Miyazaki, Burton e Lynch e il rumore dei loro mondi


Sull’iperuranio ho tediato l’universo attraverso fermatempo del work in progress (qui, quo e pure qua) in un maniacale total white che aveva stupito pure la Simpaticissima Santa Ikea che per qualche oscura ragione mi segue su Twitter. Un colpo di egocentrismo e autoreferenzialismo mica da ridere. Tutto rigorosamente Maghetta Streghetta Style; esagerando quel cicinin ( si può dire cicinin? E soprattutto c’è una tabella di conversione esatta sul cicinin o devo provvedere come sempre io alle cose serie?).

L’iperuranio è attaccato all’ufficio di papà; esattamente un anno fa a luglio, mentre piangevo e deliravo per il libro (non mi piaceva il fumetto nero. Non mi stava bene la tonalità di rosso. Insomma la solita bambina viziata insopportabile mai contenta) e a papà era stato detto che la Radioterapia aveva fatto regredire il mostro (potere della scienza!), in preda agli entusiasmi più sfrenati abbiamo deciso di fare un vero e proprio laboratorio dove rifugiarmi quando non volevo stare in casa (leggi: “amore devi uscire perché stai troppo in casa”). Fa un po’ ridere la cosa visto che l’iperuranio è proprio sotto casa e proprio sopra l’Azienda ma oggettivamente: non è in casa. Papà voleva che avessi anche io un ufficio e io volevo e voglio sempre quello che desiderava papà. Doveva essere semplicemente una stanzetta dove disegnare e fotografare. Un bunker da artista fallita in cerca di ispirazione (che poi mai cercata. Vengo purtroppo colpita a ondate random ogni tre secondi). Si è aggiunta solo una cucina di sei metri, una dispensa chilometrica e solo il cielo sa cosa. Ah sì. Pure un angolo nero per il Nippotorinese che deve sempre rovinarmi tutto. Ricordo Luglio scorso come fossero le lancette di oggi a girare. Gli occhiali gialli di papà. Ale che monta decine di cassetti Expedit; che adesso si chiama Kallax perché è stato rinforzato e pare sia stato il mobile più venduto del 2013 (ci credo. Solo io ne ho presi 2334 pezzi). Seby che arriva con duecento brioche strapiene di gelato dagli orridi gusti: ferrero rocher e nutella. Santa Signora Pina che dipinge un mobiletto di nero. Mamma che guarda papà felice mentre caparbio monta la cucina. Come se non stesse tornando dalla Radioterapia. Come se non avesse una condanna a morte infilzata nel cuore come una spada di Damocle. Come se non avesse quei simpatici pallini disegnati sulla pancia dove le radiazioni lo colpivano. E io credevo che unendo i puntini si formasse la scritta:

guarigione.

E io stavo lì a sperare che ci fosse almeno un altro Luglio. Almeno il tempo per accompagnarmi all’altare. Avere un bambino. Crescerselo. Invecchiare. Cosa sto dicendo?

Luglio. Mai arrivato. Ti odio come Maggio. Come Giugno e come tutti i mesi che verranno senza il mio papà.

Il muro, poi, l’ho abbattuto io. Quello che divideva l’ufficio di Papà e l’iperuranio. A quattro giorni dalla sua morte. Ho preso il martello. Ho detto al Nippotorinese di filmarmi e con tacco 12 e vestitino elegante, come piacevo a papà, con tanto coraggio ho dato fortissimi colpi al muro. Fino a farlo cadere. Con i Pink Floyd nelle orecchie suonati da mio zio Gabriele. L’ho fatto dalla parte di papà. Per poi vedere la cucina dell’iperuranio. Passando dal buio alla luce del bianco. Pensando che la mia mano fosse la sua.

Adesso è tutto un grande mondo senza barriere. La poltrona di papà è lì con le ruote immobili e non gira più. La mia foto in bianco e nero sopra la sua testa diventa eredità di quello che ha sempre voluto lui al contrario di me. C’è la sua foto con la cravatta orrenda e un mazzo di fiori. Una vetrinetta dove ho chiuso il suo telefono satellitare. La croce della bara. Io odio dire bara. Il suo primo passaporto. Le chiavi del suo gommone. Gli oggetti che adoperava. Come un mausoleo. Come un museo di ricordi. Dove nessuno può accedere se non io. Mi siedo lì. Guardo le trenta telecamere del primo perimetro. Vedo omini girare. Apro i suoi cassetti con timore perché non sono cose mie. Mi accascio al suolo. Piango. Mi stringo. Poi sento la sua voce perché porto sempre con me dei video su Dropbox. E ci sono io al mare con lui. C’è lui che dice “Nanda ti amo” per il video dei sessanta anni. C’è lui che balla durante un trenino di Capodanno. C’è lui alle Maldive con gli squali. Il suo zainetto appeso con dentro il cappello per la barca. La sua piccola barca a vela di legno e il suo carretto siciliano. Le pastiglie Leone alla cannella che amava tantissimo e il Cioccolato Fondente che sgranocchiava.

C’è lui. Sempre lui. In ogni cosa, momento, stanza, luogo.

Sono lui.

Koi l’altro giorno è entrata. Nonostante abbia poco più di due mesi e sia in grado di mangiare anche i copertoni del furgone mentre corre come un furetto impazzito dopato con anfetamine, improvvisamente: seduta. In religioso silenzioso e con movenze delicate, al limite del felino, si è aggirata nell’ufficio di papà lasciandomi esterrefatta. Un momento mistico che ho interrotto lasciando spazio alla follia umana che qualche volta coglie noi stupidi terrestri (e se fosse quella la lucidità?): “Koi questo mio Papà. Turi”.

E lei, come se avesse capito, si è avvicinata e si è accasciata vicino ai miei piedini allungando le zampette come per accarezzarmi. “Ti sarebbe piaciuto il mio papà. E tu saresti piaciuta a lui. Corri e ami l’acqua”.

Bau.

E Koi non dice mai Bau. Non perché sia estranea alla comunità canina ma non dice mai Bau. Emette suoni tipo pianto isterico ma un Bau così deciso da cane grande: mai.

Koi va via aspettandomi fuori dalla porta. Lasciando una speranza a questa razionalità di non credere a nulla che mi porta a maledirmi ogni ora del giorno. Mi resta quel Bau. Quella zampetta. Quel rispetto.

E andando via mentre mi voltavo e guardavo la poltrona è stato come vederti, papà.

Lo studio in casa si trova nella mia ex camera da letto. Papà, non contento dell’ufficio con cucina, dispensa e studio e della dependance (con un’altra cucina. Siamo a quota tre, sì), mi aveva detto che bisognava avere uno studio quando si voleva stare in casa. Ne abbiamo parlato così tanto. Abbiamo cercato innumerevoli volte di autoconvincerci che tutte le scemenze che facevamo avessero un senso. Prendendo in giro il Nippotorinese che farfugliava “ma basta una stanza, non cento!”. Deridendolo quando diceva che “si ha bisogno solo di un ipod  - di un ipad – di uno strumento e non di mille!” perché abbiamo sempre creduto che fosse più comodo comprare dieci ipod e metterne: uno nella macchina, uno nell’ufficio, uno nello studio a casa, uno nella moto, uno nel camper. Così non devi mai ricordarti dov’è. Lo trovi e basta.

E adesso tutta questa divertente follia manca. Anche al nordico che prende stampanti pure da mettere nel parcheggio che non si sa mai uno voglia stampare mentre parcheggia. Manca tutto. Si è perso tutto. Manchi tu. E non basta che ci sia io.

Non basta che tutti mi dicano che sono io.

Che sono Turi. Che dico le stesse cose. Che faccio le stesse cose. Che mi muovo nello stesso modo. Che guardo, rido, e dico. Allo stesso modo. Manca tutto in questa eterna danza sfrenata di dolore lacerante che non abbandona mai. Il volume è sempre più alto. Il ritmo è sempre più serrato. Ho scelto di rinchiudermi nel mio nuovo Studio. Disegnando Miyazaki, Burton e Lynch. Perché di mondi ho bisogno e i miei sono dispersi su un asteroide che ritroverò quando qui ci sarà Ombrella con i suoi alieni. Con il suo cuore. Con i suoi semini di anguria.

“Mi piace quella ragazza bella vestita di nero che disegna sempre”.

Gli ricordava me. La sua piccola e tonda bambina vestita di nero che ha paura di uscire di casa ma vuole inventare e scoprire mondi. E manca pure a me. Perché ho sempre creduto che non mi fossi mai trovata. E invece.

Mi sono persa solo adesso.

Ho incorniciato mostri e speranze disegnando come non facevo da tempo. Da quella sera da soli quando con l’acquarello dipingevo sirene. E tu mi sorridevi e dicevi: bello. C’era il documentario sui pesci. Ma lo sai papà che ci sono i pesci palloncino?

Palloncino.

Ci sono mostri come Bob. Il nano dietro le mie spalle per stare sempre in guardia. Yubaba appena apri la porta. Jack sotto Sweeney. C’è anche Toxic Boy e la ragazza con tanti occhi. Victoria, Kim ed Edward impaurito. C’è pure Laura Palmer con il suo sorriso ebete vestita da Principessa del ballo che nasconde falsità. C’è la neve e la Sposa. I Kodama che mi fissano e le lucciole con la loro Tomba. Quella bimba affamata che so sfamerai tu e la tua generosità. Ti ho messo in alto a controllare tutto. Con un vaso dove mai mancherà un fiore bianco. C’è tanta acqua in questo bianco di nuvola. C’è tanto nero nel mio  cuore.

Che diventa rosso solo appena mi volto e vedo te. Che mi sorridi.

Io quasi quasi papà ne faccio un altro di studio. Per quando non voglio stare a casa. Per quando non voglio non stare a casa.

Lo faccio nel mio cuore. Ci costruisco un’altra cucina perché non bastano e.

Ricomincio. E lo faccio perché se ricomincio io.

Ricominci tu.  Senza finire mai.

Ieri – Via Instagram: 10 settimane senza te – I lost kilograms. I lost you. But I don’t lose myself and it is only thanks to you, Dad. Ho perso chili. Ho perso te. Ma non perdo me ed è solo merito tuo, papà.

Koi


Non sono stata molto fortunata con gli animali.

Nonna aveva le galline, i conigli e un’anguilla nel pozzo capace di mantenere l’acqua pulita; che poi non capivo bene come potesse mai fare. Mi assillava l’immagine di questa anguilla che essendo ligia al dovere non poteva sporcare con i propri escrementi l’elemento principale della sua occupazione. Quindi soffriva contorcendosi alla ricerca di un bagno nel pozzo. Lo chiedevo pure “Ma allora dove la fa? Ha uno spazio apposito? Una stanza segreta? La trattiene fino a scoppiare?”. Nessuna risposta. Era sempre difficile rispondermi nonostante fornissi degli spunti interessanti. Nonna ogni tot di tempo comprava i pulcini. Erano tantissimi e in mano ne potevano stare almeno due. La mia, intendo, che di per sé era già piccolina allora contando che avevo quattro-cinque anni. Un plaid vecchio e un faretto con una lampadina da cinquanta watt a luce caldissima, che allora manco si sapeva cosa fosse la fredda, per riscaldarli. E tutti dentro un cartone semi rotto. Stavo lì fissandoli. Un po’ impaurita perché ho sempre temuto i pennuti, come le galline stesse. Penne e due zampette non hanno mai fatto al caso mio. Tolto il fatto che volessi disperatamente un pappagallo. Per questo i batuffoli di conigli, esattamente l’opposto della consistenza e della morfologia volatile, mi attraevano come banchi di zucchero filato. Nonna prendeva anche i coniglietti piccoli. Da sempre se ne occupava non per diletto o amore, ma proprio per “sopravvivenza”; del resto la mentalità di una donna nata quando ancora non erano neanche gli anni venti era perfettamente in linea con il suo operato. C’erano i miei cugini. Giocavamo (loro. Io guardavo) con i pulcini. Giocavamo (loro. Io guardavo) con i conigli.Ci sporgevamo (loro. Io stavo sempre in disparte e in misura di sicurezza) dal pozzo per vedere l’anguilla pulitrice. Essendo io la più piccolina, perché si tratta della Nonna di papà altrimenti sarebbe stato l’esatto contrario, venivo per certi versi tutelata dalla “fine” di queste creature. Sagacemente avevo capito che non dovevo fare troppe domande. L’anguilla mi aveva aiutato non poco. Immaginavo (mi illudevo) quindi che qualche pulcino fosse stato un regalo. Qualche coniglio adulto fosse scappato e roba così. Che rimanesse solo l’anguilla costipata pronta all’implosione o esplosione, insomma. Tanto mica l’avevo mai vista (né mai sarebbe accaduto).

Al contrario dei miei cugini mi era chiarissimo però che il brodo di gallina o la coscia del pollo fossero la stessa identica cosa che avevo visto durante le varie fasi dell’evoluzione pulcino-polletto-pollo. Facevo (e faccio, lo confesso) un po’ di confusione chiedendomi come un pulcino potesse diventare gallina e perché non si dovesse chiamare allora pulcina e fare una distinzione sessuale ma per il resto era davvero tutto lampante, lucido e ovvio. Per questo motivo ho sempre fatto un po’ di storie per mangiare il pollo. Il petto del pollo è stato da sempre un binomio di parole capace di gettarmi nello sconforto neuronale non per ore ma proprio per giorni. Ma su questo ho già ammorbato l’universo. Insomma.

Una volta arrivò un coniglietto bianco, soffice e teneramente aggressivo. Ma non con me. Occhi rossi. Neve. Me ne innamorai perdutamente. Era il mio coniglio e il pomeriggio subito dopo il collegio, quando mi riaccompagnavano con il pullman da nonna, mi fiondavo con cartella e tutto per vedere cosa facesse. Non c’era molto contatto; perché da brava “wannabe igienista” e degna figlia di mia mamma stavo un po’ attenta a tutto; pulizia in primis. Peli a seguire. Un’infanzia diciamo dove “buttarsi per terra e rotolarsi nel fango” è stata pura utopia; e neanche tanto perché a prescindere ho sempre amato rispettare le regole di mamma, per quanto bizzarre apparentemente adesso con un minimo di raziocinio in più possano sembrarmi (sì ho adoperato il termine raziocinio in riferimento a me senza bere un goccio di alcool. E’ pazzesco).

Neve diventò un bel piatto in agrodolce. La vidi appesa a testa in giù nel capannone dove nonno teneva gli attrezzi. Era vietato entrare lì ma quel pomeriggio la andai a cercare proprio lì. Perché in fondo sapevo cosa accadesse esattamente. Dopo Neve, passato un po’ di tempo, implorai letteralmente mamma. Un cane. Giammai fu la risposta e ripiegai su un canarino dal nome poco fantasioso: Titti. Ero davvero piccolissima. Avrò avuto sei-sette anni. Titti dopo pochissimo tempo finì stecchita a zampe all’aria dentro alla gabbietta tonda dorata con il foglio de La Sicilia. Secca proprio. Dritta come fosse imbalsamata. Dopo un coniglio ucciso e fatto in agrodolce e un canarino che tenevo da Nonna morto stecchito, cominciai a dubitare un po’ di tutti guardandomi intorno circospetta. Credevo insomma di essere finita in una famiglia di assassini con motosega che al confronto Faccia di Cuoio aveva un bel background. Passarono almeno cinque lunghissimi anni e mamma mi disse senza troppi giri di parole che non mi avrebbe mai più rivolto la parola, perché con l’appoggio di papà ottenni tra le mie manine: Gioffry.

Cucciolo meraviglioso di Pastore Tedesco. Lo andai a prendere con papà. Ricordo quel giorno meglio di ieri, appena trascorso. Papà era bellissimo (come sempre) e mi teneva abbracciata a sé nel suo Maserati color oro con gli interni in radica di noce, che manco in Miami Vice. Pantalone chiaro, occhiale scuro e via verso l’allevamento del suo amico. Un’eccitazione pazzesca. Eravamo sotto Natale, ricordo, e quindi nei dintorni del mio compleanno. L’amico di papà voleva darmi un cucciolotto che appariva più cicciotto e oggettivamente sano. A me piaceva quello isolato dal gruppo. Magretto e in disparte. Nettamente meno attraente ma riservato. Lo acciuffai e dissi: questo. La spiegazione fu che non volevo che stesse più solo. Interpretai quell’isolamento come mancanza di affetto degli altri nei suoi confronti. Una barbarie, insomma. Questa sensibilità infantile mi portò ad avere un cane killer in casa; rettifico Gioffry. Perdonami amico mio! Dopo aver tentato di uccidere mia cugina/amici/parenti e tutti i passanti e dopo aver fatto davvero di tutto per ridimensionare i danni, perché Gioffry all’età di un anno faceva preoccupare (e non poco) con il suo comportamento asociale e aggressivo, mi arresi all’evidenza che fosse davvero ingestibile. Nessuno poteva avvicinarsi a me. Nessuno poteva abbracciarmi o anche solo fare piccoli/micro movimenti pena pelo dritto e attacco diretto. Tra disperazione, pianti e urli (e un trasloco imminente e un periodo personale difficile per i miei genitori vista la salute dei miei nonni insommacosedifamiglia) fu affidato a un amico di mio papà. Una vita felice per il bellissimo Gioffry che comunque ha sempre un posto nel mio cuore, oltre al rimorso di non aver avuto l’età, il periodo e la possibilità per una rieducazione.

E poi lei. Hydra l’alano arlecchino intorno ai venti anni. Legata a una mia storia personale irracccccccontabile e difficile (DIFFICILISSIMA). Sta di fatto che Hydra come Titti un giorno me la ritrovo stecchita. Si trattava di una torsione intestinale all’età di un anno e pochi mesi. Che dire? Fortuna! Se trattasi di karma come minimo nella vita precedente dovevo essere l’Hannibal Lecter del regno animale per meritarmi roba talmente orrenda. Per anni (esattamente quindici? *lo dico fischiettando*) mi sono giurata che NESSUN ANIMALE avrebbe varcato la soglia di casa mia. Sia per la risaputa”fortuna” in fatto di animaletti che per la sofferenza indotta e causata dagli eventi. Il Nippotorinese da dieci anni circa bombarda quei tre neuroni che mi ritrovo nella mia inutile calotta cranica parlando di gattini, cagnolini, animaletti a caso. Sempre un no secco irremovibile è stata la risposta. Va detto (giusto l’ennesimo inciso che non importa a nessuno) che sono allergica al pelo del gatto e del cane e che le mani mi si lacerano gonfiandosi come zampogne la notte di Natale. Ma non importaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa. La (poca) umanità del Nippo e la voglia irrefrenabile di possedere un cucciolo (pure di pesce rosso, sì) mi ha tormentato a lungo. Poi succede quello che succede.

E lì le priorità cambiano. CI si lamenta meno per le stupide allergie. Si pensa a quanto sarebbe bello essere un po’ spensierati e avere un motivo per sorridere. Che ci sono delle passeggiate lì fuori. Che c’è un posto dove si corre insieme. E ti viene in mente sempre e solo l’immagine di un cucciolo. Di un piccolo Gioffry mai più aggressivo. Di una piccola Hydra mai più morta sotto una finestra rossa. Di Neve sotto i batuffoli dell’Etna a Dicembre e Titti che vola sui Crateri Silvestri mentre dal karaoke del bar souvenir vicino arriva l’ennesima canzone dei Ricchi e Poveri che tanto piace ai turisti tedeschi.

E si comincia a parlare di un Labrador. Perché un labrador? Papà portava Gioffry a correre sull’Etna. Era felicissimo (quando non sbranava i felici gitanti tedeschi e non tentava di spezzargli un arto perché doveva uccidere un passante, intendo). Hydra piuttosto che correre preferiva digiunare per anni. L’unico sport era girarsi sulla sua poltrona (non in casa eh. Mai avuto cani in casa perché quello per me, sono bigotta, rimane inammmmmmisssibile).

“Però amore il prossimo cane deve correre! Dovrebbe essere un cane che ama correre come noi due”.

Leggendo in giro scopro che il labrador è il cane da riporto per antonomasia e che nonostante sia il più ingordo e goloso ama correre. Vive per riportare e correre. In più essendo il “cane bagnino” per eccellenza, discendente dei Terranova e forse anche della lontra come leggenda popolare nel Mar Labrador vuole, vive per l’acqua. Uhm. Ci aggiungiamo che mamma in tutti questi anni ha sempre detto: “Il cane della carta igienica quanto è bello! Sarebbe un sogno”. Bingo. Sì, certo. Esistono i canili e le adozioni. Ma le prediche le accantonerei soprattutto perché fatte da persone che poi si siedono e mangiano cotolette. Esiste un rispetto e un amore diverso che ognuno manifesta a proprio modo. Il Labrador ha in sé coincidenze e storie. Che parlano di Turi e Nanda. Che sono collegate al Nippo e incredibilmente a me. Poi l’amore viscerale per un allevamento in quel di Grosseto e una simpatia travolgente per chi ama e seleziona a livello internazionale questa razza e bingo: arriva Koi. Non dopo pianti, isterismi e reticenze. Perché se dapprima sono riuscita a innescarmi un po’ di coraggio, poi arriva la paura folle di aver fatto la scelta sbagliata. L’idea di essere diventata un’igienista pazza (con questo ribadisco, giammai Koi entrerà in casa) non mi rende orgogliosa. L’idea che mamma (pur nonostante al momento viviamo in simbiosi e dormiamo insieme; da lei o da me poco importa) sia sola anche due ore di sera. L’idea di non rendere felice il Nippo.

Insomma. L’idea di star sbagliando tutto precludendomi amore.

Le carpe vivono nelle fontane e nei laghetti dei giardini. Pesce ornamentale simbolo della cultura giapponese, diventa poi simbolo iconografico del tatuaggio nipponico per eccellenza, insieme alla geisha e ai fiori di loto. Era il tatuaggio che io e papà avremmo dovuto fare insieme. Due carpe. Una io. Una lui. Avvicinandole avrebbero formato un continuo. Una carpa che va giù e una che va su. Come fosse un sessantanove, che è poi l’ultimo numero di candeline che papà ha spento sulla sua torta. Un divenire continuo. Un’onda perpetua. Un infinito eterno. Porta con sé il significato del coraggio e della perseveranza. Della grandezza dei samurai. Del lottatore. Della vittoria e della fatica per ottenerla. E’ simbolo di immortalità perché molte leggende vogliono la carpa Koi fosse lo stato embrionale del drago e che una volta risalita la cascata avrebbe attraversato la Porta del Drago trasformandosi così in Dragone: emblema dell’immortalità e della forza suprema. Una connotazione mistica che porta immortalità in un luogo dove la morte non ha intaccato né i rapporti, né l’amore, né l’infinito.

E’ per questo che ho scelto Koi. Scoprendo poi senza saperlo che il termine di Koi corrisponde a quello di Amore. Se credessi ai segni questo ne sarebbe un fulgido esempio.

Papà, ho preso un cane che corre tanto. Che ama l’acqua e andrà sul tuo gommone. Che ci strapperà qualche sorriso. E che porta in sé tutto quello che sai.

Di noi.

Arriva il 3 Luglio Koi; per un altro “gioco del destino”. Proprio il giorno del compleanno del Nippotorinese. E forse un po’ in casa la faccio entrare, dai.

(Ah. Koi è quella a sinistra. E’ la più addormentata, pigra e cicciotta)

 ( e poi diciamocelo : Voglio gridare SCOIATTTTOLOOOOOOOOO. PUNTAAAAAAAA * cit. Up)

Petali che per non morire diventano Farfalle


Sono Turi in questo momento. Un Grande Imprenditore. Un Grande Uomo. Un Grande Lavoratore. Un instancabile Sportivo. Un Lottatore. Un Vincente.

In pratica mi alzo la mattina e fingo di poter essere l’unica degna erede di un’anima ineguagliabile. Ci sono stati momenti in cui ho fortemente creduto di dover abbandonare i miei sogni, Maghetta, i miei dodicimila progetti. Di prendere in mano tutto quello che di concreto c’è. Di razionale. Di responsabilizzarmi. Di “diventare grande”. E poi è arrivato papà a ricordarmi che i petali non muoiono mai. Si trasformano in Farfalle. Diventano solo liberi. E mai più costretti. E allora mi sono detta che. Posso essere Turi. Un Grande Imprenditore. Un Grande Uomo. Un Grande Lavoratore. Un instancabile Sportivo. Un Lottatore. Un Vincente (mai alla sua altezza ma ci sono tacchi illusori). E pure (e soprattutto come avrebbe voluto): Grazia, Gra, Giulia, Iaia, Maghetta Streghetta. Alivo (piccola olivetta. Papà mi chiamava così)

Una Piccola Stakanovista di Sogni. Una Piccola Visionaria. Una Piccola Donna che può e deve/vuole essere quello che è stato ma anche quello che è.

Perché siamo la stessa cosa.

In pratica? Torno presto. E le normali attività bloggerecciiiie e social riprenderanno non al più presto possibile. Ma al più presto impossibile. Avrò modo di farlo ancora-ancora-ancora-ancora ma:

Grazie infinite per tutto quello che sto ricevendo. Non ho mai visto, sarò sincera, un girotondo di protezione così saldo e commovente. Né nella vita. Né sul web. Che eravate magici lo sapevo già ma continuo a stupirmi ogni volta rimanendo attonita. Un bacio grande.

La Frittata di seitan e cipolla cucinata dentro la Lavatrice




Sto cercando in questi giorni nel mio personale vocabolario il verbo riflessivo arrendersi e dannazione non lo trovo. C’è una sensazione surreale ed estremamemente dolorosa che mi pervade proprio guardando queste foto. Non è passato neanche tanto tempo del resto, perché al massimo sarà un mese eppure paiono appartenere a ere zoologiche fa. Questa luce. Questa tovaglietta. Questo piatto. Sembra un fotogramma ritrovato sotto le alghe dell’oceano tra le trame di un relitto. La mia casa, come fosse nave, affondata da nubi di fumi e polveri e onde di piogge e lacrime. Che siano di risate o dolore. In questi due giorni di assenza che a me hanno pesato come anni non sono riuscita in nessun modo a pensare di parlare di intimità, casa, ricordi e cibo essendo al momento esule in patria. Pur abitandoci non vivo nella mia casa. Pur essendola non lo è più. Il disequilibrio dato dalla carenza dei miei movimenti abitudinari, spazi conosciuti e oggetti incontaminati da germi, in un attimo diventati preda di un terremoto emotivo capace di devastare quel briciolo di equilibrio rimastomi e precedentemente annientato dal dolore di papà. E’ come se tutto fosse successo insieme.

Una volta una mia amica mi ha detto che quando il Diavolo entra in casa non va più via. O per lo meno se si trova bene rimane un po’. A quanto pare ha trovato una dimora e anime che lo attraggono particolarmente, perché sta lì seduto e si gode lo spettacolo. Aspetta che ti offro un drink. Non ti muovere.

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Auguri Papà – Un Siculo che non deve chiedere mai (ma un Arancino alla Norma sì)



Potrei dire che per questo 30 Gennaio ho deciso di preparare degli Arancini alla Norma in onore del mio Papà. Mentirei dicendo la verità al tempo stesso. In realtà tutto quello che faccio, dico, disegno, scrivo, sogno è sempre e solo rivolto al mio papà. Mamma non si offenderà leggendo queste parole perché sa che senza vergogna ammetto di esserne innamorata da sempre (spostati! è mio!). Specchio dove vedo riflessi i miei difetti e pregi (di questi ultimi molti meno rispetto a lui), senza dimenticare ambizioni, Papà rappresenta quello tutto quello che disperatamente voglio essere. Proprio per renderlo orgoglioso di me. Al contrario di questo vaneggiamento, lui è sempre pronto a ricordarmi che di me lo è, e molto, ma che devo disperatamente essere e volere tutto quello che voglio io. Solo ed esclusivamente io. La grandezza di Turi da sempre è stata quella di incitarmi a non essere altro che me. A raggiungere il traguardo sfidando solo e sempre me.

Papà è infatti un maratoneta.

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I Muffin dei Muratori (cioccolatosissimi con nocciole piemontesi)


Sono mesi (un anno e mezzo ma mesi mi deprime di meno) che parlo di muratori, casa nuova e  lavori in corso. Comprendo che sia impossibile da concepire e capire nel mondo umano (difatti ribadisco non vivo su questo pianeta. Ma in un pianeta che si chiama GuardoLand) una cosa del genere. Tutti hanno consigli per me “sì ma tu gli devi dire…” – “sì ma tu devi fare…” -”sì ma tu dovresti capire che…” – “sì ma se non gli dici che…”. Confesso che a me le persone che sanno sempre cosa avrebbero fatto nell’esatta situazione dell’altro/a mi stupiscono sempre. Non riesco a deambulare neanche bene dopo un discorso del genere. Non riesco a smettere di pensare come si possa credere di sapere cosa si sarebbe fatto/detto/agito in una determinata situazione. Non parlo certamente solo di muratori-lavori in corso-traslochi. E’ come se io consigliassi a un operaio di esperienza trentennale che si alza ogni mattina alle ore cinque e trenta per andare a lavorare otto ore davanti a una macchina quanto sia bello però puntare la sveglia leggermente prima e farsi una corsetta sul tapis roulant magari guardando un video tutorial di make up perché rilassa tantissimo.

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