Cervello di Panna e Frutti di Bosco e 4 tipi di Muffin dal Cioccolato al Cocco, all’Avena e Mandorle, al Caffè sino alla Banana.


La Ricetta del Muffin al Cioccolato e Noci al Sapore di caffè 

Ingredienti per 12 muffin circa.
Ingredienti secchi: 320 grammi di farina bianca o semi integrale, 50 grammi di zucchero, 3 cucchiaini di lievito chimico, 1/2 cucchiaino di sale, 150 grammi di barrette di cioccolato fondente spezzettate a pepite, 50 grammi di noci spezzettate.
Ingredienti liquidi: 325 ml di panna fresca, 6 cucchiai di caffè espresso non zuccherato, 175 ml di latte parzialmente scremato, 50 ml di olio di girasole, 1 uovo (albume e tuorlo separati), 1 cucchiaino di estratto di vaniglia.

Mescolare insieme la farina, zucchero, lievito e sale. Incorporare il tuorlo d’uovo agli ingredienti secchi. Montare gli albumi a neve.
Mescolare insieme gli ingredienti liquidi rimasti con il miscuglio di uovo e ingredienti secchi e poi aggiungere l’albume montato a neve e le pepite di cioccolato insieme alle noci spezzettate. Non è necessario lavorare troppo la pasta.
Suddividere il composto negli stampi da muffin imburrati se non si usa il silicone. Fare cuocere i muffin per 20-25 minuti fino a quando saranno ben gonfi e morbidi e ben dorati.
Verificare la cottura infilando uno stuzzichino di legno.
Quando saranno pronti difatti questo verrà fuori bello asciutto.

Muffin alla Banana

Ingredienti per 12 muffin circa.
Ingredienti secchi: 240 grammi di farina bianca o semi integrale, 75 grammi di fiocchi d’avena, 3 cucchiaini di lievito per dolci, 55 grammi di zucchero di canna, 75 grammi di datteri secchi snocciolati tagliati a pezzettini, 40 grammi di noci pecan, 2 cucchiai di cannella in polvere.
Ingredienti liquidi: 190 grammi di yogurt bianco non zuccherato (se greco ancora meglio), 115 ml di olio di girasole, 75 ml di latte di cocco, 60 grammi di miele preferibilmente di acacia, 3 uova, 1 cucchiaio di estratto di vaniglia, 225 grammi di banana matura.

Preriscaldare il forno a 180.
Immergere i datteri in acqua bollente per circa 10 minuti. Mescolare insieme tutti gli ingredienti secchi, salvo i datteri, e mettere da parte un po’ di zucchero di canna per spolverizzare la superficie dei muffin.
Mescolare insieme tutti gli ingredienti liquidi salvo la banana.
Sgocciolare i datteri. Schiacciare la banana con l’aiuto di una forchetta. Incorporare la banana e i datteri alla preparazione di ingredienti liquidi.
Mescolare insieme le due preparazioni senza lavorare troppo la pasta.
Suddividere la pasta negli stampi da muffin imburrati se non si usa il silicone. Fare cuocere i muffin per 20-25 minuti fino a quando saranno gonfi morbidi e ben dorati. Verificare la cottura infilando uno stecchino di legno al centro dei muffin. Saranno cotti quando uscirà pulito.

Muffin con fiocchi di avena e Mandorle tostate leggermente salate

Ingredienti per 12 muffin circa.
Ingredienti secchi: 240 grammi di farina bianca o semi integrale, 75 grammi di fiocchi d’avena, 3 cucchiaini di lievito chimico, 85 grammi di zucchero, 1 cucchiaino di cannella in polvere, 1/2 cucchiaino di sale, 50 grammi di mandorle tostate tritate grossolanamente (leggermente salate se piace. Tenerne da parte qualcuna per la decorazione finale).

Ingredienti liquidi: 150 ml di latte parzialmente scremato, 110 ml di olio di girasole, 2 uova, 400 grammi di mela pelata, privata di semi e grattugiata.

Preriscaldare il forno a 205. Mescolare insieme tutti gli ingredienti secchi conservando un po’ di zucchero e mandorle per la decorazione finale. Aggiungere la mela grattugiata fino a quando sarà avvolta completamente nella farina che farà rallentare il processo di ossidazione.
Mescolare insieme il resto degli ingredienti liquidi, poi unire le due preparazioni senza lavorare troppo la pasta.
Suddividere la pasta negli stampi da muffin imburrati se non si usa il silicone e spolverizzare con zucchero adagiando sopra qualche mandorla tostata e salta.
Fare cuocere per 20-25 minuti fino a quando saranno ben gonfi e morbidi e dorati. Verificare la cottura infilando uno stecchino di legno al centro dei muffin. Saranno cotti quando uscirà pulito.
Raffreddare.
Servire.

Muffin Cioccolato e Cocco  

Ingredienti secchi: 105 grammi di farina bianca o semi integrale, 300 grammi di zucchero, 1 cucchiaino di lievito chimico, 85 grammi cacao in polvero amaro non zuccherato, 50 grammi di noce di cocco grattugiata o scaglie disidratate (in questo caso abbondate un po’ e arrivare a 70 grammi circa).
Ingredienti liquidi: 65 ml di latte di cocco, 165 ml di olio di girasole, 4 uova (albumi e tuorli separati).

Preriscaldare il forno a 200 gradi.
Mescolare insieme tutti gli ingredienti secchi conservando un po’ di noce di cocco grattugiata per guarnire la superficie dei muffin. Mescolare l’olio di girasole, il latte di cocco e i tuorli d’uovo. Montare a neve gli albumi.
Mescolare insieme le due preparazioni poi incorporare gli albumi montati a neve delicatamente senza lavorare troppo la pasta.
Suddividere la pasta negli stampi per muffin imburrati se non si usa il silicone e spolverizzare con la noce di cocco grattugiata tenuta da parte.
Fare cuocere per 20-25 minuti fin quando saranno ben gonfi e morbidi. Controllare il grado di cottura con uno stuzzichino di legno che se uscirà asciutto sarà indice che il muffin è pronto per essere sfornato.
Raffreddare e servire.

  • vaso: barattolo pomodori pelati
  • tovaglietta: tovaglia monouso di carta Ikea halloween version
  • teschi: mini teglie muffin-cupcake in silicone acquistate su Amazon uk

Adesso tu guardando il tutto mi dirai: sevabbècertoèarrivataquellachehatremilascemenzedihalloween! (così. Proprio tutto d’un fiato). Lo so che pensi che non ci sia effettivamente granché da dire se non si possiedono le tegliette monouso teschiose (la dobbiamo finire di parlare tutti così d’accordo? basta!). Ma non è affatto così! Perché le alternative sono molteplici e adesso spremo le meningi (di panna, pure le mie) e me le invento sul momento.

  • Ritagliare un po’ di carta forno. Avvolgere il Muffin. Disegnarci un teschio e voilà (oh questa è bella davvero).
  • Disegnare un facciotto con del cioccolato fondente, o glassa, proprio sul muffin nella parete laterale e ottenere così ugualmente l’effetto volto per poi proseguire con: cervello di panna e sangue di frutti di bosco.

E molto altro che sicuramente vi verrà in mente. Alternative? Correre al Lidl perché a prezzo bassissimo ci sono cose di Halloween davvero sfiziose. Di teschi a bizzeffe, seppur in formato teglia classica. Che non è mica un’ipotesi da scartare. Panna montata sul momento con sac a poche a punta zigrinata per fare effetto “cervella” e poi: topping, cremina di frutti di bosco o ciliegia, marmellata leggermente ammorbidita e resa più liquida con pochissimo latte (o acqua) seppur gli effetti grumosi potrebbero sembrare frattaglie schizzate dalla massa cerebrale. Che io chiaramente non ho.

  • Se hai deciso di farne una e vuoi farmela vedere ti prego non taggarmi perché mi perdo tra le notifiche. Usa l’hashtag #halloweenconmaghetta oppure #halloweenwithmaghetta (mi spiace sempre tantissimo non potervi parlare, ringraziare e vedere le vostre meraviglie. A mie spese ho imparato dopo anni che l’hashtag è l’unica soluzione. L’hashtag ci salverà!)

American Horror Story. Le Ricette della prima Stagione: Muffin al Cioccolato con Violetta per Violet


Muffin al Cioccolato con la Violetta

per la violetta ho adoperato i fondant di Pastiglie Leone, che sono dolcezze morbide e zuccherose di altissima confetteria (buone come poche cose al mondo e che amo tanto quanto la pasta reale siciliana)

Per  i Muffin al cioccolato ci sono da ricette da scegliere tra milioni di milioni ma mi sento di consigliare quella del grande e inimitabile Bob (sì sempre quello. E’ una perversione la mia)

Per 12 Muffin al Cioccolato occorrono:

  • 80 grammi di farina bianca o semi integrale
  • 1 1/2 cucchiaino di lievito per dolci
  • 1/2 cucchiaino di sale
  • 185 grammi di zucchero
  • 185 grammi di burro fuso lasciato raffreddare
  • 5 uova con tuorli e albumi separati
  • 30 ml di caffè espresso freddo
  • 150 grammi di cioccolato fuso lasciato raffreddare

Preriscalda il forno a 220. Setaccia la farina e mescola con il lievito e il sale. Mescola burro, caffè e zucchero fino a ottenere una pasta cremosa e poi aggiungi uno a uno i tuorli. Monta gli albumi a neve ferma. Mescola insieme la crema di burro, lo zucchero e i tuorli d’uovo con il cioccolato fuso e alla fine incorpora gli albumi a neve con movimenti dall’alto verso il basso. Non mescolare troppo. Velocemente, in maniera decisa e senza rendere il composto troppo omegeneo. Suddividi la pasta negli stampi per il muffin e poi fai cuocere per massimo 15 minuti ma dipende sempre dalla tua formina quindi presta ben attenzione. Quando saranno morbidi e gonfi infila uno stecchino di legno e controlla. Se è asciutto tira fuori dal forno e lascia raffreddare.

Puoi adoperare un’essenza di violetta (ahimè non ce l’avevo) e decorare poi con dolcetti alla violetta.

L’otto ottobre l’attesa finirà per far sì che un nuovo viaggio cominci. La quarta stagione di American Horror Show con un ambientazione simil Freaks da circo avrà inizio. Si susseguono trailer, flash visivi e molto altro (anche molte burle su youtube fatte ad hoc che catturano milioni di visualizzazioni). Adesso potrei perder tempo a ribadire per l’ennesima volta che il circo è una delle mie perversioni narrative e che il racconto che ho in testa da anni è proprio ambientato sotto il tendone (quello che non riesco mai a finire, sì) ma non lo farò; questo perché c’è davvero moltissimo da dire riguardo la connessione cibo – American Horror Story. Attraverso una varietà di piatti variopinta e per certi versi iridescente proprio perché assume tante di quelle sfumature che non si può non rimanerne affascinati. Questo tipo di connessione (proprio come in Dowton Abbey nonostante il genere diametralmente opposto) dà un valore aggiunto a tutta la trama narrativa. Me ne sono convinta sempre più. Una tavola apparecchiata e ben disposta, un piatto consumato e raccontato fungono non solo da connessioni affettive dei personaggi che sono raccontati e che raccontano ma dà un senso di familiarità allo spettatore (vediamo se riesco ad esprimermi. Ardua impresa). Ho riscontrato che in moltissime visioni dal sapore horror questo tipo di connessione con il cibo non c’è. Questo perché si dà moltissimo spazio ad altro; purtroppo non si ha molto tempo per familiarizzare con i personaggi in un contesto horror. Un esempio lampante è Dario Argento, oggetto di un mio studio ormai da due anni ma potrei fare diversi esempi se questo fosse il tempo e il luogo. American Horror Story è invece un horror che va dagli splatter fine anni settanta sino ad adesso, quasi un ritorno ai vecchi gusti. Gusti che identifico nel grande Hitchcock e Christie, che certamente non elemosinano “connessioni culinarie” ( ci sono riuscita? uhm. Forse no).

Mi piace proprio per questo motivo. Il piatto, la connessione culinaria come vogliamo chiamarla, è un’attenzione in più che si dà alla trama e ai personaggi. Credo che anche per questo incosciamente quasi ci si affezioni. Non sono soltanto vittime o carnefici ma hanno una vita, dei pranzi, delle storie, delle cene, fame e appetito. Non solo di sangue e per apportare alla storia un personaggio fine a se stesso. In American Horror Story il cibo mi è sempre sembrato molto pertinente e che raccontasse in pochi attimi dei momenti clou e importanti. Non so se sia solo un’impressione o se dietro questa regia narrativa ci sia qualche cultore di cibo ma non farei fatica a credere che sia davvero così. Lo scorso anno di fretta ho cominciato a delirare circa la Rubrica Cibo e Serie TV dedicando solo tre ricette alla terza stagione di American Horror Story:

Mi ero ripromessa di ripartire da capo però. Per capire se questa sensazione avesse delle fondamenta o se fosse l’ennessimo delirium tremens di una donna ultra trentenne prossima a un esaurimento nervoso serissimo (quello non troppo serissimo è già bello che in corso da venti anni circa forse più). Mi sono detta che per intraprendere un viaggio però bisogna prima far bene l’organizzazione di questo, le prenotazioni a tempo debito e il check in. Volevo rivedere American Horror Story dall’inizio ininterrottamente (quando parlavo con lei, che adoro, della prima stagione su twitter). Dalla prima stagione all’ultima prima di affrontare la quarta. Il tempo scarseggia sempre in queste lande e portare a compimento tale intenzione facile non è stato ma tra una nottata insonne e l’altra, qualche ora rubata a cose importanti, e minuti spezzati in auto-in ufficio-mentre pranzavo-cenavo-studiavo-lavoravo insomma. Ce l’ho fatta. Adesso sì che sono pronta per cominciare “seriamente”.

Settimane fa ho visto sul web la notizia che la celebre casa degli orrori del set della prima stagione di American Horror Story è stata messa in vendita. Pare che non sia stato solo il set di questa ma addirittura di Dexter, Buffy, Twilight zone, Angel e Six feet under (devo indagare su quale scena di Dexter perché proprio non so a che puntata e stagione si riferisca). Sita a Los Angeles (lalala) questa incredibile dimora con lampadari Tiffany originali ha attirato l’attenzione di grandi interpreti della fotografia come Newton, Ritts, Arbus e Lachapelle. L’atmosfera incredibilmente sinistra cozza con la bellezza intrinseca dell’interno che oggettivamente (vedendo le foto reali e non da set) lascia senza fiato.  Chissà se la casa nella realtà vorrà essere venduta, al contrario di quello che accade nella “finzione” della serie e chissà se l’agente immobiliare si ritroverà con un cagnolino orfano tra qualche mese.

Lo scorso anno abbinando piatti a ricette deliravo circa i cliché degli Horror in genere. Ricordo di aver cominciato proprio con le Case Maledette (e cos’altro sennò? Se ti fa piacere puoi leggere qui insieme a un bel piatto di pasta alla Norma con tanto di Norman Bates). L’anima delle case è onnipresente. Tra i muri rimangono avvinghiate le storie e soprattutto i tormenti di chi vi ha abitato. Scendendo le scale ci sono gli insuccessi e le cadute e al contrario salendole i segreti, le vittorie e i lampadari che hanno spesso illuminato percorsi. Percorsi che sono vite. Vite che hanno influenzato o che al contrario hanno subito. Non vi è un angolo o stanza dove non rimanga intrappolato il mistero. La casa di American Horror Story, protagonista indiscussa della prima stagione, credo fermamente che sia diventata una sorta di Amityville Horror tanto quanto la famigerata Casa stessa di Raimi. Per le generazioni attuali di certo sì. Come lo è stata la casa sopra il Bates Motel. Come lo è stata per certi versi ma in circostanze visive diverse quella degli Addams. E molti altri esempi potrebbero esser fatti. Anche qui una connotazione pressoché omologata che rimanda al mio delirio precedente (uhm vediamo se riesco adesso a spiegarlo). Proprio come il cibo protagonista negli “horror” di una volta, American Horror Story riesce a esprimere la stessa identica tipologia di casa ( da cliché ) non stancando. Non sembrando una semplice scopiazzatura. Facendo insomma carattere a sé. E’ questa la forza di questa serie; che pur essendo ricca di contenuti stravisti riesce a raccontarli in una chiave per nulla noiosa. Diventa quasi un omaggio ai racconti passati per troppo tempo violentati da un genere diventato ahimé ridicolo in molte circostanze.

La prima puntata di American Horror Story non ha una ricetta, escludendo una “voglia di indiano” preludio di una nascita su cui si incentrerà la trama. La seconda puntata invece, ambientata nel 1968 all’inizio vede come protagoniste cinque ragazze pronte ad andare al concerto dei Doors; due delle quali non arriveranno mai perché vittime di uno psicopatico. La camera cambia e ci porta poi al 2011 quando Vivien ha conferma della sua gravidanza e Tate comincia a nutrire un interesse nei confronti di Violet.

Constance prepara con Adelaide dei cupcake al cioccolato con la violetta per Violet. L’intento è quella di farla soffrire “con questo i dolcetti sono più dolci. Ha il potere questo sciroppo di provocare terribili mal di stomaco e emorragie interne. Sputaci dentro!” (il fatto che la figlia Adelaide ci sputasse dentro era proprio una simpatica tradizione in quella cucina). Questi cupcake al cioccolato, mangiati poi da Vivien nonostante le insistenze a non farlo da parte di Constance e dall’intrusa psicopatica emulatrice dell’assassinio avvenuto nel 1968 nella casa, diventano i veri e propri protagonisti e fanno da entrée a moltissime preparazioni al cioccolato di Costance. La passione culinaria di Costance in fatto di dolci sarà infatti uno scandire continuo durante la stagione.

E qui si faranno: tutte.

E allora: siamo pronti per un Ottobre assolutamente da brivido? (già vedo la mia povera amica Luci urlare “noooooooooooooooo”. Resisti amica mia, Natale è vicino)

(se i Fantasmi non ci catturano, intendo *disse ridendo esaurita avvolta nel suo mantello nero)

Muffin al lampone e matcha


Per 12 muffin circa

400 grammi di farina, 150 grammi di zucchero, 4 cucchiaini abbondanti di lievito per dolci, 300 grammi di formaggio spalmabile, 85 ml di olio di girasole, 85 ml di latte intero, 2 uova, 200 grammi di lamponi, un pizzico di sale, 1 cucchiaino raso di tè matcha.

Mescola farina, zucchero, matcha, sale e lievito insieme. In un altro recipiente lavora il formaggio con l’olio, il latte e i tuorli d’uovo amalgamando il tutto per bene. Monta gli albumi a parte a neve ferma. Aggiungi la crema di formaggio agli ingredienti secchi e ottenuto un composto omogeneo aggiungi poi gli albumi montati a neve. Non mescolare troppo la pasta ma comunque assicurati che siano tutti ben amalgamati e uniti. Suddividi negli stampi ben imburrati e leggermente infarinati e a forno già caldo cuoci per 20 minuti (dipende sempre dalla formina che adoperi) a 180 già caldo. Controlla con lo stecchino e lascia raffreddare prima di servire.

La sacra passione per il lampone è arrivata in ritardo proprio come è accaduto con l’avocado e lo zenzero. Sono sempre stata più una da mirtilli ma poi quel gusto dolce e aspro mi ha conquistato; esattamente con la granita di Torre a Torino sotto consiglio prezioso della Socia cognatosa Piola. Non ho eseguito tante elaborazioni con i lamponi e un po’ mi dispiace (lascio i link sotto). Mi dico che si  può sempre recuperare mentre faccio scorta, nonostante sia assorbita dal “periodo uva”. Non so quanto tempo potrò dedicare a queste perle che hanno il colore dei riflessi dell’orchidea. Sono troppo impegnata a far fuori chilichilichili e chili di uva nera e bianca. Ombretta poi, qualche giorno fa mi consiglia “la depurazione dell’uva” che consiste nell’ingurgitarne quantità vergognose a patto che non venga mischiata ad altro e posso farmi sfuggire l’occasione? Francamente finora non mi ha sgonfiato per nulla e sono un pallone aerostatico ma non demordo e vado avanti. L’anno scorso era il periodo delle castagne e della zucca mentre questo dell’uva in toto (ma mica vuole dire che mi faccio sfuggire le prime due, sia chiaro). Sempre con la mia adorabile Ombretta domenica scorsa in direzione Santa Venerina da Russo, di cui ho parlato nonostante occorrerebbe post apposito visto la meraviglia che è, abbiamo fatto scorta di un bel po’ di prodotti dolciari siculi per eccelenza. Oltre alla Pasta Reale di marzapane e ai dolcetti tipici che a Catania si chiamano Totò e Bersaglieri (ma anche Tarallucci), ho voluto instradarla verso uno dei dolci che più amava il mio papà e che sapientemente gli preparava la sua amata mamma Grazia: la mostarda di mosto d’uva, la cotognata (di mele) e la mostarda di fichidindia. La prima alla Pasticceria Russo ce l’avevano pure sottoforma di crema con un abbondante spolverata di cannella. Risultato? Io e Ombretta non abbiamo resistito e nel tragitto Santa Venerina-Catania era rimasta solo una mostarda. C’erano dei pezzi di mandorla dentro. C’era tutto il buono che c’è e per un attimo mi è pure sembrato di sentire la risata di papà.

Adesso la missione è fare la mostarda in casa. Non ho idea assolutamente di come fare il mosto (in salotto con una tinozza a piedi scalzi? Che ne dite?) ma solo per risentire quella risata, rivedere gli occhi felici di Ombretta: lo farò.

Cosa c’entra la mostarda con i Muffin al lampone e tè matcha ovviamente non lo so ma per certo posso scrivere sicura che questi dolcetti, a prescindere dai deliri e dai ricordi, sono da provare assolutamente. Magari con un ottimo tè verde e una buona amica accanto.

Altre Ricette con i Lamponi? 

I Muffin dei Muratori (cioccolatosissimi con nocciole piemontesi)


Sono mesi (un anno e mezzo ma mesi mi deprime di meno) che parlo di muratori, casa nuova e  lavori in corso. Comprendo che sia impossibile da concepire e capire nel mondo umano (difatti ribadisco non vivo su questo pianeta. Ma in un pianeta che si chiama GuardoLand) una cosa del genere. Tutti hanno consigli per me “sì ma tu gli devi dire…” – “sì ma tu devi fare…” -“sì ma tu dovresti capire che…” – “sì ma se non gli dici che…”. Confesso che a me le persone che sanno sempre cosa avrebbero fatto nell’esatta situazione dell’altro/a mi stupiscono sempre. Non riesco a deambulare neanche bene dopo un discorso del genere. Non riesco a smettere di pensare come si possa credere di sapere cosa si sarebbe fatto/detto/agito in una determinata situazione. Non parlo certamente solo di muratori-lavori in corso-traslochi. E’ come se io consigliassi a un operaio di esperienza trentennale che si alza ogni mattina alle ore cinque e trenta per andare a lavorare otto ore davanti a una macchina quanto sia bello però puntare la sveglia leggermente prima e farsi una corsetta sul tapis roulant magari guardando un video tutorial di make up perché rilassa tantissimo.

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Muffin lavoratore al Provolone erbette e rosmarino


E per la festa dei lavoratori? Primo Maggio? Concerti? Rock and Roll? Alcool a pioggia? Cibo grondante di burro e hamburger buttati su di una spiaggia?

Ma finiamola, per cortesia che  ho un’età. Un po’ di musica classica, qualche disegnino e sistemare i cucchiaini in ordine di grandezza sarà più che sufficiente, suvvia. Largo ai giovani. Divertitevi e non fate troppo chiasso che detesto prendere l’ibuprofene se non strettamente necessario. Soffro di emicrania ultimamente e sono intollerante ad ogni sillaba.

Vorrei azionare la motosega e decapitare chi osa dirmi “Senti…è tutto regolare, vero?” (nel gergo giuovanile verrebbe “è tutto rego raga?, vero? così, giusto per una ripassata).

Insomma io uff. Sto qui a delirare di gergo giuovanile ma è di Muffin Provolosi che devo parlare.

Che i muffin salati siano una mia perversione non è un segreto anche se in effetti potrebbe pure esserlo perché un “machecefrega” gigante è comparso sopra la vostra testa e confesso pure sopra la mia ma nella versione diversa visto il cambio di pronome e quindi “machemefrega”.

Sto forse divagando? Ma.

Così per essere precisi. Insomma la versione ai piselli (che se guardo le foto vorrei prendermi solo a ceffoni per quanto sono brutte) e la ricetta la trovi cliccando qui, i Muffin ai fiori di zucca (la ricetta la trovi qui),  i Muffin Max romanissimi con le fave e pecorino dedicati all’amato Max (la ricetta la trovi qui) che sono gli stessi a dirla tutta poi che sono finiti sulla rivista Spray Magazine con il mio brutto facciotto. E poi ah sì i muffin salati con i semi di papavero (la ricetta la trovi qui) e ne ricordo altri due tipi con la provola ma come sempre ho difficoltà a cercare nell’archivio perché non dando titoli adeguati e normali tipo “Muffin alla provola” invece che “Nano da giardino perito tra l’aiuola e il dondolo” a volte e dico A VOLTE non riesco bene ad orientarmi. Soprattutto quando corro come una matta di fretta come oggi (nessuno dica “e quando mai?” uff. Mi avete già detto “machecefrega” e un po’ di contegno oggi, santapizzetta!).
Questi adorabili e soffici e gustosi e tuttequellecosechesappiamogià Muffin salati alla provola ed erbette e rosmarino equellocheaveteincasa sono dei banalissimi composti che si preparano in tre secondi. Non mi stancherò mai di ripetere (dovrei in effetti smetterla) che i muffin riescono a salvarti la serata. Che sia anche giornata .

Hanno quell’aspetto soffice e tenero che ti viene voglia di abbracciarli. Sono facilissimi da preparare e non ci si deve preoccupare di chissà quale preparazione complicata, ma inoltre da non sottovalutare: si possono congelare e saranno sempre buoni (sul sempre ho qualche dubbio ma lo metto tra parentesi perché sono sicura che non mi legge nessuno. E’ già difficile farlo senza le parentesi figuriamoci con).

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Esaurimento alle porte? Un cucchiaio di Semi di Papavero e passa la paura (forse)


E’ ovvio guardare un girasole e pensare a Van Gogh, come lo è altrettanto guardare un papavero e pensare a Monet. Nonostante siano dei colpetti leggerissimi di pennello rosso è lapalissiano. L’occhio li registra come papaveri e difatti così è. Camille e Jean, moglie e figlio di Monet nell’indimenticabile dipinto, rappresentano proprio il riposo, la passeggiata e la spensieratezza. Un sedativo naturale visivo come le proprietà stesse del papavero. La presenza degli alcaloidi all’interno di questo fragilissimo fiore rappresenta un vero e proprio sedativo naturale. Nell’immaginario comune c’è questo connubio: papavero-oppio-droga; questa comune verità intrinseca ti stordisce di default quando davanti ti ritrovi un campo di papaveri. E’ innegabile che riescano ad esercitare un potere quasi coercitivo. Li fissi immobile. Dimentichi.

I semi di papavero, nella versione bianca  e nera, sono lodati per le proprietà calmanti del sistema nervoso nella medicina naturale. Come tutti i semi oleosi poi si sposano benissimo con le preparazioni di lievitati e difatti non è inusuale ritrovarli in meravigliose pagnottone ricoperte di semi di papavero; come tutti i semi oleosi poi diventano una ricca fonte di grassi e proteine ma non solo. Riserva di manganese, calcio, acido linoelico che sta un po’ per Omega 6 e una sfilza di vitamine dove primeggia la E. I salutisti non possono che idolatrare questo semino. Francamente a me il seme di papavero piace e pure tanto (ed anche alla mia focaccina!). Ha un gusto particolarissimo e si presta bene ad ogni sorta di preparazione. Sproloquio a riguardo proprio perchè in archivio mi sono resa conto di aver raccolto, senza rendermene conto, molto più di qualche ricettina ma un vero e proprio malloppone gigante. Fermo restando che si dovrebbe provare anche una semplice insalata di iceberg, arancia e semi di papavero o che ne so spinaci lessi semplicemente con qualche semino prima di servire (provate, santapizzetta!), siamo qui oggi tutti riuniti (tranne i miei neuroni) per l’ennesimo “sbolognamento” di roba in archivio; organizzata alla meno peggio senza nessuna connessione logica e gustativa vi propongo per la sezione “Ricette per ingrediente” qualche idea con questo semino dalle proprietà a dir poco strabilianti.

C’è da pensarci su e molto. Sarebbe un bene portarsi in ufficio una bella cucchiaiata di semi di papavero? Quando la collega ti racconta che ha perso tre chili mangiando cornetti, che ha cambiato il turno e sorpresa TADAN! l’ha cambiato con te senza avvertirti e si lima le unghie mentre rispondi al telefono. E’ il momento di una bella cucchiaiata di semi di papavero. Subito dopo un ceffone in faccia alla tizia, ma è un altro discorso che possiamo approfondire poi in separata sede.

 Con i semi di papavero si possono davvero fare dei chutney strepitosi e dei pesti intriganti dal vago sentore mediorentale (no. Non sto vaneggiando più del solito è che da quando ho il pestello in legno alleno i miei bicipiti colpendo violentemente. Immagino di avere davanti un volto random e mi diletto. Vengon fuori dei pesti talmente pestati che è una meraviglia e non occorre l’ausilio di elettricità. Altro che pungiball! Provate! Insieme agli spinaci lessi, sì). Questo per dire che sui semi di papavero avrò modo di tediarvi abbastanza (tranquilli. Poi li dimenticherò e vivrò la passione per la curcuma e dirò esattamente lo stesso non ricordandomi neanche più di aver scritto un post. E’ tutto sotto controllo. Non medico ma dovrebbe. Insomma basta!)

Le proposte di oggi sono:

  • Pesce Spada in Crosta di Semi di Papavero
  • Tofu in Crosta di Semi di Papavero
  • Macaron Speziati con Semi di Papavero
  • Cupcake con Semi di Papavero
  • Treccia con semi di Papavero
  • Tortino al Cioccolato con Semi di Papavero e Sesamo Nero

 Partiamo subito con il dire che La Ricetta della Torta al Cioccolato con Semi di Papavero la trovi cliccando qui >>> perchè a me questa versione stampabile piace. Il fatto che nessuno mi abbia detto che è un’idea strabiliante dovrebbe farmi supporre che dovrei sedare l’entusiasmo ma tant’è. Trascrivere le altre ricette sembra superfluo in quanto per il pesce spada occorre semplicemente massaggiare i tocchetti di pesce con olio e premerli su di un piatto dove si sarà raccolta una bella quantità di semi di papavero. Grazie all’olio e all’umidità del pesce si attaccheranno. Scottare giusto qualche secondo in una padella già calda e servire con gelsomino che è innegabilmente bello. Per la ricetta dei macaron ho usato la ricetta base di Felder (che potete trovare cliccando qui nella versione light stampabile. Continuo a ribadire che è l’unica idea razionale e pratica che io abbia mai avuto in vita mia). Una spolverata di semini prima di infornare e via. Per la ganache di imbottitura si può procedere secondo i propri gusti. Qui ho usato una semplicissima crema al sapore di cannella.

Per la treccia con i semi di papavero mi sono rifatta ad un impasto base di pane, spennelando poi con tuorlo e pioggia di semi. La preparazione del tofu in crosta di semi di papavero è imbarazzante per semplicità ed è una delle ricette che mangio più volentieri. E’ un po’ lo stesso procedimento del pesce spada ma senza irrorare di olio. Il tofu pressato su un piatto colmo di semi formerà questa crosta. Scottato  in una padella ben calda e spolverato di sale diventerà un ottimo pasto vegetariano/vegano e perchè no (?!) anche per i carnivori più incalliti. I semi di papavero conferiscono alla soia un sapore davvero ottimo che bisogna annoverare nella lista “da provare”. Un po’ come la torretta di asparagi, fragole e peperoni. La Ricetta invece dei Cupcake all’arancia e semi di papavero la trovate cliccando qui >>> Su quest’ultima spenderei giusto tre paroline. Il fatto che la rude arancia si unisca a questa finesse di seme rende spartano e al tempo stesso questo cupcake che ho trovato perfetto nell’impasto e nella consistenza. Lode lode e lode a questa edizione Cupcake di Luxury Books. Semplicemente perfetta. Da idolatrare almeno tre volte al giorno. Forse anche quattro.

E che la calma sia con noi. Om…om…ommm…ommmmmm*inspirare espirare

(bene vado ad uccidere il muratore. Ma prima ingurgito un cucchiaino di semi di papavero. Mi sentirò meno in colpa. Ommmmmmmmmm)

Habemus “MM” il Muffin Max!


 Non sto certamente dicendo nulla di originale ma è chiaro ai più che il cibo oltre ad essere correlato ai momenti più importanti della nostra vita diventi a tutti gli effetti tradizione, storia e blablabla. Un noioso bla. Bla. Bla che potrebbe blablare per lustri e lustri. Si comincia già dal menù a capire che ci saranno chiare difficoltà oggettive nella convivenza. Il menù del matrimonio. E’ chiaro che se la futura sposa vorrà dei finger food agli asparagi e fragole lui opterà per un bell’arancino con il ragù di cervo in salsa tonnata. E’ un copione che va seguito scrupolosamente. Se prima si parte con i convenevoli ” ma vabbè pucci trottoloso decidi tu “ e si continua con un “ma no trottolina patatosa sei tu la regina della casa” ci si ritrova su un ring a suon di cazzotti dove diventa quasi giustificato malmenarsi perchè cacchio no. La tartare di manzo la prozia della zia della vicina di casa non la mangia e il vicinato deve dire che ha mangiato benissimo! Che mai si è mangiato così bene ad un ricevimento.

Purtroppo dal basso della mia esperienza posso asserire che è proprio il menù l’apoteosi dell’apocalisse. Con il menù si decidono le sorti del futuro. A ben guardare, proprio come nel fondo delle tazzine dei caffè, si potrebbe pure predire se il futuro sposo sarà lo stesso che dopo anni, nel buio di una lampadina di 50 watt di una cucina country, ti dirà serafico ” ehhhh come faceva la salsa la mia mamma! Nessuno riesce ad eguagliarla”. Ammesso che io non bevo caffè e sul fondo leggo solo: “mettimi in lavastoviglie” posso altrettanto asserire che incosciamente io e il Nippotorinese ci siamo proprio voluti risparmiare questo dialogo davanti ad un fantomatico chef. Perchè se già è stato difficile essere seguiti da un bizzarro architetto ( e chi mi segue da sette anni sa a cosa mi riferisco. Purtroppo aggiungerei. Ma soprattutto chi mi segue da sette anni attualmente è ricoverato in una clinica psichiatrica a mie spese ma è meglio non divagare. cosa stavo dicendo? ah sì) figuriamoci la scelta del menù.

Per giorni ci siamo crogiolati sul colore dei divani. E ho vinto io. Per giorni ci siamo crogiolati sul colore della cucina. E ho vinto io. Per giorni ci siamo . Ok basta. Decido io. E vinco io. Non c’è tanto da girarci intorno. Sono un donnino predisposto al dialogo, è cosa risaputa. Accondiscente, soprattutto.

Indi per cui il menù dovrò deciderlo io. E non mi starà bene a prescindere pressochè nulla. Ora cosa c’entra il menù del mio matrimonio contando che nessuno mi ha chiesto di sposarmi?

Niente. Devo però lamentarmi in primis e mandare messaggi certamente non subliminali. Solo che non ho mica tempo per essere anche logica, io. Chi ripete Io pare sia egocentrica. SMENTISCO ! Io.io.io.io. Ho dei peluche da stirare e sono le dieci di sera. Ho mangiato azuki verdi come non ci fosse un domani e sto male. Tanto male. Avrei voluto correre un po’ sul tapis roulant ma pare che sia bizzarro farlo dopo cena e allora scrivo. Scrivo a raffica su non so cosa. No. In realtà lo so .

Insomma. Ricapitoliamo. Il cibo è correlato al  momento. Il cibo è importante. Il matrimonio bla.bla.bla. Ah sì.

Correlo dei momenti a dei cibi. E volevo correlare questo incontro con Max con un cibo. La cosa che più mi ricorda Roma sono le fave. Perchè papà dice che al militare in una trattoria magnava fave e pecorino cantando allegramente. Mamma ha un problema con le fave tanto quanto con le uova. Il Nippotorinese adora il formaggio e le fave fresche e alterna fasi “pecorinosardo-pecorinotoscano-pecorinoromano” passando poi a roba puzzosa e ricercata che ha vinto premi e bla blabla. In più durante il periodo di tesi ha studiato a Roma e  anch lui si concedeva fave e pecorino in una trattoria tipica. E tadan! Io amo le fave. Il pecorino no. Ma se fosse una pecora piccola maschio, sì quindi tutto torna.

Se penso a Max la prima cosa culinaria che mi viene in mente è il guanciale. Ma non la pancetta eh! Il guanciale. Quello vero che si mette nei bucatini all’amatriciana! Ma anche quella sua adorabile repulsione per questi cibi assurdi e poco tradizionali . E allora mi sono detto Muffin ! Il Muffin Max pecorino romano e fave !

Fingendo entusiasmo il Nippotorinese ha annuito leggermente. Mentre ero tutta gasata al grido di “Il Muffin Max!!! “; Non roteando gli occhi all’insù ma solo annuendo leggermente. Sintomo che era una stratosferica stupidata sì, ma che poteva essere di entità maggiori indi per cui. Ecco qui il muffin pecorino romano e fave ma senza guanciale. Perchè oggi di guanciale qui non ce ne era . Per onestà non ho messo la pancetta ma ammetto che fotograficamente avrei pure potuto farlo passare come guanciale. Insomma per dire che Il Muffin Max è un Muffin onesto. Bello e fascinoso Tradizionale e all’avanguardia, morbido e di carattere. Un Muffin assolutamente da provare. Come stuzzichino, brunch, finger food, apripasto, chiudipasto, inframezzopasto.Il Muffin Max è per sempre! Qualcuno mi dia un calmante perchè lo stato di gasamento è pari ad una ragazzina emo davanti  ad una bomboletta di lacca gel per ciuffi duri col 50 per cento di sconto.

Il Muffin Max manco a dirlo arriva sempre primo! E’ incredibile.

La Ricetta del Muffin Max al pecorino romano e fave la trovi cliccando qui >>>

Proposte di matrimonio e Mini Cupcake marmorizzati alla fragola con crema di gelato


Sabato è successo. Erano le sei del pomeriggio, proprio come gli anni che sono passati. La metà di dodici che sono poi i secoli moltiplicati per i millenni che ci amiamo e conosciamo. Ad un anno da una tragedia che ricordo solo io a dimostrazione della tua grandezza. C’erano scaffali colorati. Avevo da poco preso un cucchiaino con l’aeroplanino incorporato dicendoti se fosse il caso di. E tu senza farmi finire la frase hai detto “sì. è il caso di prenderlo”. Giravi tenendo in mano le buste perchè non vuoi che ne porti neanche una. Al massimo quella piccola semivuota come si fa con le bambine. Soppesi quale e poi decidi “va bene questa. Questa la puoi portare”. Ed è inutile che ti dica “dammene un’altra. Sei troppo carico”. Sorridi e ti volti.

Sabato è successo. Mentre parlottavo a raffica e ti raccontavo di come in Sardegna scarseggino i portauovo. Il piatto a forma di cuore, il portapane rosso a pois e guarda quella teiera! Ho sentito il tuo “Gi”, basso, profondo, serio. Mi sono voltata ed eri in ginocchio. Questa volta non per allacciarti le scarpe. Quella volta ho davvero creduto che me lo stessi chiedendo, salvo capire dopo 4 minuti buoni che i lacci  delle scarpe fossero sciolti e tu no. Mi stavi chiedendo se mi occorreva qualcosa per la cena. Stavolta però:

Eri in ginocchio ed io vedevo solo i tuoi occhi. Verdissimi. Di quel verde di cui non ho più paura. Intorno a noi delle persone.

Sabato è successo. Sei anni in sei frazioni di nanosecondi. Ho rivissuto tutto. Davvero tutto. Non avevo mai immaginato che avessi in serbo per me una sorpresa del genere. Chiedermi in sposa al reparto casalinghi della Rinascente. Sono arrivata a pensare che avresti intonato anche Lullaby dei Cure. Cantando. Ho immaginato di ritornare alla Rinascente ogni anno. In tutte le Rinascenti del mondo. Ho creduto che mai più avrei potuto vivere senza la Rinascente. Per un attimo ho immaginato che avremmo pure dovuto prendere casa alla Rinascente. E che magari avrei potuto cucinare lì. Dove vendevano le presine per la casa.

Hai aperto una scatola. Una scatola  Nera. Ho pensato la stessa che potrebbe raccontare minuto per minuto il nostro noi. Una luce accecante mi ha colpito e.

Ho creduto che fosse l’anello più orrendo che la storia ricordasse e difatti lo era. Orrendo. Una veretta pacchiana con un enorme sbirlocco incastonato tagliato male. Ho pensato che ti fossi fatto consigliare da un gioielliere ubriaco e due passanti emo al ritorno da un rave ma l’ho amato. L’ho amato sin dal primo momento. Mi hai detto “Gi….

“Sì Pi?”

“E’ la prima e l’ultima volta che te lo chiedo”

“Sì Pi, dimmi”

“Gi….mi vuoi fare un caffè? “

Premesso che non è romanzato il tutto e che ho (purtroppo) entità fisiche ancora visibilmente ridenti pronte a testimoniare, non è tanto il fatto che abbia avuto il coraggio di fare questo teatrino per una stupidata di tal portata ma no. Non riesco ancora a farmela passare.

Il caffè non lo faccio tanto male. Riformulo: il caffè lo faccio tanto male concordo, ma che senso ha se riesce meglio la macchina? Chiaramente dopo questa sfrontatezza epocale non verrà concesso l’uso della suddetta. Ho già tirato fuori la moka stamattina e fatto una “sorpresina” allo spiritosone della famiglia. Caffè con la moka, servito nella tazzina anello. Freddo. Freddo con un po’ di zucchero. Giusto agli antipodi dei gusti nippotorinesi. Stenderei ordunque un velo pietoso sull’accaduto. Fosse solo perchè non riesco a far entrare neanche l’anulare in quel maledetto aggeggio. Il mignolo sì però.

La ricetta che lascio oggi, prima della tappa odierna del Tour Pasquale, è un composto che potremmo definire base ma che riscuote generalmente parecchio successo proprio per la sua semplicità. Servito con le fragole al liquore, per gli amanti del genere alcolico un po’ stucchevole, l’idillio (è una componente, quella alcolica, che si può sempre evitare però).

La pallina di gelato sopra, scelta di un gusto piuttosto neutro non farà diventare il tutto ancora più lezioso (io, essendo entrata a pieno regime “Bimby”, ho accoppiato un sorbettino semplice al limone. Il contrasto limone fragola credo sia vincente da sempre)

A me di queste tortine interessa pressocchè nulla ma è innegabile che si prestino benissimo all’obiettivo. Non occorre neanche tanta coreografia intorno perchè emanano talmente pucciosità leziosa che ti vien voglia di abbracciarle e dir loro che andrà tutto bene. E lo faccio pure. Prima che arrivino gli altri perchè da quel momento in poi il loro destino sarà tuttaltro che un abbraccio.

Che io sia la vedova nera dei cupcake? Che li confezioni, imbellisca, fotografi e dia loro momenti di protagonismo e dolcezza essendo consci che non farò loro del male per poi. Per poi consegnarli nelle mani e bocche dei carnefici? Sì. Credo proprio che questa improvvisa scemenza possa trasformarsi in qualcosa di ben più serio. O è bello convincersene.

Nonostante il country intriso di olio ci attenda, La Rubrica di Hendrix per i bimbi intellettuali e Gourmet e quella di Mat per adolescenti impertinenti (continua a non piacermi la rima. Poco indulgenti? Insolenti non mi piace. Qualcuno mi aiuti. Le rime non sono mai state il mio forte), la verità è che a breve questo luogo neuronalmente insano si trasformerà in una Sorbetteria-Gelateria. Perchè non si farà altro. Non si farà altro.

L’ho già scritto che non si farà altro?

L’inciso del Lunedì Mattina: Visto e considerato che non mi ha capito Max quindi suppongo che sia impossibile da parte mia sperare di essere comprensibile. No. Non mi ha chiesto di sposarlo. Mi ha mostrato in un modo simpaticissimo l’articolo “tazzina con annello annesso” inginocchiandosi alla Rinascente e facendo davvero tutta quella pantomima. Chiaramente la tazzina l’ho presa. A mie spese, perchè qui si è donne d’onore. E ogni santo giorno fin quando non me lo chiederà davvero berrà caffè freddo zuccherato in quella tazza. CAFFE’ FATTO DA ME CON LA MOKA. Ha cercato di svignarsela con “giuro che mi vedo l’isola dei famosi. Una puntata per intero”. Ma no.

Io sono la vedova nera dei cupcake. Spietata. E senza cuore.

( e poi diciamocelo: chi è che vede più l’isola dei famosi? è finita l’era dell’insana voglia trash. In conoscenze e visioni)

From Flickr: Nuocio Gravemente alla salute (mentale). Bermi con cautela

Una Vegana con una borsa seduta su una poltrona. Di pelle, entrambe. Che fa sondaggi. Strane creature invecchiano.


Da quasi un anno non mangio uova e qualsivoglia alimento  le contenga. In realtà negli ultimi dieci anni le ho ingerite perchè contenute in merendine e schifezze varie. Gelati su tutto. Questo per dire che nonostante la smodata passione visiva per questo contenuto di vita e misticismo alla quale sto dedicando un progetto fotografico visivo che mi diverte moltissimo, Eggland, non ho avuto un gran bel rapporto con Mr Egg. Spesso mi sono convinta che sia stata colpa di mamma. Non tanto per la smania di fare il gioco dello scaricabarile della follia ma se una donna, nella fattispecie la mia dolce mammina, mi racconta di come nei nove mesi di gravidanza abbia ingurgitato ferocemente uova e birra mentre urlava “che schifo il gatto ! allontanate quel gatto! ho paura” e ti nasce una pargoletta che all’odore della birra ha la nausea, piuttosto che ingerire un tuorlo all’età di due anni si prepara una valigia urlando “scappo via di casa se devo mangiare il pulcino!” ed è ailurofobica, va da sè che un cicinin di riflessione va fatta.

Che poi queste condizioni psicologiche, psicosomatiche, psicofolliprivedisenso possano incuriosire tantissimo qualche simpatico specialista analista che vedrebbe in me fonte inesauribile di denaro e ville a lampedusa da un milione e mezzo di euro con discesa privata a mare (ogni riferimento politico è chiaramente voluto, sì) è un discorso che oggi potrebbe non interessarci. Suppongo anche domani e oltre. Il latte, pur non avendolo mai amato particolarmente, negli ultimi tre anni ovvero da quando la mia vita alimentare (e non) è  completamente cambiata ha preso il posto di tutto. Ha preso il posto della carne, del pesce e uova. Perchè diventato unica fonte di proteine animali. Inutile ribadire che i formaggi, lasciando perdere la mozzarella che prima amavo ed adesso detesto fortemente, non li ho mai sfiorati neanche con  un dito (quando lo adopero per le preparazioni uso addirittura guanti di silicone. Mia nonna non toccava il formaggio. Sono tradizioni di psicosi Sior Siore, queste. C’è chi si tramanda meraviglie chi idiozie. A noi piacciono sempre “le seconde”). Va da sè che conduco già da un po’ una vita vegana con l’unica presenza “animale” data dal latte.

Diagnosticatami una gravissima forma di intolleranza al latte giusto qualche giorno fa  nonostante adoperassi soltanto lo scremato totalmente e/o il parzialmente scremato della Zymil a basso contenuto di lattosio (neanche troppo a sorpresa,  visto che tutte le donne della mia famiglia soffrono purtroppo di questo disturbo. Mia madre in forma abbastanza preoccupante) mi sono ritrovata davanti ad una scelta. Non quella di inveire contro un destino avverso perchè c’è davvero troppo di peggio al mondo e rimango una persona fortunata e privilegiata. Non sarà di certo questo a impedirmi di pensare anche per un secondo il contrario.

Senza troppi farfugliamenti mi sono rimboccata le maniche e con questa flemma zen che ultimamente mi contraddistingue ho riflettuto a fondo sul futuro che mi si prospetta. Una scelta vegana, eticamente e moralmente superba nei confronti del proprio corpo e nel rispetto della vita in generale, è stata vagliata a fondo e attentamente. Avrei dovuto, oltre che mettere nuovamente in discussione la mia esistenza tutta, rinunciare ad una vita “normale”. Francamente conducendone  già da trenta anni una abbastanza bizzarra  non me la sono sentita di esagerare ulteriormente. Certo è che una vegana, perchè stando ai fatti e non nutrendomi di nessuna proteina animale lo sono , seduta su una poltrona di pelle con una borsa alla moda è come immaginare Crudelia Demon rifiutare un uovo con pancetta e bicchierozzo di latte durante un’American Breakfast mentre cerca nel suo portafogli di cavallino la carta di credito dentro la borsa in matelasse. Fermo restando che la signora ha tutta la mia stima, escluso l’incidente diplomatico con la razza dei Dalmata.

E non mi fa molto onore ma seriamente: chi se ne importa? Non sono eticamente e moralmente così corretta in fondo nei confronti degli animali. Lo riconosco ma c’è un limite che secondo un soggettivo e  personalissimo pensiero non va superato prima di arrivare a pensare la Pera come un essere raziocinante e la Mela dolorante mentre viene  affettata. E’ chiaro che chi quel limite voglia superarlo e andare in quell’oltre potrà correrci a velocità sostenuta ma per quanto mi riguarda non ho alcun problema ad ammettere che ho voglia di possedere divani in pelle, condurre una vita a tratti glamour, acquistare borse di vitello. Non ingerire il vitello o qualsivoglia cosa venga prodotta dalla mamma del suddetto significa altro. Non buttarlo neanche su una brace  condendolo con qualche salsetta all’aglio per ingurgitarlo. Per farlo ingurgitare però sì. Non voglio condizionare la vita di chi mi sta accanto e in un futuro spero prossimo della mia prole.  Ho giusto massaggiato un pezzo di maiale con il miele, qualche minuto fa. L’ho  fatto storcendo un po’ il naso con i guanti di silicone manco fosse un pezzo di parmigiano (lo detesto da sempre, sì. Sono un’aliena)  e chiedendo perdono in silenzio per quella fine obiettivamente indecorosa. Più per il fatto di finire poi sul mio blog, che per altro. Brutta fine, maialino mio. Brutta fine davvero.

Ma Amen. Nonostante la mia famiglia e chi di più caro ho vicino (il nano da giardino) siano disperati perchè “No! Anche il latte no!!”, sono tranquilla e felice come una Pasqua. Del resto è alle porte. Come Natale mi verrebbe difficile.

Sono ufficialmente una vegana seduta su una poltrona con una borsa. Di pelle, entrambe. Continuo involontariamente ad essere agli antipodi di un concetto stesso all’apparenza perfetto quanto l’idea stessa che si distrugge nella propria essenza (filosofia del pre cena). Pieno di contraddizioni e verità. Adesso aspetto con ansia di possedere un problema con il  glutine perchè sarebbe davvero entusiasmante collezionare anche intolleranze oltre che fobie. E c’è del sarcasmo. Nessun amico celiaco me ne voglia per l’infelice boutade. Avendo però casi di celiachia in famiglia, non è tanto lontano pensare che possa accadere (l’ottimismo è una mia peculiarità). Oh rimango in attesa. Nel caso. Ci si rimbocca le maniche nuovamente e si . Va. Avanti. Avanti con più forza.

Riflettendo seriamente inoltre c’è da dire che nel caso arrivasse un fulmine e l’umanità acquistasse dei super poteri sconosciuti mi sarei salvata la vita. Dovessi incontrare Monsieur Grand Fromage  potrei ridermela di brutto. Ho anche io il mio Superpotere. Resistere a Monsieur Grand Fromage. Chiunque non sappia chi sia Monsieur Grand Fromage , al secolo conosciuto MilkMan, sia conscio/a del fatto che ad avere un  problema con i latticini sia proprio lui/lei. Mica io. Partiamo da questo se vogliamo essere adulti, intendo.

La mia bellissima Dottoressa Lea, che condivide con me oltre che una bellissima amicizia decennale ormai, purtroppo soffre come me  di questa grave forma di intolleranza alimentare. Più volte abbiamo discusso sulle ricette possibili. E’ davvero difficilissimo cucinare senza la presenza di latte, uova e tutto quello che ne deriva. Ma non impossibile e svolgendo delle accurate ricerche si scopre un mondo interessante a dir poco. La gente che lo governa è particolarmente attenta. Escludendo qualche simpatico psicopatico, potrei trovarmici davvero bene.

 Per questo motivo proverò al più presto delle ricette da lei studiate/scovate/inventate/rielaborate e alcuni miei personalissimi pasticci e dosi. Nasce così anche la rubrica Vegana corrispondente poi alla già presente sull’Intolleranza ai latticini, in genere. Ricordando che grandi chef pasticceri come Montersino (inchinatevi con me)  dedicano la loro vita a chi è meno fortunato e non può gustarsi una semplicissima fetta di torta o a chi semplicemente  lo ha scelto come filosofia di vita. E sminuire la seconda opzione sarebbe ridicolo quanto pensare di essere dalla parte giusta. Perchè nessuno lo è. Occorre rispetto per qualsivoglia scelta. Che sia latte di riso, umano, di capra, di alieno.

Io e Lea rappresentiamo entrambi i gruppi in fondo. Chi è costretto e chi ha scelto essendo costretto a metà. Perchè in riferimento alle uova, nonostante ci sia presenza di lattosio, per quanto mi riguarda indica una vera e propria scelta e non costrizione.

Apro questa rubrica che per comodità verrà chiamata Vegana con un impasto semplicissimo. Una  base per Vegan Cupcake ma anche per vere e proprie torte da arrichire con creme, frutta e altro. Una base velocissima da fare. Non ho seguito nessuna ricetta in particolare ma ho mischiato semplicemente alcuni ingredienti che dovevano esserci. Sostituendo in questo caso il grasso animale con l’olio di semi (mica serve per forza il burro eh. Questo in generale) e il latte bovino con quello di riso. E’ chiaro che si possa poi aromatizzare come si preferisce. Con cannella, cacao amaro, qualsiasi tipo di spezie e perchè no anche panna di soia che in fondo non è così male. Ok è il male, statene lontani. Nonostante viva di soia in tutte le forme, ammetto che alcuni alimenti siano oggettivamente improponibili.

La ricetta base per i Cupcake con il latte di riso Vegan 100% la trovi cliccando qui. Ne approfitto per far notare che i lavori in corso nella sezione Light stampabile, Indice e Nihon-Ya procedono bene e al più presto tutto sarà di facilissima reperibilità qualora interessasse.

Spero di riuscire a trovare centinaia di ricette da condividere con Lea e regalarle qualche sorriso come lei costantemente riesce a fare con me. Con la sua immensa umanità; quella tipica dei “dottori”. Quelli che intraprendono questo percorso come missione. Non per essere chiamati “dottore” e tanti saluti. Che infilano un naso da clown, gonfiano un palloncino e non mostrano quel dolore che ti assale nella solitudine. Questa rubrica Lea è per te. E’ per Noi.

 

Inciso: Capisco perfettamente che la domanda ” ma che cacchio mangia allora questa?”  in riferimento alla mia persona, potrebbe ancor più tormentarvi. Nonostante ci siano stati parecchi chiarimenti a riguardo farei un ultimo aggiornamento. Più che altro perchè siete degli amori. Spesso quando mi scrivete leggo davvero quella preoccupazione assurda ” ma se dovessi  invitarti, cosa potrei cucinarti? Nulla!” e la cosa innegabilmente mi rende  felice oltremodo contando che non se ne è preoccupato chi avrebbe dovuto in passato. Ripiegando su un riassuntivo “non ti invito e faccio prima”. Fortuna che sono solo incubi passati che ricordo giusto per riderne un po’ su.

Alimenti per rendere felice Iaia a colazione: frutta e latte di riso o soia alla luce dei nuovi fatti. Non mangio banane, pesche, nespole, susine, avocado. E altri tipi ma questi neanche sotto tortura. Alimenti per rendere felice Iaia a pranzo: tofu naturale senza nulla o in padella con la salsa di soia, seitan come se piovesse, insalata di iceberg-carota-sedano-pomodoro, verdure lesse. Non mangio peperoni, cetrioli, patate, radicchio. Alimenti per rendere felice Iaia a cena: 2 mele cotte o 2 pere cotte al microonde con cannella, latte di riso o soia, ananas con sale e limone. Brodini vegetali. E’ bene ricordare che i broccoli bolliti con il limone e sale sono un po’ come la pasta al forno e le lasagne per la maggior parte degli individui. E’ bene ricordare che gli edamame e la soia nera equivalgono a una bella bisteccona con patetine fritte o cosciotto di pollo rotolato nel lardo per la maggior parte degli individui. Non mangio carboidrati se non riso, ma solo qualche volta. Non amo i risotti ma il riso integrale. Senza nulla.  Non mangio pasta. Non mangio pane. Prevalentemente prediligo le farine di  kamut, farro, segale qualora dovessi concedermi dei farinacei. La perdizione assoluta è rappresentata dai gelati. Alla frutta. Non mangio creme e chiaramente non posso  perchè contengono latte. A prescindere però da questo ho sempre amato fortemente i sorbetti e granite.

Riassunto veloce: Menù tipico per rendere felice Iaia- Broccoli bolliti con limone e sale, edamame bolliti accompagnati con un po’ di riso bianco. Sorbetto al melone o frutta in genere ma vi prego mai le banane o le pesche (sono allergica). Dovessi trovare questo davanti ai miei occhi capirei. Quanto amore ci avete messo.

Non ci sarà mai una pizza con Iaia. Ma non è triste. Basta solo capire che un Broccolo Bollito può essere una Pizza per qualcuno. Cosa faccio mentre gli altri mangiano la pizza? Parlo. Straparlo e mangio frutta. Talvolta in borsa ho delle carote. Oh. Sono organizzatissima. C’è davvero poco da preoccuparsi.

 

Inciso dell’inciso: Il mio papà, che non per niente è l’uomo più meravigioso che la storia dell’umanità ricordi,  mi ha regalato una stanza. Esattamente una camera oscura. E tanti giocattolini. Per rinchiudermici e sognare. Sono presissima da tutto questo e i lavori  in corso sono boccate di ossigeno. Una Mini Diana e Lubitel e tantissimi 35 mm per cominciare mi pare un equipaggiamento assolutamente immeritato per le capacità ma. Ci si rimbocca le maniche. Avendo sempre freddo suppongo di poterlo fare anche nelle stagioni caldissime (che qui sono cominciate violentemente).

Iber, sei chiaramente rovinato. Se ti becco al telefono cambi numero. Per una volta voglio essere io la causa di un cambio numero.  Risate registrate, grazie. A Turno i fotografi amici qui presenti si beccheranno paranoie Iaiesche.

 

Prometto che è l’ultimo Inciso sull’inciso sull’inciso prima di beccare un pugno sull’incisivo: Qualche giorno fa ho risposto ad un sondaggio in quel luogo bloggomeraviglioso che è SemplicementePepeRosa di Carolina e incuriosita a dir poco ho provato a fare dieci domandine facili facili, giusto per farmene dire quattro. Qualora aveste tempo o voglia habemus sondaggium.

Domani 1 Aprile riaccendo il telefono. E il pescetto non c’entra nulla, giuro.

Mille Gru . Sembrate voi. Costruite per realizzare il mio sogno.


Sulla pagina Facebook di Itaria dove ho sagacentemente schiacciato su “Mi piace” è stata segnalata un’iniziativa che definire bella è riduttivo. Itaria  gestito da Gennaro e la sua adorabile “Nipponapoletana” è un progetto oltremodo interessante per i nippofili e non soltanto. Pur avendo sempre  nutrito forte interesse per la cultura orientale sin da adolescente, l’arrivo in casa del Nippotorinese ha fatto sì che vi si riversasse un’ingente mole di materiale particolarissimo e introvabile in occidente. Materiale ostico a parte,  per chi non mastica ideogrammi come il saputello pelato,  ho avuto modo quindi di avvicinarmi con non poche difficoltà iniziali a letture strepitosamente poetiche.

Certo è che tra Yamamura, Inamura, Oshimoto e Takeshi, riti del the, nomi tradizionali e  infinito altro per infinito non è facile approcciarsi ad un tipo di genere completamente diverso. Si riceve però talmente tanto che lo sforzo potrebbe pure moltiplicarsi all’infinito. Sapendo infatti quanto ogni riga potrebbe cambiare inesorabilmente le proprie sorti emotive si procede impavidi a rileggere una pagina anche trenta volte.  A fare delle ricerche accurate su cosa esattamente sia  L’Ukiyo-e. Tra l’altro uno dei miei progetti, estranei ai dodici ufficiali. Cinque anni fa per il compleanno del mio amore, perchè chiamarlo nippotorinese non sempre lo identifica nella sua vera essenza, ho riprodotto qualcosa come dieci tavole profanando il tratto di Suzuki Harushige, Torii Kiyonaga, Toshusai Sharaku e Shotei Hokuju. Le ho appese nel gazebo, dopo aver passato giorni a tratteggiare con la china contorni di poesia. Un’impresa consciamente fallimentare ma se dovessi riuscire al compimento dei miei novantanove anni a fare un tratteggio poetico vagamente somigliante potrei dire di non aver sprecato la mia vita. Ho delle angoscianti premonizioni però a riguardo. Ma certamente non mi arrendo.

Kikuji, Chikako e il kimono rosa con le Mille Gru bianche è stato uno dei primi racconti di Kawabata che ho letto. E mi commuovo al ricordo.

Il popolo del web, che non ha certamente bisogno di questa ennesima riprova per dimostrare la propria grandezza, ha allestito lo spazio: Mille Gru, raggiungibile a questo indirizzo. E dopo la doverosa segnalazione del  45500 per devolvere due euro alle vittime del Giappone questa iniziativa è una di quelle che vorrei fortemente sostenere e divulgare. Conosco la grandezza dei miei amici che sicuramente vorranno parteciparvici.  In realtà il blog sponsorizza l’idea di Makiko, una donna giapponese che vive da pochissimo tempo in Europa. Chi ne ha voglia potrà trovare degli approfondimenti a riguardo qui. L’intenzione di questo blogger, al quale va la mia stima, è quella di aiutare la Signora Makiko a realizzare mille Gru e il sogno che il Giappone possa ritornare a splendere e accecarci con la sua incommensurabile bellezza. E superiorità.

A me tutto  questo non può che  rievocare il ricordo di Sadako Sasaki, una bimba giapponese nata nel 1943 e morta nel 1955. Vissuta nei pressi del Ponte di Misasa ad Hiroshima. Aveva esattamente  due anni quando Little Boy, la bomba atomica fu sganciata sulla sua città quello stramaledetto 6 Agosto 1945. La vita di Sadako nonostante tutto non si fermò, proprio come quella di tanti bambini. Proseguì con quella dignità innata e lontanissima da noi occidentali. Un futuro da sportiva era quello che si prospettava per la piccola. Una campionessa sarebbe diventata Sadako.

Una campionessa in effetti lo è stata ma di cuore perchè la previsione sportiva è stata  infranta da una gravissima forma di leucemia diagnosticatale all’età di undici anni come chiara conseguenza della bomba atomica. Proprio in quella occasione la sua migliore amica Chizuko Hamamoto le raccontò della leggenda secondo la quale se si fosse riusciti a creare mille gru con la tecnica dell’origami si sarebbe potuto esprimere un desiderio e questo sarebbe stato realizzato. Le due bimbe cominciarono a costruire Gru su Gru. Giorno dopo giorno. La prima Gru fu proprio Chizuko a costruirla.

Sadako non voleva però chiedere solo per sè un desiderio. Ma per tutti. Per tutte le persone colpite da quel dramma che pesa sulla coscienza e dovrebbe pesare giornalmente sulla testa di tutti. Sadako era convintissima che un forte impegno avrebbe fatto sì che tutto quel dolore potesse finire. Che tutto sarebbe rimasto solo un terribile episodio. Che il sogno di guarigione si sarebbe avverato per lei e per tutte le persone tragicamente colpite. Bastavano solo 1000 Gru. Solo l’innocenza e purezza di una bambina può.

Durante tutto il periodo trascorso in ospedale Sadako non fece altro che costruire Gru con la tecnica dell’origami. Coinvolgendo i bambini presenti in ospedale e chi con lei voleva unirsi alla speranza di un futuro. Un semplicissimo futuro e niente più. Quello su cui generalmente sputiamo noi stupidi omuncoli che abbiamo tutto, ogni giorno. Prendendoci gioco continuamente dei propri affetti, giocando con le vite altrui e abbracciando chi vorremmo pugnalare fortemente alle spalle.

Con qualsiasi carta a disposizione , anche quella per i farmaci, Sadako costruiva Gru su Gru. Senza mai fermarsi. Ci sono opinioni discordanti sul numero di Gru che Sadako riuscì a costruire. Ci sono numeri in giro per la rete. Ci sono numeri in giro per libri. Numeri. Numeri diversi. Gru sotterrate con lei. Amici che finirono di costruire Gru alla sua morte. Gru di carta dentro la tomba. Ma. A me non importano i numeri. Ma.

Ma Sadako ha una statua adesso. E ha solo una Gru. In mano. Una Gru d’oro che tende  verso il cielo. Ai piedi della statua “Questo è il tuo pianto. La nostra preghiera. Pace nel mondo” dove si può lasciare una Gru di carta con un messaggio. Ecco. Io ho costruito una Gru in silenzio per te Sadako. E per la signora Makiko. L’ho costruita ascoltando Silent Love di Hisaishi e Thank You for Everything. Ho piegato la carta in silenzio pensando che vorrei giusto tornare un attimo indietro nel tempo. In un ospedale e poggiare su un letto una gru di carta ad un’altra bambina un po’ cresciuta come te. Che amava questo genere di racconti che le facevo. Dicendomi “patata. ma lo sai patata che mi piacciono le tue storie?”.

 Una bambina che come ultimo pigiama voleva quello con gli orsi polari. Non lo sono riuscita a trovare però. Ed ogni volta che vedo un orso polare sto male. Oggi è morto pure Knut. E sembrerebbe in questo universo chiuso dove vivo con me, ricordi e paure che tutto torni. Tra conigli, orsi polari e Gru. Una bambina che ha mangiato con me da piatti di Hello Kitty su un letto che puzzava di sterilità mentre i germi la divoravano, dicendomi che. Ci saremmo viste domani.

Se fosse esistito quel domani per la bimba senza pigiama con gli orsi polari, Sadako, sono sicurissima che costruirebbe Gru fino a farsi sanguinare le mani con me e per te. Perchè oh. Io (noi) ci credo (crediamo).

Sì dai. Ci credo (crediamo).

Nel racconto di Kawabata è ricorrente la cerimonia del The. La ricetta che lascio è un Tiramisù al The Matcha. Perchè vorrei giusto essere raccolta un attimo da terra e sollevata. Devo solo convincermi che si può fare con l’intonazione del Dottor Franghenstin. Ma è un attimino difficile scardinare quelle mille porte blindate che ho allestito e farsi sentire nel silenzio di cui mi circondo. Ma. Ho bande di Minion e Rabbids che stanno per sfondare la porta. Dovremmo farcela. Nessun tipo di preoccupazione perfavore. Solo sorrisi.

Per la base solida del  Tiramisù avrei voluto usare i savoiardi con la farina di Riso strepitosamente riusciti grazie alla ricetta della divinità Montersino (non ancora uplodati ma tant’è).  Se non li avesse mangiati tutti il Nippotorinese, ovviamente. Ho sostituito quindi con un impasto semplicissimo muffinoso, ovvero quello del  Muffin con Impasto di Riso e The Matcha e la ricetta si può trovare cliccando qui. Per la bagna basterà chiaramente inzuppare il tutto (poco eh) con un po’ di The Matcha. La crema al mascarpone classica da tiramisù che ho adoperato è quella di Valentina Gigli (nella versione pannosa) che ho aromatizzato con qualche generosa cucchiaiata di The Matcha. E Le indicazioni per la crema si possono trovare cliccando qui. Composto il tutto ho ottenuto questo risultato inaspettatamente apprezzabile a dir poco. Servito nel bicchiere monoporzione perchè oh. Non riesco proprio a concepire più qualsiasi dolcetto non in versione monoporzionesca ( si può dire, ne sono certa).

Aggiungerei pure un’ideuzza giusto così perchè qui non si vive senza sorbetto o gelato al the matcha rigorosamente fatto  da San Bimby. Nella versione gelata non deve essere affatto male e credo proprio che sia da aggiungere alla chilometrica To Do List. Dopo aver completato quella Pasquale, santo cielo. Ne ho scritte talmente tante alla voce “priorità assoluta” che neanche cucinando incessantemente e postando venti articoli al giorno potrei riuscire. Ma pretendo un esaurimento pasquale. Lo voglio.

Non mi accontento di certo solo di quello PrePasquale.

Doverose note finali:

1) Alla fine non sono riuscita ad accendere neanche oggi il cellulare perchè 998 porte blindate mi sembravano poche. Volevo farne almeno 999 prima di buttarle giù. Non arrivo a mille promesso.

2) Ho finito la prima serie di MisFits e stanotte non dormiremo per finire la seconda. E’ chiaro che siamo letteralmente impazziti.

3) Grazie infinite per tutto quello che mi avete scritto. Pubblicamente. Privatamente. Non credo affatto di aver visionato per intero e me ne scuso profondamente. Cercherò di recuperare quanto prima.

4) Fate una Gru ve ne prego. Anche arrotolare un pezzo di carta a caso. Anche una Gru senza testa e ali se non avete tempo. Perchè è il gesto. E’ poesia. E’ un attimo. E’ solo questo. Ve lo chiedo perfavore: fatelo.

5) Cri  avevo scommesso che saresti stata tu la prima. Grazie. Di esistere, intendo.

Io andrò ad aprire qualche porta, sì. Sperando solo di non aver perso chiavi.

( e mi raccomando. Se non riuscite con la costruzione “seria”  della Gru non abbiate timore e chiedete pure. Purtroppo i tutorial online sono davvero spiegati in maniera vegognosa. Nel caso troverò il tempo di fare un mini video dove vi mostrerò semplicemente in pochissime mosse come fare)

Update: A dimostrazione che le petizioni non sono una stupidata beh: click

Che San Freezer da Montersin ci perdoni!(sono solo io che immagino il Santo Protettore di Montersino a forma di freezer o possiamo fare una comunità?)


Auguri Vecchio Scarpone. Che tu possa diventare un Tronchetto fesciòn al più presto.

Devo arrendermi all’evidenza: non sono molto capace ad organizzare questo tipo di aggregazioni. Troppo frenetica e distratta,  e per questa insana indole di voler esagerare anche  in perenne ritardo. Virtuale. Perchè oh qui nel magico mondo del NoPixel sono di un puntuale imbarazzante, sia messo a verbale. Non importa di certo a qualcuno che io lo sia nel reale ma amo darmi delle giustificazioni stupide a volte Poco più sotto le foto che mi avete mandato, organizzate purtroppo alla meno peggio. Cliccando sui quadratini vi è l’ingrandimento e l’autore. Il Nippotorinese è in vacanza ( ed ogni donna sa che disgrazia sia avere un uomo in casa)  ed io ieri  troppo impegnata a svaligiare l’ikea per comprare prodotti irrinunciabili quali la sedia rosa per bimbe – Mammut; non esiste una ragione considerando che non possieda prole o parenti prossimi con infanti bambinesche. So per certo però che qualche utilizzo alternativo lo troverò. Del resto i miei tacchi stanno su una libreria perfettamente organizzata.

Mi è dispiaciuto e non poco sapere che molti avrebbero voluto partecipare se solo avessero capito i termini e le condizioni. Ennesima conferma che no. Non sono molto capace ad organizzare questo tipo di aggregazioni. Ripeterò questa frase come un mantra fino a pomeriggio.  A me dell’Unità di Italia interessa praticamente nulla al momento. So che l’unica cosa da fare per dimostrare la grandezza di quella che ERA una grande Nazione e ora  macchietta di se stessa è comporre il quattro. cinque. cinque. zero. zero (numero Croce Rossa per Il Giappone) e fare quello che sappiamo meglio fare: regalare un sorriso. Ma stavolta un sorriso diverso. 

Pur essendosi affievolito notevolmente  l’entusiasmo dopo la Tragedia in Giappone c’è da dire che: pur non appendendo bandiere e non truccandomi con bizzarre tonalità verdi-rosse le palpebre (sì. anche questo c’era all’ikea) ammirerò con piacere questo estro creativo altrui. Lo stesso che fino a pochi giorni fa mi aveva fatto delirare mentre provavo   diversi pan di spagna per costruire lo stivale (mi ero ripromessa addirittura di disegnarne i contorni regionali con il cioccolato fondente. Follia). Ho dimenticato poi, di fotografare i biscotti a forma di bandierina con la glassa che come impasto sono risultati buonissimi;  tanto che papà ne ha richiesti solo dodici chili per domenica. Il Pan di Spagna che ha sbaragliato la concorrenza non poteva che essere quello Montersiniano. Con la farina di riso, sì. Da quel momento poi non affidarsi a lui anche per la crema pasticcera sarebbe stato un insulto. E allora ho profanato anche quella. Che San Freezer da Montersin ci perdoni  (sono solo io che  immagino il Santo Protettore di Montersino a forma di freezer o possiamo fare una comunità?)

 

 

Annotazioni importantissime:

Non sono riuscita a prelevare la foto di Jelena , che ho avuto il piacere di conoscere in questa occasione. Invito pertanto a visionarla seguendo il link perchè ne vale davvero la pena. Vi è poi il post sulla Crostata Dolce Italia di Profumo di Zagara. L’imperdibile reportage tricolore di Mamma in Pentola che adoro. Slurposissimi Spaghetti alla Lilli e il Vagabondo di l’Amaranto e il Melograno  e l’augurio di Un pezzo della mia Maremma.Giulia la mia pulcetta di Amaradolcezza che non ha certo bisogno di presentazioni come neanche l’amore di casa Cey di Sos Torta. La mia Vale con gli sfetesi messi in fila che nonostante le grane giornaliere è riuscita comunque a mandarmi un ricordino sbelliffissimo. La mia Focaccina con il suo Plumcake Italiano che definire strepitoso è poco . E gli Gnocchi Tricolore della mia Bibi? Dove li vogliamo mettere eh? (sì è un post in progress ormai)

 Il cuoco più affascinante del web con le sue incredibili ricette per gourmet. Francy (e che link ti metto? santa brigida!) che mi pensa guardando borse e mi rende felice da pazzi, Un pezzo di stella che a me pare essere una stella intera di quanto è bella, un nuovo amico prezioso da aggiungere alla lista Gennaro. La mia incredibile e adorabile Hoshina e Laura che mi ha fatto davvero una bellissima sorpresa partecipando. Marzia  che mi piace moltissimo e che ho conosciuto  grazie a Instagram;  e mi si permetta una nota speciale per Morgana (che non riesco a contattare per inserire un qualsivoglia link) che ho seguito in queste settimane su questa famigerata e famossima applicazione dove trascorro allegramente minuti spensierati sorseggiando camomilla. Una forza della natura. Davvero. Spero uplodi anche il resto su qualche spazio perchè merita e tanto.

 Sperando di non aver fatto nessuno strafalcione dimenticando qualcuno beh. Insomma grazie. E’ stato davvero un modo carino e creativo di condividere questo evento.

Pan di Spagna di Riso ( senza glutine e senza latticini) di Montersino. Ingredienti : 120 grammi di tuorli, 480 grammi di uova, 400 grammi di zucchero semolato, 400 grammi di farina di riso, 40 grammi di amido di riso. Montare nella planetaria le uova intere con i tuorli e lo zucchero fino ad ottenere una schiuma stabile e ben sostenuta. Incorporare delicatamente a mano la farina di riso. Facendo come sempre dei movimenti regolari dal basso verso l’alto lentamente e meticolosamente. La Farina di riso deve essere stata precedentemente setacciata all’amido di riso. Versare quindi il composto in una tortiera imbuirrata e infarinata (nel caso del silicone non occorre di certo) e cuocere per 30-35 minuti circa a 190 gradi.

Crema Pasticcera di Montersino. Ingredienti: 800 grammi di latte intero fresco, 200 grammi d panna, 300 grammi di tuorli, 300 grammi di zucchero semolato, 40 grammi di amido di mais, 35 grammi di amido di riso, 1 baccetto di vaniglia Bourbon (viene fuori una dose spropositata per fare tre strati e mangiare qualche avanzo potrebbe pure essere poca, ecco). Procedimento: Portare a bollore il latte con la panna e i semi di vaniglia estratti dal baccello. Nella planetaria montare i tuorli con lo zucchero fino ad ottenere la classica consistenza spumosa. Incorporare quindi gli amidi non smettendo di montare. Versare quindi il composto sopra il latte in ebollizione e aspettare che si formino quello che il grande Montersino definisce “piccoli vulcani”. Amalgamare bene il tutto con la frusta facendo dei movimenti decisi e abbastanza frenetici. Veloci senza fermarsi e senza formare in alcun modo grumi. Togliere dal fuoco quindi e stendere la crema su una teglia. Coprirla con la pellicola trasparente che può tranquillamente avere un contatto con la crema stessa. Montersino consiglia di tenerla in frigo per massimo 3 giorni. Non esagerare ulteriormente.

Per dovere di cronaca. La Ricetta della panna cotta ho utilizzato sempre la stessa e i biscottini al burro sono i soliti dessert siculi.

Escludendo qualche festività e ricorrenza particolare imminente  da adesso ( musica del terrore) si parte con i Conigli e la Pasqua. E come anticipavo ieri qualcosa potrebbe non funzionare (cervello a parte) a causa di lavori in corso.

Buon Compleanno Vecchiaccia! Almeno più giovane dell’Italia, sono. E’ una magra consolazione ma tant’è.