ho parlato qui, diverse elaborazioni che sto facendo per pubblicarle in futuro e blablabla.

Gli Oreo non potevano mancare perché sono in assoluto i biscottini “chimici” e commerciali che piacciono al Nippotorinese; il gourmant sabaudo di casa, infatti, come tutti sappiamo (cheantipaticoblablablabla) non ama certamente cibare il suo corpo snello e asciutto (maledetto! Ti sei mangiato tutta la Sicilia e hai perso tre chili! TI ODIO! Io ne ho presi tre mangiando due granite) non gradisce moltissimo né il cioccolato (scadente e commerciale) né biscottini da supermercato e dintorni. Per gli Oreo fa eccezione. Certo non è ingordo e non ne mangia come farei io (otto confezioni formato famiglia anche se nella vita precedente preferivo i Ringo e solo la parte bianca. Vabbè lo racconto un’altra volta, dai. A chi importa. Importa? Menti).

Quando ho visto che c’erano gli Oreo fatti in casa nel librozzo che mi ha rubato il cuore in questo pre e post vacanze mai iniziate, mi sono detta che era doveroso quantomeno provarli. Risultato? Perfetti. Sanno davvero di Oreo e me lo conferma un campione umano non indifferente di una decina di persone e addirittura il ripieno, essendo fresco e genuino (ho sempre sognato di dire genuino), risulta essere sublime (è da tre settimane che dico sublime pure per il bagnoschiuma. Che problema è? E’ una patologia? Qualcuno sa qualcosa? E se sì: parli!).

Una ricettina da segnare e provare; magari non adesso se si abita a latitudini simili alle mie e il forno è nemico. Subitissimoimmediatamente se fortunatamente siete a latitudini fresche che qui si bramano tanto quanto la migliore granita di fichi al mondo.

Si è capito che voglio vivere mangiando solo la granita di fichi migliore al mondo e che non me ne fregaaaaaaaaaaaaaaaaassssolutamentenientedeglioreofattiincasa?

No però dai. Sono perfetti. Se dovessi provarli ti prego dimmelo. Ho bisogno di sapere che nonostante non abbia potuto offrirvi la granita ai fichi migliore del mondo ho diffuso il verbo della ricetta degli Oreo fatti in casa. Quella giusta.

Rendiamo grazie a Bob (questa frase nasconde orrori culinari da gustare su Youtube, nel caso).

(Sono una psicopatica seriale. Senza saperlo ho accoppiato a distanza di otto mesi lo stesso fazzoletto per lo sciutingfotografico. Contando che ne ho qualcosa come 4924340982034982309482304982304823042834093284038423409 sto cominciando seriamente. Ma seriamente. A preoccuparmi)

(C’è un’analista in sala? Anche uno psichiatra, grazie)

(ètuttoungrandedisegno. Mio, di Ombrella e degli Alieni che stanno arrivando, of course)

La (seconda) Ricetta della Brioche col Tuppo Siciliana da inzuppare nella granita o imbottire col gelato! Mizzica!


 Per 10-15 brioche (oh dipende sempre dalla grandezza. Per una sicula come me direi pure 8 brioche)

  • 1 kg di farina
  • 400 ml di latte intero
  • 150 grammi di zucchero
  • 150 grammi di strutto
  • 4 uova di media grandezza
  • 30 grammi di lievito di birra
  • 1 generosa presa di sale
  • i semi di un baccello di vaniglia
  • aroma panettone
  • 1 uovo, zucchero e un pizzico di latte per chiudere le brioche

Mescola la farina setacciata per bene con lo zucchero e forma una fontana. Al centro versa le uova, il latte leggermente intiepidito in un pentolino e il lievito proprio dentro la fontana in modo che si sciolga nel latte. Con le dita aiutalo picchiettando un po’ e cominciando quella danza di rara bellezza tra le mani e l’impasto. Aggiungi lo strutto a temperatura ambiente.  Aggiungi anche la polvere di vaniglia e una generosa presa di sale. Lavora per bene senza perdere mai la voglia fino a che tra le mani non otterrai un impasto elastico, omogeneo, compatto e bello corposo. Come tradizione vuole per il pane e le elaborazioni “antiche”, dai sempre degli energici colpetti all’impasto e lancialo non troppo delicatamente sul piano da lavoro. Si dice che queste cadute non debbano essere mai meno di una decina. Metti l’impasto in un recipiente molto più grande perché dovrà lievitare dodici-quattordici ore in frigo e il volume chiaramente raddoppierà (nel migliore dei casi perché potrebbe pure aumentare ancor di più. Dipende sempre dalla temperatura e dal periodo in cui lavori gli impasti. Dalla casa. Dai materiali etc etc). Copri l’impasto con un canovaccio o un tovagliolo.

Trascorso il tempo togli la pasta dal frigorifero e dividila in 15 (o quanto grandi hai deciso debbano essere) pallottole grandi, calcolando che da ognuna di esse dovrai ricavare una pallottolina più piccola che è poi il “tuppu” o tuppo, ovvero quell’ambitissimo bottoncino di delizia messo sopra. Quando hai tra le mani la pallottolina grande fai un incavo al centro e poggiaci su il tuppo. C’è chi lo “incolla” spennellando leggermente con uovo (alcuni anche con latte e zucchero come nella copertura finale) e c’è chi come me questa volta l’ha semplicemente poggiato per non creare umidità (scelta più felice, a mio modestissimo avviso). Una volta fatte tutte le brioche e poggiate su carta da forno o teglia, lascia riposare almeno altre due ore (ma pure tre). Trascorso questo tempo spennella con la mistura uovo-zucchero-pochissimo latte (giusto qualche goccina) tutta la superficie superiore delle brioche e inforna a 180 statico preriscaldato per 15-18 minuti (dipende dalla grandezza) fin quando sono belle dorate.

Il 28 Giugno deliravo come ogni giorno riguardo una ricetta che avrei voluto fare/rifare e blablabla. Trattavasi di Brioche col Tuppo e trovi tutto cliccando qui. Capita che mi entusiasmo ai massimi livelli e dico che voglio provare e riprovare. Poi finisce che dimentico completamente e totalmente la suddetta ricetta. Sintetizzando: follia. Al contrario però di quanto accade generalmente, quest’anno mi è proprio venuta un’ossessione, che altrimenti non potrei definire. Pur non mangiando la brioche col tuppo per gli svariati motivi che gli impavidi amici lettori conoscono e pur non avendola amata poi così tanto in passato, una rotella deve aver cominciato a fare qualche giro strano ed è partito il feticismo estivo. Qui per una buona brioche col tuppo fatta in casa la gente è disposta a fare carte false. Se sei in grado di autoprodurre nella tua dimora  il prodotto diventi improvvisamente eroina da idolatrare. Monumento nazionalsiciliano.

Non ambivo nè ambisco neanche a questo, ergo si tratta giustappunto di follia. Fissazioni maniaco ossessive. Rotelle sotto stress esposte a temperature marocchine. Quadro clinico a parte, questo secondo esperimento, che ho già tardato a pubblicare perché qui siamo *rullo di tamburi* già al quarto, è nettamente superiore al primo. Devo infatti premurarmi di fare un update al post precedente in modo da reindirizzare eventualmente i malcapitati che mi troveranno in rete per far provare loro indiscutibilmente questa (mi sa che dirò lo stesso quando pubblicherò il quarto esperimento).

Al contrario della prima ricetta ho adoperato la farina 0 (ma va bene anche la 00, dai) senza la manitoba (ecchesiamoamericaninoi? NO!) e lo strutto perché diciamocelo è sempre meglio mettere qualcosa di animale, no? (c’è della forte ironia, sì). L’aromatizzazione è stata fatta con l’aroma panettone che mi ha gentilmente reperito il mio amico Salvo (altro invasato che ho coinvolto); questo perché un pasticciere a lui vicino che sforna Brioche col tuppo a tonnellate ogni mattina per sfamare la fauna locale ha sentenziato che senza l’aroma panettone non saremmo andati da nessuna parte. Ora io a te, amico mio, che sei di Milano, Rozzano, Bologna, Roma, Napoli, Catmandùscrittocosì non saprei neanche esattamente dirti che cosa esattamente sia questo aroma panettone. E’ semplice pensare “evvabbè è un’aroma panettone semplicemente reperibile nei negozi specializzati”. La Sicilia come tutti sanno ha un proprio vocabolario, identità, legge e cosmo. L’aroma panettone potrebbe (ne sono quasi sicura) essere qualcosa di completamente diverso per il resto del mondo (un po’ come il fatto che se chiediamo “un melone” pretendiamo di ricevere in cambio un’anguria. Gli strani siete voi, CHIARO? Il melone è l’anguria. Arrendetevi!).

A me l’aroma panettone è stato dato da Salvo all’interno di un barattolino. Pare lo spacci all’insaputa della sua famiglia questo pasticciere. Nessuno deve sapere quello che sto spifferando all’Italia intera, ok? (lo vedi che ci si può sempre fidare di me?). Insomma.

Se non avete l’aroma panettone potete venire dietro il quarto cassonetto verde vicino alla Villa Bellini di Catania. Sono quella con un nano da giardino e una borsa fluo animalier tigrata. Spaccio lì quello che mi è rimasto. No, dicevo, altrimenti mettete vaniglia in bacca o scorza di limone.

Insomma. Perché sono finita a parlare del mio quarto lavoro? Spaccio di Aroma Panettone alla Villa Bellini? Ah sì. Perché questa ricetta è incredibilmente somigliante all’originale (bell’aggancio privo di senso vero?). Molto più soffice, incredibilmente areoso (si può dire? boh). Non indurisce come lo scoglio di Acitrezza dopo quindici minuti e calda inzuppata nella granita preparata da me ha fatto emettere gridolini di stupore a chiunque.

Non vi prometto che sia LA ricetta ma. Ci siamo quasi.

Buon inzuppo a tutti! (perché diciamocelo granita a parte se si apre come un panino e ci si buttano dentro seicento grammi di gelato non è che sia una brutta idea, eh?)

http://gikitchen.wordpress.com/2014/06/28/ricetta-brioche-tuppo-siciliane-granita/

Buon Ferragosto da me e dagli Orsetti sulla spiaggia!


  • 260 grammi di farina
  • 150 grammi di burro
  • 1/2 cucchiaino di lievito
  • 100 grammi di fiocchi di avena
  • 120 grammi di zucchero di canna grezzo
  • vaniglia (semi ricavati da una bacca)
  • 1 uovo
  • 1 pizzico di sale
  • uvetta per decorare

Unisci farina, lievito, sale e fiocchi di avena (i fiocchi di avena ben lavati e asciugati). Lavora il burro con lo zucchero e la vaniglia fino a ottenere una crema omogenea. Incorpora l’uovo. Unisci la miscela di farina al composto di burro e avvolgi nella pellicola facendo riposare l’impasto per almeno un’ora. Preriscalda il forno a 200. Fodera la placca con la carta da forno. Forma gli orsetti con la pasta. Occorreranno due pallottole per il corpo dell’orsetto e per la testa e sei più piccoline per orecchie e zampotte. Fai una leggera pressione sull’impasto e si attaccherà senza problema alcuno. Con uno stecchino forma due incavi per gli occhi e uno per l’ombelico. Usa l’uvetta per questo tipo di decorazione. Fai cuocere gli orsetti per 10 minuti.

La zia Luci giorni fa si presenta con questo libretto Fun Food scovato alla Lidl. La cosa incredibile in un continuo stupirmi è che ha sempre un pensiero per me. Se c’è la settimana giapponese si presenta con il riso per il sushi e la salsa di soia. Se c’è la settimana americana con il preparato dei pancake. Se c’è la settimana della Spagna un giro di Tapas e non contenta sempre qualcosa di bianco per la cucina; che sia attrezzatura, barattoli e zuccheri speziati. In questi anni la zia Luci, insieme ai suoi occhi pieni di cielo, mi ha coccolato con chicche e sorrisi. In quest’ultimo anno non ricordo un giorno senza i suoi incoraggiamenti, abbracci e tenerezze.

Entusiaste lo abbiamo sfogliato rimanendo piacevolmente stupite. Molte cose, come i funghetti (qui), le uova topose (qui) e altro, non erano foto e ricette mai viste ma altre per idea e contenuto risultavano irresistibilmente carine. Tra queste appunto c’erano gli orsetti in spiaggia.

Le temperature due settimane fa non toccavano i settanta gradi all’ombra come adesso e far funzionare il forno appariva un’idea non troppo malsana come al momento.

Aiutata da SantaSignoraPina che al momento è volata via per godersi le sue meritatissime ferie lasciandomi nell’oblio assoluta (BELLAAAAAAAAABIONDA TORNAAAAAAAAAAAAAA!!!!!!!!!) abbiamo sfornato questi deliziosi biscottini emulando una Venere di Milo biscottosa degna di nota (o forse no ma è giusto non farmelo notare, vi prego) e adoperando le conchiglie che lo scorso anno ho preso a Palma di Maiorca (cielo quanto mi manca quel sorbetto al limone e basilico!).

Giusto per augurare un Buon Ferragosto a tutti e per sottolineare che FINALMENTE questa maledettissimaschifosissima estate sta per giungere al termine. Che io devo lavorare con Ombrella e organizzare un Halloween pieno di sangue e urla.

Oh.

Comunicazione di disservizio: Vorrei scusarmi perché da molto tempo faccio ancora più fatica di quantofacevoprima a rispondere. Qui sul Blog, che è casa. Su Instagram e tutti i social. I numeri aumentano. Io diminuisco come i neuroni. Tengo tantissimo a  precisare però che non perdo un commento che sia uno; solo che magari lo leggo in tempi completamente diversi da quanto si possa credere. Mi accompagnano non di rado delle vere e proprie crisi isteriche dove tirandomi i capelli urlo qualcosa come “ahdadhaidhasdasidhasidhadhasderukjkajadahjs” che sta per “noncelapossofarecomefacciocomefacciovogliorispondereatuttiiiiiiiiiiiii” (ricordate la bimba viziata di Willy Wonka? Pressoché quella). Essendo metereopatica poi la situazione si aggrava maggiormente perché il caldo e Agosto in genere (mai come quest’anno) mi provocano una depressione preoccupante.

Sono nata a Dicembre mica per niente.

Che sia per voi umani un Ferragosto bellissimo tra falò, chitarre, alcool e canzoni. Io forse mi darò all’alcool perché tutti questi anni di sobrietà mi hanno reso insopportabilmente noiosa.

Graham Crackers e la sana voglia di Halloween pre Ferragosto


La Ricetta è tratta da “New York” Le Ricette di Culto di Marc Grossman – Guido Tommasi Editore.

Ingredienti per 35 Graham Cracker circa

  • 65 grammi di burro morbido
  • 115 grammi di zucchero di canna grezzo (si possono adoperare altrimenti 105 grammi di zucchero semolato e 10 grammi di melassa)
  • 1 uovo
  • 2 cucchiai abbondanti di miele
  • 2 cucchiai di latte intero
  • 1 cucchiaino di lievito in polvere per dolci
  • 1/2 cucchiaino di sale
  • 250 grammi di farina integrale

Lavora il burro e lo zucchero in un robot da cucina o a mano fino a ottenere un composto dalla consistenza cremosa e soffice. Sbatti insieme uovo, miele e latte e mescola per bene. Amalgama alternando al composto burro-zucchero il composto uova-miele-latte e gli ingredienti secchi fino a ottenere una pasta uniforme. Forma una palla e riponila in frigo per almeno un’ora. Non preoccuparti affatto se risulta molle e informe e credi che non potrà mai essere tirata con il matterello. Solidificherà (questo Marc non lo dice emestavaapijàuncolpo. Detto così in modo molto professionale).

Scalda il forno a 175 e suddividi la pasta in due porzioni. Prendine una e stendila con un matterello a uno spessore sottile sopra una teglia rivestita di carta da forno. Taglia la pasta stesa in rettangoli della stessa dimensione servendoti di un tagliapasta o di un coltello. Con la punta poi tratteggia sui biscotti delle linee fatte di piccoli fori. Inforna per 15 minuti fin quando saranno ben dorati. Non tifapijalaltrocolpo se li vedi gonfiare (anche questo Marc non dice ma tranquillo ci pensa zia iaia!). Appena sfornati incidi ulteriormente l’intaglio che hai precedentemente fatto sulla pasta in modo che si taglino definitivamente perché diventeranno belliduricroccantiepoinunsepofa (manco questo dice Marc! Ah Marc ti voglio bene ma quattro infarti me li hai fatti prendere in allegria!) Lascia raffreddare e poi ripeti l’operazione con l’altra porzione di pasta.

Ora io del Graham Cracker so praticamente niente. Come se un Olandese decidesse di punto in bianco di preparare, fotografare, disquisire e vaneggiare sul Cannolo Siciliano senza essere mai stato non soltanto in Trinacria ma in Italia direttamente. Come se questo Olandese fosse un fan di Jamie Oliver e del cannolo avesse sentito parlare solo durante quel suo programma in giro per l’Italia e avesse confuso il Tiramisù della puntata a Venezia tra le gondole e il fritto di pescetti, con la cialda e la ricotta. Ma cosa sto dicendo? Io del Graham Cracker non so niente anche se adesso vorrei saperne di più su questo Olandese svampito amante di Jamie Oliver che guarda le puntate veneziane (uscite tutti dalla mia testa! Gondoliere compreso!).

(è stata una bella puntata però)

Però c’è Wikipedia e tutti possono far finta di essere persone acculturate. Basta un click. Vengo a sapere che nel 1829 (ho la pagina aperta e copio paro paro. Peccato che è scritta in inglese e finirà tipo la traduzione “Morituri te salutant” con “I morti ti salutano”. Tipo una puntata di Cesare in The Walking Dead per dire) in Bound Brook, New Jersey, il ministro presbiteriano Sylvester Graham si sveglia e dice: oggi invento un cracker che diventerà famoso in tutto il mondo (io domani voglio svegliarmi e dire: ora parto per l’Olanda e trovo il mio amico immaginario fan di Jamie Oliver. Una cosa così). In pratica il cracker è salato e viene ricordato come snack degno di questo nome. Il Signor Sylvester non ci sta e per forza deve rivoluzionare e controvertire il concetto di cracker stesso facendone uno dolce. Ho trovato roba sconvolgente su Graham (spero che Google traduci sia impazzito e che io stia vaneggiando sempre come se fossi insieme a Cesare nell’ultima puntata di The Walking Dead) che non approfondisco ma pare che  ci siano diverse teorie a sfondo sessuale in correlazione con i crackers (il mio insegnante di inglese ha fatto bene a dirmi che ero negata in inglese mi sa). Niente zucchero raffinato per i Graham Crackers (anche se Marc Grossman ci consiglia una versione pure con lo zucchero bianco raffinato ahia ahia). Tanto miele e zucchero di canna per una botta di salute.

Questi cracker diventati ormai cibo cult americano, al pari dei Kellogg’s per dire, e dei biscottoni ammeriggani con le gocce di cioccolato al secolo conosciuti semplicemente come Cookies (abbiamo la ricetta? Eccetto) te li lanciano letteralmente dietro e fanno a quanto pare parte della tradizione Americana tipo per noi il Tegolino del Mulino Bianco (devo chiedere alla mia amata Cinzia se sto traducendo bene o se sto dicendo COME SEMPRE una serie di fesserie inaudite? Quindi avere solo una scusa per parlare con Cinzia visto che la risposta è un’assioma). Ora io perché la sto facendo tanto lunga con i Graham Crackers?

Boh.

Perché è estate e io odio l’estate. Perché sono esaurita e nessuno deve osare contraddirmi. Perché ho adoperato una tecnica infallibile al pari di bottoncini a caso ovvero: non sai quale ricetta fare? Chiudi gli occhi. Afferra un libro. Apri. E punta un dito. L’ho fatto con quattro libri davanti, ok. Ho bluffato un po’ ma è capitata questa e questa ho fatto. Tra l’altro mi sono anche (forzatamente) entusiasmata perché pare che questi Graham Crackers siano quelli perfetti per la preparazione degli S’More (ANVEDI mi sono detta, manco avessi origini Romane. L’influenza aliena della mia Ombrella sta cominciando a dare i primi frutti, che sia avocadosalsadisoiaesemidipapavero?).

Gli S’More e chi non se li ricorda? Li ho fatti lo scorso anno a Halloween. Pure la VideoRicetta. L’unica italiana a fare gli S’more, eh! La dice lunga su quanto siano richiesti, quindi. Dolcetti facilissimi da microonde. Paninozzi da imbottire con marshmallow e cioccolato. Santi quanto i semi di chia, le bacche di Goji e tutti i salutismi su cui vaneggio. Bello poi notare come inizi con una filippica sullo zucchero raffinato dei Graham Crackers e poi ci piazzi marshmallow e cioccolato, vabbè.

La coerenza.

Indubbiamente però facili da preparare e perfetti per chi ama questo genere godurioso (nessuno dica porcelloso! Oh!). Sugli S’more qui c’erano stati diversi gridolini di approvazione. Anche da persone insospettabili.No. Non guardate me. Sto mangiando liquirizia senza zucchero e sono felice (mi ficcherei in bocca ottochilidimarshmallowecioccolatononlhodettoio!).

Risatine (Versione “normale” – Vegana e Gluten Free. Crepi l’avarizia!) di Omar Busi


Sì, pubblico Biscotti ad Agosto. Sono esaurita, embè? (la simpatia, proprio)

Ricetta per 40 biscotti (Omar Busi come Montersino checidochecido con le dosi. Ho dimezzato e trascrivo quelle da me adoperate ma quasiquasi si può dimezzare ancora)

(Foto e Ricetta che risalgono a qualcosa uhm. Come Gennaio-Febbraio. Forse Dicembre 2013, vabbè)

  • 300 grammi di margarina vegetale ( o burro vegano all’olio di riso)
  • 250 grammi di farina deglutinata (se si adopera quella 00 ne occorrono almeno cento in più; quindi 350 saranno sufficienti)
  • 150 grammi di zucchero bianco semolato
  • 100 grammi di albume
  • 75 grammi di fecola di patate
  • 35 grammi di semi di girasole
  • 35 grammi di semi di lino
  • 35 grammi di semi di papavero
  • 35 grammi di semi di sesamo
  • 8 grammi di bicarbonato d’ammonio
  • 5 grammi di scorza di limone grattugiata (non trattata e ben lavata)
  • 5 grammi di sale (Omar Busi dice dolce di Cervia ma in provincia di Catania mi hanno riso dietro quindi sale diqualsiasimare e bon)

Impasta nella planetaria con la foglia il burro vegano o la margarina qualora non dovessi trovarlo (ipotesi non troppo remota). Aggiungi lo zucchero (sarebbe meglio quello di uva e vabbè) e il sale (ellosodicerviasecelhai). Inserisci un po’ alla volta gli albumi e crea un’emulsione. E’ il momento della scorza di limone, le farine setacciate col bicarbonato e poi i semi vari. E se non ho il robot? Si può fare a mano sempretuttomaidemordere. Non lavorare troppo l’impasto e non surriscaldarlo eccessivamente. Lascia riposare il composto in frigorifero per una notte (orientati dalle 6 alle 8 ore). Tira la pasta su un piano infarinato con un mattarello (dimentico sempre di scriverlo con la e, uff) anch’esso infarinato e con l’aiuto di un coppapasta (vabbè con la formina che preferisci. Pure con il tondo di un bicchiere) forma dei dischetti. Cuoci a 170 chiaramente preriscaldato per circa 13-14 minuti fin quando sono dorati. Dipende chiaramente dalla grandezza e dallo spessore quindi bada bene.

Busi consiglia per un impasto vegano di sostituire l’albume con 100 grammi di latte di soia procedendo allo stesso identico modo e di abbinare questi biscotti a uno yogurt magro con scaglie di cioccolato fondente al settanta per cento. E chi osa contraddirlo?

Di Omar Busi ho avuto occasione di scrivere pubblicando i Sablè al cioccolato a gennaio scorso, che se clicchi qui puoi rivedere nel caso ti facesse piacere; è poi giustappunto il periodo in cui sfornavo questi altri biscottini ritrovati nei meandri dell’archivio che sto rispolverando (eqqquandomai). Devo, come dicevo nel succitato post, assolutamente parlare di questo incredibile volume; nonostante sia talmente over size (e pesante) da non riuscire ad incastrarsi nelle mensole dedicate ai miei volumi di cucina (leggi:tuttalacasaquasipiùdeifumetti), diventa talmente tascabile da poterlo portare sempre con sé. Nel cuore, soprattutto. Qualcuno in sala ha capito questo costrutto grammaticale scritto velocemente mentre mi passo lo smalto?

No.

E non è vero che mi passo lo smalto. Addirittura per la prima volta ho pure fatto colazione con le unghie. Sono corte e non colorate. Rugose e tutte infiammate; perché fortuna vuole che la mia allergia al pelo del cane non migliori come si pronosticava ma aumenti. Il dolore è simile al morso della medusa. Comprensione per chi sa di cosa sto parlando. Quando ero piccola mi ha morso proprio in faccia. Parte destra. Un dolore che ricordo perfettamente insieme all’otite.

Sì ma come ci sono finita alla medusa? Dicevo. Omar Busi ci regala questa ricetta versatile che può essere preparata con farina 0 (ma anche 00) altrimenti pure con la deglutinata e ci consiglia pure come farli diventare non soltanto gluten free ma pure total vegan. Gli ingredienti, a dispetto di quello che si possa pensare, sono facilmente reperibili e l’esecuzione facile e veloce. Certo è che con la conservazione in frigo per una notte, nel caso, ci si deve organizzare per tempo. Perfetti per un tè. Anche freddo. Seppur ci veda più un bella tazza di infusione a freddo. Perché in questo periodo, complice la scoperta di un adorabile negozietto che ne vende di tutti i tipi, mi piace gingillarmi (non c’entra  nulla gingillarmi ma volevo adoperarlo già da anni. Ne approfitto) le gengive (gingillarmi le gengive. Voglio disegnarla questa sensazione. Già vedo tutte le gengive gingillate a bordo piscina. Credo ci sia pure Omar Busi. C’è un medico in sala?).

Abbino le infusioni a freddo alle gallette di riso ma se queste si chiamano Risatine qualche nesso ci sarà, no? La smetto, sì. Agosto sta finendo, VERO? IO LO ODIO. Con tutte le mie me stesse e personalità.

(non ho tempo. Devo disegnare le Gengive gingillanti a bordo piscina adesso. E devo conoscere Fidanzata bolognese di bellissimo cugino Architetto. Devo far finta insomma di essere presentabile, simpatica e divertente; ergo devo trovare una controfigura. Occorre molto tempo)

Curiosità:

  • La Teiera è un pezzo antico di rara bellezza gentilmente offerto da Nanda che si è premurata di ritirarlo immediatamente (tanto mamma io e Koi a presto verremo lì e rapiremo tuttoilmallopposervizio. Tiè).
  • Quella deliziosa ciotolina e piattino appartengono a una collezione economica ma schifosamente chic (si può dire?) super scontata di Maison Du Monde. Accattatevillcheèbellassaje (come vado?).
  • Il canovaccio è in realtà un cuscino (scopriamo gli altarini, dai).
  • Le foto risalgono a Febbraio. C’erano i pittori e io piangevo lagnandomi che la mia vita non avesse alcun senso in quel momento (fortuna che mi sbagliavo. Non ha senso neanche in questo momento *disse ridacchiando esaurita).

(ma vi piacciono le curiosità o no? Mentite)

Cheesecake in formato barretta senza cottura. Barretta in formato cheesecake senza cottura. Senza cottura una cheesecake barretta. EBBASTA!


Per uno stampo quadrato di circa 22 cm per lato

Base:

  • 200 grammi di biscotti secchi (anche al cioccolato se preferisci un gusto nauseantemente cioccolatoso)
  • 90 grammi di burro a pomata
  • 60 grammi di cocco disidratato grattugiato

Imburra per benino lo stampo. Sbriciola i biscotti sempre infilando nel sacchetto e colpendo con un oggetto contundente per sfogare il nervosismo o semplicemente con l’ausilio del frullatore (ma il primo metodo dà più soddisfazione, te lo garantisco). Mescola i biscotti sbriciolati con il cocco disidratato grattugiato (va detto che non è un passaggio obbligatorio perché c’è gente strana a cui non piace il cocco in polvere. In quel caso diffida. Potrebbe essere gente pericolosa) o anche con della frutta secca ridotta in polvere se preferisci (mandorle, pistacchio, qualsiasicosa). Aggiungi il burro a pomata (che vabbè è il burro a temperatura non proprio ambiente ma tropicale e quindi assume quello stato cremoso-cremoso-quasi liquido ma che non è liquido da microonde che ha pure cotto) e amalgama per bene ai biscotti ottenendo un composto appiccicosiccio che sarà facile da stendere lungo tutta la teglia con il dorso di un cucchiaio. Se non ti vede nessuno sì, puoi poi leccare il cucchiaio.

La crema:

  • 150 grammi di zucchero a velo
  • 90 grammi di burro
  • 4 cucchiai e 1/2 di latte intero o panna liquida (io ho adoperato la panna liquida)
  • 1 tuorlo
  • 1 cucchiaino di maizena
  • 1 cucchiaino di zucchero di canna

Lavora il burro con lo zucchero fino a ottenere un composto liscio e spumoso. Riscalda la panna o il latte al micro o nel pentolino ricordando che non deve raggiungere il bollore ma soltanto diventare più che tiepido. In una bowl-recipiente mescola il tuorlo, la maizena e lo zucchero con l’aiuto di un cucchiaio e aggiungi pian piano il latte caldo sempre mescolando. Versa in un pentolino e cuoci fin quando tutto si amalgama per bene e una volta tolto dal fuoco il composto aggiungi il burro. Ottenuta una consistenza liscia e cremosa stendi sulla base aiutandoti con la classica spatolina (che confesso a me piace chiamare leccapentole. Mi fa sempre sorridere). Metti in frigo e nel frattempo prepara la glassa.

La glassa:

  • 50 grammi di burro
  • 80 grammi di cioccolato al latte a pezzi
  • 80 grammi di cioccolato fondente a pezzi

Alla domanda ma sopra la glassa (la crema crepa? ahem no) posso aggiungere qualcosa di altro? Sì. Pistacchi, mandorle o frutta secca sbriciolata che richiama la base o che contrasta addirittura. Qualsiasi cosa, insomma. E’ una ricetta teoricamente base che può essere variata e interpretata in centinaia di modi diversi. Forse migliaia. Forse è meglio che la smetta.

Sì il Nippo è tornato a casa con tutta la serie di personaggi Burtoniani che ho disegnato per lo studio. Manca solo il quarto pacchetto ma sono stata informata che è in consegna (felice come una bimba che sta per essere portata al parco. Uhm. Mai stata al parco. Felice come una bimba in edicola che può comprare l’album da colorare e poi subito in cartoleria dalla Signora Barbagallo per Album e Colori. Cielo! La Signora Barbagallo. Quanti ricordi!).

(nel quarto pacchetto c’è la mia preferita! Che poi è uguale a Ombrella. Staring Girl. U-G-U-A-L-E!)

Toxic Boy è stato quello più entusiasta. Ha cercato di contaminare queste barrette che non sono barrette in formato cheesecake che non è una cheesecake mapoiallafineèunacheesecake, con tutti gli spray tossici a sua disposizione. E’ un dolcetto di quelli superiperstrafacilivelocifreschi perfetti per questa estate (sottotitolo: maledetta! Maledetta Estate ti odio ogni anno che passa sempre con più ardor!).

Qui si attende l’ultimo vaccino in modo da gonfiare questa piscina dodiciperdodicicentimetri sul terrazzo e buttarci dentro questa palla di pelo puzzosa che verrà poi lavata (speriamoprestosantocielo!) con un bagnoschiuma canino biologico al profumo di muffin al mirtillo. Faccio shopping online pure per Koi e le ho comprato due vestiti: uno da Yoda e uno da Ewok. Sì lo so. Dovrei vergognarmi e anche un bel po’, ma come facevo a resistere? Posso avere per qualche secondo un LabradorYoda e un LabradorEwok in casa pronto a tuffarsi in una piscina gonfiabile e che profuma di Muffin al Mirtillo biologico.

C’è da capirmi se l’affare diventa insostenibilmente entusiasmante.

Sto provando la nuova madia come base delle fotografie. Non ho più il tavolino bianco satinato, che è finito nella dependance in mezzo a tutto quel rosso e wengè. Mi fa sorridere quel luogo. Sembra essere l’appendice di un ricordo. Della nostra prima casa insieme. E poi a papà piacevano tantissimo quei divani rossi.

“Quest’inverno dopo la Chemioterapia, se starai male invece di stare a casa potrai metterti qui. Sul divano rosso della dependance. Che ne pensi? Siamo ancora più vicini!”.

“Ottima idea”.

Quest’inverno non ci sarà nessuna chemioterapia. L’altro giorno apro l’armadietto del bagno dell’ufficio e trovo il Deltacortene. Non c’è barrettacheesecakechenonèunabarretta che tenga. Non c’è Toxic boy e A girl with many eyes. E neanche Koi vestita da Ewok e Yoda. C’è sempre Deltacortene, ricordi, chemioterapia, quellochedovevamofare, la maratona, New York, Tokyo e mamma disperata che posa i tuoi pantaloni avana con le tasche.

Vorrei avere dei chiodi infilzati negli occhi per vedere meno. Poi nelle orecchie. Poi nel cuore. Per fermarlo. In realtà non mi piace proprio nulla. Ma non mi piace ancor più di quanto non mi piacesse prima. Non mi piace come viene la barretta che non è una barretta. E forse non mi piacerà neanche Koi profumata al muffin al mirtillo infilata nella piscina. Posso infilarla nella piscina vestita da Ewok o è perseguibile per legge?

Vorrei che Koi mi abbandonasse quest’estate. In un autostrada deserta tipo Route 66. Ci sono sempre persone pericolosissime. Soprattutto in roulotte. Mi è quasi venuta voglia di rivedere Le colline hanno gli occhi. Lo scenario è giusto quello.

Certo non è proprio un post invogliante per provare queste barrette. Forse. Ma se ti capita, davvero, falle. Sono state molto apprezzate e diventano base per qualsiasi variazione.

Si vede che non ce la faccio, vero?

Vorrei appuntare sul mio Curriculum Disastrorum il fatto che venga sempre ricordata dalla Nazione e nelle occasioni ufficiali come una vera Food Blogger professionista che dà un apporto fondamentale al Web, alla rete e alla comunità internautica tutta.

Fiera Expo di Milano mi ricorda così: La Ridicola Videoricetta dell’anguria TopoRiccio. Vissani, Cracco e Ramsay? PRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRR. Ormai sono a un livello che mi consente di tirarmela a più non posso (la corda al collo, intendo).

Oh. Il TopoRiccio è fondamentale, no?

La Brioche col Tuppo e un Bimbo che porge le manine


Ci sono ancora lavori in corso (qui sul sito eh. QUI SUL SITO! Che di casa neanche ne parlo più perché non voglio lasciare tracce quando ucciderò tutti. Dovranno mandare al telegiornale solo bei pezzi su di me. Devo crearmi già un profilo psicologico stabile di una brava ragazza che faceva brioche e sorrideva a tutti. Come vado?). Purtroppo ho davvero pochissimo tempo per essere un umano. Devo tenere ritmi da extraterrestre se voglio fingere di essere una donna felice che come passione e hobby disegna e lavora a progetti creativi. Ci sono tantissime novità per quanto riguarda il nuovo spazio. E’ in continuo divenire;  se finora ho fatto tutto da sola (e si vede) da settembre qui ci metteranno le manine persone esperte quindi: divertiamoci finché possiamo e facciamo sballare tutto il template, olè! Che poi già lo avete fatto ovunque dandomi consigli sul font, la grandezza dei caratteri titoli-post-colonne, ma qualora vi venisse in mente un disservizio, una miglioria, un consiglio: parlate vi prego! Mi fate solo un regalo. Le critiche innanzitutto. Ho pensato che sull’onda del cambiamento la Ricetta verrà enunciata come prima cosa. A seguire il delirio. Questo permetterà all’impavido utente che vuole realmente provare una delle mie ricette (per mie intendo: inventatedisanapianta o scopiazzatediquaedilaconqualchecambiamento) di non doversi completamente sorbire il mio delirio. Da oggi in avanti in pratica ingredienti-enunciazione ricetta-vaneggiamento. Only the brave!

Quindi perché non ho cominciato dicendo che bisogna lasciare intiepidire il latte ma con un delirio? Uhm. Vero! Mi distraggo facilmente come sempre. La prima volta non vale, suvvia. Però una cosa è certa. Chi non legge tutta la vergognosa allucinazione grammaticale non  verrà mai a conoscenza di cosa sia il Tuppo parappapero (cosa sto scrivendo?). Insomma. Via!

La Ricetta (leggi: la prima volta) della Brioche col Tuppo consigliatami dalla bellissima Rosy

Serve l’impastatrice altrimenti tanto coraggio e bicipiti. Potrebbe servire anche il Bimby ma poi chi non lo ha fa storie credendo che io faccia parte della setta degli invasati Vorwerk (e non è così). Sai che facciamo? Facciamo versione Impastatrice- Mano e Bimby. Voglio proprio esagerare. Per la Brioche col Tuppo questo e altro (no. E basta che tra un’ora devo trasformarmi nella figlia di Turi Guardo e quindi mantenere un minimo senso di decoro. Essere seria. E professionale. Questa tripla vita con dodici personalità mi distrugge).

500 grammi di farina Manitoba
75 grammi di zucchero semolato
75 grammi burro fuso
2 uova (gialle)
25 grammi lievito di birra
175 grammi latte intero
10 grammi sale fino
10 grammi miele d’acacia ma di zagara sarebbe meglio perché deve sapere d’agrume, santatrinacria!
la scorza grattugiata di un limone biologico con buccia non trattata

Riscalda in un pentolino il latte a fuoco dolcissimo e senza che raggiunga l’ebollizione togli dal fuoco. Metti il cubotto di lievito di birra e il miele. Gira per bene fin quando sia il miele che il lievito si sono completamente sciolti.

(se sei della Setta del Bimby) Versa nel boccale il latte, il lievito e il miele e fai andare a 37 gradi per un minuto a velocità 3.

Su un piano pulito fai una montagna di farina e ricava un incavo. Versaci dentro il latte con il lievito e il miele. Sbatti le uova in una ciotolina con la scorza di limone grattugiata e il sale e unisci questo composto al tuo impasto che devi lavorare pian piano aiutandoti con le mani infarinate perché risulterà piuttosto appiccicaticcio.

(se hai l’impastatrice la vita ti sorride) Versa gli ingredienti nel contenitore nel seguente modo: farina, uova precedentemente sbattute con scorza di limone e sale e poi il latte con il lievito e il miele. Lascia lavorare l’impastatrice per almeno venti minuti a velocità dolcissima e ridotta.

(se hai il Bimby) Dopo aver riscaldato il latte con il miele e il lievito aggiungi le uova precedentemente sbattute con la scorza e il sale e poi la farina e tutto il resto degli ingredienti. Lavora con modalità spiga per 15 minuti.

Per dovere di cronaca devo dire che ho provato con impastatrice e con Bimby (pressocché la stessa cosa, suvvia. Ma l’impasto ottenuto con la prima mi è piaciuto molto di più). A mano è pura utopia. Qualora dovessi provarla, impavida anima, fammelo sapere!

L’impasto è bello che appiccicaticcio e deve essere comunque raccolto con una spatola. La scelta della lievitazione è soggettiva, diciamo così. L’originale prevedeva una lievitazione di due ore in ciotola di vetro coperta da pellicola per poi sgonfiarlo con la spatola e lasciarlo riposare giusto un altro po’ prima della formazione delle brioche. Io ho deciso (sotto consiglio di un pasticciere su Youtube) di lasciarlo riposare per una notte intera in frigorifero, sempre in ciotola di vetro coperta. In pratica ho impastato al tramonto di sabato sera e all’alba di domenica mattina ho cominciato a formare le brioche e infornarle (ma scommetto che voi il sabato sera e la domenica mattina avete cose più interessanti da fare. Sono sempre una donna anziana, io).

Che si abbia l’impastatrice o il Bimby o un oggetto spaziale, a questo punto della storia siete solo voi contro la brioche col tuppo *musiche di un western a caso. Deserto. Cappello. Desolazione. Bar aperto alla vostra sinistra (o destra, vabbè).

Piano infarinato. Mani infarinate. Impasto appiccicoso ma governabile (o almeno spero). La proporzione brioche-tuppo non è soggettiva *colpo sulla scrivania e agitata di capelli. Possiamo stabilire un 80 grammi per la brioche e 15 grammi per il tuppo. Si può essere tolleranti se il tuppo arriva a 20 e quindi con una proporzione uno a quattro ma non di più non di meno, ok? (altrimenti sparo!)

Si sistemano le brioche su carta da forno. Con l’aiuto dell’indice si crea una sorta di fossetta dove adagiare il tuppo. C’è chi lo attacca spennellando leggermente l’incavo con latte (poco) e uova (una è più che sufficiente, meglio senza albume) e c’è chi sfida la sorte poggiandocelo con la filosofia “o la va o la spacca”. Ho scelto di spennellare, lo confesso, ed è andata benissimo anche se il tuppo si è leggermente amalgamato alla brioche in cottura ma santotuppo era la mia prima volta. Sono perdonata, nevvero?

Una volta adagiato il tuppo vai a 180 per 20-25 minuti. Non appena saranno leggermente scurite via dal forno e iiiiiiiiiiiiiiiiiimmmmediatamente inzuppate nella granita che le mani vi devono proprio scottare (ok dai, trenta secondi si possono aspettare). Anche per la cottura ho adoperato due metodi perché l’esaurimento ha sempre un suo meraviglioso perché.

La prima a 180 mentre la seconda (le foto della Brioche con la seconda infornata sono quelle bruciacchiate a fondo post) a 200 cottura pane per 15 minuti e poi 180 ventilato per altri 15. Se vi state chiedendo il perché la risposta è: il Nippotorinese ha voluto dare un suo contributo stabilendo secondo basi a me sconosciute che fosse meglio così. In realtà (COME SEMPRE) avevo ragione io e quindi consiglierei senza ombra di dubbio alcuno quella a 180.

Oh. Ce l’ho fatta. Sono stata sintetica? (ironia, sì)

(ora dopo tutto questo regge ancora la mia teoria che scrivendo prima la ricetta si evita il delirio? Non credo ma annuiamo e mentite)

Essendo catanese potrei/dovrei scrivere nel titolo “Le Brioche col Tuppo Catanesi”, ma volutamente imparziale e cauta ho omesso questa appartenenza, oggettivamente sacrosanta, al fine di non dover incorrere poi in spiacevoli incidenti diplomatici riguardanti le infinite e varie  maternità dolciarie che la Trinacria offre. Esistono difatti ormai le delizie appartenenti “alla regione” e altre strettamente correlate a una singola città. Le brioche, come la cassata e il cannolo, sembrano ormai appartenere per intero alla Magna Grecia; è pur vero però (ok la Catanese che è in me spinge prepotentemente le dita) che a Catania NON si può prendere la granita senza brioche. E’ proprio vietato dalla legge. I vegani? La ordinano e la portano a casa a un componente della famiglia, per dire, oppure la idolatrano in preghiera per alcune ore cedendola poi al primo passante ma:

NON VI E’ GRANITA SENZA BRIOCHE.

E solo un Catanese inside può arrabbiarsi. Se prima il Nippotorinese non capiva la profondità e l’essenza di questo inscindibile connubio andando contro corrente e dicendo “no per me niente brioche”, adesso dopo un decennio rimane letteralmente indignato se gli pongo il quesito “vuoi la brioche?”. La risposta è sempre la stessa “ovvio che voglio la brioche altrimenti non vorrei la granita”. Insomma contaminazione regionale uno a zero per Iaia. Già due anni fa mi ero leggermente stupita del fatto che pure a Torino, non soltanto in “granitari e gelatai” d’eccezione (il Siculo uno su tutti) avessero la Brioche (per dire pure Grom). Un’usanza, quella di metterci dentro il gelato (a Catania da sempre ma anche a Palermo e nell’entroterra per non parlare di Siracusa stessa) o pucciarla nella granita, ormai diffusissima in quello che i vecchi siculi continuano a chiamare “continente” (una a caso? la mia nonnina che pur essendo calabra e per logica proveniente dal continente fa ugualmente emergere la sua siculinità cinquantennale).

La brioche preconfezionata è come il Cannolo già riempito in vetrina. Non si può vedere, ma l’entusiasmo che ho potuto registrare, confesso, è stato a livelli altissimi. Chi non ha passato un’estate in Sicilia divertendosi tra tuffi, cannoli, fritture e brioche col tuppo inzuppate in chilate di granita? La verità è che avendo (fortunatamente) a che fare con moltttttttttttttttttttisssimi amici che siciliani non sono (registro per altro un elevatissimo tasso nordico) riesco a confrontarmi mooooooooooooltttttttttttttttisssimo in quel simpatico scontro, che tanto piace agli ignoranti, Nord VS Sud e viceversa. Rimane nel cuore, la mia terra. Ti fa proprio arrabbiare se ci vivi e lì giù di matto per chi non riesce a tenere i ritmi siculi che appartengono proprio al DNA. Ma se è per un breve periodo. Se non ci devi vivere ventiquattro ore su ventiquattro facendo a botte con alcuni sistemi ahimé radicati e mai risolti (come in tutte le regioni sì, ma innegabilmente più nelle isole. Posso permettermi di aggiungere pure la mia amata Sardegna?), il mio triangolo di magia in mezzo al Mediterraneo ti perfora proprio il cuore, le papille e le pupille.


Ti scoppia proprio dentro come la lava e ti annaffia di onde come l’isola di Capopassero.

La Brioche col tuppo è proprio un’istituzione. Sia su Facebook che su Twitter vi è stata proprio un’esplosione, manco fosse una mousse al Cioccolato (perché si sa che se “si vuole vincere facile” bisogna sempre e solo puntare al cioccolato. Un po’ la storia della Nutella, no?): desideratissima. Io e la Socia Torinese Piola senza saperlo all’improvviso ci fissiamo sul fatto di preparare la Brioche col tuppo. Lei procura una ricetta online e io tra le mie amicizie (questo inverno riprendiamo la Rubrica delle Socie, eh. Vi ricordate? Quanto erano i belli i tempi del polpettone vegetariano e delle caramelle Mou?). Il Nippotorinese sommerso dal lavoro riceve aggiornamenti sia dalla Socia che da me (in teoria mi dovrebbe vedere quelle due ore e mezza al giorno – esclusi i momenti in cui ci incrociamo per lavoro), pensando che siamo in combutta per questa ennesima prova culinaria; quando viene a scoprire (insieme a noi) che nessuna delle due ha parlato di brioche col tuppo vicendevolmente rimane esterrefatto. Le socie anche quando non comunicano verbalmente lo fanno attraverso canali culinari silenziosi e magici.


E sempre senza saperlo la moglie di Alessandro, la bellissima Rosy, si cimenta, precedendomi proprio di qualche giorno, per la prima volta nella realizzazione della Brioche. Insomma Sicule impazzite e Torinesi pure all’improvviso. Al Solstizio d’Estate come un richiamo. Coincidenze? No. E’ proprio il richiamo della Brioche col tuppo, c’è poco da fare. Si è aperta la stagione ufficiale. Mi sono ripromessa di farne una versione vegana ma ultimamente mi riprometto troppe cose che non riesco a portare a termine, quindi eviterei di illudermi ulteriormente. Impasto il sabato. Al tramonto sotto l’Etna rosa e un cielo bellissimo. Mamma legge di Valeria Marini che sta con un ex corteggiatore di Uomini e Donne, e sono cose. Il Nippo si aggira sul terrazzo in cerca di misure per la casetta di Koi (uhm sì lo so. Sto facendo un po’ la misteriosa a riguardo. In realtà è solo mancanza di tempo). Io impasto nella speranza di non fare una brutta figura colossale. Decido di far lievitare l’impasto tutta la notte nonostante la ricetta (passatami da Rosy. In questi giorni proverò quella di Piola e quella che ho estorto a un pasticciere perché sono una brava persona diplomatica appunto) non lo prevedesse. Solo che io faccio sempre un salto su Youtube prima di fare una ricetta, ultimamente. Trovo filmati di pasticcieri professionisti che spiegano durante interviste, pezzi di programmi televisivi e gente competente in mezzo a tutti i link dove escono scemunite incompetenti che fanno ricette a caso (e sto parlando chiaramente SOLO DI ME).

Ma cosa significa tuppo? No perché io me lo chiedo sempre se il significato reale del tuppetto sia conosciuto ai più (intendo forestieri, eh. Che il siculo vero lo sa *parte la colonna sonora del Padrino parte terza). Chignon. Il Tuppo è lo Chignon. Non è poetico, retrò e charmant? E non perché rimanda a qualcosa dal gusto francese considerando che si chiama pure Brioche. In realtà in sicilia non è Brioche ma:

BRIOSCIA. Che non siano noi a siculinizzare roba francese ma l’esatto contrario (tiè!). La Brioscia col tuppo è una Brioche con lo Chignon. La mia nonnina, Grazia, aveva dei capelli lunghissimi e portava sempre il tuppo. Non aveva la ciambella di H&M a due euro e due forcine ma tanta abilità. Veniva fuori un tuppo perfetto. Sferico. Perfetto. Senza un capello fuori posto. Il Tuppo non è altro che questo. La brioscia è elegante, composta e retrò. Ricorda che la granita, quella fatta di ghiaccio e limone fresco, si mangiava con il pane caldo.

Vorrei chiudere questo post raccontandovi una storia; nonostante lo abbia già fatto da qualche parte qui. Più e più volte, ma fa parte del mio cuore. Della mia anima e della mia essenza.

Papà, quando era piccolo (e povero), nelle occasioni proprio di festa aveva un soldino per prendersi la granita. Passava un signore con un carretto. Tanto ghiaccio e limone fresco spremuto. Non c’erano allora bicchieri di plastica, naturalmente. Le persone venivano giù per le strade con il proprio bicchiere e se lo facevano riempire di granita. Poi lo mangiavano per strada o a casa con il pane. Papà non aveva il bicchiere quel giorno ma il soldino sì.

Ha unito le mani e gli ha detto “La metta qui”. “Ma è fredda!”. “Me la metta qui”. E l’ha mangiata con la bocca, frettolosamente e con le manine ghiacciate. Papà ha sempre detto che non c’è stata miglior granita di quella. Che ne ricordava ancora il sapore, la sensazione e stranamente il calore. Mi rendo conto che la mia vita è destinata a un continuo ricordo, tormento e sorriso. Perché qualsiasi cosa mi ricorda lui. Qualsiasi cosa mi fa venire in mente cosa avrebbe detto. Come avrebbe fatto. Come reagirebbe. Come.

E poi questa immagine della Brioche con il tuppo. Di una base solida, coraggiosa e imponente che tiene su un piccolo e instabile tuppo; che altro non è che una piccola brioche uguale. Figlia. Sta su. Ancorata. Attaccata. Senza voglia di essere staccata. E pucciata nel freddo gelida senza.

La sua base.

E nonostante sia giusto anche tuffarsi coraggiosamente da soli passando da un caldo rassicurante a un freddo insopportabile. Nonostante sia lacerante, angosciante e ci sia il buio più inimmaginabilmente buio. Rimane un sorriso di te, amore mio.

Sempre e solo un sorriso e tanto orgoglio. Di essere il tuppo di un bimbo coraggioso che ricorda le privazioni come momenti più belli e non il lusso di bicchieri e cucchiaini. E stanotte che saranno sei settimane io sfornerò altri tuppi per te, papà. E granite al limone. Tante granite al limone.

(post scritto giovedì 26 Giugno 2014)