La libreria di Iaia – Andrea Vitali e Le Tre Minestre (La Cassoeula io la pubblico il 10 Giugno, embè?!)


Oggi ho indetto la Giornata Internazionale delle Email. Sto rispondendo a 2390420948239048209348209348293048234 234 messaggi arretrati e agli auguri di Buon Natale del 1994. Per questo motivo consiglierei caldamente a chi volesse insultarmi di scrivere tra oggi e domani.

Perché l’evento si ripeterà nel 2098.

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E il gelato salato allo spaghetto trapanese non lo facciamo?


Sugli Spaghetti alla Trapanese ci sarebbe da disquisire fino a Natale. Contando che in effetti a Torino è Natale, mettiamoci comodi che comincio il vaneggiamento fino a Capodanno 2098 (manodaistoscherzandononpiangere).

Devo pure correre in Francia un secondino e quindi. Sinteticità è la parola d’ordine (cosa sia però mica lo so).

In alcune bibbie sicule c’è la presenza della mandorla e in alcune no. In alcune c’è il datterino mentre in altre il pomodoro classico da salsa. Addirittura qualcuno non mette il cappero e pare che altri neanche usino gli spaghetti. Emerge un quadro inquietante, fantasioso e irreale. La vera spaghettata alla trapanese è un mistero misterioso più di “chi ha ucciso Laura Palmer”. Non avendo però grazie al cielo credibilità alcuna, mi accingo a continuare imperterrita non preoccupandomi minimamente dei miei deliri, incertezze e incompetenze (evviva!).

Per questa versione ho frullato l’aglio (poco), l’olio extra vergine di oliva e qualche mandorla spellata di Avola (ma anche se non è di Avola non bisogna crucciarsi. Tom Cruise è sbarcato con il suo jet privato a Pachino per prendere un chilo di pomodorini. Se hai quindi un jet per arrivare ad Avola e comprare un sacchetto di mandorle fai pure. Altrimenti scrivimi che te lo spedisco io e facciamo una pernacchia al matto che mangia la placenta nella sede di Scientology).

(ma quando troviamo il tempo per spettegolare circa il divorzio e le scarpette nuove di Suri con gli strass?)

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Cavatelli salentini con pesto di piselli e pistacchi e gamberoni


Un’Estate all’insegna del Pesto. Nonostante su Twitter mi abbiamo ammonito dal dire pesto se non si tratta esclusivamente di quello alla genovese, continuo imperterrita ad adoperare il termine perché una delle mie amiche più preziose e importanti è proprio genovese. E sono stata autorizzata (non è vero. Cey neanche lo sa ma la informerò e otterrò il permesso, ecco).

Dopo il pesto all’orata, quello con broccoli e mandorle, al caprino con le zucchine speziate e datterini e al pistacchio  giusto per ricordare solo gli ultimi, è la volta di un pesto velocissimo ai piselli e pistacchi. Nella realtà dentro il pesto ho messo i seguenti ingredienti: pistacchi, piselli lessi salati, fagiolini di mascali lessi e salati, olio extra vergine di oliva, parmigiano grattugiato, mandorle di Avola, sale grosso macinato al momento. Tutto dentro il bicchierozzo del frullatore ad immersione con quantità per nulla pesate e contate ma a istinto e via. Pronto e invasettato per altre preparazioni. Potrà stare in frigo avendo cura di coprire con dell’olio extra vergine d’oliva che aiuterà la conservazione. Per un po’ di giorni non vi sarà problema alcuno. Passati quelli intervenire o ahimè finirà nel luogo buio e cattivo chiamato spazzatura.

Sempre con l’idea di servire un piatto unico per le solite ragioni che grazie al cielo risparmierò al mal capitato che passi di qui oggi, ho inserito dei semplicissimi gamberoni freschissimi cotti davvero pochissimo. Li ho “chiusi” tuffandoli in acqua bollente salata per qualche secondo e poi tuffati in una padella antiaderente ma davvero per pochissimo. Volevo proprio che rimanessero croccanti e contrastassero tutta la morbidezza del cavatello e dell’avvolgente pesto dai sapori siciliani. 

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Il segreto dei Turdilli della nonna


Ho tanti ricordi con la nonna ma se dovessi sceglierne uno sarebbe quello di noi due nella sua enorme casa adornata da due felini, una tigre e una pantera nera, tra mobili e argenteria. Eppure la nonna materna Angela Argelia, calabrese doc di Scigliano in provincia di Cosenza ma trasferitasi a Catania con il suo Guido uomo di rara bellezza altissimo e con lo sguardo penetrante, pur diversa dall’immagine tipica della nonna comune è stata ed è una figura importante della mia esistenza. L’immagine è quella di noi due nella sua casa, sì. Esattamente nel soggiorno dove un lungo tavolo è ancora contornato da tante sedie dove i suoi cinque figli sono cresciuti con i loro amici, amori e figli. Dove generazioni hanno trascorso la domenica mangiando gnocchi strabuoni, turdilli con il miele, polpette di ogni sorta, tritato di tacchino di cui va ghiotta e melanzane imbottite di leccornie mischiando tradizioni sicule e calabresi.

Eravamo sedute, lei su una sorta di sedia a sdraio io su una sedia e sul tavolo poggiavo i miei fogli e i miei colori. Lei fumava e andava in delirio per Bud Spencer. E rideva. Rideva fortissimo. Non mi sono mai piaciuti i western ma non volendo deluderla non mi costava nulla continuare a disegnare, ridere nell’esatto momento in cui lo faceva lei e osservarla.

Nonna poi si girava e sfoderando il suo sguardo furbetto diceva “ridiamo un po’ guardando le capre?”. E no. Non mi portava in un prato a saltellare con gli animaletti. Le capre per lei erano le “donne selvatiche”, diciamo così. Un’accezione un po’ dispregiativa ma ironica e divertente. Intendeva proprio loro: le donzelle di Colpo Grosso. Ridevo tantissimo. Nonostante io abbia sorriso molto da che ne ho memoria poche volte ho riso di gusto. Con le lacrime fino a star male intendo. Questa era una di quelle rare occasioni. Nonna si sintonizzava sul canale dove Smaila, orrenda creatura che mi spaventava, si dimenava aspettando “le capre” con frutta attaccata al seno. Cin cin cin cin assaggia e poi mi dici. Cin cin cin cin diventeremo amici.

Volgarissimo e divertente. Ho capito che nonna a suo modo in quelle occasioni si era prefissa di insegnarmi quanto ridicola fosse la volgarità. Quanto fosse necessario conoscerla per debellarla e quale fosse il modo per discostarsene: ridendo.

Nonna è venuta in casa mia a fare i turdilli. Adesso che Colpo Grosso non c’è più e che rimane un ricordo al quale aggrapparsi per far sì che il tempo non sia troppo doloroso. Adesso che finalmente ha smesso di fumare perché il suo cuore è troppo stanco anche per fare le scale di casa mia. Eppure lei è. Sale ogni gradino sorridendo. Arriva in cima e dice “amooore”.

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Le orecchiette di Titti


Titti dovrebbe detestarmi perché oltre ad aver dimenticato il suo compleanno ( ho dimenticato anche quello di Hariel eh. Non mi faccio proprio mancare nulla in fatto di brutte figure io, eh) continuo a cumulare un bel gruzzoletto di magre figure. La prima che mi viene in mente? (sono molte sì) : quando le ho spedito un pensierino e il regalo del giveaway Bartolini con la consueta vergognosa disorganizzazione ha avuto  una fantastica sorpresa in serbo per noi; quella di far pagare me e lei *tadan*.

Incredibile sì. Il risultato è stato proprio quello più assurdo,  ovvero chiederle i soldi per la spedizione. Certo tutti possono sbagliarsi ma è pur vero che la mia famiglia lavora con la suddetta azienda da molto tempo e trovo la faccenda inaccettabile.

Potrei stare qui ad elencarne altre e altre ancora tra perdite di mail, numeri sbagliati e le solitecoseiaioso ma. Insomma  ho raccolto una serie clamorosa di figure orrende destreggiandomi nella difficile arte di eccellere in ” persona orrenda da prendere a schiaffi”. E cosa fa Titti?

Titti mi regala non solo libri che mi arrivano corredati da pensieri al Nippotorinese ma rilancia con magliette dove trotterellano nani da giardino accompagnati da  prodotti della sua terra. Un po’ per la mia mamma. Un po’ per il mio papà. Un po’ per me. Un po’ per il Nippotorinese e . E la mia vergogna cresce sempre più a livelli intergalattici. Sto meditando di trasferirmi in Tibet e bloggare sotto falso nome per non farmi riconoscere.

Si riverseranno quindi moltissime preparazioni pugliesi;  giusto da questa meravigliosa regione non mi ero ancora fatta odiare abbastanza. Con il supporto fondamentale quindi della nostra bellissima inviata Tittosa solcheremo le superrfici pugliesi, al momento solo virtualmente, in un tour gastronomico tra le città più ricche di meraviglie che esistano in Italia. Diciamo che il quadro è completo. Sono riuscita ad accaparrarmi davvero gli amici più preziosi in tutto il territorio italiano.

Una sorta di inviati in loco che mi aiutano, supportano e incoraggiano a rovinare ogni tradizione culinaria*segue risata isterica. Mi manca credo solo qualcuno dalle Marche e dalla Basilicata, ahimè. Fatevi avanti !  ( come biasimarvi? fuggite lontano). Insomma ( che è la mia parola preferita insieme a “Che siccome” per cominciare correttamente un periodo sintattico) per dire che io le orecchiette non le avevo mai preparate ( regia faccia partire i buuuuuuuuu e le pernacchie, grazie). Anche se quattro o cinque anni fa avevo degustato una pasta buonissima alle cime di rama. Ne ricordo il sapore. Solo che qui trovare le cime di rapa è impresa assai ardua ( NO TITTI FERMA! FERMA! POSA LE CIME DI RAPA!)

( giuro che se mi arriva un pacco con le cime di rapa io vengo lì a schiaffeggiarti. Di baci)

( POLIZIA DELLA PUGLIA FERMATE QUELLA DONNAAAAAAAAAAAAAAAAA)

Verrò a prenderle direttamente in quel di Puglia quando ti farò vergognare di essere mia amica in loco. Posa le cime di rapa, inspira ed espira santocielo.

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Castagnaccio in Cocotte


Non faccio che cucinare nelle cocotte ultimamente (sì, non ho intenzione di smettere. Credo che chiuderò il Gikitchen e comprerò “Gicocotte“).

E’ diventato imbarazzante per tutti. Mi sono convinta di poter fare il bucato in queste piccole dolcissime pentoline che tanto mi ricordano l’infanzia e gnocchi fatti con il didò nella soffitta di nonna con mia cugina. Santo cielo quanta roba sfornavamo in quel ristorante.

Spaghetti con la cera pongo, salsa colante  e contorno di pisellini , erano quelli che riuscivano meglio.  Ore ed ore a passarsi tra le mani quella pasta profumata verde per fare piattoni di verdura. L’unica che sembrava credibile, tra l’altro. Insieme alle carote. Ma vallo a fare un cavolfiore o gli spinaci!

Troppo complicato.

Erano gli gnocchi però i re di quel ristorante frequentatissimo, tra due serbatoi d’acqua e un bucato che odorava di buono e di sapone di marsiglia. La voce della nonna veniva giù dalle scale “scendete! è pronto!” e noi due a scapicollarci giù per quei gradini perché dalla finzione si sarebbe passate alla realtà e degli gnocchi veri erano in tavola. Le ricordo come le giornate più belle della mia vita. Tra pentoline piccole e il desiderio del dolce forno Harbert che mai arrivò perchè se mamma a venticinque anni non voleva farmi usare il fornello per fare un semplice caffè figuriamoci a otto anni un aggeggio che poteva far saltare tutto il paese.

In compenso però mi aveva preso la macchina da cucire ma dovevo usarla spenta prima che potessi cucirmi qualche dito. C’era una meravigliosa e surreale  coerenza in lei  e nonostante mi sfugga a volte anche oggi, non posso che considerarla affascinante.

Da quando sono entrata nel vortice delle  cocotte oltre a bramarle di qualsivoglia marca e colore, che ahimè non è mai nella nuance che avevo deciso di acquistare, ci infilo dentro di tutto. L’altro giorno stavo tentando di convincermi che forse una spigola da un chilo e mezzo divisa in ventiquattro pezzetti avrei potuta cuocerla comodamente in trentotto  cocotte. Le avessi avute, ho pochi dubbi al riguardo che avrei agito in tal modo.

Quindi bisogna necessariamente correre ai ripari e acquistare al più presto trenta cocotte ( ne ho solo venticinque e me ne servono altre trenta santo cielo). No dico perchè è da una settimana che sforno incessantemente dolci in cocotte. Mi sono scocciata a lavarle ! Devo buttarle e usarle a mo di usa e getta ( cosa sto dicendo?) 

Comunque.

E più elaboro e pasticcio e più giuro amore eterno a questo metodo.

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I Tortellini non possono che farmi pensare a Bestiabionda


E insomma alla fine si è davvero fatta la Settimana (l’ennesima) della Pasta. E dopo la Pasta al cavolfiore e limone (clicca qui per la ricetta), i Malloreddus con il ragù bianco (clicca qui per la ricetta), le pappardelle al pistacchio (clicca qui per la ricetta), gli gnocchi con cannella speck e mascarpone (clicca qui per la ricetta) e la pasta con cavolfiore e piselli (clicca qui per la ricetta), è la volta di una cosa leggermente più pesantuccia. Non è vegana né vegetariana. Ha poche verdure e tanta ma proprio tanta carne e condimento. Ma che cos’è?

La si potrebbe definire una carbonara ingabbiata solo che al posto di due bucatini ho ben pensato di adoperare dei tortellini e non contenta ne ho fatto un timballo; procediamo con ordine però altrimenti gira la testa santocielo. In pratica ho fatto dei semplicissimi tortellini di carne nel classico modo che non c’è certamente bisogno di spiegare. Cotti in acqua bollente salata e saltati poi a due minuti dalla fine della cottura in un padellino dove allegramente sfrigolava giusto da un po’ (ma poco eh) del prosciutto cotto tagliato a cubetti. Fresco. Prosciutto cotto fresco.

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Pappardelle al pistacchio pensando a Bea


E non scrivo nulla su quello che sta accadendo perché  in queste occasioni si sbaglia sempre. Occorre silenzio pubblico e fatti. Nel privato mi concedo una preoccupazione angosciante; il fatto che la mia bestiabionda sia di Ferrara dice già tutto. In cuor mio spero che gli gnomi degli Appennini la finiscano una buona volta di spostare le montagne.

Eh sì (che è un bell’inizio come “Che siccome”) mi sa proprio che questa diventerà senza alcun tipo di organizzazione precedente l’ennesima Settimana della Pasta perché a quanto pare anche incosciamente quando organizzo l’archivio non riesco a non cadere negli schemi e allora.

Qui con il pistacchio si è fatto un po’ di tutto e di più, perché potrò pure sperimentare roba astrusa e orientaleggiante e fare pasta con ananas e scampi con kiwi, ma la mia natura sicula mi impedisce grazie al cielo di non vaneggiare circa gli elementi principi della mia terra.

E allora come si fa a non blaterare circa delle semplicissime pappardelle al pistacchio con tanto di pesto al pistacchio servite con pinoli tostati e pistacchi eccelsi di prima qualità provenienti da quel di Bronte? Si fa che non si fa e quindi si fa e insomma uff. Ci siamo capiti (no ma vabbè).

Su Instafood, la Rubrica di Ricette Facili Veloci e Fotografiche in formato Instagram che organizzo insieme alla mia Cri, avevo preparato dei semplicissimi rigatoni con il pesto di pistacchio (la ricetta si può trovare qui) e queste pappardelle non sono poi così dissimili.

Qui in Sicilia, soprattutto sotto il Vulcano Etna e nella parte del Catanese, non è poi così difficile trovare il Pesto di Pistacchio; a dirla tutta primeggia con furore rispetto alle altre versioni e quindi la massaia sicula non ha che da comprare e condire la pasta o quello che si è prefissa di preparare. Sta di fatto però che produrre del buon pesto di pistacchio non è poi cosa rara o difficile. Il sistema naturalmente è quello dell’elaborazione classica solo che l’elemento principe (rullo di tamburi. TADANNNNNNNNNN*stupore in sala) è per l’appunto il pistacchio.

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Malloreddus al Ragù bianco e pure Mirto, va


In realtà Cri dovrebbe schiaffeggiarmi perché quando ho comprato in diretta telefonica con lei i Malloreddus, ovvero gli gnocchetti sardi, in un mercatino sardo strepitoso all’interno di un insospettabile centro commerciale, avrei dovuto farmi dare la ricetta originale.

Solo che il timore di profanarla eccellendo nel disastro mi ha giusto un tantinello messo timore e allora mi sono detta che una prima prova in solitudine non sarebbe stata di certo una cattiva idea. La cavia pelata nordica implorava il supplemento e l’aiuto di Cri ma io malvagia donna ho preferito proferire un “fidati” che tutto lascia presagire tranne che qualcosa di buono.

Wikipedia li definisce perfetti con le sarde (ettecredo! Solo che io non me la sentivo di metterci le mie due sarde: Cri e Ale  #labattutapiuscemadelmondo)ma ottimi per poter essere conditi con qualsivoglia salsa. E’ il piatto tradizionale per eccellenza in Sardegna e viene proposto nelle occasioni più importanti e nelle feste o sagre paesane senza tralasciare il culmine del festeggiamento supremo: il matrimonio.

Apprendo che malloreddu plurale malloreddus è il diminuitivo di malloru che significa Sardo Campidanese (Sardegna Meridionale e centro meridionale) e significa Toro. E qui vi è l’esaltazione del Nippotorinese granata che porta con sé il concetto del Tauro e di Turin. Il Malloreddu in realtà è il dolce vitellino. Dopo esserci ripromessi commossi di chiamare malloreddu tutti i vitellini che incontreremo nel cammino della nostra vita e proporre a Cri di realizzare delle fontanelle più piccole che riescano a fronteggiare i Toret torinesi (questa è davvero una genialata, mi si consenta) abbiamo proceduto alla ricerca di quello che voleva essere la rappresentazione classica dello gnocchetto adorabile sardo.

Adorabile perché sì ha davvero una forma gnoccosa ma santo cielo così carina e riccioluta rigata da farti venire voglia di dare un bacino ad ogni singolo pezzotto. Noi tra l’altro abbiamo pure scovato la versione classica e questa “primavera” naturalmente colorata con la verdura e non con coloranti artificiali.

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La Cipollata Catanese direttamente dal Brasile (?) è quiiiiiiiiiiii *Carramba Music*


Non poteva mancare la cipollata siciliana a questo punto, considerato il fatto che  da un po’ di giorni pubblico piatti base semplicissimi della mia terra. Non ci sono molte parole da spendere se non un pezzotto di pancetta di maiale freschissima attorcigliata intorno a un porro o un’estremità della cipolletta fresca. Semplicemente arrostite senza un filo di olio perché l’esosa quantità di grasso della pancetta farà da sostituto (ma qui mi becco ceffoni sonori dai veri siculi che l’olio ce lo mettono eccome, ecco).

Generalmente la cipollata è uno stuzzichino (leggeroleggero) che si sgranocchia qui e lì quando si fanno queste allegre scorribande sicule che dovrebbero in teoria rappresentare il concetto di: barbecue. Solo che poi quelle centoventototto tonnellate di carne e novemila chili di cipollata per antipastino leggeroleggero contraddicono un po’ l’idea comune che si ha del barbecue in sè.

Ma sììììììììììì. Al sud è tutta una festa e che bisogno c’è di restare leggeri invece che riversi sotto un albero con lo stomaco gonfio rantolando di dolore per poi dire “ma sìììììì un cannolo non ce lo facciamo?”.

Un giorno prometto di rapire Hariel (se non segui il suo blog vergognati!) e vestite da “intervistatrici sicule infilatrate” ci introdurremo sotto mentite spoglie in una bella scampagnata del genere e vi mostreremo che niente di tutto questo è frutto di una strepitosa fantasia. Tragica realtà, Siore e Siori. Meravigliosa e tragica realtà.

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