Piccola? Mai.

E poi Nigella diventa taglia 42 e le casalinghe organizzano rivolte. Ora avendo perso io ottanta chili non voglio minimamente metterci il becco. Anzi no, ce lo metto. Sono una donna e quindi pettegola e nei discorsi inconcludente fino al midollo. Insomma.

Ma chi l’ha detto che doveva necessariamente restare un’accomodante 48-50? Tutto questo gran ciarlare su fantomatici tradimenti al grido di “era una di noi! adesso è passata al nemico! prima inzuppava panini nel lardo di Colonnata sciolto nel burro e adesso mangia bistecca ai ferri!”. Ho pochissimi dubbi riguardo al fatto che un’altissima percentuale di donne si misuri (leggi: competa) con lo stesso sesso in base al peso. Ci sono infatti cromosoma XX (così chiameremo questo genere femminile a me sconosciuto se non dal punto di vista genetico) incapaci di autocritica e senso del dovere, poco motivate per raggiungere obiettivi di vario genere, che sfogano la repressione di non riuscire su un altro cromosoma XX. Che può essere amico. Che non può esserlo, pure. Indistintamente.

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Curd di Avocado e 15 minuti di Uomini e Donne

E non si può proprio mollare. Anche quando (e soprattutto) si crede di doversi dare una regolata, respirare, prendersi del tempo, ragionare. E.

E non sono affatto una fautrice del “siediti e ragiona”. Con calma. Rifletti per bene e valuta. Pondera.

( la sedia la piglio. la lancio in aria. la spacco sulle ginocchia. emelamagno!)

Santapizzetta occorre logica, razionalità e maturità. Ed io nei saldi non l’ho mica trovate nei cestelli queste cose. Non sono neanche al banco frigo. E neppure tra le borse. Mi venisse indicato allora dove potere acquistare questi prodotti perché altrimenti proprio non saprei.

Fatto sta che bisogna alzarsi. Darsi una bella mossa. Stringere i denti e tutta quella serie di ovvietà e: andare avanti come un caterpillar.

E lo sto facendo.

Questo per dire che io al momento vorrei che non mi si dicesse più di stare calma, respirare, prendermi il mio tempo e. Nonostante non possa godo ugualmente delle idiozie che professano i tronisti di Uomini e Donne. E mi concedo già tanto. Ne guardo esattamente quindici minuti tentando di capire chi è il tronista, chi è Maria, chi è l’assistente di studio e se Tina è quella tra gli over settanta o ancora seduta come opinionista. E.

Lo prendo il mio tempo e faccio qualcosa per me: guardo quindici minuti di uomini e donne ! cosa altro dovrei fare? Detesto andare dal parrucchiere perché è già difficile che qualcuno che non conosco riesca a mettermi le mani tra i capelli. Non mi rilasso ma al contrario mi inalbero quando la ragazza comincia a massagggggggiare fortefortissimo e dice ” ti piace? va bene così ? è fredda ? è calda? “. Perché come glielo spiego che a me piace solo l’acqua ghiacciata sulla testa eh? E.

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Strawberry Pimm’s

Eh sì è un post programmato ed io sono in macchina che cerco di uplodare dall’applicazione wordpress mentre il Nippotorinese fa slalom tra le buche e ribadisce quanto la viabilità al sud sia (santocielobastarassegnati!)…

Ma non potevo non dire: eppibirdei Biancanevemia. Spero di poter elaborare qualcosa di più sensato (nei limiti del mio impossibile) quando avrò tastiera e non touch. E quando avrò un nano da giardino zitto e non un algido nordico antipatico.

Auguri amica mia. Grazie per esserlo.

Molti la definiscono come una macedonia di frutta in un tankard o boccale di birra. Così recita la bibbia dei cocktail. Strawberry Pimm’s per una come me che nelle occasioni speciali beve acqua frizzante è chiaramente un oggetto non identificato. Il Nippotorinese sta molto apprezzando questa virata alcolica e ha costruito appositamente un altarino per Malti da Legare, perché per via del mio amore sconfinato nei di loro confronti ho promesso di introdurre, ma con garbo, una nota alcolica in tutto questo delirio del Gikitchen. E’ assurdo pensare che io sia astemia e riesca a partorire una tale ingente mole di idiozie e assurdità, figuriamoci se bevessi anche solo un goccetto.

Visto che siccome (che rimane un bell’inizio per quanto concerne la sintassi) non accadrà mai per quanto mi riguarda, è meglio convincersi sin da subito che così non potrà essere per chi mi sta accanto. La componente alcolica a quanto pare nella vita dei comuni mortali e non extraterrestri stupidi come me, è ai limiti del fondamentale. Sino a quando rimane una cosa controllata non posso che chinare il capo e assecondarli. Una volta superato quel limite non mi resta che prendere a randellate sulle gengive chi amo (democrazia no?).

Fortuna vuole che io non abbia di che preoccuparmi contando che mamma, a parte una predilizione per la birra che beve in rarissime occasioni, non tocca alcolici e papà non è certamente il tipo che deve necessariamente trovare il bicchiere di vino in tavola. E’ degno padre di sua figlia e preferisce introdurre roba bizzarra. Papà riesce a mangiare la spigola bevendo succo di frutta alla pera mischiata alla coca cola. Ma è una storia che vorrei raccontare per bene e che richiede molto più tempo di quanto abbia (voglio inorridirvi per bene, insomma. Anche se ho già avuto modo di narrare di quella volta che ha accoppiato un po’ di fanta con succo di ananas a un biscotto al cioccolato con patè di tonno. Bei ricordi).

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I Cupcake (di Pasqua) dell’amicizia

Insieme a Giulia ho realizzato i Cake Pops per Halloween ( clicca qui >>  ). Annullando ottocento chilometri inesistenti che intercorrono tra Catania e Roma si era cucinato insieme in modo 2.0 e tremendamente geek. Ci si era mostrate come decorare i cake pops con video allegati in email. Comunicato ricetta mettendo cartelle condivise e gioito attraverso scatti di Instagram. E’ incredibile quanto una ricetta preparata insieme non fisicamente possa diventare così importante e ricca di dettagli se come unico veicolo c’è la voglia di stare insieme. Perché sì è assolutamente, nell’accezione più pura dell’assoluto, indimenticabile trascorrere un pomeriggio insieme tra odori, farina, schizzi, pasticci e chiacchiere. Ci scappa un abbraccio, un rimprovero e un sorriso . Come accade sempre tra amiche. Ma per queste relazioni speciali nate grazie a questo potente mezzo vi sono altrettanti momenti intensi in egual modo se non a tratti ancor più visceralmente profondi.
Di necessità si fa virtù. si dice e come contraddire la saggezza popolare? E virtù si unisce al desiderio di un contatto che non c’è. E l’impegno che ci si regala a questi gesti solitari che a ben guardare sono tutto fuorchè tristi o angoscianti, è davvero maggiore rispetto alla normalità. Quando io e Giuli abbiamo trascorso due ore al telefono non rendendoci conto che il sole era già andato via e un uomo affamato reclamava la cena e un altro una telefonata perché precedentemente rifiutata, sapevamo che sarebbe stata l’ennesima festività lontane. Ma si fa per dire. Perché lontane mai. Basta un cupcake, dopo un cake pops e allora Cupcake Pasquale è stato.
Certo è che le feste, non sogno troppo e quindi non tutte ma ne basterebbe una, vorrei proprio passarle con Giulia. E’ il suono della sua risata a farmi stare bene e cullarmi insieme ai suoi ricordi e confidenze. Pulcetta. E’ quando dice pulcetta. Con quel tono che conosco e rievoca.

E Pulcetta. L’ho sentito mentre amalgamavo bene l’impasto. Mentre poggiavo le uova di cioccolato sopra quella panna montata ricca e generosa come le sue idee e il suo amore. E mentre lanciavo una pioggia di cioccolato sopra che si attaccava come è accaduto al mio cuore e al suo . Che si sono avvicinati, compresi e legati senza un vero motivo preciso. Perché le cose più importanti accadono proprio senza che ce ne sia uno.

Organizzare un cupcake pasquale tra partenze, arrivi, paure e sogni è quanto di più difficile e facile allo stesso tempo. Rincorrersi tra realtà e confusioni, esami e preoccupazioni è quanto di più assurdo e sensato sempre in quello stesso tempo di prima.

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Hot Cross Bun che non sono Hot Cross Bun ma che volevano Hot Cross Bun ( vegan ! yeah!)

E ci eravamo lasciati con i conigli segnaposto portauovo e ci ritroviamo con i panini conigliosi. Che qui vi è sempre stato un tripudio coniglioso  e sempre vi sarà. Ma mai di pezzi di cadavere in agrodolce. Non faccio mai storie e il mio animo animalista è sedato, diplomatico e razionale (almeno quello) ma un orecchiuto peloso giammai verrà cotto da me. GIAMMAI ! Inspiro espiro e mi calmo. Anche perché sopravvivere al punto uno della To Do List vorrei fosse l’unica cosa da portare a termine, oggi.

La tradizione pasquale di diversi paesi è piena zeppa di questi deliziosi paninetti dolci con l’uvetta. Andrebbero benissimo anche accoppiati al salato in un brunch dove a farla da padrone potrebbero esserci decori uovosi e coniglietti saltellanti. A dirla proprio tutta gli Hot Cross Bun sono un’istituzione in Britannia. Trattasi di paninetti dolci aromatizzati e speziati sia con la cannella che con aromi a piacere, anche il cardamomo sì, che come ingrediente principale hanno proprio l’uvetta passa. Generalmente vengono serviti il Venerdì Santo. Quello che li rende riconoscibilissimi è la croce formata sopra l’impasto che rappresenta la crocifissione. Questa croce dal punto di vista poi logistico e culinario serve e anche molto per una lievitazione più corretta. Vengono spennellati, oltre che con la glassa, con una mistura di miele e sciroppo di mais.

Sono molte le storie che ruotano intorno agli Hot Cross Bun ed io mi diverto davvero tantissimo a leggere aneddoti e storie da tutte le parti del mondo. Ogni ricetta porta con sé oltre che ricordi e odori tutta una serie di favole raccontate in più modi che fanno non solo sognare ma anche riflettere. Sull’importanza del ricordo legato a un determinato sapore. Nelle tavole anglosassoni non mancano mai questi panini dolci e spesso, come ticchettavo pocanzi, vengono serviti all’interno di brunch e quindi ottimi caldi con un assaggio di formaggi particolari stagionati e qualche cremina o diversi tipi di miele anche speziati. Io credo proprio che unirò qualcosa di vagamente indiano come il chutney; fosse solo perché la cucina britannica deve molto a questa salsa orientale speziata e fruttata e molte pietanze ne sono la dimostrazione.

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Se le fashion blogger tirano fuori le scarpe primaverili aperte perché non posso tirar fuori l’anguria e il cantalupo?

Prima di cominciare una parentesi: sulla pagina di Gikitchen, nonostante non sia mia abitudine, ci sono giusto tre parole perché il popolo del web si sta organizzando. Spero fortissimamente che possano essere d’aiuto. Per tutto il resto rimando a Giulia. Basta cliccare qui >>>

Fatico a carburare dopo una notte ancor più insonne della solita routine. Grazie al cielo la polpetta di Clooney non si è aggiudicato l’Oscar perché francamente non avrei retto e la Streep ha incassato il terzo con buona pace di tutti. Delusione ai massimi storici per La Luna di Enrico Casarosa che tifavo sullo “sfegatato andante” ma è pur vero che Rango manca ancora all’appello delle mie visioni e con la scusa cercherò di rimediare a brevissimo. E’ stato oltremodo divertente leggere in diretta i tweet dei vip che affollano ormai i social network (li ho diligentemente elencati e organizzati all’interno di una lista di cui si può usufruire. Un motivo in più per farmi odiare. Dov’è la lista? qui). Se l’anno scorso sono stata candidata come miglior Twitterina Italiana, in questo 2012 ho davvero poche chances perché devo debellare le perle di saggezza di molte starlette italiane. Sapere che la Canalis ha snobbato la notte degli Oscar perché invitata a un barbecue da amici: è cominciato così il delirio in diretta su twitter.

Purtroppo ho potuto ciarlare come una vecchia comare per poco tempo a causa del Nippotorinese che mi invitava, ad intervalli regolari di dodici secondi,  a riposare con una nenia che se rielaborata adeguatamente potrebbe diventare un tormentone rap. “Non è possibile che tu dorma così poco”. “E’ inaudito che tu debba seguire il diretta gli Academy Awards”. “Riposa e bevi meno caffè”. Se le leggete scandendo bene le parole e muovendo le mani a ritmo e con tono da rapper vien fuori qualcosa di sorprendente. Se è stato detto a Vasco Rossi di essere un poeta contando che non sa declinare correttamente il verbo essere neanche per sbaglio, l’infido nordico può aspirare a essere un’icona della musica per le generazioni future e a far comunicati attraverso facebook e youtube.

Insomma bando alle ciance. E’ lunedì e ad attendermi non solo vi sono sei giorni che cominceranno alle sei e finiranno alle tre del giorno successivo ma è prevista pure una foltissima serie extra di roba che non era stata minimamente presa in considerazione; ergo non posso aspirare ad arrivare incolume a Pasqua.

Sommersa da una serie di eventi, ultimamente sforno dolcetti di tutti i tipi e soprattutto per le diverse intolleranze;  con l’iniziativa  che è partita ieri su Instagram sto ricevendo poi una quantità di roba da tutte le parti del mondo che mi lascia oltre che atterrita pure preoccupantemente entusiasta. In pratica ho indetto una sorta di “Vinci una Momiji” ma con un funzionamento diverso.

Tutti i miei amici su Instagram (che su 50.000 credo siano per la maggior parte stranieri) che vorranno partecipare all’estrazione di una Momiji dovranno spedirmi una ricetta tipica del luogo in cui vivono o che particolarmente gli piace. Una ricetta per ogni mail. A ogni mail sarà assegnato un numero secondo l’ordine di ricezione.

Alla deadline si stopperà la ricezione email e si procederà al sorteggio della Momiji, che verrà spedita insieme a un’altra sorpresina in qualsiasi parte del mondo. La cosa stupefacente è che come sempre i miei amici filippini, cinesi e giapponesi sono quelli ad entusiasmarsi di più. Anche i brasiliani e gli spagnoli se proprio dobbiamo tracciare una linea comportamentale internazionale. Ma quando ho chiesto se potessero essermi d’aiuto per scovare nuove ricette etniche e internazionali sicuramente introvabili sulla moltitudine di libri che ho, non solo si sono prestati a corrermi in aiuto ma si sono resi disponibili per qualsiasi domanda o intervista. Anche gli Arabi; ecco. Moltissime persone di cultura araba non solo sono squisitamente disposti all’aiuto, ma inviano leccornie di tutto rispetto.

Ecco, anche questa si aggiunge al lungo calendario della To Do List. E se è già difficile gestire tutto in italiano, che mi riesce comunque male, figuriamoci in inglese tra due persone che come lingua madre ne hanno un’altra. Mi occorre un portavoce nel mondo (sì Flo sto parlando con te).

Aggiornamenti sulla vita che non interessano nessuno a parte, direi che anche io posso unirmi al coro “uhhhh è arrivata la primavera”. Perché se fino a due settimane fa eravamo tutti a lamentarci del freddo-neve-maltempo, adesso siamo tutti incacchiati per il cambio stagione. Ci metti pure che con la fashion week di Milano le fashion blogger ci hanno convinto che a quindici gradi si possa uscire con scarpa aperta e giubbottino di pelle leggerissimo e siamo subdolamente costretti a uscire senza cappotto, cappello e guanti.

Quando il mio fruttivendolo di fiducia mi ha detto “sai che ho il cantalupo e l’anguria?” per poco non lo prendevo a ceffoni, lo infilavo in macchina con l’ombrellone e gli dicevo “tiè. nnamo a vendere il cocco in spiaggia allora!”, con accento romano per far sì che Max fosse orgoglioso di me.

Poi però ho preso il cantalupo giusto per coerenza (?quale?). L’anguria, nonostante sia davvero suonata e rimbambita, proprio non ce l’ho fatta. E cosa farci con il cantalupo?

La triste storia del lupo che cantava, sgozzato e tagliato da una sicula cattiva che riceve ricette da filippini, comincia proprio da qui.

(oh a fare i preamboli sono sintetica, vero?)
Nonostante avessi detto che la torta di San Valentino cuoriciosa multistrato (quella che “Volevo essere una Rainbow Cake e sono diventata una bomba di zucchero leziosa e cuoriciosa”) non aveva riscosso moltissimo successo, mi è stata richiesta più volte e in particolar modo su facebook la ricetta della torta base. E come non tirar fuori la Victoria Sponge di Nigella? Così giusto per cominciare.

Se le fashion blogger tirano fuori le scarpe primaverili io tiro fuori torte con frutta estiva, tiè (ma cosa sto dicendo?). E domani faccio pure la granita con la brioche, aritiè (devo riposare). Il Nippotorinese come sempre mi ha ricordato che con l’acquisto di quel cantalupo ho contribuito a inquinare l’universo e che su di me gravano tutte (e dico tutte) le colpe per quanto riguarda il buco dell’ozono. Ma la vera domanda di quest’oggi è: chi se ne importa di quello che blatera l’intellettuale di sinistra?

Qui si vive in un regime iaiesco. Ci sono semplici regole da rispettare e tutto andrà per il meglio. Quali?

  • 1. comando io
  • 2. decido io cosa si fa e quando si fa
  • 3. tutti devono essere pronti a soddisfare le mie necessità

Sono permissiva, leale e corretta. E lo si evince senza tanti giri di parole. Insomma dicevo? Ah sì. La Victoria Sponge.

La Victoria Sponge in sostanza è una base che serve per qualsivoglia preparazione. E’ un po’ come il nostro pan di spagna che serve da base a infinite variazioni.

Ecco la Victoria Sponge, di origine chiaramente anglosassone (su wikipedia se ne blatera e molto), diventa un’ottima alleata. Se non “condita” con creme di burro nauseabonde (come ho fatto io per intenderci con la Torta di San Valentino) e azzeccando quindi la ganache, crema o ripieno diventa a tutti gli effetti una ricetta salvavita (esageraaaaaaata!).

Base per torte di tutti i tipi. Compleanni, anniversari e frizzi e lazzi. Tutto! La Victoria Sponge è versatile e, particolare non da sottovalutare, si può aromatizzare come si vuole. Tagliandola diventa multistrato ma anche ricoperta semplicemente con panna montata e frutta freschissima di stagione (e non) ha un impatto scenografico e gustativo degno di nota. Può essere una semplice merenda o colazione e non ultimo: si conserva davvero bene se protetta dall’eccessiva umidità.

Non è difficile ritrovarsi una Victoria Sponge nei film inglesi o serial tv. Il nome deriva dal fatto che la Regina Vittoria amava gustarne delle generose fette all’ora del tè; proprio per questo motivo diventa simbolo incontrastato delle cinque del pomeriggio nell’area anglosassone.

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