(pseudo)Amaretti al Cioccolato e (pseudo)Cani dolci e teneri la Domenica Mattina


Per 24 (biscottoni, eh)

  • 120 grammi di mandorle pelate
  • 230 grammi di zucchero (meglio se di canna)
  • 50 grammi di cioccolato a pezzetti piccoli
  • 2 albumi
  • vaniglia
  • (a piacere essenza di mandorla per calcarne un po’ il gusto)
  • zucchero a velo per decorare

Scalda il forno a 150. Sciogli il cioccolato a bagnomaria (o nel microonde senza cuocerlo). In un frullatore o mixer trita le mandorle. In un recipiente raccogli quindi la farina di mandorle che hai ottenuto, il cioccolato sciolto un po’ raffreddato, gli albumi leggermente sbattuti, la vaniglia e se vuoi l’essenza di mandorle. Aggiungi poi lo zucchero e gira per bene fin quando tutto è completamente amalgamato. Fai riposare l’impasto in frigo per almeno 30 minuti.

Trascorso il tempo fai delle palline grandi come una noce sapendo che questi biscotti si allargheranno (e molto) in cottura quindi è bene distanziarli sulla teglia dove hai sistemato la carta da forno. Schiaccia leggermente la superficie. Spennella adesso con acqua piuttosto fredda la superficie dei biscotti e cospargila di zucchero a velo. Cuoci per 20-25 minuti. Lasciali raffreddare su una griglia prima di mangiarli.

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Brownies con crema soffice al burro d’arachidi di Maurizio Santin


per 25-30 Brownies

  • 145 grammi di cioccolato fondente al 70%
  • 260 grammi di burro morbido
  • 250 grammi di zucchero semolato
  • 150 grammi di farina 00
  • 140 grammi di noci sgusciate
  • 260 grammi di uova
  • vaniglia in polvere

Per la ganache:

  • 350 grammi di panna fresca
  • 50 grammi di cioccolato bianco
  • 20 grammi di burro d’arachidi

Sciogli a bagnomaria il cioccolato tritato grossolanamente insieme al burro. In una planetaria lavora uova, zucchero e vaniglia. Unisci il composto con il cioccolato fuso, leggermente raffreddato, insieme a quello di uova e zucchero lavorando costantemente con una spatola; incorporando con movimenti regolari dal centro verso l’esterno. Quando il composto è omogeneo aggiungi la farina setacciata e lavora per bene dal basso verso l’alto. Incorpora le noci. Cuoci a 170 già caldo per 35-45 minuti dipende dal forno. Se non adoperi il silicone ungi per bene la teglia con carta da forno e burro. Controlla la cottura con uno stecchino classico da spiedini. Infilalo dentro trascorso il tempo (sui 40 minuti circa). Se vien fuori asciutto vuol dire che è pronto altrimenti temporeggia qualche altro minuto ma non di più.

Per la ganache: Porta a ebollizione 150 grammi di panna. Metti in una ciotola resistente al calore il cioccolato bianco tritato e il burro d’arachidi e versa la panna calda. Mescola fino al completo scioglimento. Raffredda infine con la restante panna fredda. Lascia riposare in frigo 12 ore prima di utilizzarla. Monta la ganache con la planetaria prima di servire.

Sui brownies se hai scelto di fare la ganache metticene un ciuffo generoso servendoti magari di una sac à poche.

Biscotto dentro il biscotto: l’Alberello



Proprio stamattina ho cominciate a tirare le somme “alberellose” giusto per un piccolo riassunto. Invece chi miracolosamente avesse salvaguardato il proprio neurone perdendosi martedì l’ennesima preparazione dentro una preparazione, nella fattispecie del Biscotto dentro il Biscotto, può sempre rimediare e cliccare qui. A differenza della preparazione con il cuore questa è venuta leggermente più grande come forma, proprio per via dello stampino che ho adoperato. Dapprima ne avevo usato uno leggermente più piccolo ma nel complesso il lato estetico ne risentiva; per questo motivo ho optato per qualcosa di appariscente. Un biscottone gigante innegabilmente ricco di fascino. Servire un biscotto di questo tipo durante un tè, una colazione lenta o impacchettarlo e regalarlo diventa garanzia per complimenti e pure qualche lusinga (sì, sto ripetendo in loop sempre le stesse cose. Sono molto stanca e il Finto Natale con i parenti si avvicina. Non ho ancora deciso il Menu. Devo fare un altro albero di Natale nel mio ufficio, che è poi il quarto, e non ho la benché minima voglia di lavorare in generale, proprio. Stranamente sento il bisogno di riposarmi. Almeno un quarto d’ora. Ci si può riposare un quarto d’ora? Non vedo un film ormai da mesi perché due ore di fila d’accordo sono eccessive, ma un quarto d’ora?  Che non corrisponda a buttarsi a letto e svenire per poi rialzarsi urlando, dopo quattro ore e mezza, è tardiiiiiiiiiiiiii. Ma proprio un quarto d’ora fissando l’oblio. Con una massaggiatrice shiatzu. Una parrucchiera capace di ridare vita e corpo a quel mocio in testa. Una psichiatra. Un pasticciere vegano pronto a servirti dolcetti. Un guru indiano che ti instradi nella riflessione e catarsi. E.

E niente dicevo. Il biscotto dentro il Biscotto. Ho vaneggiato sulla ricetta, lasciandone diverse, sulla tecnica e sull’esecuzione qui in questo post. Basta cliccarci su, nel caso e osservare i diversi passaggi fotografati. Il delirio grammaticale si può pure saltare. Una volta viste le foto sarà lapalissiano, facile e intuitivo procedere all’esecuzione di questa ricetta. E ora quindici minuti?


 

Il Biscotto dentro il Biscotto: Cuore


Biscotti (impasto numero 1)

250 grammi di farina OO, 1 uovo, 125 grammi di burro, 125 grammi di zucchero, 1 pizzico di sale, la scorza grattugiata (senza la parte bianca amara) di un limone (a patto che sia biologico e non trattato. Se non fosse così la buccia potrebbe pure essere un problema. Nel caso contrario ti prego lavala bene). Si impasta. Si stende su piano infarinato. Si dà la forma.

A 180 gradi già caldo per 10-15 minuti, dipende dalla grandezza e dallo spessore dei biscotti. Controlla quindi. Quando sono dorati ma non troppo tira fuori e lascia raffreddare.

Biscotti (impasto numero 2)

Per 50 biscotti circa (dipende dalla grandezza e dallo spessore): 560 grammi di farina, 400 grammi di burro morbido leggermente salato, 200 grammi di zucchero a velo, 4 tuorli, 1 scorza di mandarino biologico grattugiata.

Biscotti Impasto al Cacao (impasto al cacao qualora volessi fare un cuore di cacao e non colorato. Questa è la ricetta che ho messo sul mio Libro a pagina 142 in occasione del Tacchino Graziato del Thanksgiving day)

300 grammi di farina, 40 grammi di cacao amaro in polvere, 250 grammi di burro morbido, 120 grammi di zucchero a velo, 2 tuorli, 1 cucchiaino di cannella, 1 pizzico di cannella

 

 

Ti ho lasciato tre diversi tipi di impasto per realizzare questi deliziosi biscotti ma la verità è che puoi adoperare una classica ricetta “della nonna” o che ti dia fiducia da sempre; quella che più ti piace e convince, che però usi maggiormente per la preparazione di biscotti molto lineari, poco sbriciolosi ma piuttosto compatti e che si prestano bene alle formine di ogni sorta. Questo perché un impasto per biscotti che lievita eccessivamente potrebbe compromettere la riuscita di questa preparazione. Le opportunità di realizzare un biscotto che non passa di certo inosservato questa tecnica ce le offre tutte su un piatto d’argento. Vi ricordate la Ciambella dentro la Ciambella? Se cercate in archivio ci sono diverse preparazioni, deliri e veri e propri trattati sulla Ciambella dentro la Ciambella. Anche per Halloween avevo fatto un’interpretazione Fantasmosa (sia con zucca che con fantasma). Ecco questo è il Biscotto dentro il Biscotto. Devo avere una sorta di perversione da quando con Cey ho realizzato che il Turducken era una filosofia di impilamento e di vita. Una sorta di catarsi attraverso l’arte della Matrioska (è incredibile come io riesca a scrivere tutte queste idiozie essendo astemia). Per dire insomma che dopo la Ciambella dentro la Ciambella era chiaro che dovesse arrivare il momento del Biscotto dentro il Biscotto. Considerando che per la prima ho speso qualcosa come 3242423 battute, che manco un’enciclopedia, mi sono limitata nel caso specifico a fare quattro brevi fotogrammi dei vari passaggi.

Detesto le cose semplici si sa, ma a volte mi arrendo. Soprattutto quando Sabato devi organizzare un Finto Natale, ovvero un incontro con tutti i tuoi parenti e festeggiare anticipatamente in modo da poterti dividere in parti eque tra amici, altri parenti, passanti, vicini e alieni. Baciare mezza popolazione siciliana che vuole farti gli auguri e frantumarti i sentimenti con fare nostalgico (ma non mi lascerò abbattere! Li sconfiggerò con il sorriso). Dividere panettoni, regali, abbracci, e parlare di materiale elettrico alternando a torte, biscotti, quadri elettrici e Il Segreto con la Nonna. Fortuna vuole che abbiano interrotto per le vacanze di Natale le puntate di Uomini e Donne perché altrimenti non avrei potuto godere a pieno degli incredibili dialoghi pregni di significato e di vita che ogni giorno grazie a Mediaset mi vengono regalati.

Tutto sta nel preparare due impasti. Non diversi. Non ci confondiamo. Due impasti scegliendo tra i diversi impasti, o che propongo io o che propongono le tue sicuramente più preparate conoscenze. Dopo aver preparato due impasti (o uno soltanto da dividere, dipende naturalmente da quanti biscotti volete fare e con quale forma) si decide il colore dell’involucro o della “formina” in modo da dare giustamente un distacco visivo. Questo è il caso del cuore rosso e ben presto ve ne mostrerò un altro. Ho scritto anche un impasto di biscotto al cacao proprio per ricordare che non necessariamente si devono adoperare i coloranti alimentari, nonostante ne rimanga una fervida sostenitrice, ma che si può colorare il tutto con il cacao e allo stesso modo con spezie, tè matcha e quant’altro (pure confetture o creme certamente). Una volta preparati gli impasti e lasciati riposare come da diapositiva in frigo avvolti in pellicola, si procederà al taglio delle formine e all’assemblaggio che consiste più nel creare un involucro alla formina. Come si fa? In diversi modi. Ho scelto di ricavare prima dei piccoli cilindri lunghi in modo da poggiarli delicatamente sulla pila di formine messe una sopra l’altra e poi con le mani e il calore pian piano formare un involucro quanto più possibile omogeneo. Avendolo provato diverse volte posso dirvi che dopo aver realizzato la forma per intero è bene lasciarla in freezer per almeno 10-15 minuti. Questo perché dopo che si ha in mano un bel salsicciotto biscottoso si deve chiaramente tagliare con un coltello affilatissimo (meglio se di ceramica) e con precisione lo spessore che si vuole e infornare solo dopo aver ricavato queste “fette di biscotto”. Con il calore che si ha in casa e con il calore sprigionato dalle mani durante la lavorazione dei piccoli salsicciotti/cilindri attorno alla formina infatti si potrebbe deformare tutto.

Non sembra ma è davvero una preparazione semplice da realizzare e dall’effetto finale sorprendente. In pochi non ne rimangono colpiti e faccio un po’ la modesta perché non vi è stato uno che alla vista di questi biscottini non si sia incuriosito. E’ una di quelle classiche preparazioni che non implica chissà quale tempo, tecnica e ingredienti ma che ha una resa vincente sia al palato che visiva. Confezionati in sacchetti trasparenti, piccoli cestini e adornati con fantasia, i Biscotti dentro i Biscotti rimangono un’idea regalo Natalizia (e per tutto il resto dell’anno) valida.

Curiosità:

  • Il Carillon, Il Nano personalizzabile, il Sale e Pepe e il Funghetto (temperamatite e gomme) sono meraviglie di Tiger
  • L’Alberello è Ikea
  • La Tazza con il cappello Snowman è un regalo di Santa Signora Pina
  • La Candela e il Portabiscotti sono sempre Ikea
  • Il Piattino a forma di cuore l’ho trovato diversi anni fa alla Coin in un servizio cuoricioso di San Valentino
  • Il Tovagliolo su cui poggiano i biscotti è ricamato dalla Nonna Grazia

Santa Lucia? Un esercito di Puoti per Paolo e Luci


500 grammi di farina, 200 grammi di strutto (o burro), buccia di un limone grattugiato non trattato, 3 uova, 200 grammi di zucchero, 1 cucchiaino di lievito per dolci

Per la glassa ho adoperato solo zucchero a velo, pochissima acqua e colorante alimentare.

Per 20-25 minuti, dipende dalla grandezza e dallo spessore, a 180 gradi. Quando sono dorati tira fuori e lascia raffreddare e poi procedi alla decorazione.

Forse voi non sapete che oltre a tutta quella grande confusione che negli anni vi ho creato con il mio nome vero, soprannome, nick e dintorni, in realtà mi chiamo per certi versi pure Lucia. Regia, faccia partire un sottofondo ricco di effetti speciali. Essendo nata il 12 Dicembre, Nonna Grazia desiderava ardentemente che non mi fosse affibbiato il suo nome da nonna paterna, come tradizione secolare sicula “impone”. A dimostrazione del fatto che pur essendo una donna nata nei primi del novecento possedeva un’incredibile e moderna intelligenza. Le ho perdonato di avermi ammazzato il coniglio Neve. Averlo appeso per la gola. E avermi traumatizzato l’esistenza. Con me basta davvero poco, diciamo.

Lucia era un nome bellissimo e per di più legato a una Santa molto sentita in tutta la Sicilia. La tradizione culinaria è strettamente correlata a Santa Lucia. Sono tante le leggende e i piatti ricchi di frumento cotto di buon auspicio e che vengono regalati ad amici e parenti. Zuppette di frumento strette cugine della Cuccia di Palermo e grani cotti che si rifanno a molte leggende. E’ sempre il grano a farla da padrone nel territorio del sud italiano. Sono davvero molte le elaborazioni e tradizioni legate a questo giorno speciale. Sta di fatto però che oggi qui si celebra un po’ più il territorio del Nord ed esattamente quello veneto. Da anni mi diletto a tormentare tutti con i gingerbread. La mia passione smodata nei confronti dell’omino di zenzero ha tediato l’intero web da anni (potrei pure dire decenni visti i reperti archeologici che sono su Flickr) e nonostante li abbia fatti in ogni modo, in stop motion, infilati nelle collane, nei barattoli, in formato gif, sull’albero di Natale, in formato presepe, con il cuore di caramella e molto altro, mai una volta ho ticchettato seriamente dei cugini italiani che non hanno francamente nulla da invidiar loro. Anzi.

Dei cugini dei Gingerbread (sicuramente precursori di questi. Tiè. L’Italia è storia gne gne gne e voi no gne gne gne. Lo smetto, sì) sono venuta a conoscenza grazie al mio prezioso amico Paolo, con cui ogni anno in questo periodo facciamo combutta per boicottare il Panettone e dare dignità al vero Re: il Pandoro di Verona. Per anni ha detto Puoti. E io sul libro invece degli Omini zenzerosi volevo proprio metterli in suo onore, poi. Non è andata così per la correlazione al film e blablabla. In questo tempo, come molto è stato trasformato grazie a voi, per me i gingerbread non sono più gingerbread. Sono Puoti. Non riesco a chiamarli in altro modo. Qualsiasi biscottino omoso non è più un Omino di Zenzero. E’ solo un Puoto. Quando comincio le mie ricerche scopro che i Puoti sono strettamente legati a Santa Lucia. La cosa mi piace ancora di più perché è una scusa bella e buona per preparare dei biscotti pensando a Paolo e Luci. Due amici incredibili che in questi anni mai mi hanno abbandonato ma che con cura hanno accudito le mie paure, rassicurandomi e tenendomi stretta a loro in un cerchio di affetto di cui mai potrò essere grata abbastanza. Paolo ho avuto il piacere di poterlo abbracciare lo scorso anno al Salone del Libro ma non è stato abbastanza. Per Luci manca poco e non basterà ugualmente. Oggi qui si festeggia ufficialmente Santa Luci da Rimini e tutti i Puoti Paolosi di Verona in quel di Catania (tutto torna no?).

Le origini di Santa Lucia sono siciliane ed esattamente correlate a una famiglia di Siracusa durante il periodo Diocleziano, corrispondente alla persecuzione dei cristiani, allo stesso modo legate a Catania in quanto leggenda vuole che le venne in sogno Sant’Agata per intercedere per la guarigione della madre gravemente ammalata. L’essere cristiana la porterà a una delle più atroci morti rispondendo ai suoi aguzzini “Il corpo si contanima solo se l’anima acconsente”. L’immagine “sacra” di Lucia è per certi versi abbastanza violenta. Chi la vuole decapitata, chi senza occhi dopo esserseli strappati. Tolto però il lato religioso della cosa, che manco i fratelli Grimm, rimane di Lucia un’affascinante note fiabesca.

Lucia è un nome che mi continua a piacere e da quando ho scoperto quello che porta con sé ancor di più. E’ la Santa che porta i giocattoli e le caramelle ai bambini; gli stessi che le scrivono la letterina. Arriva di notte su un asinello con un velo bianco e solo ai bimbi che sono andati a letto bravi e buoni lascia un dono. Diciamo che è a tutti l’effetti l’antagonista di Babbo Natale e che bisogna rivedere un attimino la figura della Befana, tanto osannata qui. Senza nulla togliere alla vecchietta del sei gennaio con le calze rotte, qui c’è Lucia che reclama, giustamente, una propria dignità storica. Santa Lucia non viene mai vista dai bambini ma lei vede tutto (sarà per questo che è anche protettrice dei ciechi?). E’ importante che i bimbi lascino del fieno o una carota sull’uscio in modo che l’asinello di Santa Lucia che l’aiuta nella spartizione dei beni possa riposarsi e godersi un meritato spuntino notturno. I Puoti “Le Puote” a Verona significano: bambole. Perché Santa Lucia alle bimbe porta proprio le bamboline e da qui la tradizione dolciaria di questi dolcissimi biscottini.

A Verona i Puoti sono dei dolcetti di frolla buonissimi che ricordano e tanto l‘impasto della cuddura. Mi ha fatto sobbalzare questa cosa. Sì certo, si potrebbe solo dire che tutti i biscotti “antichi” hanno questa proporzione di ingredienti ma a me che piace vivere nelle favole, inventarle e rielaborarle è balzato immediatamente agli occhi un collegamento tra Catania e Verona per me e Paolo passando da Rimini con la nostra incredibile Luci. E c’è forse immagine più tenera di immaginare Frugoletto ricevere i Puoti? Cucinati da me e Luci mentre Paolo suona al piano? (il fatto che non ci sia un Puoto che suona il piano è solo colpa dei bagordi post compleanno. Rimedierò al più presto)

I Puoti entravano a buon diritto anche  nel giro del Pappamondo in quanto strettamente correlati a tradizioni che vannp dalla Sicilia al Veneto passando per la Svezia. Per la Svezia? Sì. Santa Lucia infatti è legata e tanto alla nazione nord europea con riferimento alla luce e alle candele proprio nel periodo definito più buio dell’anno, in quanto corrispondente al solstizio d’inverno. Nella città di Bronte, mi raccontava un cretino (scusate rido ma io a Bronte conosco solo un cretino e semmai dovesse leggermi voglio che sappia che per me è appunto: UN CRETINO. Possiamo dire CRETINO DI BRONTE tutti insieme? Grazie. E’ un regalo post compleanno e pre Natale a cui tengo tantissimo), che ogni anno arriva una bellissima ragazza svedese che rappresenta le fattezze di Santa Lucia. Bronte, a parte il cretino, rimane un paese degno di nota e tradizione che amo particolarmente. Da anni mi riprometto di andare a vedere questa manifestazione. Allo stesso modo lo dico per la Sagra del Pistacchio e quella della Fragola della vicina Maletto. Poi alla fine sono a casa a fare Puoti e in ufficio a far finta di lavorare. E’ una vita intensa e difficile la mia ma con un’unica grande certezza.

Ho solo un cretino su cui ridere e molti amici da amare, ricordare e spero onorare anche se meriterebbero un’amica migliore di me. Due di questi, tra i più importanti, sono proprio Paolo e Luci.

Cookies con Cioccolato Bianco e Avena alle 12:12 del 12-12 (toccata e fuga in America. Ma solo per 12 secondi)



Per 20 Cookies medi

  • 240 grammi di zucchero di canna grezzo
  • 280 grammi di burro morbido a temperatura ambiente
  • 3 uova di media grandezza
  • 360 grammi di farina bianca 00
  • 200 grammi di avena (vengono buonissimi anche con il muesli)
  • 380 grammi di cioccolato bianco tagliato a pezzetti (va benissimo anche quello fondente e in minor quantità. Dipende dalla tua voglia di cioccolato)
  • 300 grammi di cranberry disidratati o quello che preferisci
  • 10 grammi di bicarbonato
  • un pizzico di sale

Meglio se adoperi il robot ma puoi farlo anche a mano. Lavora il burro con lo zucchero e ottieni un composto soffice e omogeneo. Aggiungi poi le uova una alla volta come sempre. Aggiungi l’avena, la farina setacciata pian piano, il bicarbonato e poi il sale. Amalgama per bene tutto e infine aggiungi il cioccolato tagliato a pezzetti piccoli ma grossolanamente e infine la frutta disidratata che hai scelto. Avvolgi in pellicola e lascia riposare un’oretta. Trascorso il tempo fodera la teglia, imburra leggermente e forma delle palline schiacciandole un po’. Distanziale perché si allargheranno. Inforna a 180 per 20-25 minuti dipende sempre dal forno. Quando vedi i biscotti belli dorati tira fuori e lascia raffreddare.

Io non volevo andare in nessun posto alle 12.12 del 12.12 proprio ad essere sincera. Da due anni ormai questo giorno è riuscito a diventare l’emblema della mia improvvisa tristezza e nonostante io sia sempre quell’inguaribile ottimista che per le feste, le prime senza papà, invece di chiudersi al buio comincia a fare tre alberi, un giro per il Pappamondo e compra il calendario dell’avvento a Koi, rimango pur sempre quella bambina a cui oggi mancheranno gli auguri, senza nulla togliere  a nessuno, più belli. Perché l’abbraccio forte e possente del proprio eroe non si dimentica e per quanto io possa indossare i suoi vestiti, i suoi orologi, le sue sciarpe e sia ridicola con i suoi maglioni, a me il mio papà manca in un modo che lacera costantemente momento per momento il cuore. E mi forzo ogni secondo per non far venir fuori questa voragine di dolore. Gioco con Koi. Organizzo Tombole qui sul Blog (grazie. Perché mai riuscirò a spiegare quanto fate per me) e pure quelle per far divertire la nonna. Ho liste compilate da spuntare, altre mai cominciate e alcune che mai finiranno. Ho sogni in quel cassetto. Tutti ordinati e messi in fila che cerco di contare distrattamente (perché non si conta mai. E’ proprio una legge) per vedere se me ne sono perso qualcuno. Li tiro fuori e me ne ricordo stupendomi per poi riporli senza tristezza ma con la consapevolezza che un altro sapore in tutto quello che faccio, dico, vivo c’è. Ed è un sapore mai completo. Una ricetta mai finita. Sbagliata per certi versi. Allora ricomincio e la riassaggio ma non va mai bene. Non è difficile sentirmi ribadire quanto sappia di essere una donna fortunata. Ho molto più di quanto chiunque, oggettivamente, possa sperare. In diversi ambiti addirittura sperare in una vita intera. Se riuscissi a essere un elaboratore di dati comprenderei che a volte non bastano diverse vite per ottenere quello che ho. Che talvolta non vi è denaro, laurea, raccomandazione, ceto sociale o chissà quale altro fattore che porti ad avere tutta la montagna di soddisfazioni che ricevo in termini di amore, comprensione, vicinanza e potere. Quel potere che poi in fondo cerchiamo tutti. Chi in un modo e chi in un altro. Ho la stima di molti, che non si paga. L’attenzione, l’ammirazione e tutto quello che si possa obiettivamente desiderare. Allora sono quello stupido luogo comune che dice: non ci si accontenta mai nella vita? In realtà no, ma forse guardando in fondo in fondo un po’ sì. Perché baratterei tutto pur di avere quell’abbraccio.

Voglio confidarvi una cosa. Non ho mai pregato. Non ho un buon rapporto con lui. Mi sono fatta delle domande quando ero piccola. Mamma non mi ha saputo dare delle risposte. Papà mi ha detto che dovevo trovarle io da sola e che mai nessuno avrebbe potuto. Né lui. Né la mamma. Né  i sogni. E io da brava bambina religiosa che ha fatto la comunione vestita da suora e che ha studiato tantissimo tra preghiere e rosari vicino alla conca con la Nonna e la Zia, ho rinunciato alla Cresima. Solerte e sicura all’età di dieci anni ho avvisato mamma che non avrei voluto cresimarmi perché c’era qualcosa che non mi convinceva in tutta la vicenda. Mamma lo prese come un affronto personale e ci stette malissimo. Non vi dico neanche quando risoluta le imposi di togliere il crocifisso dalla testata del letto. Papà sorrise e mi incitò a cercare ancora le risposte. A non fermarmi mai. Oggi sono trentasette anni che le cerco e non smetto.

Di risposte ne ho ottenute davvero ben poche e tutte quelle che ho raccolto vengono rielaborate nel tempo e trasformate. Per certi versi è giusto così. Questo piccolo cenno per dire che non ho mai pregato. Da quando ho deciso di non fare più la cresima. Non l’ha mai fatto neanche papà con una frase che ho scolpita nel cuore “Non pregherò adesso per disturbarlo. Non l’ho fatto una vita. Non vedo perché dovrei farlo adesso. E’ una questione di coerenza e rispetto”. Ero d’accordissimo con lui. E mentre tutti parlavano di strofinarsi l’aloe addosso, sniffare erbe, pregare e partire per santuari, io e papà stavamo lì a ridere di loro. Lui attaccato alla flebo e io attaccata a lui, stanca di non avere un catetere perché avrei voluto fare a meno di lasciarlo tre secondi per andare in bagno. Fortuna che riuscivo a trattenere. Strano che non sia implosa. Ce la spassavamo proprio. Perché io sono questo. Sono lui. Siamo sempre riusciti a ridere nel dramma. Razionalizzare quello che non si può e viceversa. Capitava che i nostri occhi talvolta si incontrassero e si inumidissero. Ci abbracciavamo fortissimo e ci sussurravamo.

Coraggio. Dignità e Coraggio.

Ma una bugia a papà l’ho detta e voglio confidarvela. Io ho pregato. C’è stato un momento che mi sono buttata in ginocchio e gli ho detto: Toglimi tutto. Toglimi l’opportunità di essere madre. Toglimi tutto l’amore e l’affetto. Paralizzami la mano e non farmi disegnare mai più. Scrivere più. Rendimi cieca. Non voglio più leggere. Toglimi le gambe. Non voglio correre. Toglimi tutte le opportunità ma lasciami lui. Mi vergogno per certi versi. Proprio perché credo fortemente nel fatto che, semmai davvero possa esistere, non può interferire nella vita e nella morte altrimenti banalmente non si spiegherebbe le atrocità che ogni giorno ci passano sotto gli occhi, in particolar modo riferite ai bambini.

E sono qui senza di lui e con tutto il resto che non posso odiare perché non me lo ha tolto. Ma che devo rispettare in quanto me l’ha dato. E me l’ha dato tutto papà che è il mio unico Dio. Tutto questo per dire che non volevo fare un giro nel Pappamondo oggi in un primo momento, ma che quell’immagine di me che prega e spera di perder tutto per ottenere altro a mio grandissimo malincuore devo ammettere forzatamente che è sbagliata. Papà all’idea di non avermi visto madre, realizzata, o sapendomi cieca e senza mani, della propria vita e salute non se ne sarebbe fatto nulla. L’inno alla mia vita sarà l’unico prosieguo della sua ingiusta morte.

Vi ringrazio ogni giorno e quando posso più di una volta al giorno. Mi mortifico continuamente per non riuscire a rispondere a tutti ma è davvero una mole incredibile che mi travolge e, per quanto possa impegnarmi, oggettivamente risulta ai limiti dell’impossibile. Ma ugualmente ci provo. Oggi sono andata, toccata  e fuga, in America perché chi ha letto dei Biscotti gelato a New York (che puoi trovare qui) sa il motivo per cui l’America rimarrà un sogno irrealizzato. Una maratona con papà.

L’amore mio amava questi biscotti. Li ho fatti in diverse versioni diversi anni fa. Mi ha chiesto di prepararli più volte. Ci cenava facendone fuori sacchetti. E diceva “Ma tanto sono solo con la frutta, no?” e rideva. “Ci sono i cereali e fanno bene! Te ne puoi mangiare quanti ne vuoi”. E io quella voce, quel sorriso, quell’abbraccio ce li ho cuciti nel cuore e nell’anima. Vivo solo per non scucire quelle impunture. Cercare di tenere tutto ben  saldo. E non morire di dolore.

Questo bicchiere di latte, cena preferita di papà, insieme a questi biscotti mi portano a una maratona mai corsa ma che vincerò. Perché non ottieni una vittoria se patteggi un traguardo. Devi solo correre. Non fermarti. Fino alla fine.

Auguri Grazia o come direbbe semplicemente il mio bellissimo papà:

Auguri Amore mio. Facendo un piccolo saltello e facendo finta di ballare un po’. Accennando un passetto.

Seconda Tappa del Giro Pappamondo Natalizio: In Grecia a mangiare Kourabiedes (κουραμπιέδες)


  • 150 gr di mandorle tostate
  • 250 gr di burro
  • 500 gr di farina
  • 300 gr di zucchero a velo
  • 2 tuorli
  • il succo di 1 arancia
  • 2 cucchiaini di lievito
  • 1 fialetta di estratto di vaniglia
  • (puoi adoperare anche un po’ di brandy se ti piace)

Ne vengon fuori circa 24 biscottini.

Tosta le mandorle in una padella o nel forno. Tritale finemente con l’aiuto di un frullatore a lame resistenti. Nel recipiente del robot da cucina lavora burro morbido e zucchero a velo e poi aggiungi i tuorli e il succo di arancia. Mentre lavori l’impasto aggiungi pian pianino la farina setacciata alternando con quella di mandorla. Aggiungi poi il lievito e la vaniglia e lavora per bene l’impasto fin quando tutti gli ingredienti sono ben amalgamati. Toglilo dal recipiente e infarina un piano da lavoro. Lavoralo per un po’  a mano e poi forma delle palline che dovrai schiacciare prima di riporle sulla carta da forno. Cuoci a 160 già caldo per 20 minuti circa e quando sono ancora ben calde spolverale con abbondantissimo zucchero a velo.

  • La Ricetta scaricabile nella scheda riassuntiva la trovi a fondo Post

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Sono Catanese e faccio le Rame di Napoli quando mi pare e piace. Oh.


  •  500 grammi di farina 00
  • 100 grammi di margarina (ma puoi provare anche con il “burro” di mandorle o il burro ghee)
  • 3 cucchiai di lievito
  • 180 grammi di zucchero
  • 400 grammi  di latte
  • 120 grammi  di cacao in polvere amaro
  • buccia di arancia grattugiata (ma proprio tanta eh)
  •  Chiodi di garofano tritati (una manciata)
  • cannella in polvere
  •  2 cucchiai colmi di  di miele
  • 2 cucchiai di marmellata d’arance amare (a scelta)

Per la glassa:

  • 60 gr di margarina
  • 300 gr di cioccolato super fondente
  • Pistacchi sgusciati tritati

Setaccia la farina, lo zucchero, il cacao e il lievito. Unisci tutti questi ingredienti in una bowl. Aggiungi la margarina o il burro che hai scelto. Deve essere a temperatura ambiente come fosse una pomata. Aggiungi il latte e amalgama bene tutto. Puoi naturalmente adoperare il robot. Aggiungi la buccia e gli aromi alla fine. Una volta ottenuto un impasto abbastanza molle versa sulla carta da forno a cucchiaiate ricordandoti che si allargheranno leggermente. Dai una forma ovoidale o tonda. A 150 gradi per 15 minuti ma controlla per bene perché dipende dal forno. Prepara nel frattempo la glassa sciogliendo il cioccolato fondente a bagnomaria o al micro e aggiungendo poi la margarina o il burro che hai scelto. Cospargi i biscotti quando si sono raffreddati con la glassa e butta sopra manciate generose di pistacchi tritati. Fai raffreddare del tutto prima di servire.

Delle Rame di Napoli ho parlato in maniera più o meno approfondita (più meno a dir la verità) qui in un post datato 2010. Il Titolo “Rame di Napoli per il mio papà”, credo dica tutto e ci sarebbe davvero poco da aggiungere. In quell’occasione avevo ribadito come erroneamente si pensi alla Rama di Napoli come fosse un biscotto. E’ in realtà una fetta di torta in formato mignon che non si può definire nemmeno un cupcake in formato biscotto. E’ un ibrido talmente particolare e bizzarro che bisogna fare solo una cosa: assaggiarlo. E innamorarsene. Generalmente vengono vendute in ogni dove (pure nelle parafarmacie, credo) durante la festività dei defunti. I panifici sono pieni di queste prelibatezze e non vi è un abitante della mia città che non ne porti a casa, nel periodo, un bel sacchetto stracolmo. Nonostante ci sia ultimamente quest’uso smodato della Nutella e di altre marmellate, la Rama di Napoli, che porta con sé rievocazioni del Regno delle Due Sicilie e monete contenenti lega di rame, è un dolce speziato che deve necessariamente essere confezionato con del buonissimo cioccolato. Ogni volta che le ho preparate con il burro per qualche ragione a me ignota non sono piaciute tanto quanto che con la margarina. Non facendo io uso né dell’uno né dell’altro devo rifarmi ai giudizi dei palati altrui, ma sta di fatto che a papà piacevano in tutti i modi. Pure una tristissima versione vegana che non ho pubblicato sotto minaccia del Nippotorinese (che ne deve capire lui, tzè).

Perché le Rame di Napoli visto che “il loro periodo” è passato? E perché proprio oggi che dovevamo partire ufficialmente con il Natale? Perché la Rama di Napoli come dicevo è buona pure a Pasqua e a Ferragosto ed è giusto quindi sponsorizzarla e spingerla al massimo ma anche (e soprattutto) perché ieri mentre leggevo tutta eemozionata e commossa l’articolo su ELLE a Tavola che mi riguardava non ho potuto chiaramente fare a meno di pensare che papà.

L’avrebbe letto commosso e avrebbe notato sicuramente quello che mi è saltato agli occhi immediatamente:

Catanese.

Raramente si scrive di me catanese. Sono sempre siciliana. Torinese. Siciliana emigrata a Torino (?). Sicula. Ma mai Catanese. E’ la prima volta. E so che lui questa radice profonda. Questa esatta definizione lo avrebbe emozionato tantissimo. Per puro caso poi capitano le Rame di Napoli in archivio, che manco a dirlo avevo dimenticato di pubblicare il primo Novembre. Niente è per caso, no?

Provale e ti prego se lo fai dimmelo. Mi renderesti. Ci renderesti, a me e papà, davvero molto felici di aver portato un po’ di Catania nel tuo cuore.

Curiosità:

No. Non vedi male. La tazza ha proprio la coda di coniglio ed è un regalo (bello da far paura) del Nippotorinese che l’ha scovato tra le strade de La Signora.

L’alzata è a prezzo imbattibile su H&M Home (da quando hanno aperto lo shop online trascorro il mio tempo libero lì).

Cookies con gocce di cioccolato e zenzero per il tè (manca un mese al Natale, eh. L’ho detto)


Ingredienti per 20  biscotti

  • 240 grammi di farina
  • 175 grammi di burro
  • 40 grammi di zucchero a velo
  • 230 grammi di zucchero semolato bianco
  • 1 uovo
  • 1 tuorlo
  • 30 ml di latte intero
  • 260 grammi di gocce di cioccolato di ottima qualità oppure scaglie di cioccolato fondente se preferite
  • 1/2 cucchiaino di bicarbonato
  • il solito pizzico di sale
  • una spolveratina di zenzero in polvere

Puoi lavorare con uno sbattitore o meglio ancora con un robot da cucina. Lavora il burro con lo zucchero a velo e quello semolato e ottieni un composto cremoso. Aggiungi il sale, l’uovo, il tuorlo e lo zenzero. Aggiungi poi la farina setacciata e il bicarbonato alternando con il latte e infine il cioccolato. L’impasto risulterà molto molle ma si ricompatterà nel frigo dove dovrà riposare almeno un’ora. Trascorso il tempo imburra per bene le teglie che andrai ad adoperare e forma delle piccole palline (circa venti in totale per questa grammatura) prestando ben attenzione a lasciare un gran bello spazietto tra un biscotto e l’altro. Non sottovalutare questo passaggio perché si ingrandiranno moltissimo come tutti i Cookies. Metti nel forno già caldo a 180 per 10 minuti circa fin quando diventano dorati e poi fai raffreddare su una griglia. Ti sembreranno molto molli e fragili ma lasciali raffreddare e noterai una deliziosa, al contrario delle aspettative, croccantezza.

Dei classici cookies deliziosi, sfornati diverse volte ma esattamente allo stesso modo, ne ho parlato fino allo sfinimento. Sarà perché sono così semplici e veloci da preparare ma anche incredibilmente apprezzati in ogni fascia d’età. La sostanza, chiaramente non cambia. Stessa preparazione e bene o male ingredienti; giusto qualche “connotato” di gusto diverso e basta più.  Perfetti da conservare nelle scatole di latta e per omaggiare persone speciali durante le feste. Perché poi ogni anno si ripete sempre la stessa identica cosa, come fosse un sermone: ma davvero c’è qualcosa di più bello di un regalo preparato e confezionato da noi? Anche quest’anno di regali golosi ce ne saranno un bel po’. Direi che non è affatto troppo presto per fare un piccolissimo punto della situazione. Rievocando i biscotti/torte in barattolo qui accanto, mi è proprio venuto in mente che anche questi Cookies sono perfetti e che  si possono conservare dentro uno scrigno con tanto di ricetta e indicazioni (si dovranno poi  aggiungere solo gli ingredienti liquidi come sempre).

L’idea dei biscotti e torte in barattolo, molto in voga sul web diversi anni fa, rimane una moda di cui appropriarsi e far diventare tradizione. Raramente ce ne si dimentica, anche perché la possibilità di variare il contenuto, il confezionamento e la compilazione creativa della ricetta in sé, ha proprio una componente della preparazione: divertente, economica e stupefacente. Con pochissimo denaro, ma molto divertimento e fantasia sfrenata si riesce a ottenere qualcosa che esula assolutamente da qualunquismo barra materialismo (e lo dice una che ha una parte  materialista molto più che sviluppata e non ha paura ad ammetterlo).

Facciamo un riassunto dei Cookies e dei biscotti di simile fattura?

Dando una veloce sbirciatina nell’archivio biscottoso mi è venuta una sincope di otto minuti. Un’apnea preoccupante. Urge piccolo riassunto Natalizio in fatto di biscotti. Ne avevo giusto dimenticato qualcuno. Solo 234234234 eh. Nulla di grave, come sempre.


Curiosità:

Le tazzine sono un regalo di Nonna Angela (che ultimamente mi sta omaggiando di pezzi davvero unici e importanti); appartengono a un servizio quasi del tutto scomparso tra cocci e tempo degli anni 50.

La tovaglietta è interamente ricamata da Nonna Grazia e fa parte del corredo incredibilmente prezioso che mi ha lasciato come ricordo. E amore.

Banoffee Chocolate. Non la Pie però ma la versione mignon


Per 15/16 (tratti da Tea Time di Csaba della Zorza)

La pasta: 230 grammi di farina, 40 grammi di zucchero a velo, 30 grammi di cacao amaro, 190 grammi di burro freddo, 1 tuorlo, 2 cucchiai di acqua ghiacciata

Crema: 60 grammi di burro, 50 grammi di zucchero di canna, 300 grammi di latte condensato, 30 grammi di cioccolato fondente, 2 cucchiai da tè di sciroppo d’acero

Copertura: 100 ml di panna fresca da montare, fette di banana, cacao amaro con un pizzico di cannella setacciata

Setaccia la farina, lo zucchero a velo e il cacao in un recipiente. Aggiungi il burro a pezzi e lavora con le mani o con un impastatore elettrico fino a ottenere la classica consistenza sbriciolosa. Aggiungi l’uovo e continua a impastare e infine l’acqua fredda. Ottenuta una palla liscia e omogenea avvolgi in pellicola e lascia riposare in frigo per almeno trenta minuti. Imburra stampi per mini muffin o quelli che possiedi (vanno benissimo anche le teglie piccoline monouso di alluminio. Io ho adoperato quelle, per capirci). Stendi la pasta brisèe con il mattarello infarinato e ritaglia dei cerchi con un bicchiere o un tagliabiscotti. Fodera gli stampi e bucherella il fondo con una forchetta. Mettili in freezer e nel frattempo accendi il forno. Quando è arrivato a temperatura, ovvero a 220, inforna per 12-15 minuti massimo. Togli dal forno e lascia fuori. Falli raffreddare e poi mettili in frigo dieci minuti prima di toglierli dalle formine. Prima di sformare la base infatti devi assicurarti che sia fredda perché potrebbe sbriciolarsi e rompersi. Puoi conservare tranquillamente queste basi in scatole di latta anche per due-tre giorni e poi riempirle al momento del tè con fette di banana e panna.

All’interno di questi deliziosi recipienti puoi mettere una crema al caramello e comporre poi così il dolcetto: pasta brisée al cacao-crema al caramello-fette di banana e panna montata con spolverata di cacao amaro e cannella.

Per preparare la crema metti il burro e lo zucchero in un pentolino. A fiamma bassa lascia sciogliere lentamente sempre mescolando fin quando lo zucchero non si è completamente fuso. Aggiungi il latte condensato continuando a mescolare per almeno 5-6 minuti e sempre tenendo la fiamma molto dolce. Togli dal fuoco e solo allora metti cioccolato e sciroppo d’acero. Mescola per bene ancora ottenendo così una deliziosa crema che puoi conservare in frigo a patto che tu l’avvolga nella pellicola e lasciandola un po’ a contatto con la crema stessa.


Dopo la Banana Chip cioccolato e i bicchierini con la crema al caramello, banana e cacao di ieri, potevano mancare i Chocolate Banoffee? E’ una torta inglese a base di banane, panna e caramello (o dulce de leche se proprio vi annoia prepararlo in casa; se ne trovano barattoloni ormai dappertutto) su una base di pasta al cioccolato ma anche biscotti sbriciolati e burro, proprio come nella classica preparazione della Cheesecake. Wikipedia ci illumina circa la paternità sostenendo che appartenga a Nigel Mackenzie e Ian Dowding, proprietario e chef di The Hungry Monk Restaurant a Jevington, nell’East Sussex (hanno sfidato chiunque ad avere una letteratura/scrittura precedente agli anni in cui sostengono di averla inventata. Vincendo perché mai nessuno è riuscito a smentirli). Pare che risalga al 1971 a seguito di un viaggio di Dowding quando scoprì che il latte condensato e conservato in scatola potesse essere trasformato in un delizioso e inebriante caramello. In poco tempo diventa simbolo del ristorante e di una vera e propria realtà ed epoca, tanto che tutti impazziscono per questa torta, perché originariamente si trattava proprio di una vera e propria Pie mentre adesso si trova un po’ in tutte le forme (anche in formato muffin, per dire). Si può chiamare Banoffi o Banoffee. In Inghilterra si trova ormai ovunque e pare (sempre grazie a Wikipedia che ci dona sapienza e chicche in un colpo solo) che sia tra i dolci preferiti della Thatcher. Divenuto ormai  parte della cultura gastronomica, questo dolce è entrato a buon diritto nella lingua inglese: qualsiasi dolce porti con sé il sapore della banana e del caramello è appunto epitetato Banoffee.

Volevo abbinare questi deliziosi, piccoli e goduriosi Banoffee in versione mignon a un Giallo, a esempio per un tè con Poirot; li avevo appositamente scelti così per questo motivo del resto. Inglesi, con tanto cioccolato e svergognatamente goduriosi con tutta quella panna. Monsieur Poirot ero sicura che avrebbe molto apprezzato tra un ragionamento e una deduzione. Ho dovuto ovviare per mancanza di tempo perché disegnare una qualsiasi fumettoricetta era impossibile (sono troppo presa dalle lucette, oh!) e quindi perché mai non proporli sotto l’albero e le lucette? Sono comunque dei dolci perfetti per le feste, no?  (c’è da capire quali non lo siano)