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La grande bellezza e il Riso riscaldato del giorno dopo


Pare che ci sia sempre un nesso tra quello che si serve su un piatto e allo spettatore all’interno della pellicola; o che io semplicemente riesca a trasformarlo a mio uso e consumo (è sempre la seconda, santo cielo). Stiamo parlando del mio attore italiano preferito, Toni Servillo, e del regista nel panorama del bel paese che apprezzo di più insieme a pochissimi altri (veramente solo lui, vabbè), Paolo Sorrentino. Per i due avevo provato una fortissima ammirazione e stima, come mi accade poche volte soprattutto in riferimento a una visione italiana, con Il Divo parecchi anni fa. Se con Gomorra di Garrone, che pur sempre Cinema d’autore e bandiera nazionale è, mi sono addormentata dopo venti minuti (al contrario della carta) e non mi vergogno ad ammetterlo, con Il Divo mi sono proprio appassionata tanto da desiderare di vederlo ancora in televisione dopo la sala. E questo accade raramente e quando succede per lo più è in riferimento a una proiezione del cinema orientale in genere. La Grande Bellezza, che concorre agli Oscar 2014 come miglior film straniero insieme per altro a “Il Sospetto” che mi aspetta stasera, a me non è piaciuto. Poco, intendo.

(ha portato a casa la statuetta britannica; giusto per mettere in azione l’orgoglio)

Mi è piaciuto tantissimo ma proprio issimoissimo. E la mie considerazioni strampalate potrebbero pure finire qui. Continuando a scrivere issimoissimoissimo. I movimenti di macchina, la fotografia, i tratti surreali e le inquadrature dal basso e dall’alto che a me rievocano sempre “un mondo sopra” e “un mondo sotto”, ossia mondi paralleli che non per forza debbono rammentare Gaiman ma proprio classici fantas(y)tici come La Storia Infinita sino ad arrivare a Ernest e Celestine, paragone non propriamente buttato lì visto che concorre per la statuetta come migliore animazione. Tecnicamente non so cosa siano né come si chiamino ma c’è questo movimento di guardar su e giù attraversando ricordi e tempi. Come il soffitto bianco dove si alzano onde del mare e motoscafi, come Caronte moderno dei ricordi, che ti portano ai momenti indelebili della tua vita. Come la cripta dove si è nascosta Francesca, la bambina che la mamma sta cercando con il suo abito a fiori. Come la Giraffa che compare e scompare inquadrata nella congiunzione del basso e dell’alto come a voler sintetizzare l’evanescenza del tempo e del suo scorrere inesorabile. Come l’altezza dei fenicotteri. E’ una visione Felliniana, o per tale potrebbe essere scambiata ma rappresenta in toto tutto quello che Sorrentino ha regalato a noi spettatori sotto forma di pellicola. Le moltissime inquadrature dal basso, e gli stessi scacchi ai pavimenti (di cui non è un segreto sono una feticista, a partire da Twin Peaks e dalle scelte stilistiche di Lynch dove ricorrono come pure in Burton. Sì, guardo i film e osservo i pavimenti. Se ci sono gli scacchi lo reputo un quid in più) mi hanno riportato al Divo e molto altro come reminescenze visive “ancestrali”; soprattutto nella scena della barba quando Andreotti davanti a De Mita incorre in una lezione interessante di politica e genio. Scena di fotografia e movimenti di rara bellezza, a mio modestissimo giudizio.

Se mi avessero detto che la Ferilli mi avrebbe (quasi) emozionato in un film e per di più fatto sorridere (sì la battuta su Fiuggi. Ho sorriso. Su “spendo i miei soldi curandomi” mi sono sinceramente quasi commossa. Incredibile) ci avrei creduto davvero poco; eppure in questa pellicola ho visto quello che di lei finora mi era incautamente sfuggito. Il suo essere sorprendentemente attrice. Non lo avevo capito.

C’è una verità dietro quella sua espressione senza photoshop contornata dalle rughe che quasi cancella l’inquadratura scosciata in bikini giallorosso per lo scudetto della Roma, che pare essere l’unica immagine di questa donna che mandano in loop continuo fino a traumatizzarti. C’è verità pure nella quotidianità che traspare nell’inquadratura di Venditti, che dà voce a forti emozioni tipicamente romane. Non ci poteva essere altro timbro vocale in effetti, a cantare di e per Roma. Una Roma immaginifica e stupefacente che con gli strepitosi fotogrammi di Sorrentino ti ricorda in pieno cosa significa Città Eterna. Agli Americani piace questa immagine di noi un po’ retrò ed è per questo forse che siamo finiti agli Academy quest’anno (Nuovo Cinema Paradiso ne è un fulgido esempio del resto); fermo restando che Sorrentino sia l’unico italiano vivente che può dar lustro a luce a un Cinema quasi finito nel nostro territorio. La sua regia con personaggi esasperati, come la direttrice nana che vuole e pretende di essere chiamata così correlandosi all’immagine di una bimba mai cresciuta, è essa stessa la rappresentazione del potere e della decadenza (in alcune scene mi ha ricordato Almodovar; che non apprezzo se non per i colori talvolta esasperati e surreali). E’ tutto permeato dalla contrapposizione di questi due elementi. In ogni personaggio con limature e caratteristiche diverse si esaspera il concetto di splendore e decadenza. Non vi è elemento che non faccia risaltare l’antagonismo di due elementi. Jep Gambardella, da giovane autore di successo da premio Bancarella e ora sessantacinquenne redattore di costume che seppur dotato di meraviglioso e geniale cinismo non ci fa per un attimo dimenticare il senso di sconfitta. “Che belli che siete”, dice alla coppia del marito della sua ex con la compagna polacca che per la sera apriranno una bottiglia di vino e vedranno un film abbracciati. Immagine che contrappone alla sua serata “Andrò a dormire quando voi vi alzerete”. Lui non voleva fare solo belle feste ma voleva avere il potere di farle fallire. Una festa l’attende, mai la quotidianità. Perché Gambardella ha visto tutto tra trenini che non vanno da nessuna parte, come lui stesso sostiene mentre tra “mueve la colita” e balli di gruppo su una terrazza dove troneggia la scritta Martini tipicamente anni ottanta, e maschere che si indossano tra botulini a settecento euro in coda tutti in gruppo. In questo film è come se ci fossero tantissime cose ma sostanzialmente una sola; la lotta infinita tra la bellezza e la decadenza. Il resto è ripetuto e mostrato in tante sfaccettature. Pure il corpo, l’abbigliamento e il mestiere della Ferilli mostra questo, del resto. Anche il personaggio secondario o che serve da entrée mostra questo: come non ricordare il fotografo giapponese infartato (tra i titoli di coda è buffo ma esce proprio così) che davanti a una suprema fotografia dal Gianicolo con la sua macchina fermatempo tra le mani in preda come a una Sindrome di Stendhal collassa inesorabilmente stecchito a terra mentre un coro lirico si libra tra le nuvole di quella che rimane in assoluto la città più bella del mondo proprio perché ti racconta la genesi e la nascita di questo mondo. Ed è proprio Roma, anch’essa protagonista principale e mai subordinata, a ricordarti quello che Sorrentino sottolinea fino all’esasperazione. La magnificenza di una terrazza moderna con cubi luminosi di fronte al Colosseo; dove abitano un latitante e un “festaiolo”. Sono rimasta impressionata dalla scena dei fenicotteri. Non te l’aspetti da un regista italiano una tale finzione e meraviglia; o meglio dai, non me l’aspetto io che incompetente sono in fatto di cinema. E’ qualcosa che ricorda Benjamin Button, un incubo moderno, un’allucinazione di Burton per niente favoloso, ma che non pensi mai possa essere stata girata da un regista italiano (frase che è stata ticchettata con davvero molta tristezza). E sottolineando anche qui l’antitesi della Bellezza e della Decadenza. Di quello che era il cinema italiano e di quello che è l’attuale panorama. Sorrentino ci restituisce con la Grande Bellezza il nostro passato glorioso facendo ammenda e quasi scusandosi di quello che siamo diventati e di cui per certi versi molti sono consapevoli. Non l’ho però avvertito nostalgico tanto da ferire e cadere nel patetico. L’ho trovato obiettivo ed esasperato. Ai vertici della contrapposizione dei concetti stessi. 

E’ come se fosse una constatazione amichevole. Un cid tra bellezza e decadenza che si fermano a un incrocio e trovano un accordo comune, per sopravvivere quantomeno. L’elemento dell’acqua in segno di rinascita è ricorrente. L’ho notato quando il mare nel soffitto ha portato Jep a quel momento che poi definirà la sua esistenza e ricordo. A quando la sua amica, mortificata sulla terrazza davanti agli amici, per scaricare il dolore fa una lunga nuotata nuda, al rientro in una casa piena di apparenze e vuota di sostanza. A quando la Ferilli con la ciambella nuota in una piccola piscina dando inizio alla intensa relazione di ricordi e sensi. L’acqua è come se fosse il passaggio tra i due mondi. Tra la bellezza e la decadenza. Il personaggio della Ferilli diventa quasi metafora di questo legame martoriato da una malattia che porterà alla cessazione della vita stessa. Il soffio della Santa, con le sue ciabattine tremolanti e troppo grandi, che fa volare via i fenicotteri è la speranza. Serena Grandi, evidentemente sofferente e sfigurata, riesce a essere commovente e a tratti strazianti. A Sorrentino non perdono solo di aver fatto parlare nella scena finale l’attrice, di cui non conosco il nome, che mostrandosi nuda nel ricordo di Jep con una voce di struggente bruttezza rovina un epilogo che avrebbe dovuto fare sognare. Disturba proprio un elemento che si è atteso per due ore e quindici minuti. Ma anche qui credo che abbia voluto rafforzare ancor più il concetto di antitesi alla bellezza. Di come un momento apparentemente magnifico venga poi turbato. Me ne sono fatta insomma una ragione così altrimenti non si spiega.Il Cardinale food blogger è il personaggio più divertente e ha trovato un posticino speciale nel mio cuore. Parla di anatra e di lepre e dà pure qualche prezioso consiglio per cucinare. Pinoli e olive taggiasche. Soffrittini e prelibatezze che poi contrappone a radici per mostrare una povertà di animo che gli appartiene nella massima espressione delle sue pantofoline Prada. Il cibo presente è numeroso ma mi piace ricordare un Riso Riscaldato e un Minestrone. Jep e la sua direttrice nana mangiano del riso riscaldato all’inizio e Jep stesso dice quanto sia buono mangiare lo stesso riso il giorno dopo. Un’abitudine, un’attitudine proprio al riciclo dei ricordi e dei sapori. In questi sessantacinque anni del resto Jep non ha mai pensato di dover cercare sè e il proprio ricordo, se non quando l’alba della vita pare sul punto di diventare un ricordo. “Vuoi un minestrone Geppino?” dice verso il finale la nana a Jep. “Non mi chiamavano Geppino da quando ero piccolo”. “E’ il compito di un’amica far sentire piccolo e al sicuro un uomo. E’ come tornare bambini”. Dal riso riscaldato il giorno dopo al minestrone rassicurante e caldo del ricordo si sviluppa tutta la trama de La Grande Bellezza.

Ero davvero molto giovane, e solo il cielo sa quanta impressione mi faccia scrivere questa frase, quando ho passato la notte a guardare in diretta gli Oscar. Desideravo che Benigni vincesse e lo bramavo perché al cinema mi ero sentita davvero molto orgogliosa di essere rappresentata così. Non è mai più successo. Quest’anno invece replico. Sperando che questa Grande Bellezza del ricordo italiano possa essere la pietra miliare della nostra rinascita artistica. Perché l’Italia al momento è un po’ Jep e la sua essenza. Viva di una gloria passata e diventata macchietta di se stessa rappresentata da festini, estetica e volgarità sfrenata. Ma noi siamo pur sempre quello che ha generato l’universo della Grande Bellezza stessa.

E allora mi preparo alla notte agli Oscar con un piatto di riso riscaldato per il Nippo e di minestrone per me. Pronti a fare un trenino quando si sentirà “La Grande Bellezza”. Che non porterà da nessuna parte proprio come i trenini di Jep, ma un sorriso sincero e un moto di felicità sì.

 Alcuni Risotti “riscaldati”

Bistecca con 12 Piselli (The Aviator)

8 Comments »

  1. (i nodi. tantisssimi nodiiii)
    vado di corsa ma. questo sentimento non posso scrollarmelo di dosso.
    (il finale, ho sentito un fastidio analogo e neanche sono riuscita a verbalizzarlo. sono rimasta in silenzio non so per quanto)
    siamo rimasti in silenzio. ero su un certo divano, in una certa casa, con delle teste bionde e.
    i nodi. e i brividi pure.

  2. lo aspettavo, questo post.
    ero sicura che l’avresti scritto toccandomi fino all’ultimo nervo scoperto.
    ho amato questa “visione” fin dal primo minuto e mi ha lasciato quel mix fra consapevolezza, tristezza, felicità e risveglio.
    Non è un film su Roma come dicono in tanti, ma è qualcosa che si poteva raccontare solo a Roma e attraverso Roma.
    Spero di unirmi al vostro trenino e di non andare da nessuna parte, perché altrove c’è l’altrove e io non mi occupo dell’altrove.
    Me ne frego delle critiche e di chi dice che è un film che parla di niente, perché è in effetti un film che parla di niente, ma che parla un po’ di tutti noi.
    Quando vieni andiamo a guardare dalla serratura insieme.

  3. Lo so, sembra assurdo, ma dopo che ne ho letto la tua lettura questo film mi sembra più bello ancora. Perchè io certe esasperazioni, certe scene non le avevo guardate col tuo stesso occhio (tipo quella finale).
    Grazie iaia! ❤

Dimmene 4 ! ( ma anche 12)

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