20 Marzo ? Giornata dei Macaron. Egggggià.


Si è parlato di Macaron un bel po’ qui. Ed è sorprendente considerato il fatto che io non li mangio e il Nippotorinese li detesta quanto i calamari ( eh già. Il punto debole culinario del saccente intellettuale pelato di sinistra sono proprio i simpatici celenterati).

Abbiamo cercato di convincere la Sacra Cognata da Torino Piola con scarsi risultati e non in ultimo la mia mamma che ha sentenziato ” mangiateli tu questi cosi sbriciolosi nauseabondi che io mi mangio tre chili di crispelle dir riso con il miele, tiè” e il mio papà che con sguardo interrogativo (perché mai rifiuta dolcetti) ha esordito con  ” e vabbè in assenza di altro” per proseguire poi ” ma li posso intingere in una tazza di cioccolato caldo che così non sanno di niente?”.

E vabbè.

Però nel macaron c’è qualcosa che in maniera perversa mi attrae come una calamita. L’estetica. Quella maledetta e fastidiosissima estetica che mi conquista.  Nessuno è riuscito sinora (dal punto di vista visivo quindi perché quello conta per me)  ad equiparare Pascal Caffet a Torino. Con le gradazioni lavanda e glicine. Spaventosamente perfetti. Come in una gioielleria tutti  maniacalmente allineati. Un miraggio di beltà. Per non parlare delle praline multigusto e della selezione e signorilità con la quale vengono presentati i vari prodotti e scatolette. Potrei morire lì, insomma. Felice e senza rimpianti ( ma prima di perire infilatemi tutta la vetrina di praline in bocca, grazie).

Delusissima al contrario  in quel di Marsiglia da Meresse che in teoria doveva sconvolgere. Non vi era il cosino riccio perfetto e gonfio come sotto la Mole Antonelliana bensì la commessa che al mio ” posso fare una foto? “ ha creduto che volessi farmela con lei. Volevo i macaron, io. E ho una foto con la commessa dei macaron che mi abbraccia. A Marsiglia.  A volte ho paura. A VOLTE HO PAURA.

Insomma si attende di andare a Paris, patria indiscussa del macaron, per poter rimanere allibiti e farci due collanine con questi sbriciolosi biscottini. Sarà pure che a nessuno qui piacciano ma sta di fatto che in un modo o nell’altro riesco a rifilarli senza difficoltà. Certo è che quelli al cioccolato sono di facile smercio mentre ho difficoltà quando mi lancio in elaborazioni tipo litchi, zenzero e canditi e roba eccessivamente speziata. Solo che poi arriva il mio amato fruttivendolo con la pitaya e come posso io non infilarlo nella ganache del macaron o nella gelatina? uff. E mica è sempre colpa mia! Vengo pure istigata.

Un tempo per inspiegabili motivi (confesso di stare sondando e che attualmente in casa vi è una vera e propria indagine con tanti piccoli nani molecolari capaci di un fiuto strabiliante. Cosa sto dicendo?) non avevo problemi durante la realizzazione dei macaron.  Ero stata istruita da Einstein ( ricordate la lezione ? No perché santo cielo la lezione di Einstein sui Macaron fatta l’anno scorso chi se l’è persa ha davvero una carenza preoccupante dal punto di vista culinario ) sul cosino liscio liscio  e sul cosino riccio riccio. Seguendo le giuste proporzioni e la difficilissima tecnica della macaronità (altro che neutrini e gallerie che non stiamo mica qui a fare maccheroni con la salsa noi!) avevo raggiunto un livello che mi permetteva di pavoneggiarmi con le mie meringhette e imbottiture fastidiosamente inutili al palato ma accattivanti e ricercate.

Poi il crollo. Patapumpete.

Alla ricerca di nuove ricette per testare altre dosi, consigli e temperature. Mi  sono ritrovata con il grembiule sporco e i macaron esplosi davanti agli occhi a  sentenziare come una vecchia zitella acida ” chi lascia la vecchia per la nuova non sa cosa si trova”- ” chi lascia la vecchia per la nuova sa cosa trova . Non sa cosa”. ” Gallina vecchia fa buon brodo?”

Vabbè non sono mai stata brava con i proverbi ma il significato perlomeno credo di averlo capito (non ne sono sicura ma fingo benissimo). Sinora la ricetta (l’unica) che ha sortito i suoi frutti è stata solo ed esclusivamente la prima ( non a caso c’è di mezzo uno scienziato specializzato in messa in piega alternativa e dolcetti che vengon su dopo processi ai limiti del chimico).

Che tutti i nani da giardino pasticceri mi perdonino ma ho fallito pure con quella di Montersino. Luca, che il cielo voglia tu mi perdoni!

Le diverse elaborazioni che ho testato non solo non sono riuscite ma mi hanno demoralizzato a tal punto che credevo fossi io il problema ( dubbio comunque confermato a dirla tutta). E’ stato agghiacciante riuscire a fare i macaron con i pois. Vederli lì perfetti. Color glicine con i pois rosa e azzurri con i pois bianchi. E  BBOOOOOMMMMMMMMMMMMMMMMMMMMMMMMM: Flosci, scoppiati e appiccicosicci. E pensare che avevo fatto anche un meraviglioso video che mi vedeva tutta esaltata e poi buttata in un angolino della cucina a piangere. Fortissimamente piangere.

In quel caso però ho adoperato la malefica teglia in silicone per macaron che al momento stanno spacciando come novità assoluta ed entusiasmante. Sì, è vero. Perfetta perché avendo una scalanatura ti da la concezione esatta della circonferenza. Non vi è bisogno quindi della  sac à poche o di chissà quale pazienza. Arrivi tipo carrarmato con “delicatezza zero”  e con un cucchiaio butti lì e la forma del macaron è perfettamente equilibrata ed esattamente uguale alle altre. Mica male al momento dell’imbottitura quando tutto sarà vergognosamente paralllelo, no?

Solo che durante la preparazione dei Macaron i grandi chef francesi non ti raccomandano altro che prestare attenzione alla temperatura. A non infornarli tutti insieme per non provocare shock termici . A sbattere la teglia. A fare la giravolta, saltare come una scimmia e seguire particolari ridi Vodoo  e insomma. Santocielo. No. Anche con la ricetta riuscitissima e collaudatissima con la quale ho sempre avuto ottimi risultati usando la teglia in silicone per macaron  è venuta fuori una schifezza colossale. Adesso capiterà qui il produttore della teglia in silicone per macaron e mi darà tante di quelle mazzate che mi farà gonfiare come una meringhetta francese e poi mi imbottirà ma.

Sicuramente è un mio limite ( e c’è poca ironia eh. Perché in uno dei libri più famosi sui Macaron si consiglia proprio la suddetta teglia, ergo sbaglio io ahimè) e ho un qualche sconosciuto problema con la siffatta meravigliosa creatura siliconesca. Perché oh l’idea era strepitosa ma sinora mi manca l’applicazione pratica. Ritenterò.

Ma perché blatero sui Macaron ? Non vi è un perché ma devo trovare un aggancio, uff.

Colpo di scena: oggi è  il 20 Marzo è  la giornata Mondiale dei Macaron. equuuuativolevo!

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Chiamparino non me ne vorrà. O almeno spero


Non aveva voglia di prepararsi la colazione mentre “For Your Babies” dei Simply Red lo riportava ai suoi diciotto anni. Scendeva da una fiat 127 color panna sotto la pioggia per entrare in una pizzeria come ogni sabato sera quando con le sue diecimila lire poteva concedersi ogni sorta di bagordi. Non aveva voglia di prepararsi la colazione nonostante la ricetta dei pancake al the matcha, scovata in uno stupido food blog che non si definiva tale,  gli piacesse moltissimo. Incredibile come l’incontro delle uova con la farina e il latte potesse generare diverse forme di sapore. Incredibile come l’uovo racchiudesse in sè, oltre che l’essenza della vita stessa, gusti sempre diversi anche quando non veniva mischiato. Incredibile come l’autrice di quel blog fosse tanto stupida con i suoi sbaciucchiamenti. Maghetta Streghetta, o qualcosa di dannatamente e insopportabilmente simile. Per qualche oscura ragione però gli  piaceva leggerla. Con i suoi costrutti grammaticali errati, onirismi spinti e non sense che avrebbero dovuto preoccupare i parenti e amici più prossimi.

 Non aveva voglia di lasciare riposare la pastella, spremere le arance fresche trovate a Porta Pila e lasciare dentro il lavandino il pentolino rosso sporco, appiccicoso e puzzoso. Chiedendosi come quell’invasata facesse per ogni suo post e se nella cucina della suddetta ci fosse quell’olezzo.  Un giorno lo aveva fatto senza premurarsi di versarci dentro  un po’ di aceto come gli aveva consigliato la nonna. Ormai lontana non soltanto geograficamente. Era una vecchia stolta e impicciona. Al diavolo la buona creanza. Le soddisfazioni lavorative del nipote non le interessavano tanto quanto gli importanti riconoscimenti che ne erano conseguiti. Voleva solo infilarsi uno stramaledetto ridicolo tailleur comprato in un negozio di secondo ordine perchè la pensione era quella che era e ubriacarsi sul prato del locale dove si sarebbe tenuto il banchetto di nozze agognato. Avrebbe infilzato i tacchi, con i quali non era solita camminare,  lungo quell’umido terriccio e girovagato dicendo ” e mio nipote si è finalmente sposato! Non ci sperava più nessuno!”.

Avrebbe lasciato un commento anonimo a quella Giulia, Maghetta Streghetta o come diavolo si chiamasse, per chiederle se lei mettesse l’aceto nella pentola dopo aver cucinato uova. Ed altre due curiosità che lo attanagliavano. Una su tutte: come diavolo facesse a preparare tutti quei dolci senza mai assaggiarne uno. Così diceva.

Vi era luce briosa quel mattino, segno che ormai la primavera con la sua ora rubata era prepotentemente giunta. Le angoscie della notte precedente sembravano essere lontane come i ricordi felici della vecchia nonna. Quando ancora era una tenera signora attempata che sfornava dolci di riso al sapore di miele e ricavava tagliolini freschi dopo aver steso con maestria lenzuola di pasta apparecchiando e imbandendo tavole chilometriche. Eppure voleva proprio cedere alla voglia di pancake o lievitato dal sapore dolce , appena sfornato e caldo.

“Piazza Solferino”. “Vada per Piazza Solferino”. Proprio all’angolo c’era un bar che instancabilmente sfornava ogni sorta di cornetto. Vicino c’era il Brek. A quindici  anni mangiava spesso lì perchè facevano una bistecca buonissima che adesso chiamano entrecote per darsi un dono. Il ripieno del cornetto non era eccessivo e trabordante ma neanche povero e tirchio di zuccheri, di solito. Molteplici ripieni e inaspettati gusti giornalieri come la castagna di Cuneo, Fragolina di Tortona e pera madernassa lo decretavano il “miglior bar dove prendere un cornetto quando non hai voglia di sporcare pentole al mattino”. O una cosa anche più sintetica. Leggere quella siciliana fumettista stava forse compromettendo il suo modo di rapportarsi alla grammatica italiana?

Il suo lavoro al Museo di Antropologia all’Università in via Accademia Albertina, dove stava conducendo degli studi di rilevanza internazionale, gli concedeva talvolta dei fortunati ritardi mattutini. Avrebbe quindi potuto assecondare quella voglia certa di guardare Palazzo Madama e prendere un pezzo di focaccia ligure sotto il portico pensando al pranzo che sarebbe seguito da lì a poco se non si fosse dato una mossa. Gli avrebbe fatto bene passeggiare giusto un po’, pensò. E se fosse tornato indietro da Vanilla per un sorbetto al fico forse non sarebbe stato neanche tanto male. Al diavolo. Era sottopeso e poteva concederselo.

Non c’erano castagne di Cuneo, Fragoline di tortona e pere madernassa. Non c’era neanche qualcosa di nocciolato come piaceva a lui. In compenso,  non se ne conosceva bene la ragione,  si erano lanciati in dei gusti multivariegati dal sapore siculo. L’ultima tendenza, soprattutto in fatto di gelati, imponeva qualsivoglia forma di pistacchio di Bronte in tutte le salse , Mandorla di Siracusa/Palermo/Catania/Messina  e Capperi di Pantelleria. Certo  che un cornetto con questi ultimi sarebbe stato quantomeno più invitante del resto ma  rifiutò l’idea. La mandorla era eccessivamente nauseabonda per i suoi gusti e di pistacchio proprio non ne poteva più. Doveva già sorbirlo durante le otto ore di lavoro perchè il suo collega siciliano non faceva altro che farsi pervenire spedizioni di pistacchio e paste di mandorle;  puntualmente rifilava senza troppi convenevoli  aneddoti familiari e culinari. Il perchè li cedesse così volentieri la diceva lunga sulla voglia di chiacchierare e blaterare piuttosto che ingurgitare. Eppure a lui  piaceva mostrarsi affabile e gentile giusto per allontanare il concetto di freddezza nordica tanto cara al collega del sud; lo stesso che con molte probabilità sarebbe morto per un indice glicemico troppo alto entro i prossimi dieci anni. Erano le statistiche e il sovrappeso di costui  a confermare l’ inquietante tesi, non certo la sua algidità o falsa cortesia. Si era chiesto spesso se avrebbe dovuto baciare tutti i parenti venuti dal sud o se avrebbe  dovuto andare lui stesso con un last minute. Dava la colpa di questa fervida e assurda immaginazione alle letture che ultimamente si concedeva online. Quella ragazza doveva trasmettere follia attraverso l’etere ed essere capace di annientare neuroni.

“Un cornetto vuoto”, disse dopo aver fissato quei vassoi con talmente tante sfoglie arrotolate da ricoprire la distanza Piemonte -Sicilia. Avrebbe potuto percorrerla velocemente per il funerale, si disse. Si sarebbe poi potuta lastricare con panetti di pasta di mandorle e fare tratteggi della segnalatica stradale con pistacchi. Mentre mentalmente costruiva autostrade  lunghe mille e ottocento chilometri, chiedendosi se il ponte sullo stretto potesse essere un enorme gianduiotto era già davanti a Palazzo Madama. Le impalcature erano state tolte e la finestra dell’ultimo piano era aperta. Proprio dove ci si può sedere tra quadri seicenteschi sotto lampadari di cristalli e rigirare cucchiaini dentro tazze orrendamente belle. L’idea di farci un angolo caffè in quella meraviglia che affacciava proprio su Palazzo Reale era stata l’ennesima riprova che il buon gusto fosse appartenesse alla città regale per eccellenza.

Torino, non solo sua città natale ma rappresentazione del suo essere, la conosceva a menadito. Ogni angolo, strada e incrocio aveva un aneddoto, una storia, una cronaca e un ricordo.

Bramava un po’ di tempo da trascorrere così. Con un cornetto vuoto, progettando autostrade di pasta sfoglia e prendendo appunti sul suo ipad giusto per usare l’applicazione ANote. Non poteva farne più a meno. Aprire cartelle colorate, associare icone e dividere per tipologia i pensieri random, le idee e qualsivoglia cosa frullasse a velocità dodici nella sua mente. Purtroppo però oltre all’ingente mole di lavoro, le paste di mandorla da ingerire fatte pervenire dalla Sicilia e la collaborazione con il Museo dell’Anatomia  si era messa di intralcio  anche quella mandria scomposta di invasati.

La Signora, prima capitale d’Italia, era già da un po’ di mesi asseddiata da stolti e creduloni turisti che dopo aver letto il fantomatico best seller,  arrivato in cima alla classifica superando addirittura Cotto e Mangiato, si riversava per Piazza Castello in cerca di materializzazioni di Mummie; nella speranza di intravedere Cleopatra in coda da Grom per la scelta del gusto del mese. Aveva già assistito basito a quei ridicoli tour al  Louvre. Seduto su di una panchina fissava donne con calze a fiori e uomini con sandaletti fare la conta su mattonelle. Talvolta credeva che qualcuno avrebbe estratto una pietra dalla tasca e cominciato a zompettare su un piede soltanto,  in cerca così del  Sacro Graal. Allora stava giusto conducendo un’indagine in trasferta dai cugini Parigini. Immaginare gli individui in sandaletti con cerchietti di topolino  il giorno dopo sul trenino di EuroDisney gli provocava oltre che fastidio fisico anche irrefrenabili conati di vomito. Torino, custode del Museo Egizio più importante nel mondo e  possessore di papiri talmente numerosi da superare addirittura il Cairo, era divenuta moda e meta già dal Natale appena trascorso. Periodo in cui purtroppo gente che generalmente non apre un libro si ritrova un rettangolo confezionato con tanto di fiocchetto insieme a del torrone e un panettone. E che fai? Lo leggi. E cosa scopri? Che l’anima delle Mummie si è impossessata di alcuni abitanti di Torino e infesta la città. C’è un investigatore, cinque/sei vittime, la bionda di turno, l’eroe e il pazzo che sa tutto.

Comincia un’avventura thriller con mummie fantasma, acrobazie da far impallidire Tom Cruise in Mission Impossibile, tre date e quattro riferimenti storici errati e l’autore è già nel suo attico a New York a fissare vetrate e senza sforzarsi più di tanto perchè il seguito si è scritto da solo. Basterà dire il doppio delle minchiate e il gioco è fatto.

“Il cammino di Sadat”, movimento emergente,  era un’associazione composta da egittologi o presunti tali,  premuratisi addirittura di fondare un vero e proprio gruppo  stabile con tanto di incontri, divulgazioni e dispense gratuite. Da chi fosse finanziato tutto questo non era dato sapere. Muhammad Anwar al-Sādāt , presidente Egiziano e nobel per la pace,  si era davvero molto battuto affinchè tutte le mummie sparse nel territorio mondiale potessero ritornare in patria. Aveva iniziato delle vere e proprie azioni diplomatiche, improntate alla massima cortesia, presso le ambasciate dei vari paesi proprio per aver indietro gli antichissimi antenati. Che la sua lotta fosse ricominciata e il suo nome riconosciuto grazie al primo posto di un fantomatico best seller seguito da Cotto e Mangiato suppongo fosse lontanissimo anche per una mente fervida di immaginazione.

Da secoli uomini e donne insospettabili soprattutto di cultura elevatissima si erano dedicati  ad una vera e propria massoneria esoterica fregiandosi del fior fiore dell’intelletto dei massimi esponenti della conoscenza egittologica. La fratellanza di Luxor, su tutti.  Commercialmente parlando si era proprio innescata una sorta di adesione virtuale. Tutti erano diventati improvvisamente egittologi e durante la pausa pranzo si parlava di Tombe, processi di mummificazioni e perchè no: Atlantide. Non era difficile bere un bicerin estivo da Gobino fingendo di aver trascorso l’infanzia studiando i geroglifici giusto per darsi un tono.

La storia preferita dalla mandria di invasati era la seguente:  le mummie dovranno  prima o poi tornare in Egitto fermando quanto prima lo  scempio di profanarle  impunemente perpetrato finora,  in quanto non solo tombe ma luoghi sacri capaci di sprigionare forze malefiche. Era chiarissimo che a preoccupare la popolazione mondiale non fosse tanto la profezia Maya quanto la profanazione delle tombe egizie. All’alba del 2012 l’unico argomento pareva essere quello di inventarsi un modo alternativo per far finire il Mondo. Bastava solo leggere la cronaca mondiale. Ci avrebbe pensato Gheddafi, del resto.

Erano diventati tutti esperti della religione egizia, dopo letture su Bignami di “la storia di Egitto in tre comode pagine riassuntive”.  Rivendicavano come tutto fosse incentrato sull’anima del defunto e il rispetto per questa e di come il popolo Egizio fosse ossessionato dall’idea della morte. Lo studio condotto nella sezione dove lavorava  conduceva proprio una  ricerca sugli Egizi Ariani, razza inaspettatamente bianca con caratteristiche completamente diverse da quelle che normalmente si è abituati  ad associare all’enigmatica popolazione. Mediante processi inversi a quelli della mummificazione venivano analizzati cellule sanguigne, dentature e le diverse fasi del processo. Esperimenti all’avanguardia capaci di trovare ennesimi quesiti e non risposte. Per questo motivo avrebbe preferito pensare a quell’autostrada di pasta sfoglia lastricata di panetti di pasta di mandorla piuttosto che subire  continuamente a discussioni di questo tipo. Involontariamente era finito in un circolo vizioso. Giornalisti, curiosi e semplici rompipalle perditempo attentavano  costantemente al suo  lavoro. Gli richiedevano interviste e veniva addirittura invitato ad imbarazzanti talk show disposti a tutto pur di una sua dichiarazione.

 

Nei salotti di questi programmi di informazione, capaci di intrattenere i decerebrati in maniera eccelsa, si alternavano scrittori, esoteristi, egittologi e un’ imbarazzante sfilza di titoli improvvisati. Anche gli ufologi partecipavano perchè si sa che gli ufo c’entrano sempre alla fine.

Il tutto era riassumibile in questa squallida considerazione “Coloro che violarono le tombe dell’antico Egitto hanno liberato le forze malvagie nel mondo. Queste influenze non possono far altro che recare danno all’universo tutto fino ad  influenzare persino il destino e le sorti dell’umanità intera. Gli uomini non hanno protezione contro queste forze perchè invisibili e potentissime. Non si devono in alcun modo toccare queste le tombe perchè la natura psichica di esse è incomprensibile ai più. Bisognerà quindi far confluire tutta questa negatività sprigionata e riportarla nel tempo e nel luogo dove vi era la luce, un tempo. Tutte le mummie dovranno tornare in Egitto”. Il Cammino di Sadat lottava giustappunto per questo.

E lui era proprio uno di quelli che “profanava le tombe” giornalmente e  sprigionando quindi  forze malvagie durante l’ora di ufficio. Bella storia, diceva con l’intenzione di  sbattere violentemente la fronte su uno spigolo appuntito.

 Il cornetto vuoto della colazione sembrava essere più raziocinante di tutto questo.

Arrivato in quello che era difficile definire il suo ufficio perchè assediato da centinaia di individui con fotocamere e telecamere, dopo aver salito le scale schivò il maniaco delle paste di mandorle che era sicuramente pronto a raccontargli il week end trascorso in chat con la famiglia al completo, la quale aveva deciso di non trasferirsi nell’algido nord preferendo la temperatura mite e il bordello visivo. Il giornale,  mal piegato da un utilizzo non esplicitamente concesso al collega con la testa troppo grande per contenere un cervello evidentemente troppo piccolo, in copertina riportava la notizia che un giovane orientale era stato brutalmente assassinato.

Pare che il giovane per diletto si interessasse a tutto quello che fosse inerente all’Egitto ma che non era  in alcun modo legato al Cammino di Sadat o associazioni fanatiche derivate dal fantomatico best seller. L’ultimo avvistamento era avvenuto  al Wasabi, noto ristorante giapponese. Probabilmente la vittima aveva subito l’aggresione all’uscita dal ristorante. Il suo corpo era stato ritrovato, a distanza di molto tempo secondo le prime indiscrezioni, davanti al “Cambio”. Completamente mummificato. Seguendo  tecniche specialistiche poco diffuse che solo uno specialista avrebbe potuto mettere in atto.

Uscì dall’ufficio alle nove, dopo una giornata estenuante con paste di mandorle,  e ordinò petto di pollo con semi di papavero e macaron salati con dadolata di pomodorini al “Cambio”. Andò a mangiare proprio lì; nonostante quello che era successo lo storico locale sito vicino al Museo Egizio era aperto.

Pare che il giovane Yusuke avesse mangiato dei Soba al the matcha al Wasabi. Il giovane Pierre  pare non desiderasse più i pancake al the matcha ma Macaron Salati al Cambio.

Squillò il telefono. L’uomo con la testa troppo grande per contenere un cervello evidentemente troppo piccolo, ovvero quello che aveva senza esplicito consenso letto il suo giornale lo stava chiamando.

“Pierre ma quello morto ammazzato mummificato non era lo stesso giapponese che un mese fa  aveva chiesto di poterti parlare? Eravamo al wasabi insieme in pausa Pranzo. Ricordi?”

Pierre lo ricordava, eccome. Sorrise e riagganciò liquidandolo senza troppi convenevoli.

Qualora voleste provare i petti di pollo con semi di papavero e Macaron salati basterà usare la ricetta base dei Macaron cliccando qui  e cimentarsi nella difficile arte di arrostire un petto di pollo dopo averlo irrorato di semi di papavero. Le decorazioni  come la fantasia vi suggerisce di più. In realtà questa ricetta non l’ho trovata da nessuna parte. I Macaron salati era già da un po’ che volevo provarli. Macaroneggiando spesso e volentieri e conservandone sempre qualche pezzetto per questo tipo di composizioni me ne avanzava giusto qualcuno con i semi di papavero. Da qui l’idea di arricchire il pollo scottato in padella con questa preziosissima spezia, perversione culinaria di questo periodo. Nella carne deve sorbirsela il Nippotorinese, ma chi se ne importa?

Perversione papaveresca dovuta sicuramente alle mie indagini floreali, che mi occorrono per il libro. Ammetto di vivere più dall’altra parte. Esattamente nell’emisfero immaginativo che ha preso il posto di questo  reale dal quale sono fuggita giusto per non ferirmi più. La produttività, in tal senso, ne guadagna. Il mancato rapporto umano è doloroso ma solo in  qualche frazione di secondo.  La vita senza cellulari, social network ed etere in formato visivo attraverso scatola televisoresca è strepitosamente spettacolare.

Mi concedo il mio ipad per aggiornamenti e  news nella speranza che le tre settimane che mi tengono lontana dalla seconda versione, rigorosamente bianca, passi in fretta. Mi concedo collegamenti solo per rassicurarmi che gli amici stiano bene. Perchè sì. Vedo se si cucina regolarmente, se si twitta lamentandosi giornalmente. Se ci sono nuove foto. Sorrido e chiudo.

Amo a distanza e chiudo. Intrappolata nelle mie storie che stanno prendendo forma. Segregata da quello che maledettamente voglio. Senza distrazioni o concessioni. Nella speranza che semmai ci fosse un ritorno da questa landa x, qualcuno disposto a scambiare due chiacchiere ci sia. Al contrario chiederò ospitabilità a Yusuke. Pare che abbia lasciato casa libera. Porello.

L’avevo detto alla mia  Cri che  finiva male. Era più semplice stirato da una macchina, a dirla tutta; mummificato mi fa sorridere, però. Più che immaginarlo su di un asse da stiro nipponico.

I soliti incisi che sanno di post scriptum: So per certo che a Giuli, pezzettino enorme di stella, piace il sapore d’Egitto. Ti ho pensata tanto guardando le mie foto al Museo. Ho una mamma iper fanatica che da una vita mi propina di tutto. Avendo bisogno di consultazioni egittologiche mi sa proprio che dovremmo contravvenire a qualche regola di isolamento. Cosa non mi invento eh?

Vorrei davvero rassicurare tutti perchè in privato, tra commozione e ammetto qualche volta risate isteriche, mi sento terribilmente in colpa per questo “abbandono”. Sto bene, davvero. Sto bene. Se continuiamo a preoccuparci vicendevolmente per chi sta bene e chi no finirà che per capirci dovremmo prenderci a ceffoni e finire in rissa. Non arrivo tecnicamente e praticamente a coordinare tutto ma mi impegno. Non abbastanza a quanto pare ergo prometto di farlo ancor di più. E il cellulare no. Non è stato ancora acceso.

Infine ma non certo in ordine di importanza: Non chiedetemi perchè ma sento il bisogno di ribadirvi un concetto di  fondamentale importanza.  Vedete Misfits e ringraziate il cielo che Cecilia esista. Sono le due cose che dovrebbero avere al momento priorità assoluta, mi raccomando.

In lingua originale, per carità. Non osate neanche pensare il contrario.

Preparatevi al delirio uovoso. Ho già paura perchè si riverseranno tonnellate di tuorli e albumi e colori in svariate forme da qui a. A per sempre.

Update:

A dimostrazione del fatto che l’assenza di  tempo, le avverse coordinate geografiche, l’assenza di ricordi, odori e contatti non necessariamente non  siano  indice di amicizie profonde. E che ci si possa  volere bene senza motivo alcuno se non per il bene stesso. Per una sensazione. Per un’idea. Giornalmente ricevo messaggi e pensieri. Tra questi ce ne è uno sempre costante, importante e del quale francamente non potrei fare più a meno. Giulia, di Amaradolcezza*, che non ha certo bisogno di presentazioni mi onora giornalmente con la sua presenza e affetto. E con questi pensieri che tengo stretti al cuore; gli stessi che mi fanno ben sperare quando il pessimismo cosmico a ragion veduta viste le mie vicissitudini tormentate in fatto di amicizie sincere  prende il sopravvento. Non c’è certo bisogno di gesti eclatanti o pubblici ma mi faceva davvero piacere  poter conservare questo pensiero disegnoso prezioso qui, in  quello che è diventato ormai innegabilmente anche diario di vita,  e condividere  qualora nella totale incapacità di intendere e volere non conosciate lo spazio di Giu.

*http://amaradolcezza.blogspot.com/ (stasera WordPress fa le bizze con l’inserimento dei link, pardon)

Abbiamo Ospiti. E generalmente puzzano. Ma dopo tre ore, però. Non perdo giorni io. Sono una risparmiatrice. Di tempo, eh.


La FumettoRicetta di oggi “Macaron Multigusto” ( cannella? Semi di papavero? sì anche quelli) la trovi sul Blog di Grazia

Non avevo mai capito a cosa servissero le miniature dei carretti siciliani. Me lo ero sempre chiesta, tra l’altro. Se potessi sommare i minuti che mi vedono stupida interpete e protagonista principale nel ruolo di “inebetita fissa davanti alla vetrinetta tra paste di mandorla mi chiedevo a cosa servissero quelle piume sulla testa del cavallo e quelle ridicole ruote colorate che neanche girano”. Certo, il regista avrebbe dovuto scegliere un titolo più incisivo ma non posso preoccuparmi anche della regia. Sono già l’attrice protagonista in questo orrendo cortometraggio. E la truccatrice non mi convince mica tanto. Sa mettere solo il fondotinta e il mascara. Cerone? Soprattutto.

Fortuna che le mie certezze non vacillino più e mamma ha pensato di servirmi la risposta grazie all’ausilio della caratteristica che più la contraddistingue: la maturità. Quella che la porta ad asserire con assoluta certezza che gli anelli della tenda sono Hula hoop per Rabbids. ” Pronto amore ti ho comprato una miniatura del carretto siciliano” . Racconterò di una donna insuperabilmente ironica che al mio “Per fissarlo comodamente in casa chiedendosi a cosa serva?” ha risposto ” No stupida. Per infilarci dentro un coniglio”. Il Rabbid  lo abbiamo infilato poi. Lei tirava dalla zampa anteriore in avanti il carretto a dimostrazione del fatto che sono stupide ruote che non girano. Ed io ridevo. Lei sistemava le piume e mentre ci chiedevamo come diavolo potesse andare avanti il povero quadrupede con una benda di lana e pon pon in volto papà ha solo detto che. D’accordo la finzione scenica ma ” Il cannolo dopo lo scatto posso mangiarlo o no?” . La praticità  e la follia al servizio familiare è qui. Sono pomeriggi indimenticabili questi e per certi versi gli stessi che ho aspettato e temuto per una vita intera. Vederli crescere pericolosamente mi trasforma in quell’ologramma che ho cercato disperatamente di far rimanere tale. Grande. Ed adesso il carretto tocca tirarlo anche un po’ a me. Il fatto che io abbia dei cappelli sorprendentemente alla moda e una sfilza di coppole siciliane ( anche rosa ma è quella rossa con il fiore che da maggiori soddisfazioni) mi fa ben sperare sull’esito. Perlomeno dal punto di vista glamour. In questi giorni mi sono state commissionate ben tre interviste per tre siti carinissimi indipendenti che avrò il piacere di segnalare  a tempo debito. Contando che io non abbia pagato nessuno per far sì che questo accadesse mi verrebbe di spaccare il carretto a morsi al grido di “ma a chi diavolo può interessare di me?”.

E fino a qualche tempo fa avrei pure ingurgitato quella ridicola ruota inutile colorata di legno ponendomi il quesito. Sputato magari pezzi di zoccolo di cavallo mentre farfugliavo considerazioni masochistiche di me stessa volendo avere ragione mentre convinta la pretendevo e in maniera assoluta ma. Ma Domenica non sarei scesa in piazza per non sporcare il tacchetto e urtare contro una sconosciuta che potrebbe far puzza di ascella. Fino a qualche tempo fa appunto. Perchè Domenica io ci sono, come spero tuttii bellissimi occhioni femminili che sbattono le palpebre  qui.

Questo non significa che sia interessante interessarsi di me ma che se a qualcuno interessa molto probabilmente non ho ragione nell’asserire che non sia normale ( se si rilegge 2342 volte è di facile comprensione questo periodo). Lo sarà nel profondo per me, anormale per me ma. Ma perchè precludersi un cambio rotta carretto? Perchè sono grande? Non lo si è mai. Perchè precludersi un desiderio sepolto da cialde di cannolo putrefatte? Meglio zompettare felici sulla ricotta e lo zucchero. Anche solo per un po’. Zompettare mi fa venire in mente che, in seguito all’ultimo prodigioso acquisto di mamma, ho il mio gran bel da fare tra tirare carretti, fare orecchie da coniglio e arrotolare zucchero e neve lanciando smarties in un tripudio di folle normalità. Perchè dopo il carretto è seguita la macchina dello zucchero filato. C’è da dire che mamma ha sempre capito una cosa di me.

Io non sono una borsa firmata e una macchina di grossa cilindrata. Sono zucchero filato e carretto colorato. E la cosa divertente è che fino a quando morirò lo capiranno in pochi.E vivere in incognito nella realtà e realmente nella virtualità è il premio che mi è stato concesso. Per avere una vita. Vera e sincera. Come è giusto che sia. Per avere una vita con il pieno possesso di me stessa. Perchè me la merito (meritarsi me è una brutta cosa ma) . Il resto andasse pure a .

A fissare carretti nelle vetrine.

” Composta. Iaia Composta”. E  in poche persone adesso leggeranno in questa ultima frase quello che sento. Le stesse che conoscono/stanno conoscendo la vera Iaia. Le stesse che sorprendentemente conoscono il reale essendo da tuttaltrapartetuttattaccato.

“Oh. Saluti dalla Sicilia (agitando le manine). Noi siamo quelli che Iaia non la conosceremo mai”.

Li vedete anche voi? Quelli che agitano le manine, sì.  Quelli che davanti la vetrina fissano carretti chiedendosi soltanto “uhm. cioccolato o ricotta?”.  Ed equivalgono al tanto argomentato: uuuuuuuuuuuuUUUUUUUUUUUUUuuuuuuuuuuuuuuuuuu *agitando la testa nel vuoto fissando con sguardo vitreo. Il nulla, giustappunto.

Non ho niente da mettermi  Domenica, dannazione. Passiamo ai discorsi importanti. Voi? Tubino leopardato scollato con parigine di pizzo e tacco 29 giusto per allontanarci dallo stereotipo?

Sono anche questo. Chi non lo è? Ma vestirsi di sè è la vittoria. E io ho in quel senso  tante cose da mettermi. I vestiti firmati prendessero fuoco.

Chiusura drammatica e acida punzecchiosa nei confronti di qualcuno, sì( fosse stato un videopost avrei detto “è il bello della diretta”) a parte. Domani parte il Giveaway ed io non ho la più pallida idea di cosa mettere in palio ( è un continuo ” cosa mettere” o sbaglio?) . Non è che vi va di aiutarmi? Magari sparando stupidate a raffiche ( ne siamo maestri e ci verrà presto riconosciuto a carattere mondiale e interplanetario) vien fuori un’ideona. Ma ona. Ona ? Che Sia la moglie di One il Neurone?

Update: E se mettessimo in palio una macchinetta zucchero filato (NON LA MIA , tzè!) . Un elettrodomestico infantile a caso? La fontana di Cioccolato ad esempio? (linea disney Ariete? >>>click )  (Sono dei giveaway imbarazzanti con regole assurde. Si sceglie anche il regalo insieme. E’ sorprendentemente folle e meraviglioso. Ma mai quanto voi. Grazie. Anche se in ogni parola c’è sempre. Quel grazie. Spero davvero che lo leggiate anche quando non è composto dalle sei lettere)

Quale è la vostra Madeleine? Vi va di raccontarmela?


Tu mi sembri ben disposta verso di me

hai sorriso al mio piccolo dono.

E se soltanto io ho il tuo favore,

allora nessuna tavoletta di cioccolato

E’ troppo piccola…

(Goethe)

I Polifenoli fanno vivere di più. Il Flavonolo è capace di combattere gli odiosi radicali liberi. E non contenta questa molecola contenuta nel cacao riesce a curare malattie cardiovascolari e ictus. Paradosso dei paradossi poi contiene un antibatterico che vince sulla placca. Mica vera la storia che provoca la carie. Tuttaltrotuttattaccato. Contiene feniletilamina che “fa sentire innamorati” . Teobroma il cibo degli Dei. E non è difficile immaginare il Barbuto Zeus ingurgitarne ettolitri/quintali prima di concupire qualche ignara donzella e trasformare stangone bionde in querce secolari e femminone more in struzzi o ornitorinchi.

Ed è in buona compagnia il barbuto fedifrago. Maria Antonietta con il suo cioccolataio di fiducia, Madame de Maintenon e la fissa di portarlo sempre e ovunque con sè, Voltaire e le sue dodici tazze quotidiane di Cioccolata, Casanova per i suoi strabilianti effetti afrodisiaci ne tracannava quantità industriali, Mozart, Strauss, Stendhal, Sciascia, Manzoni, D’Annunzio.

Probabilicioccolisti affetti da cioccolismo. Al pari dell’alcolismo e tabagismo pare proprio che attanagli ben il due per cento della popolazione femminile stando a recenti strambi sondaggi; pur sembrando una cifra irrisoria e non contemplando l’universo maschile ma tant’è. “Non riuscivo a separare la bocca dai bordi deliziosi della sua tazza. Una cioccolata da morire, morbida, vellutata, profumata, inebriante” ( Guy de Maupassant). Viene quasi voglia di sbattersi la testa contro il muro focalizzando i bordi deliziosi. “Il tabacco può uccidere, la cioccolata no” ( Fidel Castro). “Se le regali dei cioccolatini è a dieta. Se le regali dei fiori è allergica” (Legge di Murphy). “Non pensate che il cioccolato sia un sostituto dell’amore… L’amore è un sostituto del cioccolato” (Miranda Ingram). Santa Subito. Perchè pare che gli altri si siano pure impegnati ma Miranda santa pazienza ci ha preso in pieno. Mi viene voglia di impacchettare il Nippotorinese e proporre un baratto senza pensarci due volte se focalizzo quel cremino gigante da Gobino in via Lagrange. Dopo aver visto il museo del Cioccolato, dove puoi esordire al mattino con“Salve. Mi da trecento chili di cremino affettato sottile? grazie” mi vien voglia di buttare tre coperte, quattro piumini e una stufa portatile e andare nella mia seconda città. Passerei da Bergamo per prendere Vale chiaramente; che i Rabbid vogliono tornare a Superga mi pare di capire.  Torino tra l’altro risulta essere insieme a Firenze la prima in assoluto ad avere a che fare con l’oro nero. Non si fa fatica a crederlo visto la tradizione cioccolatttara con tre t della città Sabauda che offre prodotti di imbarazzante bontà. Il Giandujotto fino a poco tempo fa era solo quel cosetto trapeziopiramidaloso dorato della Pernigotti. Un po’ come pensare che L’Arancino sia quello che ti propinano sul traghetto Reggio Calabria-Messina. Focalizziamo insieme il ragù chappi per cani felici e i piselli recuperati in latte scadute? Bene. Sono gli ottimi ingredienti per la realizzazione di codesta meraviglia. Ed è normale  avvertire la sensazione “mare forza sette” in questo momento qualora anche voi abbiate compiuto l’estremo gesto di mangiucchiarlo allegramente sulla barcarola che vi ha condotto poi in Trinacria. Il tourinot Maximo di Gobino. Ecco cos’è il Giandujotto Piemontese. Cialdina extra bitter 63% , Cialdina Oro Venezuela 70% , Cialdina aromatizzata al Pepe Rosa.  E parlo con cognizione di causa perchè sì. Nonostante non mi conceda zuccheri e roba varia quest’estate mi sono riempita la panza di granita da Vanilla, gelati di Grom e qualcosa come 10238130281203981023182318231 bicerin estivi accompagnati da 1318209381203981203182031823018231 giandujottituttigusti.

La riflessione profonda (risate registrate) dopo questo snervante blablabla su molecole, cenni storici, dipendenze, sondaggi, considerazioni e numeri da ingurgitamento è: allora perchè non posso strafogarmici fino a morire e vivere felice senza denti cariati? Semplice al limite dell’ovvio e del razionale. La storia dei grassi, vero. Saturi insaturi. Il burro di cacao e altre amenità. E se adesso facessimo tutti insieme il gesto dell’ombrello a questi simpaticoni grassi saturi/insaturi che immagino come dei body builder oliosi/oliati con i capelli rasati e il petto villoso? No si fermi il mondo. Ho focalizzato esattamente l’immagine del grasso Saturo/insaturo: il bestemmiatore pugliese della scorsa edizione del Grande Fratello (ha un nome?)  che chiede vendetta per il perdono concesso all’ennesimo bestemmiatore-nuova edizione. Il televoto dovrà decidere se quest’anno dovranno esserci: solo un bestemmiatore nella casa o due? Avvincente! (non che guardi il Grande Fratello eh ma la gente mormora). Insomma per dire solo che. Bestemmiatore pugliese scorsa edizione senza nome = Grasso Saturo/Insaturo ( è un blog di complicatissime formule matematiche e massimi sistemi internazionali (?) questo. L’ho sempre detto)

Eh? Se salissimo sul tavolo o qualsiasi superficie possa sorreggerci e a ritmo di lambada facessimo una gran pernacchia sonora corredata dal fatidico gesto dell’ombrello a questi loschi individui?  (lambada o salsa a scelta. Non so muovere ugualmente le anche in nessuno dei due casi per quanto mi riguarda)

Mentre preparavo le Madeleine in questa versione cioccolatosa non ho potuto fare a meno di pensare a Proust. Non perchè sia una persona de curtura ma semplicemente credo sia normale come Sicilia: Cannolo, Torino:Mole, Nippotorinese: ttttonzo*, Iaia: brava bimba. Cose di questo tipo.*Per non farci mancare nulla abbiamo anche la citazione cinematografica di “Ti presento i miei”, sì. Questo delizioso simil plumcake in versione monoporzione risale a quanto pare al XIX secolo ed insieme ai Macaron sono portabandiera della patisserie francese in tutto il mondo. Bella storia sì. Se solo mi fosse riuscita la famosa gobbetta ne sarei stata anche più felice. Suppongo quindi che ci sarà a breve un’altra full immersion madelein gobba ediscion per cercare di colmare questa imbarazzante lacuna gobbale. La madeleine e la capacità di evocare ricordi di infanzia un po’ come il croissant di Estasi Culinarie mi dico mentre peso gli ingredienti.

E in quei cassetti cerco di ravanare anche io qualcosa. Spostando persone che non hanno più volto, dando colore ad episodi che mi feriscono ancora, accarezzando volti gonfi e morti di chi non c’è più rassicurandoli che no nonmisonomicadimenticadite, occhi cattivi, sensazioni sbagliate. E sbang. Ti ritrovo cosa? Un kinder cereali. Un kinder cereali dentro un panino che costava esattamente 500 lire. Nel senso che no. Il panino era con la mortadella ed anche lì in cuor mio l’animo vegetariano a sei anni forse cominciava ad emergere. “No. Non con la mortadella. Mi può dare un panino senza nulla e un kinder cereali, perfavore?”. Scartavo quella foglia di allumino quadrettosa. A volte tiravo pure linee precise sulla foglia d’alluminio perchè mi piacevano i quadratini definiti. Li contavo. Perchè ho sempre contato tutto. Anche, in un giorno che avevo marinato scuola,  le mattonelle dell’istituto e aprivo. Aprivo il panino. Infilavo il kinder cereali e sgranocchiavo riso, cioccolato e pane. Carboidrato più carboidrato più cacao più zucchero più grasso. Uguale: felicità. Cinquecento lire di felicità. Una cifra modica. Ho sempre creduto che fosse la nutella la mia madeleine. E lo è anche. Una madeleine. Ma quella. Quella perfetta con la gobetta che non riesco ancora a sfornare è un pezzo di pane. che costa cinquecento lire. e ha il sapore di cioccolato, cereali e riso. E la vostra madeleine? Qual’è la vostra madeleine? 

Due ricette francesi e una tipicamente Piemontese. Come è giusto che sia in questo contesto cioccolatoso assai.

Madeleins al Cioccolato

Ingredienti per circa 48 Madeleins dipende chiaramente dalla grandezza delle formine: 110 grammi di farina bianca, 50 grammi di cioccolato fondente, 110 grammi di burro, 25 grammi di cacaco amaro, 3 uova grosse, 110 grammi di zucchero, 1 cucchiaio di miele.

Fare fondere 90 grammi di burro e lasciarlo raffreddare per qualche minuto. Unire il cioccolato tritato e mescolare bene. Setacciare insieme la farina e il cacao. Lavorare le uova con zucchero e il miele con un frullatore elettrico fino a ottenere una crema omogenea. Unire metà del burro e cioccolato e mescolare. Incorporare delicatamente la farina e il cacao, e infine unire il resto del cioccolato rimestando con cura. Versare il composto negli stampi precedentemente preparati (se non si usa il silicone imburrandoli con 5/10 grammi di burro circa) e fare cuocere le madeleinsper 10 minuti circa nel forno preriscaldato a 200. Se si hanno pochi stampi, visto che la quantità è per circa 48 Madeleins di media grandezza, lasciare raffreddare lo stampo, imburrarlo nuovamente e ripetere tutto il procedimento fino a esaurimento degli ingredienti.

Baci di Dama (pensando a Martina)

La Ricetta per questi Baci di Dama l’ho trovata su “Ricette di Osterie Italiane” che mai è riuscito nell’intento di deludermi neanche un po’. E’ la ricetta originale della pasticceria Bottaro e Campora ad Ovada provincia di Alessandria. Costringerò Flo a portarmici, sia chiaro (sì. Sto parlando con te. E’ inutile che fingi indifferenza fischiettando)

Gli ingredienti sono: 500 grammi di farina OO, 500 grammi di zucchero, 250 grammi di cioccolato fondente al 56%, 300 grammi di mandorle, 400 grammi di nocciole sgusciate, 500 grammi di burro, vaniglia Bourbon (le quantità sono francamente esorbitanti. Metà bastano a sfamare la popolazione dei nani da giardino mondiale. Così giusto per fare un inciso).

Tostare nel forno le mandorle e le nocciole. Pelarle, ridurle a granella e infine mescolare con lo zucchero e la vaniglia ottenendo una farina granulosa. Incorporare delicatamente il burro ammorbidito a temperatura ambiente, maneggiando l’impasto il meno possibile, solo il necessario ad amalgamare gli ingredienti, Con le mani formare tante palline della dimensione di una ciliegia e allinearle su una placca da forno, distanziandole leggermente. Riscaldare il fono a 170 e cuocere per 15-18 minuti, cercando durante la cottura di far fuoriuscire il vapore che si crea all’interno del forno, in modo che l’impasto risulti croccante e friabile. Una volta sfornati lasciarli raffreddare e staccarli dalla placca. Sciogliere a bagnomaria il cioccolato fondente e quando sarà diventato una crema liquida spalmarne una parte sullo strato superiore del biscotto e u nirne un altro. La crema al cioccolato raffreddandosi li terrà insieme creando la caratteristica forma a semisfere sovrapposte.

 Dopo i Macaraon al Limone, Macaron alla Papaya , Macaron Kiwi  e Papaya, Macaron al Mango , Macaron al pistacchio è la volta dei Macaron al Cioccolato di Nigella. Nonostante creda che la ricetta con Einstein come professore sia in assoluto la più riuscita non potevo certamente non dare fiducia a quella che reputo in assoluto una meraviglia del creato. Sì. Mi piace Nigella. E spudoratamente, pure.

Ingredienti per circa 36 biscotti ovvero 18 macaron finiti: 250 grammi di zucchero a velo, 125 grammi di mandorle macinate, 25 grammi di cacao, 4 albumi (abbastanza grandi), 25 grammi di zucchero semolato

Ganache di Nigella: 90 ml (6 cucchiai circa) di panna, 150 grammi di cioccolato fondente tritato, 45 grammi (3 cucchiai) di burro.

Riscaldare il forno a 180 e rivestire le placche con la carta da forno. Setacciare insieme lo zucchero a velo, le mandorle macinate e il cacao. Montare gli albumi a neve semi-ferma, cospargerli con lo zucchero e poi finire di montarli. Incorporare gradualmente gli ingredienti setacciati. Mettere la bocchetta sulla sac-à-poche con una punta liscia non troppo piccola e riempirla con l’impasto. Formare sulle placche rivestite dei cerchietti di 5 centimetri e poi lasciarli riposare almeno 15-20 minuti fino a quando non si formi sopra la superficie una leggera pellicina. Cuocerli per 12-15 minuti circa. Devono essseri asciutti in superficie e morbidosi alla base. Trasferirli su una grigilia di metallo e una volta freddi unirli a coppia con la ganache che si potrà preparare durante la fase di cottura dei nostri macarons essendo facilissima e veloce. La ganache si ottiene scaldando tutti gli ingredienti in un pentolino finchè il cioccolato si fonde. Toglierla dal fuoco e mescolare con una frusta fin quando non si sarà addensata. Una volta fredda spalamarla con l’ausilio di un coltello sul lato inferiore di un biscotto e poi unirne un altro, Continuare così fino a che finiscano tutti.

Oggi copierò ed incollerò (dovrei fare il bagnetto ai miei Rabbids e pulire la casa del Nano da Giardino ma non mi va proprio di svolgere attività casalinghe primarie)  quasi tutte le ricette nel Gikitchen Light con una funzione che permetta di stampare direttamente nel caso assurdo in cui voleste davvero imbattervi in un mio pasticcio ( nel caso vi prego:  quelli collaudati e non appartenenti alla sezione “Esperimenti personali” ). So per certo che non è una comunicazione ufficiale che vi farà strappare i capelli e saltellare per casa al ritmo di “The Dope Show” di Marilyn Manson (una robetta romantica, sì) ma ne abbiamo un altro di comunicato ufficiale tedioso e noioso quindi è una gran bella giornata intrisa di paranoia:

Non trovo i capellini e le pernacchiette per il Cenone di Capodanno. Seriamente: si può cominciare il 2011 senza?

Update dell’ultima ora: Se anche voi siete stanchi della solita roba sul web la bella novità è che Star ha ricominciato a scrivere. Ed è giusto che il mondo lo sappia.

Update dell’ultima ora più ultima dell’ultima ora: I Baci di Dama piacciono da impazzire a Darsch, sia messo a verbale . Prepararne giusto quattro quintali con la cannella (lo vedi? ricordo tutto io!*va via bofonchiando)

Einstein ci spiega esattamente la vera ricetta dei Macaron


Dopo i doverosi ringraziamenti (Immaginate tanti Menti pelosi che si ringraziano vicendevolmente)

Buongiorno e benvenute/i alla Prima lezione serissima sui Macaron. Se anche voi fate parte di quella folta schiera che adora questi cosini tondi colorati a prescindere da che sapore abbiano siete nel posto sbagliato al momento sbagliato. Preme informare i gentilissimi ascoltatori che non sentiranno nulla essendo una lezione scritta e che quindi dovranno chiamarsi per l’occasione visivatori.   A supportarci il nostro amico Albert che per l’occasione ha una messa in piega degna di nota.  Senza indugio appuntate quindi sui vostri taccuini e tacchini quello che andremo ad enunciare.

Il Rapporto Macaron-Cosino al quadrato è l’esatto raggiungimento dell’estasi. Il cosino altro non è che il “cosino sotto” e il “cosino sopra”. Il cosino sopra deve essere un cosino liscio liscio. Una superficie al tatto setosa e lucida. Il cosino sotto deve essere  un cosino riccio riccio. Una superficie rugosa e ariosa. Ottenuto dal Macaron il rapporto perfetto cosino sopra liscio liscio/cosino sotto riccio riccio si avrà tra le mani il Macaron Perfetto ergo l’estati macaronesca. A seguire diapositiva numero 2 ( Il Nippotorinese si complimenta dall’ufficio per la mia inaspettata sinteticità e praticità. Mente spudoratamente il falso. Per ottenere servigi davanti la partita stasera: rutto libero e spaghetto arrotolato intriso di ragù da spiaccicare sui cuscini. Vabbè)

L’equilibrio tra il cosino liscio liscio e il cosino riccio riccio è paragonabileall’utopia della risoluzione definitiva della lotta tra il bene (Super Nano da Giardino) e il male (L’efferato Serial Killer  Nano da Giardino) raffigurata nella diapositiva numero 3 dove gli antagonisti ancestrali trovano vicendevolmente nel cammin di loro vita l’estasi macaronesca.

E’ necessario per la corretta realizzazione del Macaron perfetto una buona dose di autostima; qualora non l’aveste in casa basterà collegarsi al blog di Flavia Vento e respirare a pieni polmoni. Quello che purtroppo scoraggia è l’aspetto etereo che ti fa necessariamente credere che non ce la si potrà fare. E INVECE NO ! * disse salendo sulla cattedra

Come abbiamo avuto modo di sproloquiare già durante la realizzazione dei Macaron al pistacchio di Nigella in tantissime ricette francesi tradotte e versioni da tutte le parti del mondo la maggior parte delle volte gli albumi vanno invecchiati almeno un paio di giorni. Non in ultimo poi la particolare cura  dove è opportuno mettere delle teglie vuote sotto per non far arrivare eccessivamente calore durante la cottura e comprometterla di conseguenza.

La ricetta che segue è stata sapientemente tradotta dal Nippotorinese. Scovata su di un forum francese, di cui purtroppo non dispongo il link essendo frutto di un’estenuante ricerca. In ballottaggio ce ne erano tre. Sembravano avere tutte delle ottime credenzialità. Inutile dire che questo è il secondo esperimento per quanto mi riguarda ma credo proprio l’inizio di una lunghissima serie.  Macaron parte seconda.

Gli  ingredienti per 25 macaron (50 singoli ) circa: 150 grammi di mandorle intere, 150 grammi di zucchero a velo, 100 grammi di albumi (50 grammi in una ciotola e 50 grammi in un’altra ciotola) , 170 grammi grammi di zucchero semolato (150 in una ciotola e 20 nell’altra) , 50 grammi di acqua. Colorante alimentare facoltativo qualora si volessero colorare.

1) Far tostare la mandorle dentro una padella  o in forno a 160 per una decina di minuti. 2) Tritare le mandorle nel frullatore . 3) Unire alla farina di mandorle ottenuta con lo zucchero a velo e tritare insieme. Fino ad ottenere una farina unica. 4)Dopo aver pesato 100 grammi di albumi versarne l’esatta metà sopra le farine  aiutandosi con una spatola. Amalgamare per bene il tutto. 5) Con lo sbattitore elettrico montare adesso gli altri 50 grammi di albumi insieme a 20 grammi di zucchero fino ad ottenere una neve fitta. 6) In un pentolino far sciogliere i restanti 150 grammi di zucchero con 50 grammi di acqua. Lo sciroppo deve essere praticamente portato ad ebollizione ma non bisogna esagerare nella cottura. Intorno ai 100 -110 gradi centigradi quindi togliere dal fuoco. Se non avete il termometro non bisogna preoccuparsi. Gridate “tuppete!” nella speranza che il rito propiziatorio vi assista. Ho fatto così io.  7) Azionare nuovamente le fruste dello sbattitore elettrico e versare a filo molto lentamente questo sciroppo appena ottenuto sugli albumi montati a neve fitta con i 20 grammi di zucchero.  Questa operazione richiederà un po’ di tempo e non bisogna avere fretta. Lo sciroppo va versato lentamente prestando attenzione agli schizzi perchè la temperatura è ovviamente piuttosto altina. Non bisogna  stancarsi facilmente ma far roteare per un bel po’ le fruste fino ad ottenere un composto gonfio e soffice come una nuvola. Ma proprio gonfissimo e sofficissimo eh? Io mi sono perdutamente innamorata della consistenza. Ne era già valsa la pena a prescindere.

Vi troverete davanti così a due composti: il primo formato da i 50 grammi di albumi, farina di mandorla e zucchero a velo. il secondo formato dai 50 grammi di albumi montati a neve con lo sciroppo di acqua e zucchero. Bene. Gridate “tuppete!” nuovamente per autoimboccaluparvi e impavide/i proseguite. Unire entrambi i composti aiutandosi con la spatola ed eseguendo movimenti dall’alto verso il basso. Incorporando i due composti estranei con meticolosità e precisione. Piano piano senza fretta. Avete davanti a voi l’impasto dei Macarons. A questo punto potete pensare se sia il caso o no di dividerlo in altre ciotoline e aggiungere un po’ di colorante alimentare per donare ai vostri macarons quell’aspetto così celestiale. Non usate coloranti liquidi, santa pazienza. MAI. Piuttosto i coloranti alimentari in gel della decora. Si potrebbe davvero compromettere tutto il risultato. Per dovere di cronaca va detto che il colorante potrebbe essere anche messo all’inizio quando si dividono gli albumi ma è pur vero che in quel caso si dovrà optare solo per un colore. Al contrario così si potranno realizzare tutte le tonalità e le gradazioni che si hanno voglia. Ma procediamo con calma che sono già confusa abbastanza.

Inserito l’impasto morbido e soffice in una sac-à-poche o siringa con una bocchetta liscia che non superi i 10 mm di diametro procedere alla stesura dei vostri macaron che andranno adagiati su teglie foderate di carta forno. Non imburrare o prendere iniziative. Carta forno e amen (sì ho fatto una sciocchezza e l’ho pagata cara). C’è da dire che io, avendo un problema con la sac-à-poche ho provato a formare i macaron con un piccolissimo cucchiaino da the ed il risultato è stato a dir poco sorprendente. Inutile dire che ho lanciato la sac-à-poche dalla finestra e le ho gridato au revoir. E’ stata una bella fine del resto. Si dovrà essere sentita davvero a casa. Avrei potuto cantarle la vie En Rose ma francamente ero troppo in tensione per la scelta del ripieno e no. Non mi andava di impegnarmi anche in questo mini concerto pre natalizio.

Dopo aver formato questi deliziosi tondini sulla teglia lasciare riposare i  macaron per 10-15 minuti fino a quando si formerà una leggere pellicina sopra e infornare a 150 per 15 minuti massimo (In vena di esperimenti ho fatto riposare alcuni macaron anche un’ora e altri due ore. Bene. Non è cambiato assolutamente nulla in cottura gli uni dagli altri e quindi va da sè che dalla prossima volta attenderò al massimo i 15 minuti). Infilare nel forno preriscaldato a 150 e lasciar cuocere per un massimo di 12 minuti. Dipende chiaramente dalla grandezza. Potrebbero occorrerne anche 15 di minuti ma francamente non di più. A quindici non è arrivato neanche quel maritozzo che ha provato il Nippotorinese per intenderci.

Quando la superficie sarà liscissima e meringosa e la base un po’ spumosa e ricciolosa sarà normale che voi saltiate sopra le sedie, spacchiate i cucchiaini con la forza del pensiero e in preda a possessioni demoniache roteiate la testa di 360 gradi gridando “Il mondo è mio !”. Se non doveste sedare l’entusiasmo basterà che vi colpiate con una mazza ferrata facilmente reperibile nella cassetta degli attrezzi. Nel caso in cui voi non l’abbiate sarà bene ricordarla al vostro compagno/a perchè natale è vicino e siamo tutti più buoni. Con molte probabilità starà piangendo in ufficio davanti al sito www.checacchioregaloaquelloscemo.com

Per la cottura dei macaron oltre alla leggenda metropolitana che vuole  due/tre/settecento teglie sotto per proteggerli dall’eccessivo calore c’è anche quella dello  sfornamento (?) su una superficie freddissima per non prolungare la cottura. Ecco. Questo l’ho fatto. Immediatamente sfornati , ho tirato via il foglio di carta da forno dalla teglia e messo sul marmo per agevolare la raffreddatura.

Avendo trascorso il sabato pomeriggio facendo prove macaronesche dal basso della mia esperienza posso condividere con voi in ultimo queste brevi considerazioni:

1) Il colorante alimentare gioca dei brutti scherzi. Ho messo il colorante sia all’inizio quando ancora i due composti di albumi e mandorle non erano riuniti ovvero nell’impasto gonfissimo nuvoloso e il cosino riccio riccio sotto non è venuto perfetto. Ho messo poi il colorante alla fine quando l’impasto dei macaron era pronto per essere infilato nella sac-à-poche e il cosino liscio liscio sopra si è crepato e non poco. Ho provato infine anche a metterlo nell’impasto farina di mandorle/albumi e non mi è venuto nè il cosino liscio liscio nè il cosino riccio riccio. Il risultato era più una meringa. Questa equazione dovrebbe dare un risultato e lo dà in effetti: AIUTATEMI.

Oggettivamente il gusto cambia pressocchè di 0, 00001 ma indubbiamente l’impasto originale senza coloranti aggiunti sinora con queste dosi dà  il risultato più entusiasmante. Essendo per me un esperimento vero e proprio mi sono lanciata in queste diverse variazione ma dovessi consigliarli senza ombra di dubbio sconsiglierei il colorante senza indugio. Per la ganache ero tentata da quella al cioccolato e al miele  di Montersino, dalla moltitudine di varietà scovata in forum francesi e in blog italiani. Alla fine avendo in casa tanta frutta esotica ho deciso per tre tipi di ripieno:

1) Ripieno per Macaron alla Papaya

2) Ripieno per Macaron Kiwi e Banana

3) Ripieno per Macaron al Mango

Per quelli alla Papaya e Mango: 100 grammi di frutto, 105 grammi di zucchero a velo e 10 grammi di pectina (agar agar o colla di pesce. Io ho usato 8 grammi di agar agar)

Per il ripieno al Kiwi e Banana: 100 grammi di entrambi i frutti, 30 grammi di zucchero a velo e 10 grammi di pectina ( agar agar o colla di pesce. Io ho usato 8 grammi di agar agar)

Il procedimento è sempre lo stesso: Frutta e zucchero nel pentolino per almeno 15 minuti fino ad ottenere una marmellatina e introdurre il gelificante che si è scelto. Lasciar raffreddare e imbottire le coppie dei macarons.

Mentre imbottivo con il ripieno di banana e kiwi un macaron colorato di verde mi sono resa conto che i semini del kiwi sembravano essere quelli dell’anguria e che se avessi colorato un po’ il ripieno con del colorante in gel avrei ottenuto quell’effetto angurioso dolcissimo che mi avrebbe potuto risollevare dalla stanchezza febbre/pomeriggio precedente  a far biscotti/pomeriggio in corso a far macaron/l’indomani ad invecchiare di un anno. E difatti è accaduto questo. Vedere un macaron angurioso finto è stato esaltante. Giocare con le forme dei macaron il mio prossimo impegno, insomma.

C’è qualcosa di magico in questi macaron. Devo ancora capire perchè. Sarà quel cosino sopra liscio liscio che sembra una corazza invalicabile. Una struttura perfettamente solida per poi trovarsi dentro quella fragilità che si intravede un po’ dal cosino basso riccio riccio rugoso. Quell’incontro nauseabondo della mandorla e lo zucchero con un ripieno di infinite varietà. Quella diplomazia di voler  forse piacere a tutti ma anche no. E’ un opposto e un controsenso il macaron. E’ concretezza e fantasia. E’ camaleontico e inafferabile. E’ poliedrico il macaron. E’ un cosino con del carattere. E non mi importa nulla del suo gusto. Mi importa in quanto è. E in quanto ha.

Credo proprio che sia nato un amore qui. Le superficia liscia/pelata esercita da sempre un certo fascino su di me. C’è poco da fare.

Update:  Mi hanno fatto saggiamente notare che è difficilissimo estrapolare una mia ricetta tra i deliri, considerazioni, nani da giardino e infinite amenità. Per questo motivo nasce Gi’s Kitchen Light Version . Non avendo il dono della sintesi era l’unica soluzione al fine di agevolare la stampa qualora ci si volesse imbattere incautamente in una mia ricetta . Ergo inauguriamo con i Macaron.

Uè Uè


 Forjapanwithlove . Il 18 Marzo è stata la giornata del Silenzio, in segno di rispetto per il Giappone,  da parte dei Blogger. Non che serva a qualcosa se non segue il  click  su “donate” ( il mantra del 45500 per devolvere due euro alla Croce Rossa  è sempre valido da ripetere durante la giornata; grazie al cielo poi esistono spammatori fastidiosi che capitanano   Il Multiblog di Siciliani, ; Mister Sasetti se non ci fosse bisognerebbe proprio disegnarlo giovandosi delle matite più preziose a punta fine). Per non sbagliare ne ho fatte più di 72 ore di silenzio e non solo dal blog. Ho staccato i cellulari (e non ho intenzione di riaccenderli, inciso) e non ho intravisto nessun tipo di social network, email, ping, poke, tricche e ballacche. La spasmodica voglia di farne altre 720, di ore,  mi divora ma non ci sarà bisogno di rinunciare alle mie carni perchè  mi asseconderò senza troppe riflessioni e giustificazioni.

 Si alternano tragedie ad eventi in un’ imbarazzante dicotomia e nonostante l’innegabilmente valida  filosofia iaiesca “ridiamoci su, ma anche giù” non riesco a muovere nessun muscolo facciale sito nei dintorni della bocca. Pare che si chiamino zigomatico,  risorio e buccinatorio . Bene. Avranno di certo subito una paresi e non hanno intenzione di reagire. 

Si agitano  bandiere tricolori piangendo le sorti nipponiche guardando sconvolti sbarchi a poca distanza da noi mentre partono missili e vengon fuori pseudo-soubrette vestite da poliziotte ad Arcore; per soli 99 centesimi sull’ipad puoi pure acquistare le foto sul sito dell’Unità che ritraggono Lele Mora fare ginnastica in casa di Betty; perchè pare che le Papi (Papy?)  Girl lo chiamassero anche così. Con la y, sì.  La settimana del cervello dal 13 al 20 Marzo, White Day, San Patrizio, Unità d’ Italia. Il tutto quando si è reduci dal carnevale e Hinamatsuri.

L‘inerzia è affascinante, mentre si alternano coriandoli-bandiere-fischi-guerre-disastri naturali,  nonostante la chiara difficoltà di  indossare maschere e proseguire blaterando su riso fritto con il miele e meringhe colorate come accadrà a breve. Avrò modo inoltre  di blaterarne fino alla nausea ma in qualche modo ho cercato di organizzare la sezione Project, sagacemente riadattata con il nome “Project 12″ perchè ufficialmente sono tanti i progetti visivi e fotografici ai quali lavorerò. L’ingente mole ricettosa, però,  arretrata e in divenire non mi permette di soffermarmi su questo punto al momento. Proprio perchè si prosegue impavidi verso l’organizzazione pasquale come nulla fosse. A chi interessasse quindi capire qualcosina in più sui miei progetti lavorativi visivi e fotografici credo che per la prima volta sia stato raggiunto un livello di sinteticità tale da rischiare di non rispecchiarmi. Basta cliccare qui. I dodici spazi sono chiaramente in costruzione e pertanto potrebbero contenere ben poco. Gli aggiornamenti individuali verranno segnalati all’interno del Blog, come sempre.

Ho sempre riso moltissimo della profezia Maya. Sulle persone che poi hanno qualche considerazione e addirittura timore a riguardo ancor di più. Se fate parte di loro, me ne dispiace giusto un po’. Non è scortesia ma dannazione allora credete alle cose serie. Che ne so divenite adepti come me del Mostro Spaghetti Volante ! Santa Polpetta! Ho riso però e molto anche per le coincidenze sul dodici che mi riguardano. Chi ha visto Omen e il suo 6-6-6 potrebbe tranquillamente convenire con me  che sono la versione in gonnella di Damien in formato raddoppiato 12-12-12. Per chi non ha visto Omen e non coglie il significato potrei pure parlare di uova di quaglia e sarebbe lo stesso. Ho sempre atteso fortemente il 12-12-2012 sin da piccola. Senza un motivo. Dovessi arrivarci, vista la situazione attuale, sarebbe già una bella vittoria. Non che ci sia del pessimismo cosmico in questo lunedì ma semplice coscienza. Attendo che la mia personalità priva di logica e raziocinio mi rapisca per portarmi ad Eggland. Cookieland o in qualsiasi landa lontana da qui.

Questa piacevolissima assenza di me ha fatto saltare due “eventi”. Sabato è stato San Giuseppe ergo la festa del papà. Le annotazioni personali corredate da parole e immagini le conservo nel cuore questa volta  perchè gelosa di condividerle (si può sapere dov’è quella maledetta personalità gioviale che lancia cuoricini e racconta di caramelle come segna posto che formano la scritta “Ti amo papà”?). Domenica 20 Marzo poi Le Jour du Macaron - Il Macaron Day. Sì perchè a quanto pare è stata indetta anche la giornata internazionale del Macaron e questa risulta essere la seconda edizione ufficiale. Il Macaron  che sta surclassando secondo un recente sondaggio anche il cupcake nella città di New York, finora indiscusso bocconcino dolcioso preferito nella Grande Mela,  seguito con leggerissimo distacco dall’onnipresente muffin.  Leggevo giusto qualche giorno fa che il cupcake risulta essere,  oltre che meno fashion e modaiolo di questa meringa dai colori sobriamente pastello, anche pesante. La leggerezza indiscussa del macaron con l’assenza di tuorlo e burro fa sì che anche le più schizzinose riescano a concedersi un morsicino fugace.  Ieri seguendo un itinerario stabilito dal Comune si potevano assaggiare in diverse Bakery e Pasticcerie macaron appena sfornati con moltitudini di ripieni in maniera del tutto gratuita. Per l’occasione in Europa si è scomodato addirittura nientepopodimenoche  Pierre Hermé con un’iniziativa degna di nota. Una parte del ricavato dalla vendita dei famigerati dolcetti andrà devoluta ad un’associazione benefica (per  l’Alliance des Maladies Rares e  Autour des Williams) .

I Macaron (come tutta la Patisserie) di Hermè e Christophe Felder mi hanno sempre messo un ” po’ “ di ansia lo ammetto. Avendo ricevuto però in regalo dal Nippotorinese volumi di entrambi fatti pervenire direttamente dalla Francia non potevo certamente esimermi dal provarli al grido di “Hermè e Felder perdonatemi perchè non so quel che faccio!”. L’esperimento Hermesiano sarà prossimamente online, mentre oggi ci becchiamo l’impasto base dei Macaron di Christophe Felder tratto dal libro “Le meilleurs Macarons”. Essendo scritti interamente in francese ho trascoro (e continuo a trascorrere)  allegri momenti con il translate di google da una parte e il nippotorinese al telefono dall’altra. Perchè sì. Conosce pure il francese. Detestarlo è il minimo; continuo a ribadirlo in maniera infaticabile.

Annoto anche la ricetta delle Crispelle di Riso Catanesi di San Giuseppe. Sì proprio Crispelle con la i e non con la e. Un dolcetto che difficilmente non chiude il pasto durante il pranzo e la cena del 19 marzo nella mia città. La mia prima esperienza crispellosa risale a circa due anni fa anche se l’anno scorso mi ero dedicata completamente a diversi esperimenti decretandone una   tra tre: ricetta quantomeno simile all’ufficiale. Le ho preparate sabato per il pranzo paposo usando un buonissimo riso integrale nonostante la ricetta originale non lo prevedesse. Nell’impasto ho addirittura aggiunto un ingrediente non previsto  ( qualche cucchiaiata di marmellata di arancia amara fatta da me) ed il risultato è stato sorprendentemente valido. Mi concedo anche variazioni alle ricette della tradizione. Dire che sono completamente pazza, come dice Max, è la mia unica certezza.

A dimostrazione del fatto che le ricorrenze continuano ad accavallarsi incessantemente alle tragiche realtà oggi è l’equinozio di Primavera  (se è per questo Domani è la giornata mondiale dell’acqua per non farci mancare proprio niente) ;  trascorrerò il pomeriggio ai fornelli per sperimentare delle ricette pasquali della tradizionale Italiana e non solo. Casa è invasa da conigli di ogni sorta e uova. Ovunque. Una tela mi aspetta perchè l’acrilico che aspettavo è finalmente arrivato.

Infine: come ho avuto modo di blaterare non troppo tempo fa non trascriverò più le ricette sul blog vista l’ingente quantità di parole, immagini, illustrazioni e disegni. Sarebbe bello fare una piccola introduzione “ciao sono stanca ma volevo farvi vedere gli spaghetti al pesto che ho preparato oggi”. Foto. Saluti. Fine. Sogno questo tipo di sinteticità e schiettezza da una vita. Se dovessi rinascere vorrei proprio accadesse questo. Non mi importa la variazione di sesso, condizione sociale, appartenenza etnica. Io voglio rinascere sintetica.

Aggiungerò pertanto ad ogni post un link ; per chiunque volesse avventurarsi nell’elaborazione di una ricetta qui pubblicata sarà facile e immediato stampare. Per questo motivo ho scelto di non inserire neanche un’immagine. Non ci si dovrà scomodare neanche a copiare e incollare il testo escludendo il formato .jpeg  che potrebbe far scoppiare allegramente la cartuccia della stampante. Basterà cliccare su file-stampa e tanti saluti. L’intenzione inoltre è quella di trasformare tutte le ricette presenti qui, e che si possono visualizzare nell’indice,  in questa versione easy.  Diciamo che è un lavoro più per me che per altri. Mi sono resa conto che rileggermi e scovare la ricetta all’interno del post è un masochismo fin troppo grande anche per me.

Le sorti della  versione ipodeliriaca del Gikitchen, ovvero Gikitchen Light sono state decise nel seguente modo: Nella sezione qui in alto Light sto riorganizzando ( con non poca fatica) tutte le ricette precedenti in versione stampabile. L’estenuante copia e incolla mi provocherà anche una paresi alle falangette ma ci stiamo abituando a questo blocco muscolare continuo ergo non si ha paura e impavide si prosegue. Quando tutto sarà trasferito farò esplodere il Gikitchen Light che è stato chiaramente un errore di gioventù.

La Ricetta base dei Macaron di Felder la trovi cliccando qui

LaRicetta delle Crispelle di Riso Catanesi di  San Giuseppe la trovi cliccando qui

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Una nota doverosa,  è che Gnomeo e Giulietta non va visto. A patto che non si lascino a casa i neuroni, per chi si può concedere il plurale al contrario di me, e il buongusto. Attribuirei un “vergognoso” mentre le stelline da 1 a cinque della scala di valutazione prendono fuoco. Non mi aspettavo tanto ma neanche questo lerciume. Ci fosse lo zampino degli autori di Pomeriggio Cinque capirei ma a quanto pare non è così. Visto l’entusiasmo generale di voler condividere con me recensione, opinioni e quant’altro mi esporrei solo con queste due righe per non doverne parlare mai più. Ho dovuto propinarmi Rabbit e Vite Perdute di Lynch e passare ore con ” A Scene at the Sea” nelle orecchie per rimuovere il vuoto neuronale provocatomi dalla visione. Solo un momento è stato rilassante e non ho scalciato contro il divanetto della sala sbuffando. Quando la rana ha detto ” uè uè”. Ho pensato “Ale. chissà se Ale dice uè uè così”.

Perchè in questo momento forse i muscoli del sorriso paralizzati si muoverebbero solo per quel uè uè.

Update: Prima di incendiare tutti i miei apparecchi Apple ( quindi la casa e mi dispiacerebbe giusto un po’), chiunque volesse firmare la petizione per rimuovere questa vergogna dalle Applicazioni, avrebbe la mia stima imperitura. Grazie.