La Torta Caterina per me, la Chocolate Pie per tutti.


Tortiera 18 cm

  • 150 grammi di farina bianca setacciata
  • 30 grammi di cacao amaro in polvere
  • 20 grammi di zucchero di canna
  • 80 grammi di burro freddo tagliato a pezzi
  • 50 grammi di acqua ghiacciata
  • 1 pizzico di sale

La crema:

  • 240 ml di panna freschissima
  • 360 grammi di cioccolato fondente
  • 2 tuorli
  • 1 uovo di media grandezza

Farina, cacao, sale e zucchero riuniti nel recipiente d’acciaio della planetaria e giù di acqua fredda pian pianino e burro freddissimo. Lavora fino a ottenere un composto sbricioloso. Versa l’impasto su piano infarinato e continua a lavorare (ma non troppo perché il calore delle mani comprometterebbe l’impasto semprelasolitacosasì) e ottieni un bel panetto da conservare in frigorifero avvolto in pellicola almeno un’ora. Trascorso il tempo infarina il piano e con l’aiuto del mattarello stendi la base. Imburra la teglia che hai scelto e poggiaci sopra la pasta. Se ti piace fare dei bordini intorno aiutati semplicemente con le dita facendo dei motivi ondulati (dipende dalla teglia che adoperi. Se hai quella già zigrinata basterà una semplice pressione). Preriscalda a 180 e fai cuocere 18 minuti. Fai raffreddare prima di versare la crema.

A fuoco basso fai cuocere la panna e prima che giunga a ebollizione aggiungi il cioccolato tagliato a pezzi. Gira per bene fin quando è tutto sciolto. Incorpora le uova una alla volta senza mai smettere di mescolare (meglio se con una frusta da pasticciere) e sempre a fuoco dolcissimo che puoi leggermente aumentare sul finale quando la crema apparirà già bella che densa. Lascia raffreddare anche la crema prima di versare sopra la base. Una volta che tutto è giunto a temperatura ambiente metti in frigo per almeno tre ore e tira fuori un quarto d’ora minimo prima di servire (vabbè dipende anche molto dalle stagioni).

Essendo una torta pesantemente cioccolatosa e quindi pastosa al palato accompagna con qualcosa di freschissimo e addirittura “contrastante” di sapore. Una bibita allo zenzero? Perfetto. Mi viene in mente un Ginger Ale con la radice di zenzero che mi ha consigliato Charlie qualche giorno fa.

Di queste torte ne ho fatte diverse negli anni e sento di poter asserire tranquillamente che al centinaio sono arrivata senza ombra di dubbio alcuno (facciamo ottanta? vabbbbbbene). Fondamentalmente il procedimento è lo stesso. La stessa base che sa di frolla, la stessa crema che poi cambi e aromatizzi. Un po’ come la cheesecake all’apparenza è sempre tutto così omologato, uguale, addirittura poco fantasioso. Stando solo all’apparenza, intendo. Non fermandosi un attimo. Perché al contrario accade che ogni torta poi ha sempre un momento. E’ come se diventasse un microcosmo di qualcosa che accade in quel giorno; straordinario o meno diventa sempre tale perché in fondo ogni giorno lo è. C’è magia  quando c’è una torta, poco da discuterne.  Anche per chi come me è arrivata a un centinaio/ottantina, e solo di questa categoria per giunta. Un vero e proprio evento che  ricolleghi a quel sapore, piatto, servizio, cucchiaino e tovagliolo.

Questa torta da semplice Chocolate Pie è diventata la Torta Caterina qui. L’avevo appuntata sul mio Moleskine “Recipe to do”, quello che finalmente è stato tolto dagli scatoloni e che mi mancava tanto. Vista la scrittura veloce e la spiegazione concisa, sicuramente presa da una ricetta in tv mi dico, mentre cerco quella di Grossman nel libro di New York: praticamente uguale. Si tratta in fondo di un oceano di ganache che fa onde su un fondale pieno di frolla. Un universo di cioccolato dove immagino barchette che con calma si godono lo spettacolo dal mare di cacao. Magari di una lontana Etna in eruzione visto che proprio in questi giorni ci sta regalando immagini incredibili dal finestrone della cucina.

Guido è nato quando andavo in prima media. Ho un disegno sul mio diario della Camomilla in tinta rosa. Il 27 Luglio. Quando il libro delle vacanze era già bello che finito e bramavo di averne un altro e un altro ancora. Il mio cuginetto tanto atteso. Il mio primo cuginetto piccolo. Rivederlo adesso alto un metro e novanta che mi guarda da lassù mi trasporta in una parallelismo visivo di vita interessante che apre scenari a mondi e interpretazioni. C’è lui sulla micro moto con la sua maglietta verde che mi chiama: iaia. iaia. iaia cao. iaia etta. Mi chiamava Iaia (e fu grazie a lui che questa “moda ” divagò tra i miei amici dell’epoca sino ai giorni nostri, per alcuni) e voleva che  gli disegnassi continuamente cao= cucchiaio e etta=forchetta. Profetico il mio neo Architetto bellissimo. E ancora sulla moto mentre dice il mio nome, nel cuore. Guido ti guarda con una profondità negli occhi che quasi cadi in abissi. Annuisce e ti ascolta, come ha sempre fatto, facendoti sentire voluta e non di passaggio. Ha un timbro che fa eco e che rimane nelle parti più profonde di tutte le idee. E Guido mi ha presentato quest’estate Caterina.

Bolognese.

Anche lei finita su questa isola per amore e la confusione gliela leggo negli occhi; obnubilata da bellezza e al tempo stesso tormento. Lo stesso che porta ancora negli occhi il Nippotorinese e per certi versi pure io. Sono felice e lusingata di aver avuto Caterina in casa da mamma per presentazione sicula ufficiale e poi a casa da me mentre Koi cercava di estirparle la caviglia e il suo adorabile vestitino. Un’alchimia incontrollabile ha governato entrambi gli incontri. Perché avvengono ma non è detto che poi ci si incontri davvero. E invece è successo. Si è sentita quella fiammella incontrollabile che ti segnala un bel momento. Di quelli da ricordare.

E Caterina è stata una delle poche fiammelle di questa estate. Un ricordo bello e genuino. Che ti fa sentire felice di non esserti chiusa a casa. A piangere. Ma di aver continuato e vissuto.

Ci siamo abbracciate davanti alla porta con la speranza di vederci presto non importa dove, TorinoCataniaMessinaLondraBologna chissà e con la volontà di scrivere questa ricetta insieme. E magari un giorno farla anche. Cominciamo così?

Cheesecake di Tofu ne abbiamo? Cheesecake (vegana e non) di Tofu


Quando ho pubblicato una fermatempo su instagram-twitter-facebook-socialacaso di questa Cheesecake, la rete è letteralmente impazzita. Raramente in così breve tempo arriva un’orda di commenti da amici che ti chiedono la ricetta. Mi sono sentita un po’ una Youtuber professionista quando le chiedono il uozinmaibeg (che rimane il mio sogno, si sappia. E nessuno che me lo chiede ANCORA?).

Ne sono felice a dir poco. E’ stata fatta pensando a un amico. Contiene emozioni speciali. L’elaborazione è semplicissima (non sono sintetica, eh. Ma prima scrivo la ricetta, ecco).

Ingredienti per una Cheesecake perfetta per 8-10 persone (ma con l’esaurimento da caldo per una persona è appena sufficiente)

Per la base:

  • 250 grammi di biscotti secchi
  • 80 grammi di burro (per i vegani andrà bene il burro vegano qualora lo si trovasse altrimenti la margarina, uhm)
  • 20 mandorle tritate e tostate

Il burro deve essere a pomata e quindi non liquido e riscaldato ma allo stadio cremoso-quasi-liquido-chemancapoco. Frulla nel mixer-frullatore i biscotti o chiudili in un sacchetto (santa Ikea, per dirne una) colpendo con violenza inaudita. Aggiungi ai biscotti frullati le mandorle tritate (ma anche noci o pistacchi, dipende dai tuoi gusti. Pure la polvere di cocco disidratato). Forma una deliziosa pappetta base per il cheesecake aggiungendo il burro (o la margarina) ai biscotti e frutta secca e con l’aiuto di una spatola ricopri tutta la superficie della teglia (20 cm circa ma anche 18 andrà benissimo) leggermente unta in precedenza. Lascia riposare in frigo per almeno trenta minuti e nel frattempo prepara la crema.

Per la crema:

  • 350 grammi di tofu naturale
  • 3 cucchiai abbondanti di Yogurt di Soia (ho adoperato quello ai Mirtilli della Provamel che adoro, ma qualsiasi gusto andrà bene; soprattutto, meglio ancora, quello naturale per poi arricchire con frutta fresca di stagione)
  • 90 grammi di zucchero di canna
  • 4 foglie di gelatina (per i vegani si potrà adoperare tranquillamente l’agar agar oppure l’amido di mais)
  • per profumare vaniglia o scorza di limone non trattato (a seconda dei gusti e del gusto dello yogurt)

Lascia in acqua ghiacciata la gelatina in ammollo. Se adoperi l’agar agar segui le istruzioni del caso. Lavora il tofu con lo zucchero, lo yogurt e l’essenza (scorza o vaniglia) sino a ottenere una crema. Strizza per bene la gelatina e lasciala sciogliere con un dito d’acqua in pentola. Quando è completamente sciolta lascia raffreddare un po’ e versa nella crema di tofu. Gira per bene.

Tira fuori dal frigo la base e versa la crema aiutandoti con una spatola. Lascia riposare in frigo per almeno 4 ore prima di servire e decora con frutta secca o come preferisci. A seconda del gusto dello yogurt che hai scelto, puoi pure abbinare la classica glassa al cioccolato (che sia nera o bianca) e chiudere con qualche scaglia di frutta secca magari richiamando la base (mandorla-noci-pistacchi-cocco disidratato).

Non so quando ho conosciuto Stefano, esattamente. Se su twitter, commenti del blog, facebook, google plus, instagram, flickr, pinterest o tumblr. Tutte onde dello stesso mare di parole, momenti, pensieri, giornate e vita. Non sono mai io a trovare le bellezze. Sono le onde a portarmele. Ancorata su uno scoglio sto lì e arrivano resti di meraviglie e tesori sommersi a me sconosciuti. Galleggiano pian piano intorno. Accecandomi violentemente le pupille tanto brillano. E sto ferma. Con la paura di allungare la mano e afferrarli. Per rigirarli tra le mani e mirarli. Per abbracciarli, nasconderli e farli miei per sempre. Perché niente appartiene. E tutto se lo lasci andare. Di Stefano c’è il rumore di una risata;non la sua perché mai l’ho sentita. Ma della mia. Perché cosa strana ma difficilmente rido facendo rumore. Sorrido tantissimo; anche a denti stretti e bocca larga paralizzata che fanno male le guance, ma rumore no. Lui è capace di farmi esplodere la risata come l’ultimo fuoco di artificio. Il più forte. Quel botto finale che ti fa sobbalzare. PUMMMMMMMMMMMMMMM. Come quando sei triste perché sai che la festa sta finendo ma continua in un per sempre. C’è ancora musica. Ci sono ancora palloncini. Ci sono ancora semi di zucca tostati in giro. In questo paese fatto di mare, meraviglie e tesori. So che un giorno abbraccerò Stefano.

Adesso che ho capito come funziona qui (e come funziono -male- io) so che la paura svanirà. Le aspettative non si deluderanno perché gli assiomi dell’amore fanno parte di noi. Immagino spesso cosa preparare a chi conosco da sempre e da mai. Per questo mi piace sapere sempre il cibo preferito. Quello detestato. Quello immaginato. E sempre mi piace pasticciare dando nomi e mondi. Amante non corrisposto di latte e derivati, dice Stefano di sé. La contraddizione della Cheesecake senza Cheese, dico io. E se c’era una pastiera senza latte in mente per lui. E se c’era altro su altro su altro.

E’ stato quando ho pensato a questa cheesecake che nella mia cucina, proprio al di là dell’isola, seduto sulla sedia vicino a Koi ho visto Stefano. Perché era un giorno triste e io volevo quel PUMMMMMMMM. Quel suono devastante di felicità. Perché era un momento dove non riuscivo a vedere tesori passare tra le onde ma detriti, cadaveri, dolori e mostri pronti a saltare per azzannarmi alla gola.

E poi sei apparso tu Stefano. PUMMMMMMMMMMMMMMMMMMMM.

Ti voglio bene.

Grazie.

La “Carrot Square Cake” di California Bakery



L’Etna ha pochissima neve ormai e il 21 Marzo è arrivato senza che me ne accorgessi. In pratica mentre mi dicevano che il parquet non bastava e che le porte interne avrebbero ritardato il loro ingresso in casa di altri due mesi. Indosso una maglietta di forever21 dove su c’è scritto “Like a Boss”; forse più per ricordare la mia indole che finora è stata chiarissima senza alcun promemoria. Nonostante manchi ancora un bel po’ per i fatidici “anta”, che non sono quelle di vetro dell’armadio che mi monteranno domani, ho capito perfettamente in questi mesi cosa significhi diventare grandi. Avere pensieri. Avere problemi. Avere situazioni da chiarire. Avere circostanze noiose non dribblabili (fortuna che continuo a coniare idiozie come a dodici anni). E fin qui un bel “efffinalmente” me lo dico da sola.

Poi improvvisamente qualche volta il cuore si dirige verso un posto magico che mi fa sussultare. Esattamente quando viene nominata la stanza dei bottoni. Ovvero quella che ho identificato nella camera del passato-presente e futuro. E che in sé ha tutto il potere, pertanto: la camera del bimbo; che a me piace chiamare ridacchiando nervosamente “la camera dell’alieno”. Nessuno capisce perché e allora si fermano e mi guardano con quegli occhi dove leggo “oh ma questa è scema davvero”. Ma come altro vuoi chiamarlo un esserino latrante rugoso morbidoso che si trasforma dentro il pianeta pancino e che al momento si trova in un iperuranio parallelo a forma di idea?

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Ritrovarsi con una fetta di cuore da tagliare e offrire è un gesto struggente e romantico, no?




(doveva essere una torta e un post per la mia Cri, che oggi compie venticinque anni ma. Lei sa perché rimando. Ed è per questo che non c’è bisogno di aggiungere altro).

Qualche giorno fa in questo (clicca clicca ) post delirante, facendomi domande e dandomi risposte (cretine, inciso) ho spiegato malissimo (e occorre bravura e me ne si deve dare atto) come fare il cuoricino dentro una ciambella, plumcake o torta. Il primo esperimento cuoricioso è stato fatto componendo un cuore rosa (e alla rosa)  all’interno di un plumcake al cioccolato e altri ne sono seguiti con diversi impasti; sta di fatto che questa sinora è stata la versione che mi è piaciuta di più. Semplice e lineare in bianco e rosso. Con il cuoricino spostato un poco più in alto e per questo posizionato solo dopo aver versato un po’ del “primo” impasto, al contrario di quello che ho detto e mostrato sempre qui, tra Totoro e polaroid step by step. L’idea  di servire a fianco il plumcake a fette da cui si sono ricavati i cuori per quello protagonista che troneggia sull’alzata di cristallo, tanto malvagia non è. Anzi. Si fa pure prima a spiegare alla gente con lo sguardo sbigottito come si è compiuto il miracolo di disegnare un cuore all’interno della prelibatezza offerta.

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La Torta di San Valentino Vegana? Ma smettila! (no)




L’undicesima coppia del Progetto San Valentino? (fingiamo che l’aspettavate, sì). Più tardi, ecco. 

Nessuno credeva che fosse una Torta Vegana anche perché il termine è talmente demonizzato che a solo sentirlo si pensa a qualche squallida dieta da red carpet o per disperati tre chili in tre giorni. Roba insomma da poco informati. E noi non lo siamo giusto? *disse con tono da Frank (tom cruise) motivatore schizofrenico in Magnolia. “E noi non lo siamo giusto? Una massa di mammollette disinformate che credono alle favole, VERO?” *agitando i capelli in preda a un delirio preoccupante. Vegan non è Detox. Detox è un termine abusato. L’abuso è un termine detox. Ha una sua entusiasmante logica, vero? (no ma mi piace mentirmi). Insomma per dire che la Torta Vegana nell’immaginario comune deve essere triste, poco zuccherata, insapore e di una consistenza “cartonata” insipida e a tratti plasticosa. Che una crema vegana debba essere quanto di più lontano ci possa essere dal concetto di torta. Ho preso ispirazione, per questa torta, da una ricetta buonissima che ho provato passo passo dal libro Cucina Etica, su cui presto blatererò pure nella Libreria di Iaia (ahimè abbandonata. Ma i miei libri sono sepolti nel cantiere che è la mia casa e quindi *disse fissando l’oblio e interrompendo la frase con la voce rotta dal pianto).

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La Ciambella-Plumcake-Torta con il cuore dentro per San Valentino (ma pure per tutto il resto dell’anno)




(Per la ricetta e le considerazioni - se non hai tanto tempo da perdere con i miei deliri, giustamente - salta a piè pari e vai giù giù giù. Dove c’è scritto “tre-due-uno si parteeeeee!”. Però ecco ci potrebbero essere degli appunti interessanti anche nella prolissa introduzione *disse fischiettando e fingendo indifferenza)

Su Pinterest ne ho viste di ogni. In pratica girano queste foto di ciambelle, plumcake, torte e solo il cielo sa cosa che una volta  tagliate mostrano disegni incredibili. Unicorni, stambecchi, paesaggi marini, sirene che si attorcigliano. No dai non è vero. Cuori, cuori, cuori e cuori. Ma anche qualche coniglietto, su. Cuori, cuori e cuori perché  il periodo è chiaramente contaminato dalla follia cuoriciosa dilagante. Per quanto mi riguarda il mio limite è stato ampiamente superato. Sarà che io quest’anno il San Valentino (“sì ma l’amore si festeggia tutto l’anno gne gne gne. Non è un giorno blablabla”. Sì lo so. BASTA. Pietà. Festeggiare è divertente. AMEN) lo festeggerò in un salotto senza salotto apparecchiando un tavolo non avendo un tavolo e sedendo su delle sedie metaforiche perché indovinate un po’.

Non ho più le sedie.

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FenerVader Cake! Torta Dart Fener – Darth Vader Cake (Cioccolato Fondente, Mandorle e Rum Bianco)


“madamòchecestoallatooscuro”. Così sintetizzò iaia guardo dal pianeta Trinacria1212.

Poi arriva lo stampo per torte Dart Fener/Darth Vader (per par condicio che ogni volta altrimenti mi dispiace un sacco, uff) acquistato su Amazon (clicca qui per vederlo ed eventualmente-saggiamente aggiungerlo al carrello) e resisto solo il tempo di sfogare le mie manie da igienista pazza. Sterilizzazione. Acqua Calda infuocata. Amuchina. Rilavaggio. Vabbèle-solitecose dapazzamaniaca-compulsiva. Che butto giù quattro ingredienti nell’impastatrice senza neanche riflettere. Mi serviva un impasto un po’ “rigidino” e non troppo soffice. Ma neanche troppo sbricioloso né duro come le pietre. Potevo aspettare certo. Ragionarci. Mi appaiono in mente circa quattromila tipologie. Dalla Mud Cake alla semplice Ciambella. Dalla Torta Cioccolatosissima di Nigella a quella del Boss delle Torte. La base di Montersino e quella del mio amato Santin. Pure una di Valentina Gigli e l’altra di Busi. Sono completamente nel pallone quando decido di farne una. A occhio. Sì in pratica decido di farne una d’istinto. Mi dico “o la va o la spacca”. Perché in realtà volevo proprio “inventarla” io una torta tutta dedicata al mio amato Dart/Darth. Non per mania di grandezza e neanche troppo “speciale” visto che non posso permettermi neanche di pensarlo. Una robina cioccolatosissima e very strong (pardon ma fa veramente molto giovane e figo aggiungere parole inglesi e per sentirmi alla moda qualche volta mi impongo di farlo) senza troppe regole.

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Rainbow Cake – La Torta Arcobaleno (con tanto di VideoRicetta – purtroppo per l’umanità)


In una Galassia lontana lontana ( posso avere la scritta Star Wars in obbliquo che si perde all’orizzonte? Grazie Regia!) una giovane e sprovveduta Sicula, appartenente alla Famiglia dei PallidiRecidivi della Stirpe VestitiTUTTIdiNERO,  alle prime armi preparò i Rainbow Cupcake (a seguire diapositiva su Flickr). Era il lontanissimo 1 Ottobre 2010. Molti nano-millenni sono passati e dopo lotte in cucina, rappresaglie tra forchette, impastatori killer e Droidi Frullatori la giovane piccola Jedi, fregiatasi di svariati riconoscimenti tra i quali non aver fatto esplodere neanche un frullatore/microonde, impavida e coraggiosa intraprese la sua ultima missione. L‘impervio cammino piastrellato (?) di pentole a pressione killer e Mestoli assassini fu per lei ancor più di incoraggiamento.  Guidata infatti dal fidato amico metà nano e metà unicorno, propropropropronipote del suo idolo Darth Vader, con passione e tanta forza riuscì  a guidare il suo piccolo popolo neuronale interamente abbigliato di nero a compiere l’epica impresa di  digerire la Torta più burrossa di qualsiasi Galassia Lontana ( e pure vicina). La piccola jedi sicula armata di tanta pazienza e di una spada laser colorata capace di fare uno shatush arcobaleno al passaggio della chioma fluente di qualsiasi unicorno, è qui per raccontare ai posteri la sua strabiliante missione.

Chi vuole leggere solo la Ricetta e saltare il Delirio ( dove a prescindere potrebbero esserci informazioni forse utili- Ma non ci giurerei) scrolli giù giù giù. La Ricetta si trova sotto la Galleria Fotografica della Torta *fine comunicazione di disservizio*)

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Una Torta al sapore di Cocco arricchita da marmellata alla Ciliegia


Comunicazione Tombola Natalizia: Stanno tornando indietro due Pacchi (uno è di Mara – Maranonriescoatrovarelatuamaillllllllll – e l’altro non lo so – cheilcielomiaiuti – Chi si trova a passare di qui per favore (è un po’ difficile al momento per me contattarvi privatamente perché molto sagacemente non ho preso appunti nomi-indirizzi-perdono. Sono stata molto DISORGANIZZATA e non ho pensato affatto che il periodo natalizio-poste e relativa tombola giornaliera non collimasse perfettamente con trasloco-delirio-consegne-lavoro-varie ed eventuali. Avessi fatto tutto con Amazon e non comprando fisicamente gli oggetti per poi impacchettarli-spedirli-perderli-POSTEMALEDETTE. Ok mi calmo. Insomma chiunque si trovasse a passare di qui e mi volesse aggiornare circa spedizioni ricevute e non, mi farebbe davvero un regalo gradito. Non vorrei MAI che qualcuno non avesse ricevuto il premio. Vi prego: SCRIVETE. Non mi disturbate. Non sentitevi in imbarazzo anche perché lo sono al momento io in maniera esponenziale. Ditemelo come si fa come con le vecchie amiche vere. Del tipo insomma:

“a scema! non mi è arrivato! sono xxxx. Ho vinto xxxx. Spedisci nuovamente a xxxx”. GIURO mi fate un regalo bellissimo. GRAZIE.

Chi se la ricorda la Torta Slava? Sì sì dai quella che ho cucinato insieme al mio amore Bibikitchen  (il post di Cri lo  trovi qui e il mio con annesso delirio qui. Poi c’è stata una versione Banana Cioccolato di Bibi qui). Cosa c’entra questa Torta che ho scovato nel Magazine di Donna Hay e che ho leggermente modificato (forse anche perché non so tradurre mica bene *disse ridacchiando e sputacchiando yogurt di soia alla ciliegia buonissimo)? Niente. Non c’entra niente. Però la composizione a strati di diversi elementi e soprattutto “consistenze” mi ricorda tantissimo la Torta Slava; alla quale è inutile dirlo (ma lo faccio con molto piacere) sono legatissima da un punto di vista affettivo. Si può certamente sempre “personalizzare” facilmente un dolce (di qualsiasi tipologia esso sia) ma è anche vero che non sempre si riesce nell’intento. Quando la base non è perfettamente perfetta (mi è concesso per favore? mi piace troppo) ardua assai l’impresa è (il Maestro Yoda ultimamente si impossessa delle mie poche facoltà mentali senza forza. E io felice ne sono. Assai. Smetto la. Sì).

In pratica insomma (uff quanto la faccio lunga. Ah sono qui per questo, vero *momento di coscienza finito*) questa torta che Slava non è e non ha inoltre nessuna collocazione geografica è perfetta per qualsiasi tipo di rivestimento “marmellatoso”. La base è perfetta e friabile. Il contenuto del secondo strato (marmellata appunto) può essere sostituito con qualsivoglia composto fruttoso (fatto in casa o meno. Anche un chutney dolce perché no?) per essere poi rivestito da questa pioggia “sbrisolona” di cocco mischiato ad albume. Manco a dirlo in una potenziale versione cioccolatosa la bava scorre forte in noi (“come la Forza, Maestro Yoda” - Si vede che sono in fissa con Star Wars per caso? Si nota che sono completamente con il cervello in pappa? Progetto Rotolo al tè matcha in onore della mia Elllisa e in forno cuoce Dart. Nuncelastofacendoasuperaretuttoquesto).

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Torta di mele e pane


La torta preferita in assoluto dal Nippotorinese è la torta di mele; difatti la prima che abbiamo cucinato insieme (quando ancora non sapevo neanche fare la pasta. Ah vero non la so fare neanche adesso) è stata proprio una rivisitazione della più classica di questo genere ma con l’aggiunta del riso. Ne ho parlato qui lasciando la ricetta (da provare assolutamente). Ne ho fatte diverse di torte di mele negli anni poi, sempre un po’ alla ricerca proprio come la mia Elli e BestiaBionda, che hanno dedicato alla regina tra i dolci anche un intero blog (eh mi sono persa il link. Qualcuno mi aiuti!). Sul mio libro in occasione dell’uscita di Frankenstein Junior ho realizzato un tortino di mele davvero speciale da dividere con la mia Valebrì tra risate e gobbe (gobba? quale gobba?). Negli anni, insomma, l’unica torta che non ho mai assaggiato in vita mia (dai non fare quella faccia. Non ho davvero mai mangiato una torta di mele, lo giuro! Ma un giorno ce la farò) è diventata simbolo di amore e di amicizia. Mi sono costruita insomma un ricordo importante in questi ultimi anni visto che in quelli precedenti (al contrario di quasi tutta l’umanità) niente mi lega alla Torta Di Mele. Mia nonna Grazia non faceva dolci ma mi comprava la granita. Mia nonna Angela faceva solo Turdilli e solo a Natale e comunque io non li apprezzavo. Mia mamma infine non ha mai fatto nulla che potesse andare anche solo lontanamente oltre una crema al cioccolato (e anche quella non troppo crema) perché ha sempre dichiarato che: “i dolci a me piace mangiarli. Mica farli”. Provengo insomma da una famiglia matriarcale assolutamente rivolta al salato.

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Torta di Sablè al Cioccolato con crema senza latte alla vaniglia con pere aromatizzate alla cannella e colata di cioccolato fondente senza zucchero e latte


Sono ancora un po’ turbata dalla visione di ieri; dire che si tratta di un capolavoro è riduttivo. Avrei immediatamente voglia di cucinare quello che di cibo c’era ieri e parlarne. Scriverne. Disegnarne. Raccontarne ma è Lunedì mattina e questa settimana si preannuncia a dir poco frenetica tanto da farmi seriamente pensare che il tempo di finire di ticchettare e sarà già Lunedì 20 Gennaio (ma è finito Gennaio? Ma non eravamo con lo spumante a fare 3…2…1….buon annoooooooooooooo?! Qualcosa non mi torna. Confessions, film giapponese del 2010 diretto da Tetsuya Nakashima (TI AMO) e tratto dall’omonimo romanzo (che non vedo l’ora di leggere) di Kanae Minato, è qualcosa di sublime. In uno slow motion con scene e visioni al rallentatore. Tanti schizzi di sangue. Commozioni. Talvolta cerebrali per la troppa enfasi. Era dai tempi di Time, Old Boy e pochi altri, mi viene in mente Samaria (ma è tutto troppo veloce e mentre scrivo penso che devo smettere di scrivere, quindi rinuncio), che non provavo questi tuffi di sangue al cuore. Come se una particella di sangue fosse proprio su su su il trampolino altissimo e riuscendo a mettersi in posizione perfettamente ritta si tuffasse dentro il ventricolo per poi esplodere. Anche qui al rallentatore. Già qualche giorno fa ero rimasta improssionata da Stoker di Park Chan Wook e credevo di aver aperto l’anno in assoluta bellezza visiva più di quanto mi aspettassi ma dopo Confessions posso pure vedere orrendevolezze (? mi piace, uff?) per tutto l’anno. Il mio cuore è già troppo pieno di gioia così.

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