Palma di Majorca- Palma de Mallorca- Majorca- Mallorca- Insomma quell’isola bella là


Di Palma de Mallorca ne ho già parlato qui >>>

E vabbè all’uscita dell’accoglienza portuale di Palma di Maiorca posizionano i tassisti più hermosi ( per dimostrare di saper dire qualcosa a parte olè e corrida. Furba no?) . Due anni fa il mini giro turistico con Pedro e questa volta no mini giro turistico con Pedro. Ma non era il nostro Pedro tondetto con acconciatura anni ottanta abilmente mesciata (che si scrive così) con ossigeno a ottanta volumi bensì altro Pedro tondetto senza capelli dalla risata contagiosa ( e comunque le meches non gli sarebbero state bene per via della carnagione olivastra). Optiamo per il no tour ma l’entusiasmante opzione ” mollaci alla cattedrale che famo prima “. La cattedrale di Maiorca è stupefacente e magnificente. Enorme proprio sul mare.

Io e il Nippo cominciamo questa litania quando veniamo interrotti da Pedro che scusandosi di  non sapere l’italiano ( ma tanto manco noi italiani lo sappiamo *risate registrate*) ci confida che la Cattedrale non è più bella come una volta.

Colpo di scena.

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Barccccceeeeeeelllllllonnnnnnaaaaa


Di Barcellona, vista (eufemismo) dal punto di vista crocieristico ne ho già parlato qui.

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Ghinnettpaltrou (si scrive così) la chiama Paella e noi Risotto, vabbè


Arieccoci con la Paltrow; che mi pare un inizio sfavillante. Sì perché avevo già blaterato un po’ circa l’opera culinaria di Ghinnett, che mi piace chiamare così giusto perché detesto ricordare dove stia esattamente la doppia w (impiegherei neuroni attualmente in cassa integrazione, insomma). 

A me il suo libro piace, amen. Non ci sono chissà quali accostamenti-abbinamenti-folgorazioni ma è pur sempre un gradevolissimo volume da cui attingere, con foto che alla fine nulla hanno da invidiare ai grandi volumi, ari-amen. Alla fine della fiera la biondina ci mette anima e corpo e finge di mangiare anche un bel raviolo a fine libro mentre ride inebetita fissando il vuoto. Le va riconosciuto insomma l’impegno.

E poi la ricordo nella sua meravigliosa interpretazione quando tagliata a pezzi dentro una scatola nel deserto faceva tirare i capelli ad un disperato Brad Pitt che ancora porello non sapeva di essere destinato a quella dolce creatura schizofrenica madre di novemila bambini (una virgola ce la potevo mettere ma sono pigra). 

C’è dell’affetto ancestrale per lei e no. Non posso farci nulla. Compromette il giudizio pure sull’opera letteraria, sì.

I dolcetti non mi allettano molto. Ce ne sono alcuni come i brownies morbidi, che in foto mi piaciucchiano e attraggono tanto quanto la granita di melagrana (anche se questa  in foto sembra essere semplicemente un bicchierino ghiacciato con del frutto dentro leggermente congelato sbattuto lì e via).

Una delle ricette che ha attirato la mia attenzione è stata quella di pagina 172. Sarà che subito dopo c’era un vestitino bianco rosso e blu delizioso e stranamente dal sapore etnico, che aborro quanto il verde ma non in questo caso. Vederla apparecchiare con quella mise dolcissima aveva fatto sì che l’iride, la pupilla e tutto il contesto visivo si soffermasse (ho un approccio psicotico privo di senso, sì). Alla voce Paella Vegetariana. E così è stato.

Un’alternativa al ridicolo piatto di pasta e salsa, che la nostra beniamina patinata e platinata dice di propinare ai suoi amici vegetariani e vegani. Garantisce essere buona in tutte le versioni a patto di  fare un brodo di verdure piuttosto saporito giusto per renderla gustosa e non sciapa. Ghinnett (che ribadisco si scrive così) ci dice insomma: al diavolo la pressione diamoci sotto col sale. O almeno credo.

A me la preparazione sembrava tanto più una rivisitazione di un risotto con le verdure magistralmente confuso da salsette sconosciute ma insomma. Non ho voluto dare torto a Ghinnett e l’ho chiamata anche io paella vegetariana (cosa non si fa per le vecchie amiche tagliate a pezzi nel deserto eh).

Gli ingredienti per sei persone circa sono (ho omesso due o tre cosette tipo aglio e salsette varie astruse per farne una versione ultra leggera e non appesantita da sapori invadenti. Insomma oh io ho fatto un risotto classico con le verdure e poi come ingrediente ho messo: fantasia ed Espana. Ecco la paella che in realtà era un risotto): 1 litro circa di brodo vegetale fatto con sedano, cipolla e carota (e se va pure 2 funghi shiitake o porcini secchi in assenza dei primi), un grosso pizzico di zafferano, sale grosso, pepe nero fresco macinato sul momento, 1 grossa melanzana, 1 cipolla bianca, 1 grosso pomodoro, 1 peperone rosso privato dei semi, 400 grammi di riso Bomba (lo consiglia la Paltrow tanto quanto un buon riso bianco a chicco corto. In effetti qualsiasi sia la scelta andrà bene ugualmente. Per quanto mi riguarda meglio se integrale e non necessariamente tondo o carnaroli), 4 carciofi, 3 limoni. Io ci avrei infilato pure un po’ di fave fresche se le avessi avute.

Saltare la melanzana a tocchetti in olio extra vergine di oliva e lasciare asciugare i pezzotti intrisi su carta assorbente. Sempre nello stessa padella far saltare adesso i pezzotti di carciofi (io ho messo anche le zucchine. Sì vabbè ho fatto tutto a  modo mio ma posso dare la colpa alla biondina. Furba no?) e come per le melanzane lasciare asciugare su carta assorbente. E’ la volta dei peperoni adesso. Lasciare asciugare pure loro. E’ la volta finale della cipolla dove si tufferanno tutti e tre i vegetali precedenti e si faranno saltare insieme allungando un po’ con del brodo vegetale preparato in precedenza, senza dimenticare di aggiungere il pomodoro. Giusto qualche cucchiaiata di brodo vegetale e non di più.

Quando le verdure avranno assorbito questo (poco) brodo buttar giù il riso e proseguire la cottura come fosse un risotto; ovvero facendolo cuocere pian piano mentre altrettanto lentamente si aggiunge a cucchiaiate il brodo per poi chiudere nel gran finale girando per bene e spolverando di zafferano.

Le variazioni sono ovviamente infinite e le verdure da usare altrettanto.  Come in tutti i risotti insomma. Ahem paella. Volevo dire paella, santo cielo.

Fast (video) Post velocissimo! Mantecada Colombiana


Non credevo affatto che questo dolcetto avrebbe riscosso cotanto successo. La farina di Mais già da un po’, insieme a quella di riso, furoreggia nella mia cucina e pur apprendendo che la Mantecada sia un must della cucina iberica non potevo di certo aspettarmi tanto entusiasmo. Inverosibilmente gialla con una crosticina croccante marroncina è deliziosa per l’ora del tè ma anche per una colazione coccolosa. Accompagnata con qualche cremina sfiziosa potrebbe chiudere un pasto senza far rimpiangere un elaborato pasticcino.

Su Wikipedia c’è qualcosina riguardo la Mantecada . E’ un dolce che indicativamente viene segnalato come Colombiano ma fa parte chiaramente anche della tradizione spagnola. Lo si definisce spesso una sorta di muffin solo che più  piatto. In soldoni è un ciambellotto formato prevalentemente da farina di mais, anche se il glutine lo contiene avendo anche una minima parte di grano, e tanto burro. Perchè in proporzione di burro ce ne è eccome. Anche di uova, eh. Diciamo che se la Mantecada non è amica del colesterolo lo è delle papille gustative.

Astorga è famosissima per la sua Mantecadas de Astorga (Lèon) e pare ne vada, giustamente, anche parecchio fiera. Questa ricettina io non l’ho trovata in rete ma in un delizioso libretto edito dalla Mondadori trovato in edicola tempo fa ” Dolci dal Mondo” – Europa, Africa-Medioriente-Asia e Americhe. Avevo già testato questo adorabile malloppetto di pagine con l’halva al cocco  (la ricetta dell’Halva al cocco la trovi cliccando qui >>>)

E con la Mantecada si aggiudica a pieno titolo tutta la mia fiducia questo libruncoletto ( è la domenica dei vezzeggiativi esasperati) .

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Barcelona? Olè!


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E dopo uno straziante giorno di navigazione: Palma de Mallorca


Devo sistemare otto ore di video e 89 giga di foto. Ah no. Non si inizia così.

Fa caldo e non ci sono più le mezze stagioni. In centro non si parcheggia e i ragazzini sono tutti maleducati. Ah no. Non si inizia così.

Pare che le creme detergenti per il viso contengano nonsocosa e facciano tutte ingrassare. L’hanno detto ieri al telegiornale. Maledizione! Vuoi vedere che è colpa delle creme che si mettono sul viso e non di quelle dentro i maritozziconlapanna? Ah no. Non si inizia così.

Maiorca è la più grande delle isole baleari e ha una superficie di ben 3.640 chilometri quadrati, con 554 di litorale costellato di baie, cale e magnifiche spiagge di arena bianca. Il poeta Rubèn Dario la chiamò “l’isola della calma”. La popolazione sfiora quasi gli 800.000 abitanti e sono la maggior parte impegnati nel settore turistico proprio perchè Maiorca vive di questo. Il turismo è diventato il principale motore economico dell’isola tutta,  insieme alle famosissime perle.

La sindrome della guida turistica fallita si è appena impossessata di me, già.

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