Moules Frites



 

Questo piatto il Nippotorinese lo conosceva eccome, al contrario di me. E certo. Mentre io ero a Favignana, Portopalo, Lipari, Pantelleria e Linosa a ustionarmi con sessanta gradi all’ombra con papà, mamma e i nostri amici di sempre, lui era bello fresco in calzoncini tra i Castelli della Loira, i prati svizzeri, a mangiare currywurst e in colonia a Londra. Due infanzie diametralmente opposte. Le cozze di Messina, quelle nere e saporite, a me piacevano e molto. Non quanto alla mamma che ne mangerebbe qualcosa come sessanta chili a pasto, ma non disdegnavo affatto i frutti di mare, anzi. Le ostriche, i fasolari e le cozze (le vongole no, ecco) insieme ai cannolicchi erano i miei preferiti (ma rimango fedele al mio ricordo più ancestrale e continuo ad asserire con fermezza che semmai dovessi rimangiare il pesce in un’altra vita sarebbe sempre e solo baccalà. Ma le ostriche. Uhquantomipiacevano *sospiro).

Insomma per dire che mi imbatto in una lettura. Si parla di un mercatino delle pulci famoso in tutta Europa che si tiene il primo week end di Settembre (quindi proprio in queste ore) e la mente va a quello visitato con papà e mamma tanti anni fa. Papà mi comprò tantissimi francobolli. Quanto ero felice. L’indomani sarei andata a Eurodisney. Mi chiedo spesso se potrò essere mai più nella vita felice come allora. In questo viaggio-diario-memoria che è ormai il blog mi sono detta che volevo assolutamente fare un piatto dedicato alla Francia per diverse ragioni ma le principali e le più importanti sono proprio quissù (quissù si adopera sempre troppo poco ed è una parola deliziosa). Nel ricordo del piccolo Nippo tra i prati e il sorriso di papà in quel mercatino di Parigi.

Le Moules Frites pare siano un piatto tipico in realtà del Belgio ma largamente diffuso nel Nord della Francia. Moltissimi ne sono ghiotti in quanto è semplice ma gustoso. Viene servito in moltissimi ristoranti, dal più economico a quello più lussuoso e soprattutto nelle friteries come vero e proprio cibo d’asporto, quindi rientra senza alcun dubbio nello Street Food Mondiale più rinomato. Le patatine fritte fatte in casa (io ho adoperato le patate che mi ha portato Nonna dalla Sagra delle Patate tenutasi in provincia di Cosenza, che richiama visitatori da gran parte della Calabria del sud in quanto manifestazione importante) in connubio con quella che noi chiamiamo in Italia impepata di cozze diventano irresistibili per turisti e non. Facendo un giro sul web ho visto che ci sono parecchi entusiasti tra forum e blog soprattutto stranieri. Le patatine sono aromatizzate semplicemente con sale e pepe e il brodino delle cozze è semplice vino bianco secco e aglio, ma come base al posto dell’olio c’è l’onnipresente burro, va detto. Ci sono variazioni con il sidro e lo zafferano e c’è chi si avventura pure con pezzetti di formaggio Roquefort, ma le vere Moules Frites sono così: semplici, gustose e di facile preparazione.

La città di Lille si è “prepotentemente” (voci di corridoio, che nessun abitante di Lille ce l’abbia con me, uff) appropriata del piatto e ne ha fatto proprio simbolo della grande Fiera-Mercatino di Settembre di cui blateravo quissù (volevo dirlo di nuovo, scusate). Mini ricerche non mi hanno portato a nulla, a essere onesta. Nel dubbio credo che ci sia una storia dietro e che la città di Lille abbia tutti i diritti di sventolarlo come piatto tradizionale del luogo (un po’ di ottimismo e fiducia verso il prossimo!). Considerato che il Nippotorinese vuole portarmici, prometto di indossare le vesti di Sherlock Holmes e indagare su queste famigerate Moules Frites.

Insomma per preparare queste Moules Frites occorrono pochi ingredienti ma buoni:

1 chilo di cozze, 2 spicchi d’aglio, burro, vino bianco secco, prezzemolo (o dragoncello o quello che preferite), patate.

Sulle patate poco da dire. Listarelle e via di frittura.

Pure sulle cozze non è che ci sia un granché da dire ma. Fai imbiondire l’aglio nel burro (c’è chi usa la cipolla e fa addirittura una sorta di battuto adoperando il sedano ma la carota no) e aggiungi le cozze ancora chiuse. Lasciale cuocere giusto il tempo che iniziano di aprirsi e aggiungi due o tre bicchieri di vino sfumando prima un po’ e lasciando andare la cottura. Quando saranno completamente aperte spegni e versa su il prezzemolo (pepe nero o spezie che preferisci). Il brodino delle cozze non va buttato! Non sia mai! Se proprio vogliamo dirla tutta è proprio lì il buono e qualche italiano ci potrà pure andare di scarpetta (che tutti i Francesi mi perdonino per questo!).

La differenza con l’impepata manco a dirlo risiede proprio nello scontro titanico olio vs burro.

 

Madeleines e Porte blindate


Sul libro ci sono le Madeleine (delirio di onnipotenza e dico “sul libro”. Senza specificare. Come se ci fosse solo quello eh. Il mio. Reggetemi il gioco che è una mattina MOLTO difficile).

Qui ce ne sono talmente tante che fa un po’ paura. E poi ci sono anche i Financiers al cioccolato, che indiscutibilmente sono parenti loro. E pure stretti. Per dire che le Madeleines la notte di Natale scartano i regali con i cugini Financiers (sperando non siano finanzieri e non pretendano lo scontrino per il cambio del pensierino non gradito).

(cosa sto dicendo? E perché adesso immagino Financiers al cioccolato vestiti da Finanzieri che litigano alla tombola mentre Nonna Madeleine butta giù un altro po’ di vino. Posso continuare o no?)

(Ho sentito distintamente un secco NO)

Nel 2010 vi chiedevo quale fosse la vostra Madeleine e di molti non la so ancora (evito di dire che sono passati quattro anni e sembrano quattro secondi, ok?). E allora qualora vi andasse io sarei qui ad ascoltare. Negli anni ho trasformato Madeleine in tortini infilando fiori di lavanda (qui eh) e fatto diversi magheggi. Con la teglia di silicone (meglio però una classica, suvvia. Sono una fan del silicone ma in determinate circostanze come ho ribadito fino alla nausea) vengono sempre un po’ meno intriganti e affascinanti. Sembra quasi che la Venere contenuta all’interno di questa conchiglia non fuoriesca. Nè la Botticelliana. Nè altre.

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Nuvole di Meringa Rosa



Metto da parte la lana per dar spazio al cotone definitivamente. Un po’ in ritardo? uhm no. E’ che continuo a trovare nel mio archivio fotografico foto e ricette mai pubblicate. Erano dei veri e proprio macaron ma di meringa francese soltanto senza crepatura e macaronage. Le ho scovate proprio ripescando quelle appena pubblicate di Maurizio Santin, quindi in questi sabato dove tutto è un po’ come questo rosa rilassante e fluttuante di sogni e riposo, lascio immagini e pochissime parole augurandovene uno esattamente così. 

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20 Marzo ? Giornata dei Macaron. Egggggià.


Si è parlato di Macaron un bel po’ qui. Ed è sorprendente considerato il fatto che io non li mangio e il Nippotorinese li detesta quanto i calamari ( eh già. Il punto debole culinario del saccente intellettuale pelato di sinistra sono proprio i simpatici celenterati).

Abbiamo cercato di convincere la Sacra Cognata da Torino Piola con scarsi risultati e non in ultimo la mia mamma che ha sentenziato ” mangiateli tu questi cosi sbriciolosi nauseabondi che io mi mangio tre chili di crispelle dir riso con il miele, tiè” e il mio papà che con sguardo interrogativo (perché mai rifiuta dolcetti) ha esordito con  ” e vabbè in assenza di altro” per proseguire poi ” ma li posso intingere in una tazza di cioccolato caldo che così non sanno di niente?”.

E vabbè.

Però nel macaron c’è qualcosa che in maniera perversa mi attrae come una calamita. L’estetica. Quella maledetta e fastidiosissima estetica che mi conquista.  Nessuno è riuscito sinora (dal punto di vista visivo quindi perché quello conta per me)  ad equiparare Pascal Caffet a Torino. Con le gradazioni lavanda e glicine. Spaventosamente perfetti. Come in una gioielleria tutti  maniacalmente allineati. Un miraggio di beltà. Per non parlare delle praline multigusto e della selezione e signorilità con la quale vengono presentati i vari prodotti e scatolette. Potrei morire lì, insomma. Felice e senza rimpianti ( ma prima di perire infilatemi tutta la vetrina di praline in bocca, grazie).

Delusissima al contrario  in quel di Marsiglia da Meresse che in teoria doveva sconvolgere. Non vi era il cosino riccio perfetto e gonfio come sotto la Mole Antonelliana bensì la commessa che al mio ” posso fare una foto? “ ha creduto che volessi farmela con lei. Volevo i macaron, io. E ho una foto con la commessa dei macaron che mi abbraccia. A Marsiglia.  A volte ho paura. A VOLTE HO PAURA.

Insomma si attende di andare a Paris, patria indiscussa del macaron, per poter rimanere allibiti e farci due collanine con questi sbriciolosi biscottini. Sarà pure che a nessuno qui piacciano ma sta di fatto che in un modo o nell’altro riesco a rifilarli senza difficoltà. Certo è che quelli al cioccolato sono di facile smercio mentre ho difficoltà quando mi lancio in elaborazioni tipo litchi, zenzero e canditi e roba eccessivamente speziata. Solo che poi arriva il mio amato fruttivendolo con la pitaya e come posso io non infilarlo nella ganache del macaron o nella gelatina? uff. E mica è sempre colpa mia! Vengo pure istigata.

Un tempo per inspiegabili motivi (confesso di stare sondando e che attualmente in casa vi è una vera e propria indagine con tanti piccoli nani molecolari capaci di un fiuto strabiliante. Cosa sto dicendo?) non avevo problemi durante la realizzazione dei macaron.  Ero stata istruita da Einstein ( ricordate la lezione ? No perché santo cielo la lezione di Einstein sui Macaron fatta l’anno scorso chi se l’è persa ha davvero una carenza preoccupante dal punto di vista culinario ) sul cosino liscio liscio  e sul cosino riccio riccio. Seguendo le giuste proporzioni e la difficilissima tecnica della macaronità (altro che neutrini e gallerie che non stiamo mica qui a fare maccheroni con la salsa noi!) avevo raggiunto un livello che mi permetteva di pavoneggiarmi con le mie meringhette e imbottiture fastidiosamente inutili al palato ma accattivanti e ricercate.

Poi il crollo. Patapumpete.

Alla ricerca di nuove ricette per testare altre dosi, consigli e temperature. Mi  sono ritrovata con il grembiule sporco e i macaron esplosi davanti agli occhi a  sentenziare come una vecchia zitella acida ” chi lascia la vecchia per la nuova non sa cosa si trova”- ” chi lascia la vecchia per la nuova sa cosa trova . Non sa cosa”. ” Gallina vecchia fa buon brodo?”

Vabbè non sono mai stata brava con i proverbi ma il significato perlomeno credo di averlo capito (non ne sono sicura ma fingo benissimo). Sinora la ricetta (l’unica) che ha sortito i suoi frutti è stata solo ed esclusivamente la prima ( non a caso c’è di mezzo uno scienziato specializzato in messa in piega alternativa e dolcetti che vengon su dopo processi ai limiti del chimico).

Che tutti i nani da giardino pasticceri mi perdonino ma ho fallito pure con quella di Montersino. Luca, che il cielo voglia tu mi perdoni!

Le diverse elaborazioni che ho testato non solo non sono riuscite ma mi hanno demoralizzato a tal punto che credevo fossi io il problema ( dubbio comunque confermato a dirla tutta). E’ stato agghiacciante riuscire a fare i macaron con i pois. Vederli lì perfetti. Color glicine con i pois rosa e azzurri con i pois bianchi. E  BBOOOOOMMMMMMMMMMMMMMMMMMMMMMMMM: Flosci, scoppiati e appiccicosicci. E pensare che avevo fatto anche un meraviglioso video che mi vedeva tutta esaltata e poi buttata in un angolino della cucina a piangere. Fortissimamente piangere.

In quel caso però ho adoperato la malefica teglia in silicone per macaron che al momento stanno spacciando come novità assoluta ed entusiasmante. Sì, è vero. Perfetta perché avendo una scalanatura ti da la concezione esatta della circonferenza. Non vi è bisogno quindi della  sac à poche o di chissà quale pazienza. Arrivi tipo carrarmato con “delicatezza zero”  e con un cucchiaio butti lì e la forma del macaron è perfettamente equilibrata ed esattamente uguale alle altre. Mica male al momento dell’imbottitura quando tutto sarà vergognosamente paralllelo, no?

Solo che durante la preparazione dei Macaron i grandi chef francesi non ti raccomandano altro che prestare attenzione alla temperatura. A non infornarli tutti insieme per non provocare shock termici . A sbattere la teglia. A fare la giravolta, saltare come una scimmia e seguire particolari ridi Vodoo  e insomma. Santocielo. No. Anche con la ricetta riuscitissima e collaudatissima con la quale ho sempre avuto ottimi risultati usando la teglia in silicone per macaron  è venuta fuori una schifezza colossale. Adesso capiterà qui il produttore della teglia in silicone per macaron e mi darà tante di quelle mazzate che mi farà gonfiare come una meringhetta francese e poi mi imbottirà ma.

Sicuramente è un mio limite ( e c’è poca ironia eh. Perché in uno dei libri più famosi sui Macaron si consiglia proprio la suddetta teglia, ergo sbaglio io ahimè) e ho un qualche sconosciuto problema con la siffatta meravigliosa creatura siliconesca. Perché oh l’idea era strepitosa ma sinora mi manca l’applicazione pratica. Ritenterò.

Ma perché blatero sui Macaron ? Non vi è un perché ma devo trovare un aggancio, uff.

Colpo di scena: oggi è  il 20 Marzo è  la giornata Mondiale dei Macaron. equuuuativolevo!

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Giuggiole crescono e puntini si uniscono


E poi dicono che non mi fermo mai. Ieri ad esempio per dodici minuti sono stata così. Da troppo tempo il mio facciotto pallido non compariva e così giusto per rovinare il week end allego diapositiva. Sorridente e ilare come sempre, abbigliata con colori vivaci e allegri sprigiono letizia da ogni poro e tassello di mosaico. Perchè non è il bianco e nero della foto. E’ proprio bianco e nero. E’ divertente notare come tutti credano che io, viste le mie passioni, mi abbigli in maniera stravagante e coloratissima e infonda giovalità. Più volte sono rimasta atterrita dall’immagine che si ha di me. Saltellante, colorata, divertente e anche un po’ kawaii tipo le bambolotte gotiche in quel di Tokyo. Lo shock visivo di vedermi pallida e di nero abbigliata deve essere un duro colpo, mi sa.

Qui Max, Giuli e Vale, possono pure testimoniare che sono un tantinello antipatica e sorrido poco.

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Marsiglia – Cité Phocéenne e un’ondata di luoghi comuni


 “Masalìa“, Mas – Alys, potrebbe semplicemente significare “città sul mare”, “porto”.  “Massalìa” (con due s) da mas “casa” e salya “salii”, patria dei Salii, popolazione ligure abitante nei paraggi. Oppure Città di cioccolato (Mars) scoperta da Iglia (La coniglia).

Pur essendo la terza l’ipotesi più accredita (oh non ce la faccio ad esser seria, vabbè) c’è da dire che fatica proprio non si fa ad immaginarla semplicemente come città sul mare perchè questo è. Regina del Mediterraneo ha una cala naturale capace di sedurre anniannifa i navigatori focesi che ne fecero uno dei più grandi porti.

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9 Maggio? Festa dell’Europa


 

Il 9 maggio 1950 Robert Schuman presentava la proposta di creare un’Europa organizzata, indispensabile al mantenimento di relazioni pacifiche fra gli Stati che la componevano. La proposta, nota come “dichiarazione Schuman”, è considerata l’atto di nascita dell’Unione Europea.

E’ o non è meraviglioso tutto questo?! Eh? E’ o non è talmente bello che ti vien voglia di pulire otto chili di fagiolini e pelare allegramente centoventotto chili di patate?! Non è talmente entusiasmante che vorresti pulire in ginocchio tutti gli interstizi delle piastrelle della cucina e lucidare con la carta da giornale tutti e dico tutti i vetri di casa? No dico è la festa dell’Europaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa!!!!!!!!!!!!!!!

Bene. Questo potrebbe lasciar intendere che io sia particolarmente patrieuroptica. Patriottica-europea si conia in patrieuroptica, sì. Il ragionamento non fa una grinza e la grinza evoca anche un po’ quelle epidermiche dei dinosauri; perchè c’è qualcosa di dinosauresco in patrierupotica o sbaglio?! (basta dirmi di sì e la smetto).

Non è questo il punto nonostante mi chieda perchè  continuamente debba blaterare sempre su assurdità per poi proferire che no. Non è questo il punto. Continuo impavida senza preoccuparmi.

Essendo la festa dell’Europa che diciamocelo importa praticamente a nessuno, considerato che ci detestiamo allegramente un po’ tutti, io guardo al mio mero interesse. Che sta per:  posso sbolognare una serie di ricette accumulate fingendo che le abbia preparate per l’occasione. No no no. Potrei addirittura dire che ho trascorso notti insonni per organizzare questo fantomatico *tadan/tuppete* Menù europeo ! 

Insomma il mio hardisk si sta liberando di  tetragigamegaplurimiliardigigabyte grazie a questa formula Menù che tedierà l’universo conosciuto ( e non) per settimane. settimane. e settimane. e non è vero. Calma.

Essendo io un personaggio sinistro, subdolo ed egoista, a me importa di far fuori sette ricette che ho in archivio da tempo immemorabile; alcune delle quali provate per il mio progettino libroso. Guarda caso scartabellando allegramente mi sono ritrovata in un sol colpo: Grecia, Spagna, Francia, Belgio, Inghilterra, Germania e vabbè manco a dirlo Italia. Volevo infilar dentro anche il Giappone e Malesia, avendone una quantità vergognosa, ma sarebbe stato un gioco troppo subdolo anche per me (mi piace usare subdolo. E’ un sub di nome Dolo che ha paura di indossare le pinne e la muta*segna sul taccuino).

Le mie proposte per il menù europeo sono semplici e veloci ma soprattutto di facile realizzazione con ingredienti che si reperiscono senza alcuna difficoltà. La comunione di sapori europei, seppur differenti, trova comunque manco a dirlo denominatori comuni. Si parla di differenze geografiche irrisorie se paragonate al fusion estremo con il medioriente e l’oriente stesso, ma non facendo parte della nostra tradizione rimangono comunque da provare. Ultimamente, oltre al classico orientale, qui in casa c’è una perversione per le tapas. Jamie Oliver con il suo libro mi ha definitivamente conquistato. Mi pento e mi dolgo di non avergli dato retta prima. Certo non possiede lo charme e l’attrattiva che ha Ducasse su di me, ma santapizzetta gli ho perdonato pure la camicia a scacchi azzurrina e verde quindi è amore eterno. Ho difficolta a perdonargli di lavarsi le mani nell’insalata con olio e aceto ma con la maturità dovrei essere più tollerante (risate registrate).

Per rappresentare la Grecia non potevo non proporre la Moussaka (a me ricorda anche moltissimo un film stupidissimo ma carino da impazzire: Il mio grasso grosso matrimonio greco. Quando ancora ero una persona felice e non fidanzata e un film “normale” mi era concesso, insomma). La moussaka l’ho vista per la prima volta nel quartiere latino di Parigi. Avevo dieci anni circa e papà dopo aver fatto fuori un kebab all’epoca pressochè sconosciuto ha esordito con “ho ancora fame”. Ci siamo così fermati in un ristorantino greco; passando davanti abbiamo visto che dei clienti, all’uscita dopo aver consumato, lanciavano festanti piatti per terra. Tradizione vuole infatti che all’uscita del ristorante si lanci un piatto, ci informano. Se non si rompe porta anche un tantinello sfortuna. E’ stato per questo suppongo che mamma poi, ha applicato una forza talmente enorme da spaccare tre mattonelle. No. Forse quattro. Sta di fatto che dopo il kebab papà e mamma hanno spazzolato qualcosa come tre pezzi di moussaka alta quanto la Torre Eiffel ed io sono rimasta inebetita a dire “manco morta”.

 

Alla parola agnello ero già passata alla voce “dolci”. Mi sono imbottita di un (leggi : un chilo) biscotto che ancora annovero tra le cose più buone mai mangiate e ho atteso che arrivasse il mio turno: rompere il piatto per terra. Chiaramente mamma ha dovuto illustrarmi durante la cena i pericoli che “un piatto spaccato per terra”  potesse procurare. Tipo fuoriuscita della pupilla dal cavo oculare o che ne so faccia sfregiata a vita, sangue che scorre lungo la Senna e altre cose leggerine così. In realtà poi: Nessun ferito e via. La Moussaka a me ricorda questo. Quando l’ho proposta diverso tempo fa ai due matti..ahem ..a Mamma e Papà, è stato carino sentirsi dire “oh! ma dobbiamo spaccare un piatto però!” . E così è stato. Il fatto che io abbia fatto tirare un piatto di plastica sul terrazzo la dice lunga. Ma sono sicura che valga lo stesso. Fosse solo perchè ho ritagliato a pezzettini minuscoli la plastica non appena ha toccato il suolo (sono un tipo organizzato. Non si sostenga mai il contrario).

L’ho fatto veramente. E’ bizzarro sentirsi dire ” ma quante te ne inventi?!” . E chi se le inventa, santamoussaka!?

 

Per rappresentare la Spagna ho scelto un Gazpacho velocissimo e Fresco (jamie Oliver version manco a dirlo) . A me il Gazpacho ricorda Barcellona. Un ristorantino dove si bevevano questi bicchierini carinissimi insieme alle tapas. Assaggini di ogni genere, patatine al profumo di aceto e roba talmente buona che se ci penso vorrei tirare craniate sui muri. Il Gazpacho è leggermente pesantuccio per me, ahimè, nonostante lo ami profondamente (a quanto pare anche questo mi accomuna con Cri). La roba cucurbitaciosa (?) ha su di me un effetto devastante. Dolori addominali e crampi che ti fan venir voglia di avere che ne so una sciatolombalgiacolpodellamagastrega per alleviare un po’ il tutto. Sta di fatto che il Gazpacho rimane un’idea veloce, light e fresca e di facile realizzazione. Come sta di fatto che nonostante anche il pomodoro mi dia dei problemi, a volte mi dico “al diavolo!” e sgargarozzo di brutto. Collasso felice e chi si è visto si è visto.

Per la Francia ho scelto un piatto preparato ormai qualche settimana fa. Capesante su un letto vellutato di asparagi. I miei genitori non le amano particolarmente se non grigliate e il Nippotorinese con i molluschi e i frutti di mare ha delle difficoltà evidenti (si è capito che sono tre povere vittime per caso?). E’ chiaro però che se a me piace fotografare le Capesante e raccogliere le conchigliette, loro sono costretti a mangiare capesante. Comando io; del resto bisogna sottostare alle mie rigide regole come è giusto che sia (cade proprio a fagiolo quest’esternazione di democrazia a rappresentazione dell’Italia nel contesto europeo o sbaglio?). Comprare poi i libri di Ducasse e venerarli nel silenzio delle notti primaverili ha fatto il resto. Perchè se c’è una cosa che mi fa oggettivamente male è leggere Ducasse. Me ne sono resa conto in un’improvvisa perdita di senno (ancor più del solito intendo) quando ho detto serafica ” forse semmai dovessi cucinare il coniglio (GIAMMAI) sceglierò quello con le ciliegie di Ducasse”.

Per il Belgio ho scelto (diciamolo. avevo questa insalata e non sapevo dove piazzarla) una semplicissima insalatina. L’idea è di Jamie Oliver (ma vvva!?) ed io l’ho rielaborata un pochetto. Non ho nessun ricordo legato al Belgio se non che piuttosto che mangiare l’indivia mi prendo a ceffoni fino a Natale 2098. Amo i cavoletti di Bruxelles però. Li amo così profondamente che riesco a sopportarne il cattivo odore. Mi ci tufferei dentro l’eau de parfum de cavoulett de bruxelles scottat con sal gross. Dovrei scegliere però un nome leggermente più incisivo.

Per L’inghilterra potevo forse non rifilarvi..ahem….pensare ad un curd? Un curd alla banana servito dentro un cestino di sfoglia. Ora io non so a che punto state voi con i curd ma qui vanno via che sono una meraviglia. Sono diventati dei veri e propri must e quando una mia conoscenza mi ha chiesto “mi fai un curd per il mio compleanno?” ho capito due cose fondamentali: 1 ) con questa storia dei regalini golosi non dovrò più scervellarmi per fare dei pensierini 2) con questa storia dei regalini golosi non dovrò più scervellarmi per fare dei pensierini. Sembrano le stesse e difatti lo sono. Il Curd alla banana poi, sul cornetto appena sfornato e caldo al mattino insieme ad uno smoothie leggero o un bicchierino di latte di soia è un’idea niente male. Per una colazione veloce ed energetica è in pole position.

Per la Germania ho scelto un semplicissimo Roastbeef che risiede in archivio da qualcosa come due lustri, accompagnato però da un chutney. Un chutney semplicissimo con mirtilli neri. Adoro le ricette tedesche. Avendo ben due zie tedesche più volte mi sono cimentata in realizzazioni teteschen. Patate e cavolo, in primis, come non ci fosse un domani ovunque. Checchesenedica la tradizione culinaria tedesca sarà a tratti bizzarra e pesante ma nasconde nei piatti chiave qualcosa che a me piace. E tanto. Sarà che sono una fan sfegatata dei crauti?

Per L’Italia ho scelto una semplicissima Polenta al Tartufo Bianco di Alba. Questo preziosissimo vasetto, dono del mio papetto per quel tizio calvo nippotorinese, risiede nella dispensa e viene venerato dall’intellettuale di casa (ahem non io eh. Lui. Ok ci ho provato, uff) che si è premurato di costruire altarino con luci e due momenti di preghiera ben distinti nell’arco della giornata. Per quanto mi riguarda dico solo che: fa una puzza che metà basta. Mi inimicherò i puristi del tartufo e i matti..ahem e gli intellettuali che lo venerano e pagano cifre vergognose.

Io ho solo una certezza: meglio una borsa e attendo conferma dalla mia amata Francy. E con questa perla di saggezza credo proprio di aver apportato il mio contributo di idiozia alla Comunità Europea. L’Italia del resto, essendo ben rappresentata, apporta questo contributo costantemente. Seguo insomma la nostra sorprendente linea politica.

E buona festa dell’Europa a tutti! (da quando svolgo questa indagine sulle feste nazionali e internazionali mi sono resa conto di una cosa: non esiste un giorno senza alcuna cacchio di ricorrenza. Abbiamo saltato la giornata della danza ad esempio. Manoncelapossofarenoncelapossofare. Devo trovare il giorno senza ricorrenza, festa e giornata. E quando la troverò : la festeggerò degnamente oziando come un bradipo in tangenziale sulla corsia di emergenza)

 

Grecia: La Ricetta della Moussaka la trovi cliccando qui>>>

Spagna: La Ricetta del Gazpacho semplicissimo la trovi cliccando qui>>>

Inghilterra: La Ricetta del Curd alla Banana la trovi cliccando qui>>>

Francia: La Ricetta delle Capesante scottate su Vellutata di Asparagi la trovi cliccando qui>>

Gerrania: La Ricetta del Roastbeef servito con un Chutney alla frutta la trovi cliccando qui>>

Italia: La Ricetta della Polenta con Tartufo bianco di Asti la trovi cliccando qui>>

Belgio: Insalata Indivia, Mela e Pera con crema di formaggio la trovi cliccando qui >>

Santo cielo. L’immagine del bradipo in tangenziale sulla corsia d’emergenza turberà le mie notti.