Hamburger (con panino ai semi di chia) di seitan con spinaci al limone, pomodoro e iceberg


  • Il pane l’ho fatto con la classica ricetta che si trova ovunque dosi-bimby giusto per testare il nuovo apparecchio. Ho impastato aggiungendo soltanto i semi di chia
  • L’hamburger di seitan con gli spinaci, zero sforzo, l’ho comprato già così e l’ho fatto cuocere senza alcun tipo di condimento solo sulla piastra rovente mettendo abbondante succo di limone e una bella grattugiata di scorza lavata non trattata
  • Ho composto semplicemente un panino aggiungendo poi dei datterini e delle foglie di iceberg. Un goccino di senape  e niente altro

I panini impastati con i Semi di Chia con il nuovo Bimby fiammante (chi l’ha detto? Io no. No! Non ho ceduto al nuovo Bimby!) sono stati sbranati da mamma e dal Nippo che hanno particolarmente apprezzato. Il Nippo ha disquisito a lungo circa la buona abitudine di non rinunciare al pane fatto in casa, soprattutto se impreziosito da perle in formato seme che fanno bene alla salute. Si è dibattuto a tavola sul fatto che non occorra chissà quale tempo e molti altri spunti di riflessione che hanno giovato moltissimo alla mamma. Infatti ha sentenziato, lasciando sbigottiti tutti Koi compresa, che:

[con la frase che entra a buon diritto negli annali del 2014 come Best Moment]:

“Semi o non semi. Pane fatto in casa o no. Basta infilarci dentro una fetta di mortadella e chi si è visto si è visto”.

E’ incredibile come mamma riesca sempre a cogliere tutto quello che di complicato, profondo e ancestrale ci sia durante argomentazioni talvolta complesse. Come riesca a sintetizzare tutto in: fritto, mortadella, iris al cioccolato e cotoletta. E’ un dono che avrei voluto ereditare, a maggior ragione quando mi perdo tra wakame, soia e massime salutistiche.

Koi ha una passione esagerata per il seitan. Con occhi lacrimosi, che il gatto di Shrek è un principiante, tenta in tutti i modi di averne anche solo un misero pezzetto. Sinora ha fallito alla stessa stregua del tofu (anche perché  la soia pare essere altamente nociva per i nostri amici cagnolosi).

Brama ardentemente tutti i centrifugati che bevo io ed è una fan sfegatata della barbabietola. Sogna di mangiare l’avocado con me ed essendo altamente nocivo devo stare attenta a come mi muovo perché fa di tutto (stranamente) quando ne sente l’odore; e vista la frequenza con la quale lo sbrano non è un evento atipico.
In pratica mi ritrovo ad avere un cane (anche se Koi chiaramente è un alieno infiltrato nella stirpe canina per conquistare il pianeta Terra) salutista che a tutti i costi vuole grassi buoni e hamburger di seitan e una mamma che nonostante le  mie continue ramanzine in un loop preoccupante continua a gridare mortadella fritta, cotoletta nel caffè e impacchi di strutto e lardo nella cavità orale come rimedio per i malanni di stagione.

Ho bisogno di una vacanza. Adesso.

L’essiccatore questa meraviglia e le Carote (a quintali) come snack



L’essiccatore è un metodo che ti consente di esprimerti con ancor più creatività e stupendo davvero con pochissimo. Ti permette di preparare merende gustose ma salutari e anche conservare a lungo i migliori prodotti che Madre Natura ci offre, ovvero fermando il tempo su di loro proprio nella stagione perfetta godendone tutto l’anno. Mesi fa ho acquistato il mio primo essiccatore. Non ne ho scritto subito perché temevo che, come molte cose, fosse solo una smania del momento e che ben presto mi sarebbe passata. Mi sono invece riscoperta entusiasta, costante e sempre in cerca di nuove idee. In moltissimi mi hanno consigliato di adoperare il forno per ottenere il medesimo risultato. Ho fallito miseramente e nonostante sia un sicuro mea culpa continuo a voler desiderare comunque questo incredibile aggeggio, rivelatosi un fidato amico in cucina e nelle più disparate occasioni.

Non ho fatto chissà quali ricette, proprio perché di carattere sono istintiva (leggi: esageratamente impulsiva), e mi sono ritrovata quindi ad acquistare l’essiccatore su Amazon (esattamente questo modello).  E’ della Stockli e non mi vergogno a dire che sono andata più “a prezzo” che a sostanza e recensioni, peccando di quella innegabile idiozia che mi appartiene sino alle viscere che si traduce in: se costa di più vuol dire che è più bello/vale di più/prestazioni maggiori blablabla (state schiaffeggiando il monitor pensando che sia la mia faccia? Fate bene. Lo faccio anche io dal vivo in modo che qualche bel ceffone mi arrivi sulle guanciotte). Nonostante il metro di giudizio sia stato di un qualunquismo folle sono stata ripagata, eccome. Si possono aggiungere altri cestelli (che si comprano a parte) sino a impilarne il più possibile. La verità è però che questo preciso modello è molto capiente e largo come diametro. Per capirci in un cestello ci entra ben più di una carota e non è così poco come possa sembrare, anzi tutt’altro.


Alcune verdure, come consiglia il fornitissimo (anche di ricette) libretto d’istruzioni, vanno prima scottate in acqua bollente per qualche minuto (due al massimo) prima di procedere all’essicazione e niente è più facile che eseguire l’operazione. Basta guardare il programma di temperatura e durata a seconda dell’alimento che si vuole essiccare. Se fate un giro su youtube, per altro, si trovano davvero tante informazioni e casalinghe non troppo disperate (non esistono mica!) ma piuttosto professionali, argute e intelligenti danno prova di incredibili abilità. Dimostrazioni di cotture? Ci sono. Non sono tante ma ci sono. Soprattutto oltre oceano. Mi piacerebbe montare diversi ingredienti e fasi di essiccazioni in un video riassuntivo. In realtà era in programma con l’uscita di questo post ma (sì, sto per lamentarmi di nuovo. Pronti?) per via del maledetto colpo della strega sono riuscita ad accumulare ritardi su ritardi su ritardi. Adesso sono francamente in preda alla schizofrenia da “recupero tempi” (recupero impossibile tempi).

Oltre a mele, carote, zucchine e patate che rimangano le gettonatissime del caso, non bisogna dimenticare che la conservazione fatta con l’essiccatore torna utilissima come accennavo giusto nell’introduzione. I funghi sono il primo esempio che mi viene in mente. Perché mai comprarli quando se ne possono fare deliziosi pacchetti (anche da regalare a Natale? Sì) adoperando materie prime eccellenti?

Stessa cosa per i pomodori secchi (ne vado matta) che saranno l’anno prossimo, lo so già, una perversione. Ricordo ancora nonna che li teneva su quei vassoi enormi di legno sotto una rete per non farli contaminare dagli insetti ma inevitabilmente tra mosche, polvere e altro qualcosa arrivava. Diciamo che si trattava di una tecnica certamente permeata di ricordi e importante da un punto di vista di tradizione, soprattutto qui al Sud, ma se non vogliamo proprio raccontarcela di certo igienica non è. Imparagonabile il sole e il dispendio di energia con questo macchinario, certo, ma come in ogni cosa giusto per la fiera del qualunquismo ha i suoi pregi certamente ma anche l’esatto contrario.

Nel mondo Raw (e di conseguenza perché lo è) l’essiccatore diventa talvolta determinante perché consente di “cuocere” alle temperature consentite. Da un punto di vista etico e biologico l’essiccatore poi ha soltanto punti a favore in quanto non vi è un dispendio per la conservazione, perché essiccando non si ha bisogno di un frigo e non in ultimo da un punto di vista salutistico, sempre lato conservazione, il fatto di non dover “sprecare” e adoperare l’olio come agente conservante. Lasciando però da parte questa sfera troppo ristretta e se vogliamo per certi versi estremista, c’è da dire che l’essiccatore una volta adoperato (da persone che amano questo genere di alimentazione, sottotitolo) comincia a far parte dell’uso comune in cucina. Ci tengo a precisarlo proprio perché come sostenevo prima la mia più grande paura era proprio quella che mi avrebbe stancato e che non rientrasse negli utilizzi quotidiani. Un po’ come è accaduto con la centrifuga che si è poi conquistata un posto d’onore nel mio cuore (ne inventassero una che si pulisce da sola sarebbe un sogno ma credo di aver appena aperto l’ennesima parentesi inutile come sempre).

Preparerò diversi alimenti con l’essiccatore e poi rielaborati in altro modo. A Natale ho proprio intenzione di fare una tavolata salutista al massimo e far sfigurare quei ventimilioni di piatti capaci di annientare gli ospiti e non farli arrivare neanche al primo giro di tombola. Con l’essiccatore si possono fare infinità di snack gustosi che vanno a sostituire porcherie confezionate come i salatini e le patatine di dubbia provenienza che sono “buone” solo perché salate. Le carote essiccate e leggermente salate (ma anche speziate) spero che un giorno invadano il pianeta e anche le scuole. Sogno di preparare pacchetti di ottomila chili per il mio bimbo che poi diligentemente li lancerà in aria durante l’ora della ricreazione proclamandole regine degli snack. Una ribellione alle schifezze in sacchetto. Una missione.

Con l’essiccatore ci sono poche scuse. Si deve solo lavare, tagliare e lasciare lì. Conservare e poi usufruirne in ogni luogo. Tirare fuori un pacchettino di carote essiccate anche negli aperitivi più “glam” non è assolutamente cheap ma il contrario. Prendersi cura di sé. Combattere il sistema snack in pacchetto.

Zucchine essiccate al cinema. Carote essiccate all’aperitivo. Banane essiccate a colazione. Ah. Banane essiccate a colazione è proprio il post che si autopubblicherà (purtroppo non distruggerà) alle 18:18 sempre su questi schermi.

Sono chiaramente qui a disposizione per rispondere eventualmente a qualsiasi dubbio-domanda-chiarimento nella speranza di poter essere inutile come sempre. Essicchiamo tutto! Pure il vicino di casa, sì.

Vermicelli di Riso con salsa di Soia, Tofu e Wakame


Porta a ebollizione l’acqua. Versa i vermicelli e cuoci per il tempo indicato sulla confezione, generalmente dai sei agli otto minuti (alcuni meno). Questo se hai fretta, perché altrimenti potrebbero cuocere direttamente nel dashi (la ricetta la trovi qui insieme a tante altre). Se non hai tempo o voglia di preparare il dashi puoi fare anche un ricco brodino vegetale e cuocere dentro anche pezzetti di tofu, che si insaporiranno, con alga wakame. O nori, perché no.

Comunque vada sarà un piatto gustosissimo. Se più o meno brodoso lo decidi tu. Perché potresti pure scolarli per bene lasciando giusto un pochino di brodo. Servi con salsa di soia, quanto basta per appagare il tuo palato e se ti piace una grattugiatina fresca di zenzero sopra.

In questi giorni ho un po’ trascurato Miii che Fame e non ho ticchettato la terza puntata della Rubrica “Mangia s(tr)ano” ma da davvero pochissime ore posso accennare a compiere giusto qualche timido passetto. Non ho visto Koi per quattro giorni, perché d’accordo che ho ceduto ed entra nello studio e nel living attiguo alla cucina, ma alla zona notte non sono ancora arrivata e dubito fortemente che accadrà. Quando mi ha rivisto credevo si fosse, nel frattempo, trasformata in un canguro australiano perché le orecchie volanti hanno quasi sfiorato i led del controsoffitto. Una danza sinuosa atta a muovere tutto il posteriore, che manco i movimenti della danza del ventre potrebbero mai competere, eseguita con scrupolosa cura e incredibile professionalità. Credo di aver pianto diciotto minuti ininterrotti mugugnando frasi del tipo quantomiseimancatafigliamiaadorata. Perché la tragedia, a parte punture-medicine-dolori-tristezza nel dovermi fermare quando non potevo assolutamente, è stata francamente solo una: quella di non poterla vedere. E’ entrata, per nostra incuria, solo una volta nella zona notte Koi. E’ riuscita a fare in meno di quindici secondi uno sterminio perché in preda alla felicità di scoprire un nuovo luogo magico si è riuscita a ficcare in bocca di tutto: dalla macchinetta del caffè (chi è che non ce l’ha nella cabina armadio del resto?) a tutte le mie pantofole, alla console, ai comodini e pure credo un divano. Conoscendo la sua incontenibile iperattività nel dimostrare amore si temeva che potesse spaccarmi la colonna vertebrale, insomma.

Da un po’ di tempo sono una fan accanita dei vermicelli di riso. Fosse per me li spalmerei in faccia. Anzi a ben pensarci essendo benefici per il corpo devo provare se riescono a sconfiggere le occhiaie croniche. Forse avrei dovuto fare impacchi di vermicelli di riso nella zona sotto lombare, altro che Muscoril! Scaldano l’anima e il cuore, e con il tofu e la salsa di soia in questa preparazione semplicissima dalle mille varianti diventano un must assoluto di tutte le stagioni. Quelli di soia sono buoni, per carità, ma per me il riso ha quel quid vincente su tutto. Anche lessi e semplicemente serviti con scorza di limone mi piacciono. Mi piace arrolarli, appallottolarli e spiaccicarmeli con incuria in faccia. Sono divertenti. Saziano.  E fanno pure molto bene quindi?

Una tonnellata per questo week end dovrebbe bastarmi, grazie. Al massimo due.

Curiosità

  • La ciotolina e la preziosissima bottiglia con pregiato sake provengono dal Giappone

  • Le bacchette le ho acquistate da Tiger

  • Il “vaso” dei fiori è una bottiglia di salsa

Spaghetti di Zucchine con Pesto di Avocado, Basilico e Lime


Il Pesto è di facilissima realizzazione e decidi tu che sapore debba primeggiare o meno. Questo è solo uno stupidissimo esempio. Per quattro zucchine (vengon fuori due bei piattoni fondi di questi, per dire) ho adoperato un avocado intero abbastanza grande, un lime  e mezzo (perché amo il sapore acre), un bel mazzetto di foglioline di basilico freschissimo, tanto sale (macchisenefrega. Evviva l’ipertensione!) e basta. Via di frullatore a immersione adoperato per benino e leggermente diluito con acqua e il pesto è pronto. Basta assaggiare di volta in volta e sistemare secondo il proprio palato.

L’aggeggino (temperamatite) Gefu per le zucchine l’ho acquistato su Amazon. Basta mettere la parola chiave “spaghetti zucchine” nella categoria Cucina e ne vengon fuori di ogni. Due giorni fa proprio questo della marca che ho scelto di comprare non c’era più ma validissime alternative esistono. Dal prezzo più economico sino ad arrivare a quello salatissimo.

Gli spaghetti di zucchine possono (e in alcuni casi devono) esser sbollentati in acqua salata. In questo caso, anche se non avrei dovuto perché non è che digerisca benissimo le cucurbitacee io, le ho lasciate nude e crude. Questo è uno dei piatti che più mi rende felice, forse anche per la presenza dell’avocado che ormai è cosa nota: ne sono drogata (sto esagerando come sempre ma non riesco a smettere. Mezzo in testa per i capelli e mezzo tutto intero in bocca di soppiatto guardandomi intorno come una ladra. Aiutatemi. Anzi no. Fatemi perire così: felice).

Delle amiche su Twitter mi hanno chiesto di parlare in un post apposito di questi benedetti spaghetti con le zucchine (lo avevo già fatto nel lontano 2010 e non appena trovo il link uplodo il tutto. Ricordo ancora la foto. La vecchia terrazza. E toglietemi la possibilità di queste parentesi per il bene dell’umanità ve ne prego). Pur avendo rimandato a gente più competente  (vedi Francy - vedi qui ma cercali perché ce ne sono diverse di ricette di questo tipo sul suo meraviglioso blog) e pur essendo conscia del fatto che la rete non stesse aspettando certamente Maghetta Streghetta insomma.

Eccomi puntuale come una tassa.

Su Miiichefame (con tre i mi raccomando perché ci sono tanti hashtag con due i e non riesco a beccarvi; o almeno, adesso che lo so, provo comunque ma con tre i is better) ormai siamo un’allegra comunità di adorabili psicolabilfoodie (mi piace questo termine appena coniato. L’accendiamo?). Dalla colazione alla cena c’è davvero questa sensazione di comunione e scambio. Non ci si sente sole e se compare un avocado, un caco, un piatto di shirataki, un po’ di hummus e del tofu o bistecche di lupini arriva uno di quegli abbracci consolatori e caldi che sanno di: unione e complicità. Allora grazie a Francy ho scoperto che la zucca lessa dentro lo yogurt di soia è buona e che devo provare la tapioca, avendola in dispensa da non so quanto. Grazie a Biankoniglia, che fa foto meravigliose, mi è sembrato di ritrovare un’amica perduta e aver voglia di pane integrale. E molto altro che in questa atmosfera di luci natalizie, addobbi e copertina-ferri e maglia non può che rendermi più serena di quanto io potessi vagamente sperare. Del resto l’autunno è la stagione in cui sono nata proprio a cavallo con l’inverno. Quando le torte si sfornano ed è bello stare attaccati come gechi al termoarredo. Quando fuori piove, ma in Sicilia fa freddo solo quando si vede nel cartello luminoso per la strada buia: dieci gradi. Quando puoi nasconderti e tutelare le cicciottosità sotto maglioni larghi e il doppio mento avvolto nella sciarpozza. Quest’anno rigorosamente del mio papà, come i maglioni e i cappotti (e non ditelo a nessuno pure come le scarpe che stanno larghe ma per fortuna ho un piedone 41 che con il 42 e mezzo ci va a nozze a patto che ci siano due calzettoni e una bella soletta. Inciampo ma poco mi interessa. Non ho mai provato i tacchi di mamma, io. Ma solo i mocassini e le stringate di papà. La cosa la dice lunga).

Per dire insomma che gli spaghetti di zucchine, seppur nella versione calda, non è che siano un piatto tipicamente autunnale ma un “comfort food” per psicolabilfoodie, sì. E voglio anche sottolineare che detesto con tanto ardore chi giudica il piatto altrui al grido di “io di comfort food ho tutta un’altra idea: tipo zuppa di orecchie di maiale fritte con cotenna di maiale impanata glassata con zucchero, miele e chips di bacon. Tutto frullato per digerirlo meglio”. Ognuno ha il comfort food che vuole! Oh! Poche paranoie con gli spaghetti di zucchine, molta salute e gusto a gogo (erano mesi che non sapevo dove inserire gogo e finalmente ci sono riuscita, incredibile!). L’altro giorno ho poi fatto una carbonara di spaghetti di zucchine totalmente vegana dove i dadini di pancetta sono stati sostituiti dal tofu e l’uovo sbattuto me lo sono immaginato perché ci sarebbero dei modi per far pure quello, perché nella fantasia si annida un potere non comune che a tratti crea onnipotenza. Degli Spaghetti di zucchine me ne ha parlato la mia bellissima zia Agata, di cui ho parlato ormai diverse volte. Grazie a lei ho scoperto Vegan For Fit, che recensirò a breve ne “La libreria di Iaia” facendo anche diverse elaborazioni tratte (e modificate a volte) dall’incredibile librozzo che mi sono ritrovata tra le mani.


Buongiorno Venerdì 17! Uova strapazzate alla Wilkes per colazione – Misery non deve morire


Prendi due uova fresche e sbattile dentro un recipiente. Aggiusta di sale. Taglia a cubetti del pomodoro fresco e anche un po’ di sedano. Taglia anche delle patate dopo averle lavate e sbucciate. Spremi qualche arancia.

Con pochissimo olio, o se preferisci burro, inumidisci una padella e a fuoco medio alto versa le uova e muovile con la forchetta fino a “strapazzarle”. Aggiungi i pezzetti di pomodoro e il sedano. A parte in abbondante olio extra vergine d’oliva fai friggere le patate e lasciale asciugare su carta assorbente. Usa un buon ketchup per condirle. Spalma un velo di burro sul pan carrè tostato e poi versa un po’ della marmellata che più ti piace. Sistema su un vassoio con tovagliolo, piattini, bicchieri, posate e fiore e porta tutto alla tua vittima segregata in camera costretta a letto per tuo volere.

Un bel Buon Venerdì 17, no?

Questa unione di due elementi Venerdì e poi diciassette viene considerata una ricorrenza sfortunata nei paesi di origine greco latina mentre per gli Americani e Anglosassoni in genere c’è un esubero di quattro in quanto è il 13 a fare da padrone. In abbinamento con il giorno Santo per i cattolici. Fermo restando che pur essendo Stakanovista di Sogni e dedita alle più esuberanti fantasie allucinatorie rimango quella che si definisce un’agnostica, per farla breve perché ce ne sarebbero cose da dire al riguardo ma mica voglio proprio rovinarvi questo già infausto giorno, rimango costantemente allibita quando mi trovo davanti persone superstiziose. E’ talmente avvilente, straziante (spetta che mi collego a Virgilio dizionario di sinonimi. Ah ecco ci sono) lancinante, pietoso, orribile, tormentoso (mi piace!), mortificante (basta così) trovarsi una persona superstiziosa davanti che adduce chissà quali motivazioni per non dire-fare una cosa. Faccio una fatica enorme a mantenere quell’educazione “estrema”, perché mi piacerebbe definirla tale, per non guardare l’interlocutore avvilita, prenderlo dalle spalle, sollevarlo leggermente e con aria stanca-afflitta-sfatta urlargli in faccia: PERCHE’?

Preferirei sentirmi dire che vede unicorni glitterati  nel caffè, ornitorinchi dentro l’armadio e che nei fondi dei caffè passi dell’Eneide ma se cambia strada perché c’è un gatto nero, non dice il giorno di una partenza o di un esame altrimenti va male e roba noiosa di tal tipo fa sì che una depressione immediata si impossessi di me.

A me piace il Venerdì 17 solo per un motivo. Allo stesso modo il Venerdì 13. Perché mi riporta nella mia stanzetta o nel cortile della casa a mare mentre guardo lo Zio Tibia. Perché ci sono gli episodi tra mummie putrefatte e scavi archeologici. Perché c’è l’inizio di quell’amore che perdura e si moltiplica. Tutto l’occulto strettamente correlato alla fantasia. Quanto di più nero ci possa essere. Il rovescio della medaglia che non sai mai bene quale sia migliore. Se il bianco pupazzoso e coccoloso dei pupazzetti e del kawaii estremo o quelle tinte nere e rosse che lacerano. Ricordo l’episodio dell’ascensore come fosse ieri. Più che un luogo una musa claustrofobica come l’aereo, dove ho sempre immaginato storie senza via di scampo. Perché se nella Cena con delitto è anche un po’ improbabile che tutta la casa sia inaccessibile all’esterno, è vero invece che dentro un ascensore o un aereo la costrizione è obbligatoria, eccome. Non ci vuole chissà quale giro di trama. E’ così. E’ ovvio.

 Il Venerdì 17 mi riporta a quella mensa scolastica da Padre Giuliano a Sant’Agata Li Battiati di cui ho parlato diverse volte. Quando ho raccontato ai miei amici allibiti e sconvolti che avevo visto Poltergeist. Saremo stati in terza elementare massimo. Della carne con i vermi. Della bambina dentro il televisore. Del clown che arrotola le gambe e ti avvinghia e ti porta giù dal letto. Poi ho smesso di parlarne perché per loro ero quella Iaia simpatica e ciccionissima che faceva fuori quattro Lion e tre pacchetti di Fonzies, che sapeva disegnare bene, era generosa e regalava le matite e diceva sempre sì. Il Venerdì 17 mi riporta a quello che ero e che non è cambiato. Poche persone mi hanno conosciuto e amato invece per quell’entusiasmo del clown, della carne con i vermi e dell’albero che spacca la finestra perché posseduto da un’entità malvagia. Tutta la fantasia, che sia bianca o nera, mi ha attratto in egual modo, fermo restando che la seconda provoca scariche di adrenalina capaci di far scaturire luce. Mentre quella bianca non fa nascere il nero, l’esatto contrario sì.

Misery non deve morire, oltre che letto in età adolescenziale, rimane una visione immutata, perpetua e fissa. Non ricordo magari un film visto lo scorso anno mentre di Misery scena per scena, battuta per battuta, spazio per spazio. Accade spesso. Come per dire una commedia romantica mi farebbe dare capocciate al muro dopo trenta secondi adesso, eppure Scelta d’amore non è mai abbastanza. Perché c’è un tempo per tutto. E mentre per alcune visioni questo tempo è finito e rimane strettamente correlato a un periodo, altre imperiture e perpetue come Misery non deve morire permangono e sotto nuove vesti si ripresentano. Volevo dare il buongiorno per questo Venerdì 17, preludio di questo Halloween che per certi versi mi fa fare i conti con la morte in un modo completamente diverso. Perché lasciando stare tutte le polemiche e pure l’idiozia di pensare che sia un “Carnevale Americano”, rimango pur sempre una sicula a cui è stato insegnato un peso “di cuore” importante della ricorrenza dei Morti. Nessun meridionale penso possa smentirmi; al contrario dei settentrionali che a quanto ho potuto capire non “sentono” la festività alla stessa stregua (oh, siete sempre quelli che alla Vigilia di Natale non vi sfondate con trentotto portate! Gli strani siete voi! *disse ridacchiando esaurita*).

Annie Wilkes porta la colazione a Paul Sheldon che è autore di una serie di libri con protagonista Misery, in cui la stessa Annie si immedesima vivendo attraverso la sequela di sue avventure. Una vita vuota e triste di ex infermiera in alta montagna sperduta che ha questa sorta di rivalsa: attraverso la vita di Misery. Se Misery muore chiaramente anche Annie nella sua trasmigrazione morirà. Occorre tenerla/tenersi in vita a qualunque costo. La psicopatica interpretazione di Kathy Bates, che deve assolutamente essere vista in lingua originale, le fa vincere l’Oscar e il Golden Globe (meritatissimi) e viene inserita al diciassettimo posto nella classifica dei cinquanta migliori cattivi del cinema americano.Al primo posto c’è Hannibal Lecter e al secondo Norman Bates seguito da Dart Fener e dalla Strega dell’Ovest del Mago di Oz (ma su questo dissento fortissimamente e batto pure il pugno sul tavolo!). Però avrei giusto qualche sorpresina riguardo questa classifica.

Fatto sta che quando ancora la situazione non era degenerata del tutto Annie prepara le uova strapazzate alla Wilkes accompagnando il tutto con pane tostato e marmellata. Seguiranno altre portate tra cui un polpettone e una torta che ovviamente non mi lascerò scappare.

La superstizione è un mezzo per. Che diventa costrizione per gli stolti. Il Venerdì 17 è un ricordo di tutto quello che è stato, è  e sarà.

E allora Buongiorno! Uova strapazzate alla Wilkes anche per te?

  • Se hai deciso di farne una e vuoi farmela vedere ti prego non taggarmi perché mi perdo tra le notifiche. Usa l’hashtag #halloweenconmaghetta oppure #halloweenwithmaghetta (mi spiace sempre tantissimo non potervi parlare, ringraziare e vedere le vostre meraviglie. A mie spese ho imparato dopo anni che l’hashtag è l’unica soluzione. L’hashtag ci salverà!)

Insalata di Zucca, Arancia, Semi di Girasole, Sesamo e Mandorle


Zucca, Arancia, Scorza di limone non trattato, Semi di Girasole, Sesamo, Mandorle, Sale, Olio facoltativo

Cuoci la zucca nel forno su carta da forno senza alcun tipo di condimento. Sale soltanto a fine cottura. Centottantagradi sono perfetti. Fin quando diventa morbida ma non spappolosa  (un mio gusto personale) eccessivamente. Taglia a pezzotti non troppo regolari e metti dentro una ciotolina dove puoi lavorarci. Aggiungi del succo di arancia freschissimo quanto basta per le tue papille gustative. La scorza grattugiata di un limone non trattato biologico e aggiusta di sale. Aggiungi il sesamo tostato in padella con pochissimo sale come fosse gomasio. Aggiungi i semi di girasole e poi le mandorle spellate e tostate. Puoi aggiungere dell’olio, anche di origine vegetale, ma non è assolutamente necessario.

Ma chi, io? Quella che la zucca, come l’avocado, se la mangia pure a colazione-merenda-snack sull’autobus (nessuno che mi conosca osi dire che non vado sull’autobus. Mi piace sempre dare di me un’immagine meno sociopatica, ok?) oggi sono ancora “costretta” a parlare di Zucca, guardaunpo’? Insalata assolutamente da provare. Fatta in occasione del Benvenuto all’Autunno di cui ho parlato qui, è un’altra insalatina che rimane non solo un’idea per Halloween ma proprio un’elaborazione perfetta per questa stagione. Strettamente correlata a Halloween invece ricordo questa, dove si trova anche una VideoRicetta velocissima. E’ più un’idea che una ricetta in sé.


Da quando Koi mi ha fatto riscoprire l’ebbrezza di essere genitrice e di essere responsabile di una vita, ho capito prima di tutto di essere fondamentalmente incapace ma ho avuto conferma che nonostante i disastri educativi che sto compiendo ai danni del mio quattro zampe (ok dai, senza girarci tanto intorno: VIZIATISSIMA!) non riesce a farla franca lato cibo. Proprio per il mio problema alimentare non transigo. Vaneggiavo già riguardo una futura prole e per quanto assurdo possa sembrare la mia piccola Satana pelosa è davvero una palestra niente male. Fa occhioni e sbatte le ciglia che manco il gatto con gli stivali, quando vede ogni sorta di cibo. Non importa di che alimento si tratti: lei lo vuole. Naturalmente io non glielo do. Se non rientra negli alimenti consentiti, intendo. Ce ne sono diversi corredati da vere e proprie tabelle. Non mi vergogno ad asserire che sono fiscale, vigile e intransigente. Per dire che Koi prima di mangiare un salume o un semplice wurstel dovrà passare sul mio cadavere e su tutti quelli dei miei nani da giardino (e non dubito che possa riuscirci). Ho intenzione, già da un po’ di tempo, di dedicare una vera e propria rubrica alimentare ai cani. Non perché sia esperta, del resto non lo sono in nulla, me ne guarderei bene. E’ pur vero però che in tantissimi siamo genitori di adorabili pelosetti e non sempre ci si vuole affidare solo alle crocchette. Koi segue un’alimentazione controllata e supervisionata a base di crocchette e cibo salutare. Fosse stato per me avrei scelto solo la seconda via. Capisco che non tutti hanno il tempo per bilanciare carboidrati, proteine e vitamine e per comodità giustamente e in maniera del tutto sacrosanta si affidano al cibo confezionato. Non sono un’eroina e neanche wonder woman ma sta di fatto che dormo pochissimo, faccio tantissimo e se non opero in questo modo vengo colta da depressione. Avendo sempre verdure a disposizione e facendo anche questo “lavoro”, che è solo passione, nel web certo ho sempre tantissimo cibo sotto mano. Non vedo perché non dovrei trovare il tempo per preparare qualcosa di buono e sano a chi sta facendo tanto nella mia vita. E’ un segno di riconoscenza e amore che non mi pesa e che anzi è puro piacere.

Questo per dire che la Zucca fa benissimo ai cani e Koi ne va matta proprio come il centrifugato di Carote. L’altra sera ha mangiato i vermicelli di riso (impazzisce proprio!) con la zucca rinunciando al merluzzo, che viene al terzo posto dopo salmone e tonno. Confesso che l’alimentazione di Koi è una delle poche cose di cui vado parecchio orgogliosa. Al mattino molto spesso mangia le crocchette (biologiche, Acana o Orijen. Altre marche giammai) e questo per abituarla semmai non dovessi esserci io, mamma o nippo a non rimanere digiuna. Prosegue poi con altri due pasti rigorosamente bilanciati, pesati e casalinghi. Il più delle volte a base di verdura, riso e pesce. Koi mangia pochissima carne non perché abbia una mammina umana psicopatica (anche) ma perché da quando è piccola ha sempre preferito il pesce alla carne. Per carne intendo rigorosamente bianca e non eccessivamente rossa, anche perché i Labrador hanno diversi problemi dal punto di vista digestivo. Una volta a settimana poi latticini sotto forma di formaggi freschi pesati e controllati e un uovo. Qualche cucchiaino di olio extra vergine d’oliva giusto perché fa benissimo. Centrifugati di carota, fosse per lei, ne berrebbe a litri e allo stesso modo la zucca.

Insomma urge Rubrica BauBau per sfogarmi e relazionarci un po’ sui nostri amici pelosetti. Anche perché voglio proprio farvi vedere quanto è facile fare dei biscottini in casa e quanto siano buoni per loro. Credo proprio che una Videoricetta con Koi arriverà presto. Già la vedo sorridere in camera. E poi sbranarci TUTTI.

Torta salata con Zucca, Lardo e Mandorle al sentore di Limone



La Ricetta senza dosi? Eccola.

La via della Pasta Brisée pronta o della Pasta Sfoglia pronta rimane sempre valida ma se così non dovesse essere:

200 grammi di farina, 100 grammi di burro freddo da frigo, 70 ml di acqua fredda

Metti gli ingredienti nel mixer con un pizzico di sale fino a ottenere un composto sabbioso. Versa tutto su una superficie fredda e impasta velocemente aggiungendo poco alla volta l’acqua ghiacciata. Quando hai ottenuto un impasto elastico e compatto lascia riposare in frigo dopo aver avvolto con pellicola trasparente. Per 45 minuti almeno dovrà riposare in frigo per poi essere stesa su un piano infarinato.

Per quanto riguarda il ripieno mea culpa non ho pesato nulla ma ho proceduto a occhio. Dentro una ciotola ho ridotto in purea la zucca cotta al forno senza alcun tipo di condimento. Ho aggiunto la ricotta, il sale macinato sul momento come anche il pepe. Un uovo e volutamente non ho messo il parmigiano grattugiato per cui nutro incosciamente una profonda antipatia. Ho inserito poi le mandorle tostate in padella, salate leggermente e tagliate in più parti. Ho amalgamato bene il tutto e messo anche un po’ di scorza di limone. Versato sulla pasta brisée stesa su una teglia leggermente oliata e in forno per 40 minuti circa finché la pasta non è dorata e il ripieno cotto.

Quando ho fatto la cena del Benvenuto all’Autunno in concomitanza con l’apparecchiatura economica che ha riscosso un incredibile successo e di cui ho parlato qui, ho voluto espressamente rielaborare la zucca in tantissimi modi. Del modo dolce ho parlato qui riguardo la Cheesecake con la zucca, cannella e mandorle. Col salato, invece, non ho nemmeno cominciato (vi sembrava di svignarvela, eh?) e allora quale migliore occasione tra Frankenstein, Vermi e Ciambelle dentro le Ciambelle senza dimenticare Ciambelle a forma di Zucca? Oggi blatererei circa questa velocissima preparazione. Si tratta di una torta salata con zucca, ricotta e mandorle tostate con una base di brisée e una fettina di lardo sopra. Ho preparato la torta salata con netto anticipo, anche perché la cena prevedeva diverse portate. Quando ho riscaldato velocemente e servito, quella fettina di lardo si è andata a sciogliere irrorando la superficie e mandando al manicomio gustativo chi apprezza questo genere di alimento (notare il distacco professionale, eh? Stavo quasi per dire quest’adorabile schifezza immonda. Fortuna che sono una professionista e ormai la nazione ne è a conoscenza).

Il fagiolino francamente glielo ho messo (leggi: buttato velocemente su) perché nelle foto veniva tutto talmente smorto che una sorta di depressione lampante mi ha colto. Non che con il fagiolino sia diventata bella la foto, eh. Ma fatta come l’ho fatta posso pure definirla accettabile. Koi girava come un’ossessa sul terrazzo e voleva le attenzioni. Il muratore per poco non cadeva dal ponteggio mentre pitturava la facciata. Mamma ascoltava le mie videoricette a tutto volume (e solo il cielo sa quanto io ODI sentire la mia voce). SantaSignoraPina cercava di prendere le misure a Koi per il vestito di Halloween. Su quest’ultima affermazione inutile fare quelle facce, eh. Koi avrà un mantello che si potrà collegare al collare e non le darà alcun fastidio (o almeno spero perché altrimenti ne vedremo delle belle). Un mantello nero fuori e rosso fuoco dentro come una novella ancella di Dracula. I canini le sono caduti ma speriamo che entro Halloween le ricrescano. Sangue finto? Succo di Barbabietola di cui va ghiotta. Ho pensato a tutto, come sempre. Quando è il momento di pensare le cose più stupide, assurde e prive di senso logico, la mia mente diventa improvvisamente geniale.

Ma torniamo a questa torta salata? No. Perché dai non è che ci sia questo granché da dire. E’ l’ennesima ricetta inutile e priva di fantasia che però rimane un cavallo di battaglia in queste giornate autunnali per far fuori quei quintali di zucca che si hanno in cucina. Perché anche voi avete quintali di zucca che non sapete più come fare, vero?


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Cavolo quanto è buono il Centrifugato di Cavolo!


1 cavolo cappuccio, 1 cetriolo

“Poi vabbè ci metto un po’ di wasabi prima di buttar giù e l’estasi è servita”

Un cavolo cappuccio e un cetriolo, altrimenti un cavolo cappuccio, due carote e due arance, oppure un cavolo cappuccio e due mele. Ma anche un cavolo verza, due carote e un limone. Ma anche fino all’infinito. Il Centrifugato di Cavolo è qualcosa di sublime (il mio preferito è quello Cappuccio). Io e Ombretta durante la fase iniziale del nostro progetto super segretissimo che è partito con il Brunch di Halloween nella terra  di Natale ha portato con sé clamoroso scoperte. Tra Living Dead Dolls, mostarda su cui devo ticchettare almeno fino a natale, piselli al wasabi, macco di fave e ossessione pura nei confronti dell’uva nera, ci sono scappati anche vari ettolitri di centrifugati. Soprattutto con il cavolo cappuccio. Credevamo entrambe che avesse un sapore più pungente, e per certi versi lo ha, ma non tanto da giustificare l’onnipresente presenza della mela per addolcire il tutto. E’ buono pure con la menta per carità, ma per i palati particolari che amano testare anche le punte fastidiose che non possono meramente definirsi piccanti, anche semplicemente centrifugato senza nulla diventa una danza estrosa per il palato. Qui l’ho fotografato con un po’ di centrifugato di cetriolo ma non è un abbinamento degno di nota, sarò franca. L’ho preferito nature senza nulla o al massimo con una punta di limone. Abbinato con la carota lo trovo francamente uno spreco, in quanto entrambi gli elementi se centrifugati separatamente hanno una resa infinitamente superiore. Posso testimoniare, pur non facendolo mai perché è chiaro che ogni corpo reagisce a proprio modo, che tutte le dicerie sui benefici del cavolo, almeno per quanto riguarda il mio fisico, sono assolutamente veritiere.

La pelle davvero diventa più luminosa (rimane ugualmente pallida nel mio caso) e l’apparato digerente pigro non solo si rilassa ma comincia a dare meno disturbi quotidiani. Drenante (anche troppo), tende a far sgonfiare apportando un beneficio sin dal primo giorno.

Non invoglio nessuno a seguire detox giornalieri solo con centrifugati ma a onor del vero va detto che l’ho fatto e che dopo tre giorni si è verificata una remise en forme incredibile. Cavolo questo Cavolo! (ok stavo fremendo. Volevo fare il battutone idiota, pardon). Ci sono delle vere e proprie  diete che consigliano per le infiammazioni dell’apparato digerente di fare sempre colazione con un bel centrifugato generoso di cavolo. Non digerendolo cotto, temevo che crudo avrebbe stazionato sul mio stomaco fino a ottobre 2019 e invece ho dovuto constatare l’esatto contrario. Digeribile e leggero non spaventa anche se ha quel retrogusto del cavolo (ok devo smetterla) che qualche volta fa storcere il naso. Fosse per me vorrei iniettarmi nelle vene centrifugati di cavolo a mo’ di flebo.

Un’ottima scusa per preparare dei centrifugati a chi generalmente non ne fa uso e in particolar modo ai bambini arriva proprio in questi giorni. Per Halloween, e quindi durante l’organizzazione di party-feste-riunioni tra amici, saranno fide alleati, sia  per bontà obiettiva e salute che per impatto scenico. Quelli verdi come questo (senza dimenticare lo spinacino fresco che centrifugato è buono da pazzi) ma anche arancioni come quello di Zucca (che se ti sei perso puoi trovare cliccando qui), con qualche scritta giocosa diventano indiscutibilmente protagonisti in tavola:

“Succo di Strega”

“Moccio di Drago”

“Vomitino di Ornitorinco”

E così a scrivere sino a domattina meravigliose idiozie. Non dimenticate gli Unicorni! Vomito di Unicorno è poesia.

Altri Centrifugati o Succhi ricchi di salute?

 

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Sushi Vegano con la Zucca e Horror Sushi Halloween Version in arrivo


Un Sushi vegano, gustosissimo e perfetto per questo Autunno è senza ombra di dubbio alcuno il Sushi con la zucca, semplicemente cotta al forno e insaporita dal sesamo nero leggermente tostato. Un po’ di salsa di soia che si sposa benissimo con l’ortaggio più versatile e gustoso e la leggerezza mista a bontà è servita.

Un Horror Sushi per Halloween è in arrivo!

Un Piccolo Riassunto dove puoi trovare idee, videoricette, preparazioni base (pure strafalcioni, chiaramente), dolci, salate e rivisitate.

Omelette e Bloody Mary – Le Ricette della Prima Stagione di American Horror Story


 

Omelette: 3 uova, 50 ml di panna, sale, pepe, burro

(si dice che un’omelette sia buona solo se fatta con almeno tre uova e al massimo otto)

Sbatti le uova con la frusta da pasticciere o la forchetta. Aggiungi sale e pepe e poi a filo la panna continuando a sbattere. Metti una noce di burro in padella e versa le uova (Cracco mi darebbe un ceffone perché bisognerebbe roteare con la padella mavabenedaisiamoacasadasolenoncivede). Fai cuocere per bene e poi con l’aiuto di una spatolina rigira una parte come a formare una mezza luna. Rigira nuovamente e l’omelette è pronta (non ce la faccio a spiegare le cose semplici).

(neanche quelle complicate, vabbè)

Omelette farcita: voglia di arricchirla? Prosciutto e formaggio, fichi e miele, tocchetti di mortadella e pistacchi e un tragico eccetera. Qualsiasi leccornia che preferite può imbottire la vostra omelette.

Bloody Mary:

In uno shaker metti cubetti di ghiaccio, succo (o centrifugato) di pomodoro, vodka e succo di limone. Agita energicamente con un movimento soprasottoavantiindietro (tipo Tom Cruise in Cocktail, sì) e versa in un bicchiere alto. Spolverizza con abbondante sale e una bella macinata di pepe. Aggiungi una goccia di Tabasco e anche una di Worcestershire Sauce e mescola con il cucchiaino d’eccezione che è un gambo di sedano. Si usa servirlo anche con qualche filo d’erba cipollina e fettine di cetriolo.

La versione Virgin Bloody Mary? E’ qui!

Nella seconda puntata della prima stagione di American Horror Story non è che ci siano dei buoni avvenimenti, anche se bisognerebbe chiedersi quando mai ci siano stati, sempre in correlazione ai Dolcetti di cioccolato con la violetta che Costance dedica a Violet e di cui ho parlato qui lasciando anche una ricetta molto gustosa. Lo Psichiatra, protagonista, Ben accoglie la nuova paziente Bianca che si dimostra affascinata dall’idea di trovarsi nella casa che è stata teatro di innumerevoli orrori. La stessa poi che durante il viaggio di questo a Boston si introduce in casa per fare passare una serata indimenticabile, nell’accezione più negativa del termine, alla moglie e la figlia (non che lui ne passi una nell’accezione positiva considerato che c’è un’amante incinta psicotica, ma ognuno ha quel che si merita in fondo). C’è una  stretta correlazione proprio con i Muffin al cioccolato e Violetta perché la paziente Bianca stessa se ne ciberà mandando a catafascio tutto il malefico piano di riprodurre uno dei tanti omicidi avvenuti decenni prima. La paziente infatti non era la sola a nutrire una perversione nei confronti della casa. La nostra eroina Bianca sostenuta da due fidi amici psicopatici si introduce in casa trovando poi la sfortuna e la morte. In seguito a questo avvenimento Vivien, moglie di Ben e una tra le poche attrici che non ha fatto parte del cast della seconda e terza stagione, è ancor maggiormente intenzionata a vendere il più velocemente possibile la casa.

(in un’altra vita voglio fare quella che scrive i riassunti delle puntate. Male. Così la gente non capisce nulla e cambia direttamente serie tv. Meraviglioso no?)

Vivien contatta l’agente immobiliare infierendo ancora una volta sulle colpe di questa nel non aver sottolineato cosa fosse e rappresentasse realmente quella casa maledetta.

“Mi offrivano un Bloody Mary e un omelette la domenica quei piccoli pervertiti” sostiene l’agente immobiliare tra un caffè e una crisi isterica di Vivien mentre racconta di aver conosciuto i tre psicopatici, Bianca e gli amici, in diverse occasioni proprio perché maniacalmente interessati agli episodi della casa.

Non poteva mancare (ma anche sì) allora questa immagine tristissima dell’agente immobiliare, sola e sconsolata la domenica, senza amici e famiglia a dividere i pasti con anime perverse, maniacali e psicotiche. A dimostrazione del fatto, ribadisco, che la domenica risulta essere il giorno più infernale per eccellenza, sotto tutti i punti di vista.

Un giorno voglio proprio spaccarmi il polso, carpo e metacarpo (se riesco pure l’ulna e il radio; che già una volta ho rotto entrambi e in più parti) e provare l’infallibile metodo Cracco (a seguire video esplicativo su Sky) ma nel frattempo voglio piegarla a mezza luna come facevano mia nonna, mamma, zia e se ce l’avessi pure mia sorella. Perché francamente diciamocelo: chi è che non la spiattella così in padella e poi sul piatto? Fa parte ormai del background visivo di ognuno di noi (o almeno me ne sono convinta a tal punto che sarei pronta non solo a giurarci ma a cedere tutta la mia collezione di nani da giardino!). Chi si rifiuta di metterci la panna e chi fa parte della fazione del latte. Chi ci deve per forza mettere il parmigiano grattugiato “perché è la morte sua”  e va bene lo stesso ma allora non chiamiamola omelette per dare uno schiaffo ai nostri cugini francesi e chi insomma si fossilizza in dettami e assiomi uovosi.
Ma dove sta la verità? (ecchenesoio?)

Le Altre Ricette di American Horror Story

Il compleanno di Agatha Christie sorseggiando tè nero e spiluccando sandwich al cetriolo


I geni non mentono. Ho passato l’adolescenza guardando di sottecchi mamma mangiare cetrioli e barbabietole. Sì, sempre Nanda l’amante dell’unto e bisunto fritto fa anche largo consumo di verdure (ennesimo colpo di scena); meglio se fritte in pastella tre volte ma tant’è.

Non mi avevano mai convinto del tutto. Delle barbabietole subivo il fascino del sangue che rilasciano (e che mi è servito per girare un horror a basso costo con i miei amici, leggi: quattro risate in un week end) mentre al cetriolo dedicavo un odio smisurato. Poi la passione improvvisa proprio come è accaduto con lo zenzero, mio acerrimo nemico fino a qualche anno fa e allo stesso modo con l’avocado. Se penso che ho sprecato così tanto tempo a odiarlo quando avrei potuto tranquillamente mangiarne tonnellate e tonnellate in più, mi detesto con ferocia. L’amore per la barbabietola (in connubio con il cumino) corrisponde allo stesso spazio temporale in cui ho cominciato a dedicare le prime attenzioni a questa cucurbitacea che in quanto tale non digerisco manco con gli scongiuri del caso e riti voodoo.

Originario dell’India e per questo motivo di larghissimo uso in Inghilterra per ovvie ragioni sin dai secoli scorsi, è in assoluto uno degli ortaggi, a oggi, che mi piace di più a patto che ci siano otto litri di limone spremuto sopra, tanto sale e pepe nero. La mia amata Alessandra mi aveva consigliato di togliere la buccia al fine di digerirlo, ma nonostante la situazione sicuramente migliori, proprio non riesco a mangiare un cetriolo in santa pace. La pena è avere crampi per una buona mezzoretta se va bene. Ma non rinuncio!

Dissertazioni personali cetriolesche a parte, qui oggi si festeggia il compleanno di Agatha Christie. Oh! Se ti fa piacere puoi anche trovare (sì, sta partendo la pubblicità occulta) sul mio Libro una Ricetta dedicata a Poirot. Trattasi di una delizia mortale chiaramente al cioccolato, che è tipo un brownies buono da impazzire. Dopo averle dedicato già dalla settimana scorsa la Steak Pie (che trovi qui), tantissime praline al cioccolato (che trovi qui ) e i biscottini al cocco e il tè matcha perfetti per le cinque e l’appuntamento tra tazzine e tovaglioli (che trovi qui) , non si poteva non fare un elogio al semplicissimo seppur gustoso Sandwich al Cetriolo per il tè. Famigerato e presente nelle tavole imbandite di dolcezze salate e non, è in assoluto uno degli immancabili protagonisti delle cinque. La preparazione richiede un tempo misero ma se i prodotti (come in tutto, del resto) sono eccelsi e quindi la scelta del burro ricadrà su qualcosa di pregiato, si addenterà una squisitezza perfetta per accompagnare un buon tè nero. Mi sarebbe piaciuto fare molte più ricette dedicate ad Agatha Christie e soprattutto estrapolate dalle sue opere. Avevo in mente una videoricetta speciale che riprendesse le atmosfere di Dieci Piccoli Indiani. In ufficio parlo e faccio altro ma nel frattempo penso al piccolo cortometraggio in stop motion che non ho mai finito per Halloween, a tutte le storie mai raccontate e mai finite, a tutti i misteri che mi vengono a trovare, a.a.a.a.a.a.a.a.

L’augurio per Agatha che continua a ispirare e al tempo. Che anche se corre velocissimamente e fa credere che i sogni sfuggano di mano, è sempre pronto a ricordarti che nonostante tutto non è mai veramente tardi. Per se stessi, i sogni e perché no: per un ottimo tè e un sandwich al cetriolo.

(nessuno rida ma per la versione vegana un po’ di crema di tofu non è brutta, tzè)

(oh è chiaro che se qualcuno è a conoscenza di qualche segreto mistico del tipo “fai una giravolta e toccati due volte i capelli prima di mangiare un cetriolo così lo digerisci ” è ben accetto. Qualsiasi cosa, insomma)

Anguria Sesamo e Mandorle


Anni fa ho pubblicato l’insalata di Cleopatra, ovvero l’insalata di anguria con cipolla rossa che se vuoi  puoi trovare qui, e poi l’abbinamento Anguria-Gamberoni proposta da Ramsay (che se vuoi puoi trovare qui). Insomma abbiamo pure il Riassunto delle Anguriate precedenti a dirla tutta, tra granita-smoothie-frullati e altre insalate che se vuoi puoi trovare qui (non è completamente aggiornata la lista ma tant’è). Il fatto è che mi sono resa conto di non aver mai pubblicato l’insalata di anguria che preferisco e che ho mangiato per tutta questa estate (non è un caso se mi trovo con un pancione gonfio manco fossi un camionista nella route 66 completamente strafatto di birra scadente in cerca di un autogrill disperso dopo il Prada Marfa).

(mi sa che il Prada Marfa non è nella Route 66. Se ne accorgerà qualcuno?)

Allora visto che qui è anche un contenitore di ricordi e non potevo non avere una fermatempo su Anguria e Sesamo, mi sono detta: edddaje con tre d. La variante che preferisco a dirla tutta è con il sesamo nero. Perché mica è vero che hanno lo stesso sapore e se lo credete sono pronta a smentirvi. Il sesamo tostato in padella (o al forno) e già salato sarà un perfetto condimento per la vostra anguria freschissima. Le mandorle (anche tostate, sì) doneranno quella nota ancor più croccante. Confesso che non le metto spesso perché preferisco proprio solo anguria e sesamo, ma non è che mi dispiacciano.

Si storce un po’ meno il naso davanti alle preparazioni salate con l’anguria; sarà perché anche su Youtube è ormai una moda dilagante vederla in tutte le salse, soprattutto con la feta (ah, vero! L’avevo proposta per i Mondiali. Se vuoi dare un’occhiata clicca qui). Mi ero messa in testa un po’ di giorni fa di dover assolutamente fare il sushi dolce con l’anguria. L’impatto visivo sarebbe a dir poco eccelso, essendo la tonalità di rosso più sbiadita tra le mie preferite. L’idea era proprio quella di un sushi dolce ( che se vuoi trovare è tra le mie prime ricette sul web) con l’inserimento della feta o tofu e basilico giustappunto; essendo tra gli abbinamenti più in voga soprattutto nell’America del Sud (saranno felici i miei amati greci di vedere il loro yogurt e feta ormai ovunque, perché se prima c’è stata la moda del Sushi adesso è sempresolotuttofetaeyogurtgreco).

(non trovo il link del Sushi dolce. Maperchéèèèèèèèèèèèèèèèèèè?)

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In questo vortice angurioso mi sono detta una volta che avrei dovuto provare a cuocerla, oltre a fare il solito gazpacho (ah vero, ma non ho mai pubblicato la foto del Gazpacho tradizionale con l’aggiunta di anguria. Devo prendermi a schiaffi appena possibile; lo segno in agenda). La genialata non era appoggiata da nessuno in casa. Io entusiasta e impavida mi sono detta che avrei ricreato un’altra insalata simile a quella di Ramsay dove arrostiva la pesca noce (ma ve l’ho detto che la pesca noce messa sulla piastra e condita con il wasabi è qualcosa di sublime?) e.

E l’anguria cotta è una schifezza inenarrabile. Cioè per dire che. Non provate ad arrostire l’anguria, ecco. Gli esperimenti sono ancora in corso anche perché qui la linea non si sposta da temperature tropicali.

E che tanta anguria sia con noi.

Perché c’è il mio facciotto al Ristorante Giapponese (indosso un vestito leopardato  blu, sì)? Perché sono finita qui su Sale & Pepe e volevo nuovamente ringraziare pubblicamente la Redazione. Una grande lusinga per me.