Bonet

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La VideoRicetta dell’Insalata Russa


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Tartufi al CioccoCocco

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La Panna Cotta al Cioccolato di Donna Hay

E oggi ricetta, Tombola e Libreria di Iaia tre in uno (che le foto le ho fatte ad Agosto mi sa!) E presto anche la Videoricetta (qualcuno mi fermi). Partiamo subito con la ricetta (sìsìsì facciamo tutto senza senso):

Panna Cotta al Cioccolato di Donna Hay

2 cucchiai di acqua, 2 cucchiai di gelatina in polvere (3-4 fogli di gelatina in fogli. A me piace con tre ma per chi la amasse più densa per 500 ml di panna vanno più che bene 4), 50 gr di zucchero a velo setacciato, 100 gri di cioccolato fondente (almeno al 60%) tagliato a pezzi, 500 ml di panna liquida.

Metti l’acqua in una ciotolina con i fogli di gelatina (in questo caso l’acqua dev’essere ghiacciata) o polvere di gelatina (in questo caso non importa che sia ghiacciata). Fai riposare 5 minuti. Metti la panna in un pentolino con dentro il cioccolato a pezzi che dovrà fondere. Unisci la gelatina dopo averla strizzata e cuoci finché tutto è ben amalgamato e il cioccolato è sciolto. Filtra il composto e versa negli stampi/bicchieri/qualsiasi cosa tu abbia scelto e fai riposare in frigo finchè si raffredda per 4-5-6 ore. Togli cinque minuti prima di servire con frutti di bosco, panna, qualsiasi cosa la fantasia ti suggerisca perché è una base davvero interessante che ben si presta a molte elaborazioni.

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Henri Cartier-Bresson a Palazzo Reale, Torino

In questo frullato di ricordi, valigie di esperienze e flashback di momenti surreali  stavo quasi perdendomi quel caffè a Palazzo Reale appena arrivati. Mi piace sempre tornare al Bar di Palazzo Reale, esattamente dopo essere stata a quello di Palazzo Madama lassù. Mi siedo sempre in quella poltrona a sinistra. Guardo le pastiglie leone per vedere se c’è un nuovo gusto. Prendo un caffè. E mi ricordo di quando ho messo l’action figure di Freddy Krueger quando c’era la mostra dei merletti. Quella mattina a Palazzo Reale dopo aver visto la Galleria Sabauda con i Ritratti del Re quasi per caso è capitato:

Henri Cartier-Bresson.

Uno degli innumerevoli e inconteggiabili motivi per cui amo visceralmente Torino. A Catania, non me ne voglia la mia terra di lava e polvere, posso aspirare sempre a qualcosa di meno. Non significa certamente che io la disprezzi. Si tratta di amori diversi, inconciliabili e diametralmente opposti e per questo motivo possono coesistere in armonia perfetta. Proprio come me e il Nippotorinese.

Alle mostre, musei, gallerie di visioni, robacosì insomma ci andavo sempre munita di carta e penna. Nonostante siano gli oggetti che continuo a preferire, per un discorso di comodità ho ceduto a Evernote, Anote, e sharing vario per non perdere neanche un pensiero. Ne ho tanti e sono tutti stupidi, certo, ma mi premuro sempre di non perderli perché credo fortemente nella terapia riabilitativa visiva fatta di parole, cibo e disegni che mi sto imponendo per guarire solo da me stessa.

E’ passato un po’ di tempo e faccio fatica qualche volta a estrapolare davvero i pensieri. Mi viene in mente il racconto di un mio amico che riguarda i sogni. E anche un po’ la Rowling ma non è il momento di soffermarsi altrimenti si continuano a perdere pezzi.

Henri Cartier-Bresson mi fa pensare a Elisa con tre elle, giusto per dire la cosa in assoluto più importante. L’istante decisivo in una fotografia. Scrivo questo: Elllisa. Quando entro e mi dicono che non si possono fare foto con la reflex. Mi sorridono vedendomi con l’iphone tra le mani e mi si dice “in teoria neanche con quello”.

Nella pratica. Risatina.

E nella pratica in effetti pare che.

E allora discreta senza disturbare, impormi e farmi vedere con la mia smania di fermare il tempo rubo qualcosa a questa esposizione. Che già di per sé per un appassionato è tanto. Se lo si immagina nel contesto del Palazzo Reale di Torino, per chi ha avuto la fortuna di vederne la maestosità e bellezza, i brividi possono correre lungo la schiena. Immaginando di alzare la testolina e vedere quel soffitto. In pratica sali lo scalone che toglie il fiato per la grandezza e opulenza artistica con le sue teste di animali e arrivi alla sala grande con le enormi candele che ricordano proprio Hogwarts durante i fasti della cena natalizia. Quando compaiono le polpette, gli arrosti e tanta burrobirra a fiumi. Giri a sinistra e.

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Il Precipizio sopra le Nuvole – Fang Lijun ( Gam Torino)

Esco sempre sconvolta dalla Gam. Quando riesco a uscire, intendo. Perché vorrei stare lì non soltanto un giorno. Ma attimi di sempre. Sedermi lì. Con foglietti e ipad, adesso. Sedermi. Cominciare a disegnare. Alzare gli occhi. Guardare. Abbassare. Ricominciare. Continuare. Mai finire.

Si possono dissolvere le mie ceneri lì? Anche nella pattumiera poco avanti all’entrata sarebbe tanto per me.

Quest’anno però con le visioni di Fan Lijun mi è venuta una malattia. Sì. Come se non riuscissi a respirare. Come se le gambe si paralizzassero e non riuscissero ad articolare bene. Già estasiata dai disegni di Mosso e dal percorso. Già piena di Chagall, Gattuso e l’adultera che avevo già visto e che ritrovare mi ha reso felice. Già ascoltare un critico poco distante da me. Sentirne le sensazioni. Le confidenze. Anche solo il respiro dell’attesa . Quell’intervallo di tempo che giri la porta e trovi ancora mondi e mondi e mondi.

Non ero pronta a Fan Lijun. Alla sua maestosità e grandezza. Alla sua esagerazione visiva. A quel grido di colore dell’ultima stanza. Dopo aver attraversato pareti enormi di bimbi mai nati o forse-chissà, sulle ali di un insetto.

Tre anni prima della rivoluzione culturale in Cina nasce Fang Lijun, esattamente nel 1963. Incoraggiato dal padre inizia a dipingere all’età di cinque anni e si diploma a Pechino poi nell’Accademia. I fatti del 4 Giugno del 1989 a Piazza Tian’anmen segnano profondamente la visione e il pensiero dell’artista. Nominato Ambasciatoe di Pace e Sviluppo e patner ufficiale del programma di sviluppo delle Nazione Unite di Cina regala al mondo le sue visioni assolutamente pazzesche, spettacolari, teatrali in un surrealismo travolgente.

E se è impossibile carpirne ogni singolo dettaglio a meno che di non impiegarci una vita, quanto si può realmente comprendere di una visione così dettagliata, precisa e molte volte ricorrente visto che i volti dei bimbi sono quasi un’ossessione? Certo si gioca sull’impatto visivo a tratti “esagerato” ma quello che mi ha colpito e che è entrato dentro è stato l’uso dei colori. Mischiati al bianco e nero ed esplosi.

Proprio come una bomba. In una cartolina monocolore che imbratta tutto.

Mi è rimasto dentro e nella testa Lijun. L’ho trovato a tratti divertente ed infantile, a tratti moderno sino poi a diventare “grande”, antico come se appartenesse a qualcosa di passato. Che c’è sempre stato.

Io sono esagerata. Teatrale. Scenica. Sconvolgente non sempre nel significato positivo. E nonostante mi piaccia sempre l’esatto contrario di quello che sono, stavolta la similitudine mi ha colpito e. E Lijun è diventato musa.
Lucio Fontana- Rosario di Santa Fe 1962
Lucio Fontana- Rosario di Santa Fe 1961

Renato Guttuso – Gente in strada 1956-57

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