La Panna Cotta al Cioccolato di Donna Hay


E oggi ricetta, Tombola e Libreria di Iaia tre in uno (che le foto le ho fatte ad Agosto mi sa!) E presto anche la Videoricetta (qualcuno mi fermi). Partiamo subito con la ricetta (sìsìsì facciamo tutto senza senso):

Panna Cotta al Cioccolato di Donna Hay

2 cucchiai di acqua, 2 cucchiai di gelatina in polvere (3-4 fogli di gelatina in fogli. A me piace con tre ma per chi la amasse più densa per 500 ml di panna vanno più che bene 4), 50 gr di zucchero a velo setacciato, 100 gri di cioccolato fondente (almeno al 60%) tagliato a pezzi, 500 ml di panna liquida.

Metti l’acqua in una ciotolina con i fogli di gelatina (in questo caso l’acqua dev’essere ghiacciata) o polvere di gelatina (in questo caso non importa che sia ghiacciata). Fai riposare 5 minuti. Metti la panna in un pentolino con dentro il cioccolato a pezzi che dovrà fondere. Unisci la gelatina dopo averla strizzata e cuoci finché tutto è ben amalgamato e il cioccolato è sciolto. Filtra il composto e versa negli stampi/bicchieri/qualsiasi cosa tu abbia scelto e fai riposare in frigo finchè si raffredda per 4-5-6 ore. Togli cinque minuti prima di servire con frutti di bosco, panna, qualsiasi cosa la fantasia ti suggerisca perché è una base davvero interessante che ben si presta a molte elaborazioni.

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E’ successo che…


Che Baratti e Milano sarà pure splendido sì ma Mulassano è nel cuore e nessuno riesce a spodestarlo. Lo shakerato senza zucchero è sicuramente il migliore insieme a quello di Gobino ma. Ma nonostante la Galleria. Ma nonostante le vetrine. Ma nonostante. Ma.
Mulassano è nel cuore.
Che aveva ragione il Nippotorinese e che Ottimo si è rivelato il massimo dell’innovazione. Lui l’anno scorso come avevo ampiamente documentato qui era già sicuro dopo aver provato il limone e salvia. Io volevo rifletterci un po’ su. E’ bastato un cucchiaino di granita lime e menta. Un altro di arancia e basilico. E non parliamo neanche del cioccolato fondente Torino alla Pietra. Il delirio delle papille gustative ma. Ma l’Ice Cream Tour sta arrivando e lì sì che potrò blaterarne ancora e ancora.
Che ho provato a mangiare il cono. Nel senso che il cono l’ha mangiato poi il Nippo ma. Ma mi ero convinta che il cono gelato non era riservato alle signorine per bene. Che la coppetta fosse più opportuna. E me  ne sono talmente convinta che anche “al chiuso” non lo mangiavo mai. Ecco. Dopo aver rifiutato un pinguino in quel di Santa Margherita Ligure (non dovevo! *si schiaffeggia*) per questo motivo mi ero ripromessa di tentarci. Ed ecco  il risultato. Cioccolato fondente senza latte goduriossssssssssso tutto spiaccicato sulla faccia (che con l’effetto earlybird sembra botulinata. La realtà è ben diversa e le rughe ci sono eccome. Santo earlybird subito!).

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E poi la sicula si inventa una pasta in onore del Piemonte con Cacao e nocciole ( arrestatela !)


L’importanza di ” Se io fossi un angelo” l’ho scritta lo scorso anno qui e in altri fogli virtuali di questo baule straripante di ricordi.  L’importanza del suono e delle parole di Dalla che mi ha sempre invitato, come il mio papà del resto, a prendermi cura degli angeli. Perché sono milioni di milioni. Come concetto. Come idea. Appartiene con i suoi cappelli e la sua barba al mio iperuranio.

Avevo diciotto anni ed ero ferma ad un semaforo. Città di Catania. La mia macchina era un piccolo fuoristrada bianco. Avevo il tettuccio aperto e guardavo il cielo pensando che quella finestra fosse un regalo, l’ennesimo del mio papà, che mi permettesse di sognare e gustarmi i disegni delle nuvole. Non ricordo esattamente cosa sentissi alla radio ma al contrario ricordo precisamente i suoi occhi. Mi sono voltata e sulla sinistra c’era una macchina decapottabile sportiva color oro. No. Non sembrava oro. Era proprio una macchina color oro. Lui aveva un cappello, credo di cotone e non lana, coloratissimo e la barba. Io avevo dei fuseaux neri e una maglia nera. Niente cappelli ma nella borsa del cioccolato, e tanto dolore.

Lui mi ha guardato e ha sorriso. Poi è sfrecciato via. Lasciandomi un po’ così. Con il finestrino abbassato mentre qualcuno suonava il clacson  perché sì era già verde. Era il sorriso di “sì sono io”. Era il sorriso di Lucio Dalla. Non è  mai stato difficile vederlo qui avendo proprio una casa sotto le pendici dell’Etna ma a me è accaduto solo quella volta.

E’ stata la domenica Lucio Dalla. La domenica in un sedile posteriore mentre mamma si voltava e mi sorrideva.  E papà guidava. Si andava al mare. Si andava in montagna. Si andava in collina. Si andava ovunque e come sottofondo c’era lui. Che scrivesse ad un amico o che fumasse una marlboro era lì. Come era lì  per tutti i miei inizi dell’anno a dirmi che l’anno che verrà. Ho sempre finito e cominciato con lui. Ho sempre ascoltato seppur mai venerato, ma voluto bene sì. Non mi vergogno a dire che voluto bene, sì. Il suo garbo e  schiettezza, mentre  il 4 Marzo involontariamente gli ho sempre dedicato un pensiero; come se a fare il compleanno fosse un vecchio amico lontano che non senti da tempo ma che vorresti chiamare solo per dirgli “Auguri”.

Il primo incontro a Catania e l’ultimo a Torino in una bizzarra coincidenza. Non avevo dolori in borse ma sorrisi e mangiavo una granita. Non ero dentro una macchina protetta a guardare il cielo ma all’aperto in mezzo alla gente e con un un cucchiaino da affondare in un paradiso di cocco. Senza vergognarmene. Libera. E lui altrettanto. Libero con il suo amico De Gregori sopra un palco e dietro di lui il Palazzo Reale. Le prove del pomeriggio per il concerto imminente. Seduto al piano parlottava e rideva. Ed io con lui. E’ stato lì che per l’ennesima volta ho raccontato al Nippotorinese di ” quella volta della macchina color oro”.  La sua collanina e il suo frac argentato. Il suo balletto “attenti al lupo”. Il suo berretto e la camicia perennemente sbottonata. Atrocemente insopportabile ma a lui l’ho sempre perdonato.

” Balla sul cuore malato”. E io Lucio ho ballato sulla piazza sentendoti cantare. Non ero più ferma al rosso di un semaforo imprigionata.

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Food Blogger Siciliana alla riscossa!


E un po’ di campanilismo va. Sull’App Gikitchen è in allestimento la nuovissima sezione “Profumo di Zagare” con vasto assortimento di ricette siciliane della più antica tradizione; disponibile gratuitamente sull’ App store . Molte verranno pubblicate esclusivamente lì e non qui sul Blog.

A fare  compagnia alla neonata sezione vi è anche “Profumo di Nocciole” perché d’accordo il campanilismo ma la cittadinanza onoraria (oh mi è stata promessa uff!) devo conquistarmela, santogianduiotto!

( Anche perché non riesco proprio a far stare lontane le mie due terre del cuore)

Un tripudio di Arance e Savoiardi, Gianduiotti e Cannoli, Caliceddi e Brasati al Barolo. Il grande  Maurizio Santin annovera inoltre queste due pasticcerie regionali, insieme a quella campana, tra le più rappresentative dell’Italia nel Mondo. E io che ne sono devota eadepta del Cuoco Nero-Maître à sucrer posso forse esimermi dal ribadirlo fino alla fine dei miei giorni? giammai.

Come ti riciclo il cotechino? Ti Faccio un Tortino (detesto le rime, santo cielo)


Luiset è un agrisalumeria che ho visitato ad Alba la scorsa estate. Mi sono innamorata delle vetrine e della presentazione delle carni; detto da una vegetariana credo sia un paradosso ma per le “persone normali” credo che sia normale emettere copiose quantità di bava proprio davanti ai diversi punti vendita. Luiset ha vinto il premio del Salame cotto in tutto il Piemonte. Da lì proviene il cotechino che il Nippotorinese ha spazzolato durante il Capodanno. Spedito amorevolmente dalla socia cognatosa e dalla Dottoressa Suocera, qui in casa è stato un continuo di “straslurp!” , “è questo il vero cotechino, dannazione! Non quel coso dentro la bustaschifosogelatinoso!” , “Ridiamo dignità al cotechino!”.

Non ho imbavagliato il Nippotorinese e non ho tirato fuori le tediose argomentazioni del tipo “diamo dignità al cotechino lasciandoli liberi di grugnire tra i prati” ma ho annuito fortemente accarezzandogli la pelata e dicendo “sì amore certo, sì”. Del resto io sono stata sedata con una scatola enorme di cioccolatini pregiati e regali di bellezza inenarrabile; in particolar modo robe sfiziose da cucina che avrò modo di mostrare giusto per pavoneggiarmi. Si sappia solo che adesso posso cuocere le mie verdure a vapore dentro un recipiente rosa a forma di maialino. La mia famiglia piemontese è bella da impazzire, santocielo.

Il vero cotechino a quanto pare non cuoce venti minuti in acqua bollente ma tre ore. Tre ore di agonia dove un Nippotorinese a caso gira con il cucchiaio con sguardo voglioso (mai mi ha guardato così) al grido di “santocielosenticheodorebuonissimo”. Credevo di detestare e non reggere solo l’odore della trippa ma adesso posso annoverare in questa lista anche il verocotechino. Un odore piuttosto deciso e anche fastidiosamente speziato. Solo che non me la sono sentita di buttare fuori casa lui e il verocotechino la notte del 31 Dicembre. In Sicilia è un tantinello pericoloso poi, considerato che fanno saltare pure panettoni imbottiti di canditi esplosivi al culmine dell’ilarità e allora è stata una vigilia piena di sapori cotechinosi; dove non aleggiava più l’odore di biscotto e panettoncino ma di verocotechino. Essendo l’unico fruitore di tal delizia questo verocotechino è stato da me rielaborato in diversi modi. Ne ho fatto un risotto con lenticchie, parecchio apprezzato anche dai miei genitori e ne ho fatto una versione freddina in insalata. Ne ho fatto poi dei fagottini complice una visione interessante su Sale e Pepe di Gennaio.

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