Vermicelli di Riso con salsa di Soia, Tofu e Wakame


Porta a ebollizione l’acqua. Versa i vermicelli e cuoci per il tempo indicato sulla confezione, generalmente dai sei agli otto minuti (alcuni meno). Questo se hai fretta, perché altrimenti potrebbero cuocere direttamente nel dashi (la ricetta la trovi qui insieme a tante altre). Se non hai tempo o voglia di preparare il dashi puoi fare anche un ricco brodino vegetale e cuocere dentro anche pezzetti di tofu, che si insaporiranno, con alga wakame. O nori, perché no.

Comunque vada sarà un piatto gustosissimo. Se più o meno brodoso lo decidi tu. Perché potresti pure scolarli per bene lasciando giusto un pochino di brodo. Servi con salsa di soia, quanto basta per appagare il tuo palato e se ti piace una grattugiatina fresca di zenzero sopra.

In questi giorni ho un po’ trascurato Miii che Fame e non ho ticchettato la terza puntata della Rubrica “Mangia s(tr)ano” ma da davvero pochissime ore posso accennare a compiere giusto qualche timido passetto. Non ho visto Koi per quattro giorni, perché d’accordo che ho ceduto ed entra nello studio e nel living attiguo alla cucina, ma alla zona notte non sono ancora arrivata e dubito fortemente che accadrà. Quando mi ha rivisto credevo si fosse, nel frattempo, trasformata in un canguro australiano perché le orecchie volanti hanno quasi sfiorato i led del controsoffitto. Una danza sinuosa atta a muovere tutto il posteriore, che manco i movimenti della danza del ventre potrebbero mai competere, eseguita con scrupolosa cura e incredibile professionalità. Credo di aver pianto diciotto minuti ininterrotti mugugnando frasi del tipo quantomiseimancatafigliamiaadorata. Perché la tragedia, a parte punture-medicine-dolori-tristezza nel dovermi fermare quando non potevo assolutamente, è stata francamente solo una: quella di non poterla vedere. E’ entrata, per nostra incuria, solo una volta nella zona notte Koi. E’ riuscita a fare in meno di quindici secondi uno sterminio perché in preda alla felicità di scoprire un nuovo luogo magico si è riuscita a ficcare in bocca di tutto: dalla macchinetta del caffè (chi è che non ce l’ha nella cabina armadio del resto?) a tutte le mie pantofole, alla console, ai comodini e pure credo un divano. Conoscendo la sua incontenibile iperattività nel dimostrare amore si temeva che potesse spaccarmi la colonna vertebrale, insomma.

Da un po’ di tempo sono una fan accanita dei vermicelli di riso. Fosse per me li spalmerei in faccia. Anzi a ben pensarci essendo benefici per il corpo devo provare se riescono a sconfiggere le occhiaie croniche. Forse avrei dovuto fare impacchi di vermicelli di riso nella zona sotto lombare, altro che Muscoril! Scaldano l’anima e il cuore, e con il tofu e la salsa di soia in questa preparazione semplicissima dalle mille varianti diventano un must assoluto di tutte le stagioni. Quelli di soia sono buoni, per carità, ma per me il riso ha quel quid vincente su tutto. Anche lessi e semplicemente serviti con scorza di limone mi piacciono. Mi piace arrolarli, appallottolarli e spiaccicarmeli con incuria in faccia. Sono divertenti. Saziano.  E fanno pure molto bene quindi?

Una tonnellata per questo week end dovrebbe bastarmi, grazie. Al massimo due.

Curiosità

  • La ciotolina e la preziosissima bottiglia con pregiato sake provengono dal Giappone

  • Le bacchette le ho acquistate da Tiger

  • Il “vaso” dei fiori è una bottiglia di salsa

I Peperoni sulla sabbia. Ah no. I Peperoni sabbiati, ecco.


per 4 persone circa:

4 peperoni

1 spicchio d’aglio

pangrattato q.b.

rosmarino per profumare

olio extra vergine d’oliva

Lava per bene i peperoni e tagliali a strisce larghe. In una padella fai rosolare in abbondante olio extra vergine d’oliva una testa di aglio intera che poi toglierai. Fai cuocere i peperoni e aggiusta di sale. Quando saranno cotti lasciali asciugare su carta assorbente e profumali di rosmarino se ti piace. Passali nel pangrattato  e servili ben caldi.

 

 

Quanto può essere felice una persona che segue un’alimentazione vegana da qualche anno e vegetariana da più di un decennio di ritrovarsi intollerante alla quasi totalità di verdure e ortaggi? Ne vogliamo parlare? No. Diciamo che ultimamente la fortuna è proprio dalla mia parte. Sì d’accordo se mangi sempre le stesse cose poi blablabla ma. Qui la situazione sta degenerando a dismisura e due fette di zucchina grigliata mi fanno gonfiare come una zampogna e mi mandano in catalessi per ore. Non si può neanche sospettare la celiachia considerando che faccio praticamente una dieta gluten free da anni e che, tolto il seitan, di glutine qui neanche l’ombra. Mi ritrovo con una voglia smodata di melanzane arrostite (sì pure quelle mi hanno fatto passare una notte manco avessi mangiato una teglia di parmigiana. Semplicemente arrostite, intendo) e peperoni. Cielo, quanto mi mancano i peperoni. Faccio parte dalla nascita di quella sfortunatissima razza che non li digerisce. Non di sera ma a tutte le ore del giorno. Un’agonia, considerando che li ho sempre perdutamente amati. Fosse per me mangerei peperoni arrostiti a qualsiasi ora con tanto limone e scorza, altrimenti crudi nell’insalata. Perché sinceramente quanto sono buoni i peperoni crudi nell’insalata?

Mamma e il Nippo devono chiaramente condurre una vita normale e quindi sotto il mio sguardo demotivato, triste e affranto che brama zucchinemelanzanepeperonigrigliati mentre mangio una delle poche cose che ormai non mi fa star male (tofu-seitan qualche volta-avocado-frutta in genere-semi che sembro un coniglio-carote ma bollite perché crude muoio), mangiano a più non posso verdure. Il Nippo arrostite, lesse e al vapore. Nanda manco a dirlo fritte, se con doppia panatura ancora meglio. Ed è parlando della voglia smodata che avevo di peperoni che Nanda si mette ai fornelli urlando “Che voglia di peperoni sabbiati!” Si potrebbe dedurre che sia una madre degenere che sotto lo sguardo voglioso peperonesco della figlia si accinge a friggere a più non posso. Si deduce bene.
Senza pietà infatti i due hanno fatto fuori due peperoni cadauno alla faccia mia. Il Nippotorinese è stato felice di sapere che trattasi di versione light perché pare che la ricetta originale preveda l’uso dell’aglio e della frittura anticipata del peperone (no vabbè ma io con una fettina di peperone fritto, già solo a pensarci, rischio il soffocamento). Alla mamma questi peperoni li ha consigliati una sua amica: Cettina, grande cuoca (che io tra l’altro ricordo venti estati, e più, fa per un ottimo pesto guardo caso al peperone. Di una bontà eccelsa).

Sogno una dieta fatta di peperoni. Che uno proprio mi prescriva peperoni al vapore come colazione, pezzetti di peperoni crudi da sgranocchiare a metà mattinata. Shirataki al pesto di peperoni per pranzo e poi un bel panino fatto di peperoni con peperoni dentro e contorno di peperoni per la merenda. A cena? Vellutata di peperoni con peperoni e tante gallette di riso mischiate a pezzetti di peperoni.

E pure questi peperoni sabbiati perché proprio male non sembrano. Anzi *disse masticando i pixel del monitor*.

Carotine bollite con salsa di senape e miele sotto una pioggia di sesamo


Con meno di quaranta calorie per 100 grammi e tanti microgrammi preziosi di polifenoli, che dovrebbero aiutare anche le prestazioni del nostro cervello (me esclusa), le carotine bollite seppur surgelate rimangono uno dei miei pasti preferiti. Dico pasti perché ne mangio circa quattro chili. Qui in casa se ne fa un larghissimo consumo seppur principalmente crude (inconsciamente sono votata al raw). Il Nippotorinese ama le carote crude tagliate a listarelle con formaggio cremoso, dal più commerciale al più ricercato, mentre a me fanno impazzire con la senape meglio se Maille.

La versione cotta e mignon come questa che mostro oggi era la preferita di Agata. Ricordo che ormai sette anni fa riuscì (non so come) a trascinarmi in un villaggio turistico; avventura per altro documentata su Flickr visto che avevo un nano da giardino nel portabagagli e tanta voglia di ticchettare i miei tormenti al ritmo di danze vergognose latinoamericane. Dovrebbero esserci pure dei video di Ferragosto con gente in abito da sera a bordo piscina. Il mio animo trash in quell’occasione decollò verso l’infinito vista la gioia di poter abusare visivamente di cotanta zarraggine (c’è un po’ di piemontese ormai in me).

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Cotoletta di Seitan con patate lesse ed Edamame (e tanto Wasabiiiiiiiiiiiiii)




Avevo delirato circa la cotoletta di seitan dopo la visione dell’ultima (ma proprio ultima ultima nel senso che è l’ultima. Ultima l’ho detto?) stagione di The Killing qui componendo (gerundio a caso)  un panino vegetariano gustosissimo che aveva fatto tribolare il Nippotorinese (tribolare non c’entra nulla ma è un termine che mi piace molto e che purtroppo non posso adoperare mai. Oggi mi andava di farlo e quindi l’ho infilato a caso in questa frase. La tecnica della dissimulazione e del rincretinimento, per chi ha il coraggio di leggermi, è un’arte. Oltre che un atto di masochismo, intendo).

In realtà lo ha fatto entusiasmare. Avrebbe tribolato se l’avessi mangiata io sotto i suoi occhi senza dargliene un pezzetto. Ipotesi neanche troppo lontana dalla realtà e dal mio volere ma ultimamente ho solo voglia di frutta e nei momenti di perdizione assoluta di sushi vegano. Niente altro.

Insomma per dire che la cotoletta di seitan in crosta di crusca è ormai una certezza. In più si può pure preparare in situazioni di pericolo quali non avere una cucina funzionante. Lo dico con cognizione di causa, chiaramente. Non richiede chissà quali preparazioni e pure al microonde, semmai le padelle fossero negli scatoloni, risulta essere meno suola di scarpa rigida di quanto si pensi. Che è già una grande vittoria, no? Il seitan prima di essere bello arrotolato e panato sulla spiaggia di Crusca, come fosse a Bora Bora, nonostante sia già umido di suo può essere bagnato con l’uovo per i vegetariani o con succo di limone/olio extra vergine di oliva per i vegani.

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Centrifuga di sedano e cetriolo? Significa solo una cosa: ti ami. Il resto conta poco.



Il sedano pare essere la panacea per tutti i mali e per tutte le disparate situazioni. Basta fare un giro per il web o tra le pagine salutistiche di libri/riviste/enciclopedie che sprizzano verdure da tutti i font, per comprendere sin da subito che si tratta di un amico fidato. Di quelli che devi incontrare lungo il corso della vita più e più volte. E’ un inno al sedano quest’oggi. Adoperato non solo in cucina ma anche e soprattutto in erboristeria (e in cosmesi), è un ortaggio che stupisce visto il suo stakanovismo; difatti svolge il suo lavoro in maniera maniacale ed eccelsa. Cura addirittura le ferite pur riuscendo a essere un eccitante dei sensi e quindi afrodisiaco (ora io sulla storia dell’afrodisiaco vorrei dissentire su tutti i fronti e capire esattamente cosa significhi questo termine abusato e ridicolo. Ma la prossima volta, va).

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Meno 50 giorni a Natale: Un’insalata di Radicchio, Tofu e Avocado con Crackers sbriciolati


Cinquanta giorni capisci? Ne mancano tanti al Natale. Ho già il planning pronto e pure il Calendario dell’avvento. Ho già il cavalletto montato per le Rubriche video e  i glitterini. Ieri Alessandro e Seby mi hanno pure trovato le mollette per fare il presepe (sì farò il presepe con le mollette) e moltissime proposte che mi gira anche un po’ la testa, tante sono.

Sono così felice che l’idea della collana di arance sia finita su CasaFacile di Novembre (hai visto?) a dimostrazione del fatto che.

Il passato torna e quello che hai fatto i frutti li dà. E se non li dà è inutile perder tempo a crogiolarsi nei perché. Sono ovvi e semplici. Una cosa stupida come la collana di arance può diventare nel tempo una porta di accesso a meraviglie. Una mancanza, un’assenza e una dimenticanza o la poca voglia di fare può essere il passaporto per l’inferno.

Fortuna che in mano ho chiavi solo per un Natale dove la parola (chiave *tuttotorna) è solo una: Sorrisi. Progetti Nuovi e non dimenticarsi di quello che si può fare.

Per tempo.

Mai dopo.

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Lombroso, è per te


Premesso che amo il cavolfiore e che maimaimaimaimaimai sono riuscita a mangiarlo senza stare male e contorcermi dal dolore come se fossi posseduta da Satana che “Linda Blair levate”, continuo a mangiarlo. Con lo stesso entusiasmo  e ilarità ogni santa volta. Adesso che ho saputo poi possa essere ingurgitato anche crudo (Ombrella sta cercando in tutti i modi di convertirmi psicologicamente al Raw in modo che ci rinchiudano insieme. Tante matite, foglietti, grazie e arrivederci), è la fine. Morirò gridando “Ombrominooooooooooooooo”. E per questo sono sicura che sarà una dolce dipartita.

Il cavolfiore Bianco di Estella *sospiro*, ah quanti ricordi. Mi perdonerà la mia adorabile amica se quest’oggi dopo averlo fatto con vino bianco e olive (e nella versione “affucata” catanese) siamo qui riuniti per dare al cavolfiore il suo vero volto. O meglio, l’altro volto.

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Cavolfiore con vino bianco e olive nere


E’ già tanto che riesca a fare piatti del genere in questi giorni; e lo affermo volendo sostenere con certezza la fortuna di avere accanto un santo che sopporta quello che francamente sostenibile non è.

Bella frase senza soggettocomplementopredicatoverbosintassiconsecutiotemporum.

Vago nel vuoto. Nell’incertezza. E soprattutto la confusione regna sovrana. Talmente tanto che organizzo pure quella. Incastro in pratica tutta la confusione che ho nei tasselli dell’iCal che ho sincronizzato in tutti i dispositivi tecnologici a mia disposizione.

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