Melanzane al Cioccolato ( no. Non mi sono rimbambita. Come potrei ancor di più, del resto?!)


Una delle cose più belle di questo week end, oltre a litigare con il Nippotorinese durante la preparazione del Kheer con l’esatto dosaggio del riso basmati è stato vedere in diretta Instagram il prode Cavalieringegnerefascinoso Max alle prese con la confettura di Cipolle caramellate. Vedersi recapitare sms dal supermercato con su scritto ” Ma se non trovo l’aceto di Sherry metto quello di mele?” è stato romanticissimo anzichenò. Vedersi rispondere ” e che ne so io? butto tuttoamuzzzononlhaicapito?” un po’ meno ma tant’è. Quell’uomo porta la croce di dovermi sopportare a vita e quindi poche storie.

Giusto, infine,  per rassicurare la popolazione sto dando una mano all’economia italiana. Non disquisisco più molto su come sperpero il patrimonio familiare ma ecco: volevo rassicurare tutti. Il mio plafond di Gennaio è già finito il due del mese su Analogue Life. Fortuna che avevano finito tanti articoli perchè altrimenti avrei dovuto perder tempo per chiedere un mutuo “perlapentoladelrisoinceramica”. Per questo link ringrazio sentitamente Carolina,   Semplicementepeperosa, che qui in casa si venera come una divinità nipponica.

E cominciamo, velocissimamente con gli appunti in cucina:

Premettendo che sarà un periodo ricco di Smoothie, Roba detox disintossicante, vegana e piena zeppa di ricette senza glutine, latticini e roba zuccherosa, direi di concederci questo attimo di “delizia” giusto per non deprimerci ancora di più considerato che è Lunedì.

Quando ho letto Melanzane al Cioccolato per la prima volta su un ricettario ho immaginato che ci fosse un alimento omonimo di cui non ero a conoscenza. Ripensandoci l’indecisione sul prendermi a mazzate sulle gengive o schernirmi fino al 2078 ininterrottamente mi tormenta. Nonostante sia ormai assodato che

il petto di pollo con la ciliegia come l’ananas e il petto di pollo per non parlare del maiale con le albicocche siano abbinamenti consueti nelle restanti parti del mondo, che in Italia si facessero le melanzane al cioccolato proprio no. Non ho retto.

Giorni fa  con una mia carissima amica si parlava di caponata. La vera caponata sicula con l’agrodolce e con i pezzi di verdura fritti non insieme ma singolarmente per poi essere riuniti nell’armonia dei sapori. Una sua vecchia zia metteva sempre un ingrediente segreto in quel tripudio di verdure. Si trattava di frutta. Di pera, a volerlo proprio svelare. La pera nel Chutney indiano con la cipolla e uvetta che condisce pesce e Roastbeef è la presenza protagonista. Quella che ne decreta la bontà.

La zia introduceva la pera nella caponata in un periodo in cui l’innovazione culinaria non è che fosse proprio alla portata di tutti, eppure la frutta troppe volte sottovalutata nei piatti salati ha da sempre un ruolo da protagonista seppur per pochi eletti. Per chi insomma non si lascia abbindolare da chi la vuole relegata al ruolo di dolce e dopo pasto. Quando ho letto delle melanzane al cioccolato con l’arancia candita di primo acchito ho pensato si trattasse di un piatto salato; credo completamente offuscata dalla presenza del cacao amaro nella pasta e nella carne (senza dimenticare che a Ragusa ho visto pezzi di provola intinti nel cioccolato fondente durante il matrimonio di mia cugina).

Al contrario si tratta di un dolce che ribalta ogni sensazione si possa avvertire inizialmente. E’ un connubio francamente insolito che non fa saltare di gioia durante l’enunciazione. Insomma mi esalterei poco sentendo “Sette veli e Peperoni arrostiti!” Continua a leggere

Cornetti Scadenti e Casatielli Flosci. E che cosa vuoi di più dalla vita, un Tucano?


A me la città di Napoli ha sempre dato tanto. In termini di amicizia in primis. Giusto ieri Vale ha scritto delle parole per me che solo nominarle mi fa frignare e riempiere fazzolettini di schifezze mucose. Insomma per dire che poi in queste occasioni rimango inebetita per qualche ora fissando il vuoto e ciondolando la testa un po’. E’ la massima espressione della felicità.

 E la testa la ciondolo da ieri. Come ho avuto modo di dire già alla meraviglia Valentinosa ho sempre creduto fortemente  di essere un cornetto della coop. Ma anche senza un marchio particolare. Potrei essere anche quello del Carrefour o Auchan o Ikea;  ma non sono molto preparata su quest’ultima ed essere una polpetta svedese proprio no. Non sarei credibile. Insomma quei cornetti  che all’ apparenza ti ingannano nella loro perfezione. Hanno la forma del cornetto. Dentro hanno una crema adatta al cornetto. Sembrano davvero degli splendidi cornetti. Dici pure  “ma guarda che bel cornetto”.

Salvo che poi l’indomani con spasmi e coliche ti ritrovi a maledire quella “meravigliadicornetto”. E non è certo un outing pre pasquale o la giornata del sano vittimismo ma considerazioni veritiere di una mente che non solo vaneggia in percentuale maggiore ma che ama trascorrere il tempo ad analizzarsi e autocriticarsi. Talvolta non è semplice masochismo ma coscienza. Diffido fortemente da chi almeno 1.212 volte al giorno non si rende conto che il suo punto di vista o il suo comportamento non  è universalmente logico, comprensibile e giusto.

Ricapitolando (per i nani da giardino che ho in testa più che altro; non capiscono mai santa pazienza): Coscientemente so di non essere una meravigliosa pastiera ma un cornetto industriale. Certo è che non sono fessa. Se un repartista X della Coop/Carrefour/Auchan/CippaLippa convince la cliente Valefatina che sono una meravigliosa pastiera così che mi infili nel carrello ben contenta per poi portarmi nella sua cucina arancione e stare lì insieme. Abbracciate. Beh.

Posso solo sperare, impegnandomi fortemente, che la mia indole da “spasmi e coliche” non si manifesti. E che in quella cucina arancione io ci rimanga per sempre. Pure se c’è un certo Cesco con il quale fare a botte.

Ora potremmo pure dilungarci sul fatto che la pastiera non l’ha mica comprata ma fatta con le sue manine bellissime e quindi il repartista X c’entra come il cavolo a merenda ma va detto che: 1) ho sempre ragione e nessuno osi contraddirmi (tutto torna no?) e 2) in oriente il cavolo a merenda se lo mangiano eccome (tutto torna di nuovo).

Non felice della profanazione del Babà e della Pastiera (in versione anche monoporzione) mi sono detta: E non vogliamo far rabbrividire con l’interpretazione nipposicultorinese del Casatiello? No dico, la città di Napoli ha sperato davvero che nel Tour Pasquale saltasse questa tappa fondamentale? Suvvia. Sono pur sempre un cornetto! (cielo, starò in fissa con questa immagine del cornetto fino a Pasquetta 2098. Suppongo di dover confezionare un vestito apposito con sembianze sfogliesche arrotolare e realizzare visivamente il tutto prima di finirla. E darmi pace).

L’intenzione era quella di fare un Casatiello Light o perlomeno avevo originariamente  manifestato la voglia di farlo. Quando ho ricevuto una bastonata sulla nuca al grido “ma se tanto non lo mangi perchè diavolo lo dovresti fare light a me?!” ho capito che no. Il casatiello Light nonsaddafare. Mi sono lanciata quindi in un Casatiello “Normal Version”,  che l’ostrogoto dà sempre un po’ di internazionalità al tutto. Ahem. Il fatto è che avendo messo poco ripieno il casatiello si è letteralmente afflosciatodibrutto. Leggendo le indicazioni sagacemente ho pensato dall’alto della mia esperienza Casatiellare (era la prima volta del resto) ” elllappeppa quanta roba! dimezziamo!”.

Per questo motivoil Casatiello nelle foto risulta essere una semplice comparsa invece che l’attore protagonista. Fortuna (‘nsomma) ha voluto che con la stessa pasta facessi dei panini sui quali ho buttato una manciatina di sesamo nero biologico che come i semi di papavero lancio un po’ su tutto. Pure sul latte di riso e yogurt ai mirtilli.

Il risultato dell’ impasto casatiellare (mi piace coniugare)  è stato molto apprezzato mentre “il casatiello floscio” deriso a più non posso. I Napoletani come tutti i meravigliosi abitanti Campani possono insultarmi via mail a: giulia@maghettastreghetta.it o altrimenti giulia@gikitchen.net che pare essere stato ripristinato( pare. ho detto pare).

La ricetta del Casatiello (non floscio eh!) la trovi cliccando qui >>>

Ricapitoliamo tutte le tappe del Tour Pasquale?

- Colombina Tradizionale Pasquale

- Colombina al the matcha

- Cannolo Siciliano

- Casadinas- Pardulas

- Uova Ciambellose Vegane

 – Pastiera Napoletana

- Pastiera Napoletana nel bicchiere

- Stiacciata Fiorentina

- Uova Sode Colorate

- Torta Pasqualina Ligure

- Bocconotto Calabrese

Nel frattempo proprio perchè qui si sta sempre con “le mani in pasta”, su Kodomoland c’è la storia di China la Lumachina !

Pretendo le chiavi della città di Napoli (non quelle per uscirne che mi sono arrivate, però)


Il meteo di questa cucina preannuncia una caduta inaspettata e violenta di post pasquali in data 5 e 6  Aprile. Gli orari purtroppo non prevedibili attenteranno alla densa massa neuronale nazionale. Munirsi quindi di ombrelli e coprirsi per bene.

Non ho pubblicato decine di ricette natalizie proprio per il fatto di averne accumulato una quantità imbarazzante. Certo è che avrei potuto mettere per l’equinozio di Primavera  il Muffin al Triplo Cioccolato nonostante lo portasse una renna di cartone con un assistente di Babbo Natale in groppa, e lo spaghettino feshiòn fragole e champagne per carnevale nonostante ci fosse nell’inquadratura la forchetta con su scritto in bassorilievo “Merry Christmas”. Non ci sarebbe nulla di male in fondo ma  dovrei mentire sulla mia vera natura che mi vuole sobriamente psicopatica e tendente al maniacale precisismo. Postume usciranno quindi  le foto che ritraggono la renna con il muffin e lo spaghetto feschiòn con quelle fragole che a Natale, oltre a costare quanto un volo Catania-Torino, come gusto somigliavano più ad una zucchina. Cruda. Dura. E verde. E acida. E brutta. E cattiva.

Per dire che avendo smesso di rifare gli stessi identici errori, nella vita in primis, con molta probabilità posterò qualsivoglia inezia pasquale io abbia provato in questo periodo. Ho sottoposto ogni forma vivente ad una sorta di tour culinario per decretare il dolce che imbandirà la tavola pasquale quest’anno. Approfittandone chiaramente per un po’ di esercizio. Culinariamente e fotograficamente parlando. Volendo tediarvi da “postuma” il meno possibile ordunque l’ideona di uplodare i vari esperimenti senza girarci troppo intorno.

Così giusto per litigare di nuovo con Max che vedendosi “ciao. Ricetta. Ciao”  mi stirerà con la moto senza colpo ferire. Ma prima mi devi fare la cicorietta alla romana, mio caro. (solo i veri amici ironizzano su incomprensioni o sbaglio?).

All’attivo abbiamo la Stiacciata Fiorentina  (versione stampabile) e la torta pasqualina ligure che sono già due pezzi forti  della tradizione italiana Pasquale ma è innegabile che la Signora indiscussa Regina delle Tavole più tradizionali è: La Pastiera Napoletana. Vedo già infuriarsi il cannolo e la cassata ma tant’è.  Con le sue infinite leggende e storie raccontate. Pur non avendo purtroppo alcun gene campano sento in me scorrere la sacra passione del grano cotto. Sarà che la mia prima volta con la pastiera è stata a dir poco indimenticabile.

Ero su una nave da crociera. Sì, ho fatto anche questo. Addirittura due volte. Il motivo, oltre ad un’innegabile esaurimento nervoso, è facilmente riconducibile al fatto che impossibilitata a viaggiare a causa della mia claustrofobia e aviofobia improvvisa, pur di non stare a casa a pettinare capelli di conigli e trascorrere del tempo con i miei genitori (eternamente in movimento), mi sono aggregata all’allegra comitiva. Se ve lo state chiedendo: No. Non fatelo. Se avete un età inferiore agli 89 anni o superiore ai 14 la crociera non va fatta. Einstein ed io vi illustreremo nel caso i motivi ma non è questa la sede adatta. Non sono leggende metropolitane quelle che ne oscurano la fama.

Dopo Tunisi, Barcellona, Marsiglia e insomma il classico giro del Mediterraneo ultima sosta: Napoli, che grazie al cielo conoscevo già e che non ho dovuto girare per quattro ore seguendo una che agitava la paletta tonda con un numero scritto sopra. Nonostante fossi stata felice ospite della città, in particolar modo di Capri dove ho avuto l’onore di conoscere Luciano De Crescenzo, non avevo mai mangiato la pastiera. E’ successo la notte prima dell’attracco. Sul ponte *nomediuncompositoreacasononricordo* quando davanti alla magnificenza di luci dal mare si servivano dolci tipici della tradizione partenopea, dopo rigorosa cena a base di pesce, pizza e roba strepitosamente napoletana. Essendo un alieno e non avendo mai amato la pizza (quella sera ho però mangiato pizza fritta per la prima volta. Qualcuno mi procuri uno strofinaccio ho appena allagato la tastiera) ho atteso come uno squalo aspetterebbe un simpatico coniglietto irrorrato di sangue galleggiare nell’oceano il buffet di dolci.

Si sentono due boati dalla nave (e come si chiama il clacson della nave adesso?).  Sul giornale di bordo: un trafiletto. Piccolissimo. Raccontava di come il capitano della nave fosse Napoletano. Di come ogni notte quando si trovasse davanti la sua città: suonasse. Per i suoi amori. La moglie e la città. Una leggenda che si rifà a milioni di leggende. Eppure da sola su quel ponte mangiando pastiera lontana da gabbie dorate e libera davanti all’infinito, ricordo perfettamente di essermi accarezzata Gippy, il pesce che vive sulla mia caviglia. Di aver sentito il richiamo della libertà e dell’amore. Non vi era nessun Nippotorinese allora, se non in una forma amichevole. Lui era a mangiare sushi in qualche stramba bettola giapponese con l’australiana che conquistò tra un gambero in salsa wasabi e un mini roll al salmone. E’ chiaro che da tutto questo non può non evincersi la seguente: Le Australiane sono fortunate perchè le siciliane che mangiano cibo napoletano salvano loro la vita togliendo  dai canguri i nippotorinesi che mangiano cibo astruso (ha una sua affascinante logica tutto questo).

La Pastiera è insomma un tassello che si unisce ad un puzzle che altrimenti non avrebbe soluzione. Che altrimenti non avrei potuto appendere per osservarlo e capire cosa farne. Di quel quadro risultato di me.

 La Pastiera è Alessandra, che irrompe nella tua vita dimostrandoti che ci si può salvare a vicenda e che il grano non deve azzeccare e che no. Il cucchiaio deve essere di legno! La Pastiera è Valentina, che con dei calzini colorati e delle premure che ti fanno respirare al telefono ti racconta del sodalizio tra ricotta e zucchero per tutta la notte in frigo. Un po’ come noi. Tra sogni zuccherosi e morbidezze di idee ricottose.

Non trascriverò la ricetta di Alessandra perchè è stata copiata sul Sacro Libro di Bodrum e lì rimarrà. Non trascriverò neanche quella di Valentina quando arriverà. Non sono mai stata gelosa delle mie amiche e di ricette di felicità. Ma solo fino ad ora e ho capito il perchè. Non ne avevo mai avute così. Di amiche e di felicità sincera.

 Siamo a quota sette. Ebbene sì. Ho fatto sette versioni di Pastiera, roba che forse www.lapazzasiculachecucinavasolopastiera.com dovrei comprarlo sul serio. Tra le sette versioni ce ne sono, oltre a quella della mia Ale, due davvero interessanti che meritano. Una è presa da Ricette 2.0 Dal Blog alla tua tavola (Vi ricordate di comprarne una copia per Pasqua, vero? Un euro va anche al Banco Alimentare e sono cose importanti) e la maternità è di Fudgella. L’altra era un sogno perverso che aleggiava. Una versione in bicchiere monoporzione (Napoli perdonami! So che dopo il Babà è difficile) che da tempo speravo di poter realizzare. Non avevo voluto osare tanto ma vedendola su Sale e Pepe di Aprile mi sono decisa. La colpa è chiaramente loro ed io non c’entro nulla. Mi piace essere adulta, si sa.

La Ricetta della Pastiera Napoletana Monoporzione nel Bicchiere la trovi cliccando qui >>>

La Ricetta della Pastiera Napoletana di Ricette 2.0 la trovi cliccando qui >>>

Ricordi trascritti:

Aprire la porta e trovarsi davanti un pacco che aspetti come una bimba alla mezzanotte del Natale per poi scoprire orecchie di coniglio, fiori che scrivono e bambole capaci di tenere ricordi con disegni che parlano di abbracci e silenzi è quello che mi è spettato per questo indimenticabile dopo pranzo. Il sorriso ebete che scomparirà con non poca fatica è merito di Giulia.

Non smetterò mai di ribadire la mia fortuna. Talvolta devo prendermi a randellate sugli stinchi per capire se è realtà o mera fantasia e allucinazione. Si narrano leggende sul fatto che questo fantomatico passaggio virtuale-reale sia pieno di insidie, trappole e orrendi retroscena.

Sarà. Ma nel mio mondo accade l’esatto contrario. Vengo pervasa da una spaventosa delicatezza e gesti,  insieme a degli oggetti che raccontano di me, di noi e del tutto. In un’assurda realtà che è poi quella che ho sempre sperato esistesse.

E difatti. Esiste. Realmente. Grazie Giulia. Grazie infinite per tutto quello che c’è dentro. Di te.

Ho comprato dieci maschere di carta perchè le mie di carne sono a lavare


Ho talmente tanti arretrati di FumettoRicette che ne piazzo una Random, priva di senso con il periodo, qui prima di partire con il Carnevale Conigliesco. Sintetica? No. Sfinita.

Mi scuso quindi in anticipo e pubblicamente per i ritardi ( e sono tanti) con qualsivoglia collaborazione, frizzi e lazzi. Non dormendo questo week end e facendo un RaveNoStop a base di carote allucinogene dovrei mettermi in pari entro il Martedì Grasso. Adesso qualcuno mi tolga l’immagine del Martedì che mogio mogio si accinge dal dietista mentre gli altri Giorni magri e felici giocano con le stelle filanti, perfavore. Maledetto Venerdì! E’ un Adone.

Castagnole tipiche della Romagna e del Lazio conosciute anche come Zeppole o Tortelli Milanesi. Frittelle di ogni genere come gli immancabili Bomboloni o Bombe alla romana, Ciambelle fritte soffici e frittelle di mele e con mele e noci. E uvetta, mica lo sapevo.  Frappe, Bugie, Chiacchiere, Crostoli. Con la marmellata o nutella ma anche ricoperte di cioccolato. Montersino propone Bugie di Cannoli che ti fanno strappare le pagine di Alice per poi appallottolartele in bocca masticandole come dovessero trasformarsi in realtà. Non parliamo neanche delle Bugie di Kranz che sono nella top ten della To Do List carnevalesche. E sanguinaccio. Che come mi insegna Cey non è il sanguinaccio come lo si intende qui in sicilia: Sangue di Maiale rappreso, sbattuto nel panino insieme ad  un po’ di budello e gnam. Ma un dolcetto cioccolatoso conosciuto ai più con amido e cioccolato.

Il Migliaccio però, ecco. Io del Migliaccio mi cospargo il capo di semolino non ne avevo mai sentito parlare. Fortuna che la pagina di Facebook e i preziosi amici partenopei di Twitter mi hanno erudito a riguardo. Vergognoso da parte mia considerando che è una vera e propria istituzione a Napoli per il periodo di Carnevale. Va mangiato il martedì grasso ed oltre ad essere economico, velocissimo da preparare e non particolarmente grasso va detto che è un dolce dal sapore antico intramontabile e maledettamente semplice. Senza tanti frizzi e lazzi. Come una volta. Ripromettendomi di prepararlo ogni Martedì grasso della mia vita in omaggio a questa città che ha sfornato meravigliose creature che ho l’onore di poter epitetare come “amici”. Di quelli veri.

Chiaramente chiunque avesse tempo o voglia di spedirmi la propria ricetta di famiglia non divulgherei mai siffatta pozione magica ma ringrazierei ad imperitura memoria. L’email giulia@maghettastreghetta.it no. Non funziona. Il simpatico Signor Aruba ha deciso così quest’oggi. Maghetta_streghetta@yahoo.it al momento sembra essere l’unico modo oltre ai segnali di fumo.

Ingredienti: 250 grammi di semola, 1 litro di latte, 50 grammi di burro, 5 uova, 250 grammi di zucchero, 1 buccia di un limone non trattato, 1 buccia di un’arancia non trattata, 2 cucchiai di limoncello, estratto di vaniglia fresca., 250 grammi di ricotta e 50 grammi di cedro candito. In moltissime ricette non era previsto il limoncello mentre in altre il cedro candito e in altre ancora addirittura la ricotta. Nel dubbio  ho infilato tutto ugualmente e via.

In una pentola lasciare sobbolire il latte con la scorza grattugiata del limone e dell’arancia insieme anche alla vaniglia freschissima di baccello. Per dovere di cronaca confesso di non aver messo il burro perchè  fortemente convinta che non occorresse questo surplus di grasso ma nel caso non facciate parte della fazione “quando posso fuggo via a gambe levate dal colesterolo” 50 grammi potranno bastare tranquillamente e sarà proprio questo il momento di aggiungerlo. Non occorrerà che  il latte giunga ad ebollizione ma basterà soltanto vederlo sfrigolare (mi è sempre piaciuto il termine sfrigolare e lo uso quando posso) per spegnere il fuoco e versare a pioggia lentamente la semola rimestando con cura con un un cucchiaio di legno ( e qui ho immaginato la mamma di Ale schiaffeggiarmi quando non trovando il cucchiaio di legno stavo afferrandone uno di acciaio. Ho cercato quindi meglio e ho proceduto con il legname, sì) . Il composto si addenserà e quando vedrete dei grumi mi maledirete pensando “se ci avessi messo nove etti di burro tutto questo non sarebbe successo”. Nel caso si può aggiungere qualche noce (non di cocco) di burro adesso, suvvia. Lasciare intiepidire il composto. Nel frattempo lavorare le uova con lo zucchero aiutandosi con uno sbattitore elettrico. Aggiungere il limoncello e la ricotta setacciata se avete deciso di utilizzarla. Sbattere velocemente il tutto  e alla fine unire i pezzetti di cedro candito. Far incontrare in una ciotola capiente  i due composti semola/uova-zucchero-ricotta fino a formare un composto cremoso e piuttosto fluido. Se dovessero formarsi dei grumi perchè le operazioni non sono state compiute correttamente o più semplicemente in maniera veloce si potrà pure pensare di dar il via allo show dell’ultimo minuto: afferro lo sbattitore elettrico e dò una sbattuta generale così frego tutti e chi si è visto si è visto. Non dovrebbe andare così ma la vita è difficile e talvolta i rimedi sono quelli che sono.

Infornare il Migliaccio a 200 gradi forno preriscaldato per quaranti minuti circa. Quando avrà un colore dorato e anche un po’ brunetto sarà il caso di tirarlo fuori. Il bello del Migliaccio è che grazie alla presenza del semolino l’aspetto e la consistenza danno sicurezza nella sua compatezza. Facilmente lavorabile da un punto di vista di intaglio. Proprio come accade con gli gnocchi alla romana (che adoro nella versione cuoriciosa) diventa un prodotto fotograficamente validissimo. Compatto e pulito come piace a me. Lineare e quasi minimalista. E’ stato semplicissimo quindi ricavarne fette a forma di mascherina semplicemente intagliando con il coltello. Gli avanzi dell’intaglio li mangerà il nippotorinese malcapitato di turno e la presentazione coreografica gli amici che emetteranno gridolini “bellino, che carino, ma che cosa è?”.

Insomma simpatia fortissima per questo dolcetto.  E’ una roba che si prepara in tre minuti. E’ oggettivamente perfetta da manovrare per le forme più disparate (a breve ci faccio dei conigli, sì). Fotograficamente valida e ha un sapore che evoca quasi la pastiera. Che non è poi mica tanto vero (poco poco sì però)  ma cercavo l’aggancio quindi il resto non conta. Insomma  per dire: sì. Dopo il primo esperimento con la Pastiera, compiuto a Natale, usando la ricetta segretissima della famiglia di Ale che non ho pubblicato per una serie di eventi avversi mi accingo alla mia “terza volta con la Pastiera”, che verrà ampiamente documentata su questi schermi quando verremo invasi da conigli pasquali, uova colorate e colombelle. Perchè sì. Ci attende proprio. Giusto il tempo di far passare qusto breve periodo tra mascherine, stelle filanti e coriandoli.

E’ un futuro infelice il vostro insieme a me. Ma il mio è inversamente proporzionale. Essendo un essere spregevole  quindi mi importa poco. Sfortunati voi ad avere me. Fortunata io ad avere voi. E vi beccate tonnellate di orecchie di coniglio. Si salvi chi può. Che poi le porte siano chiuse a doppia mandata è un altro discorso.

Insieme alla orecchie di coniglio questa pioggia di cuori, per il mio progetto visivo kokoroland,  dovrebbe lasciare intendere una romanticità latente ai limiti dell’iperglicemia. Ma è quando comincerò a disegnare brandelli di carne e giugolari grondanti di sangue che applicherò realtà alla virtualità. Mi piace procedere con calma secondo una scaletta però.

Update: Albo non ha certo bisogno di presentazioni quindi dopo aver annuito insieme segue inchino davanti al monitor come da copione. La ricetta mUffin di MaialAlbo va provata ed anche urgentemente. Dopo queste due ovvietà un ringraziamento ufficiale allo spacciatore di carote allucinogene grazie al quale in un momento di chiara instabilità psicologica del tenutario  ho avuto l’onore di finire dentro quel tempio che venero come orecchie di coniglio. Per dire insomma che ad Albo io costruirei non milioni e neanche miliardi di premi a forma di coniglio. Giusto un’infinità. E difatti: procedo.