


La Cucina Psicola(va)bile di Iaia & Maghetta Streghetta
Una che Disegna, Scrive, Cucina e Fotografa ma non fa bene nessuna delle quattro cose



In questo frullato di ricordi, valigie di esperienze e flashback di momenti surreali stavo quasi perdendomi quel caffè a Palazzo Reale appena arrivati. Mi piace sempre tornare al Bar di Palazzo Reale, esattamente dopo essere stata a quello di Palazzo Madama lassù. Mi siedo sempre in quella poltrona a sinistra. Guardo le pastiglie leone per vedere se c’è un nuovo gusto. Prendo un caffè. E mi ricordo di quando ho messo l’action figure di Freddy Krueger quando c’era la mostra dei merletti. Quella mattina a Palazzo Reale dopo aver visto la Galleria Sabauda con i Ritratti del Re quasi per caso è capitato:
Henri Cartier-Bresson.
Uno degli innumerevoli e inconteggiabili motivi per cui amo visceralmente Torino. A Catania, non me ne voglia la mia terra di lava e polvere, posso aspirare sempre a qualcosa di meno. Non significa certamente che io la disprezzi. Si tratta di amori diversi, inconciliabili e diametralmente opposti e per questo motivo possono coesistere in armonia perfetta. Proprio come me e il Nippotorinese.

Alle mostre, musei, gallerie di visioni, robacosì insomma ci andavo sempre munita di carta e penna. Nonostante siano gli oggetti che continuo a preferire, per un discorso di comodità ho ceduto a Evernote, Anote, e sharing vario per non perdere neanche un pensiero. Ne ho tanti e sono tutti stupidi, certo, ma mi premuro sempre di non perderli perché credo fortemente nella terapia riabilitativa visiva fatta di parole, cibo e disegni che mi sto imponendo per guarire solo da me stessa.
E’ passato un po’ di tempo e faccio fatica qualche volta a estrapolare davvero i pensieri. Mi viene in mente il racconto di un mio amico che riguarda i sogni. E anche un po’ la Rowling ma non è il momento di soffermarsi altrimenti si continuano a perdere pezzi.
Henri Cartier-Bresson mi fa pensare a Elisa con tre elle, giusto per dire la cosa in assoluto più importante. L’istante decisivo in una fotografia. Scrivo questo: Elllisa. Quando entro e mi dicono che non si possono fare foto con la reflex. Mi sorridono vedendomi con l’iphone tra le mani e mi si dice “in teoria neanche con quello”.
Nella pratica. Risatina.
E nella pratica in effetti pare che.

E allora discreta senza disturbare, impormi e farmi vedere con la mia smania di fermare il tempo rubo qualcosa a questa esposizione. Che già di per sé per un appassionato è tanto. Se lo si immagina nel contesto del Palazzo Reale di Torino, per chi ha avuto la fortuna di vederne la maestosità e bellezza, i brividi possono correre lungo la schiena. Immaginando di alzare la testolina e vedere quel soffitto. In pratica sali lo scalone che toglie il fiato per la grandezza e opulenza artistica con le sue teste di animali e arrivi alla sala grande con le enormi candele che ricordano proprio Hogwarts durante i fasti della cena natalizia. Quando compaiono le polpette, gli arrosti e tanta burrobirra a fiumi. Giri a sinistra e.
Esco sempre sconvolta dalla Gam. Quando riesco a uscire, intendo. Perché vorrei stare lì non soltanto un giorno. Ma attimi di sempre. Sedermi lì. Con foglietti e ipad, adesso. Sedermi. Cominciare a disegnare. Alzare gli occhi. Guardare. Abbassare. Ricominciare. Continuare. Mai finire.
Si possono dissolvere le mie ceneri lì? Anche nella pattumiera poco avanti all’entrata sarebbe tanto per me.
Quest’anno però con le visioni di Fan Lijun mi è venuta una malattia. Sì. Come se non riuscissi a respirare. Come se le gambe si paralizzassero e non riuscissero ad articolare bene. Già estasiata dai disegni di Mosso e dal percorso. Già piena di Chagall, Gattuso e l’adultera che avevo già visto e che ritrovare mi ha reso felice. Già ascoltare un critico poco distante da me. Sentirne le sensazioni. Le confidenze. Anche solo il respiro dell’attesa . Quell’intervallo di tempo che giri la porta e trovi ancora mondi e mondi e mondi.
Non ero pronta a Fan Lijun. Alla sua maestosità e grandezza. Alla sua esagerazione visiva. A quel grido di colore dell’ultima stanza. Dopo aver attraversato pareti enormi di bimbi mai nati o forse-chissà, sulle ali di un insetto.
Tre anni prima della rivoluzione culturale in Cina nasce Fang Lijun, esattamente nel 1963. Incoraggiato dal padre inizia a dipingere all’età di cinque anni e si diploma a Pechino poi nell’Accademia. I fatti del 4 Giugno del 1989 a Piazza Tian’anmen segnano profondamente la visione e il pensiero dell’artista. Nominato Ambasciatoe di Pace e Sviluppo e patner ufficiale del programma di sviluppo delle Nazione Unite di Cina regala al mondo le sue visioni assolutamente pazzesche, spettacolari, teatrali in un surrealismo travolgente.
E se è impossibile carpirne ogni singolo dettaglio a meno che di non impiegarci una vita, quanto si può realmente comprendere di una visione così dettagliata, precisa e molte volte ricorrente visto che i volti dei bimbi sono quasi un’ossessione? Certo si gioca sull’impatto visivo a tratti “esagerato” ma quello che mi ha colpito e che è entrato dentro è stato l’uso dei colori. Mischiati al bianco e nero ed esplosi.
Proprio come una bomba. In una cartolina monocolore che imbratta tutto.
Mi è rimasto dentro e nella testa Lijun. L’ho trovato a tratti divertente ed infantile, a tratti moderno sino poi a diventare “grande”, antico come se appartenesse a qualcosa di passato. Che c’è sempre stato.
Io sono esagerata. Teatrale. Scenica. Sconvolgente non sempre nel significato positivo. E nonostante mi piaccia sempre l’esatto contrario di quello che sono, stavolta la similitudine mi ha colpito e. E Lijun è diventato musa.
Lucio Fontana- Rosario di Santa Fe 1962
Lucio Fontana- Rosario di Santa Fe 1961

Renato Guttuso – Gente in strada 1956-57
Che Baratti e Milano sarà pure splendido sì ma Mulassano è nel cuore e nessuno riesce a spodestarlo. Lo shakerato senza zucchero è sicuramente il migliore insieme a quello di Gobino ma. Ma nonostante la Galleria. Ma nonostante le vetrine. Ma nonostante. Ma.
Mulassano è nel cuore.
Che aveva ragione il Nippotorinese e che Ottimo si è rivelato il massimo dell’innovazione. Lui l’anno scorso come avevo ampiamente documentato qui era già sicuro dopo aver provato il limone e salvia. Io volevo rifletterci un po’ su. E’ bastato un cucchiaino di granita lime e menta. Un altro di arancia e basilico. E non parliamo neanche del cioccolato fondente Torino alla Pietra. Il delirio delle papille gustative ma. Ma l’Ice Cream Tour sta arrivando e lì sì che potrò blaterarne ancora e ancora.
Che ho provato a mangiare il cono. Nel senso che il cono l’ha mangiato poi il Nippo ma. Ma mi ero convinta che il cono gelato non era riservato alle signorine per bene. Che la coppetta fosse più opportuna. E me ne sono talmente convinta che anche “al chiuso” non lo mangiavo mai. Ecco. Dopo aver rifiutato un pinguino in quel di Santa Margherita Ligure (non dovevo! *si schiaffeggia*) per questo motivo mi ero ripromessa di tentarci. Ed ecco il risultato. Cioccolato fondente senza latte goduriossssssssssso tutto spiaccicato sulla faccia (che con l’effetto earlybird sembra botulinata. La realtà è ben diversa e le rughe ci sono eccome. Santo earlybird subito!).
GiKitchen La Cucina di Gi
Non è un Food Blog.
Sono Fumetti e Etti di Fumo
Grazia "Giulia" Guardo , ma basta Iaia, è nata il 12-12 alle 12. Il suo nome è formato da 12 Lettere ed è la 12.ma nipote. Ha 12 personalità e 12mila Nani da Giardino. Cucina più di 12 Ricette bizzarre a Settimana. Lavora a 12 Progetti Visivi-Fotografici e ogni giorno alle 12.12 pubblica più di 12 Idee, 12 foto e 12 Pasticci. Qui l'Incresciosa AutoBiografia
BlaBlaBla