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Un Twinkie con Cinzia a Zombieland


Gli ingredienti per una decina di twinkie

Per le formine: in America ci sono gli stampi adatti ai Twinkie e ho avuto modo di vederli in diverse ricette Youtube. Ho seguito quella di lui (che mi fa pure una discreta simpatia) ma per quanto riguarda l’assemblaggio lei (ho perso il link, pardon. Lo ritroverò). E’ facilissimo realizzare gli stampini con la carta alluminio. L’unica cosa a cui prestare attenzione è quella di ripiegarla più volte (almeno un rettangolo grande poi in quattro) perché naturalmente non si deve rischiare di far collassare l’impasto (fermo restando che non è affatto pesante e che non deve essere riempito moltissimo. Sbaglio che io ho fatto. Cresce moltissimo anche più del doppio giusto per capirci e nella realtà il twinkie è davvero molto più bassetto dei miei)

3/4 cup di farina (100 grammi circa)

1 cucchiaino di lievito

1 pizzico di sale

2 cucchiai di latte intero

4 cucchiai di burro (50 grammi)

vaniglia

5 uova (tuorlo e albume separati)

3/4 di zucchero (155 grammi)

Ripieno:

  • 3/4 zucchero (155 grammi)
  • 1 cucchiaino di sciroppo
  • 3 albumi
  • pizzico di sale
  • vaniglia

In una ciotola raccogli farina, sale e lievito. In un’altra il latte e il burro che dovranno sciogliere al microonde (altrimenti metti latte e burro nel pentolino a fuoco dolcissimo e lascia solo che il latte si intiepidisca e il burro si sciolga ma non cuocia). Metti il latte e il burro negli ingredienti secchi: farina, sale, lievito e zucchero. Aggiungi le uova e lavora con le fruste elettriche fino a ottenere un composto molto cremoso e setoso. A parte monta gli albumi con un pizzico di sale. Una volta montati a neve ferma incorporali al composto della farina e dei tuorli. Devi incorporare tutto lentamente avvalendoti di una spatola e con movimenti decisi dal basso verso l’alto. Versa nelle formine e inforna a 175 per 20-25 minuti. Calcola che il tuo twinkie raddoppierà di volume quindi non versarne troppo (inciso: come ho fatto io* segue risata isterica*).

Per il ripieno niente di più facile: versa tutto in un recipiente e lavora con uno sbattitore elettrico fino a quando non hai ottenuto una crema bella setosa, corposa e compatta.

Incidi longitudinalmente sotto il tuo twinkie. Metti il ripieno e richiudi delicatamente.

Non so rispondere alla domanda “da quanto tempo conosci Cinzia?”. Era l’altra vita e c’era Splinder. C’erano i suoi occhi azzurri, il suo caschetto biondo, la frangetta e la sua passione per cosinipelosiadorabilicolciuffo perché credo che non esista altro epiteto adeguato. Mi ha regalato una maglietta bianca con una scritta nera che dice: “tutti amano il mio blog” (non trovo la diapositiva ma da qualche parte ci sono io sul terrazzo con minigonna nera, calze quaranta denari e maglietta. Ero giovane, magra, simpatica e allegra. ERO) quando lo leggevo io, lei, Cristiana, Maddalena e nessun altro. Ho di lei tante cose chiuse in una scatola dove ha voluto racchiudere ricordi che non poteva portare. Lì nel paese dei balocchi dove tutti i sogni sono possibili: l’America. Non conosco la voce di Cinzia come molte altre cose. Le stesse che per assurdo credo di conoscere; dai suoi bellissimi scatti e dal modo di raccontarsi che ha. Negli occhi di Cinzia è sempre tutto elegante, fine e ricercato. Come la immagino nei movimenti, nelle cose quotidiane e nel suo essere. Mi piacerebbe passeggiare con lei tenendo in mano le nostre macchine fotografiche vestite da coniglio. Su uno di quei moli che si vedono nei film. Un tramonto ma anche l’alba.

Fermarsi in quei ristorantini sul molo e raccontarci. Colazione o cena. Tutto quello che finora è stato taciuto in ciò che apparentemente è solo una semplice conoscenza sul web senza approfondimento ma nella realtà è un amore vero e sincero, seppur inspiegabile e irrazionale. Cinzia c’è stata sempre. In silenzio e con le parole. Sempre con il suo modo opportuno ed elegante. Ogni volta che si parla dell’America dico sempre “così vedo Cinzia!” come se si trattasse di una porzione di terra piccola come un’isola. L’istinto in talune circostanze  non può mentire e dà voce a quello che il cuore pensa e custodisce: che per me Cinzia è un’amica. Di quelle storiche. Di quelle vere.

Non potendomi fermare in un molo a mangiare granchio, che sarebbe il giusto epilogo, mi farei giusto un Twinkie se proprio dobbiamo dire assurdità. E’ strapieno di uova e zucchero raffinato ma nell’improbabilità dell’ingerire qualcosa che non sia strettamente correlato alla mia folle alimentazione, è più facile immaginarmi sgranocchiare un Twinkie che addentare una chela, no?

E’ da più di un anno ormai che mi è venuta una vera e propria fissa riguardo i Twinkie e mi ha fatto sorridere parecchio il fatto che non ci siano blog italiani che ne parlino; cinematografici sì e tra poche righe si scoprirà il perché, ma la ricetta in sé è davvero strapopolare non soltanto oltreoceano. E’ un classico spuntino commerciale americano, una sorta di pan di spagna dorato con dentro un ripieno succulente e cremoso. La commercializzazione era stata interrotta gettando nel panico gli USA ma grazie al cielo dal 15 Luglio 2013 i Twinkies sono tornati più soffici e buoni che mai salvando la nazione tutta da un esaurimento cronico. Quando li ho sfornati mi ha stupito incredibilmente la sofficità. Sembrano essere non proprio dei plumcake né tanto meno pan di spagna quanto quelle tortine paradiso della Kinder ma naturalmente meno industriali e di consistenza nuvolosa. Sono piaciuti da impazzire. Vi è stato un vero e proprio delirio di massa e al grido di “Twinkie tutta la vita!” credo di aver contribuito alla nascita di una setta Twinkosa in quel di Catania. E’ un dolce semplice, puro che sa di nuvola.

Nuvola di molo. Ha un ripieno altrettanto genuino, elegante e indimenticabile. Come fosse quasi una meringa. Zucchero filato. Nuvola di molo. Voglio mangiarmi il Twinkie con Cinzia e poi vedere Zombieland sul divano.

Ho appuntato questo sulla mia wishlist di sogni. E so che: avverrà.

 

Non sono proprio un’appassionata di zombie, nonostante il mio amore imperituro nei confronti del genere. Per dire che alla terza puntata di The Walking Dead mi sono detta che era sin troppo. Quando mi dedico allo zapping selvaggio (leggi: mai) su Sky e incappo nella quarta stagione solo un dubbio mi attanaglia (dopo quello: davvero le donne sono riuscite a vedere una puntata intera di Sex and The City? è umanamente possibile sopportare? ): ma per quattro lunghissime stagioni c’è chi corre e insegue continuamente? Poi la risposta arriva grazie alla parentesi sulle quattro “femmine” più idolatrate delle serie tv e mi rispondo che se davvero è stato possibile seguire sei stagioni di quell’ammasso di borse, luoghi comuni e volgarità The Walking Dead sulla fiducia deve vincere tutti gli Emmy e pure qualcosina in più.  Si lo so che giudicare senza vedere è peccato, e non giudico ASSOLUTAMENTE chi idolatra Sex and the City, del resto sono la cretina che si appassiona ai mostri, ma provo un’avversione fortissima nei confronti del mondo patinato di Carrie. Mi piacerebbe un bel puntatone dove le sue Jimmy Choo e gli abiti di Prada venissero fagocitati da un walking dead a caso (Faccia di Cuoio mi senti?). Hanno fatto il parallelismo: Beautiful e Febbre d’amore perché non fare questo? (cosa sto dicendo?)

Sta di fatto che gli zombies non sono la mia passione. Sarà che non li capisco proprio. Deambulano prima lentamente e con ondeggiamenti incerti che ti infondono tranquillità (“cammina pure quanto vuoi tanto corro. gne gne gne gne” ) e poi a una certa cominciano ad essere siluri scattanti e rapidi pronti a ingoiarti in un sol boccone (“ritiro il gne gne gne gne, ok?”). In questi ultimi anni siamo stati devastati psicologicamente, neuroni a specchio compresi, da questa imperversante immagine del vampiro sexy. Sul filone del palliduccio con i capelli a spazzola, Bella e il Lupo Mannaro, ogni quattordicenne che si rispetti ha sognato di trascorrere la sua vita con un succhiasangue immortale pallido. Diari di vampiri, serie e pure le presine per la cucina in silicone dentute, Allo stesso modo è arrivata un’ordata di zombies. Cinema, videogiochi e fumetti. Me li ricordavo alla Romero io, giusto per tornare alla deambulazione. Lenti, catatonici e anche un po’ imbranati che se gli fai lo sgambetto te li ritrovi nell’aiuola. Faccio parte della vecchia generazione. Vederli così veloci che manco ai cento metri olimpici e vestiti, diciamolo, meglio mi ha gettato nello sconforto assoluto (non sono dei fashion blogger giudici di America’s Next Top Model santomocassino!). Mi fa arrabbiare moltissimo il fatto che non ci sia un dizionario, una bibbia, un’università (OH!), un’accademia, un qualsiasi cosa con dei professori SERI e ligi al dovere pronti a chiarirti questi annosi dilemmi che tormentano le mie notti. E’ tutto confuso. American Horror Story con la pallottola benedetta che uccide le streghe quando di quella d’argento da che mondo è mondo si parla solo per i lupi mannari. Vampiri in frac adesso in hogan e jeans skinny e zombie lenti e sonnacchiosi novelli Mennea in completo Valentino. BASTA! Un po’ di decoro! (età psicologica di iaia guardo: 98 anni)

Ho un passato. Un trascorso visivo. Rischio l’esaurimento nervoso! (?)

Non apprezzo molto le parodie (ma perché mi lamento sempre?) ed è raro che mi appassioni. Confesso di aver riso e non poco a Scary Movie quando ero giovane e aitante (?) ma soprattutto perché il mio amato amico Piero faceva un’imitazione che definire geniale è poco (“indovina dove sono?” e si infilava sotto il tappeto persiano di mamma. Che tempi!). Benvenuti a Zombieland fa eccezione. Mi ritrovo il Nippotorinese ridere davanti la televisione una sera. Mi dico che è chiaramente l’esaurimento perché è un evento che non accade mai (che lui sia davanti al televisore. Che lui rida davanti al televisore. Che non stia guardando un film in libanese sottotitolato in iracheno). Ma cosa starà mai guardando? Ed ecco che salta fuori anni fa Zombieland. Lo riguardiamo in un’altra occasione, dopo aver deciso che quell’assaggio non poteva bastare e ne rimaniamo piacevolmente colpiti. Non solo non è stato stroncato poi dalla critica ma addirittura idolatrato come raramente accade al genere. Fosse solo per Bill Murray in un cammeo d’eccezione è una visione che va assolutamente vista. In un frullato di fantasia, horror e comicità non troppo banale anzi. Tutt’altro.

Gli Stati Uniti sono diventati preda degli Zombie che aggrediscono i vivi divorandoli. Durante tutta la visione compaiono pochissimi sopravvissuti che sono poi i protagonisti. Columbus, nerd imbranato e simpatico, incontra Tallahassee che lo carica in macchina alla ricerca di un porto sicuro. Nel loro cammino incontrano due sorelle che creeranno un qual certo movimento in più (come se non bastasse) nella corsa verso la salvezza dei due. Tallahassee, (ti amo Woody Harrelson) è sicuramente il personaggio che rimane nel cuore. Demenziale, come i tratti stessi della visione, e geniale al contempo regala momenti esilaranti. C’è una costruzione dei personaggi. E’ fra le righe ma non troppo. Non è solo parodia ma anche horror se vogliamo. Ci sono elementi innovativi ma non distraggono più del dovuto. E’ una pellicola equilibrata, divertente, mostruosa e innovativa. Personaggi, senza identità se vogliamo, che come unico scopo hanno quello di trovare e perseguire la via della salvezza. Il risvolto personale, sul finale, commovente e importante dà davvero un quid in più al tutto. Woody Harrelson diventa protagonista effettivo grazie al Twinkie, merendina americana famosissima negli USA caduta in disgrazia qualche anno fa e ora rimessa sul mercato a gran voce grazie alle insistenze dei milioni di affezionati. I Twinkie devono moltissimo a questo prodotto cinematografico perché senza di ombra di dubbio il tormentone twinkie, citati in altri film uno su tutti Wall-E della Pixar, diventa assoluto protagonista. Il personaggio di Harrelson infatti è alla ricerca spasmodica di un Twinkie. Niente può fermarlo davanti a quel sapore ma anche soprattutto ricordo che lo lega al prodotto dolciario industriale. E’ come se il Twinkie rappresentasse l’unico legame rimastogli con la sua vita precedente. Quel legame indissolubile che si ha con un cibo in particolare. Un odore. Un sapore. L’unico in grado di catapultarti attraverso una giratempo in quel luogo che si è perso. A volte purtroppo per sempre. Il Twinkie diventa l’emblema e il simbolo stesso della vita di quello che per me rimane essere il protagonista indiscusso (insieme a Bill Murray. Perché sono bastati due minuti per rigiurargli amore eterno ancora una volta).

Insomma fai i Twinkie e corri a vedere Zombieland! 

8 Comments »

  1. un giorno ce la farò a farti apprezzare secs end de siti. si.
    a costo di ingurgitare tonnellate di twinkie a sera u.u
    (e Cinzia la amo anche io, come si fa a non amarla?)

  2. Ci credi Iaia che io non ho MAI visto Sex and the City?!?! Neppure Walking Dead, certo, ma questo lo potevi immaginare da sola, vero? 😉 questi Twinkie mi ispirano simpatia, davvero tanta, entrano nella lista delle cose da provare ASSOLUTAMENTE. Un abbraccio a te e uno a Cinzietta, che seguo su Ig tra cieli azzurri e mare… ❤

Dimmene 4 ! ( ma anche 12)

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