Un filo d’olio di Simonetta Agnello Hornby e il Pesce D’Uovo #storiedicucina


Il Pesce d’uovo si fa con uova, pan grattato (a muddica), pecorino grattugiato o parmigiano, sale e se vuoi un po’ di prezzemolo fresco tritato

La settimana scorsa ho avuto il grande piacere di introdurre in anteprima l’uscita della Collana Storie di Cucina con il Corriere della Sera (ieri su La Cucina del Corriere sono stati pubblicati anche il mio titolo preferito e quello che “consiglio” di leggere fuori dalla collana. Se ti fa piacere trovi tutto qui). Per l’occasione ho preparato il, e non un, piatto più speciale della mia casa che odora di ricordi e sa di amore, passato e futuro: la Norma; nella forma forse un po’ più civettuola, ovvero quella dell’involtino perché a dir la verità la Norma è un bel piatto di spaghetti che sporca i bordi del piatto. Le melanzane stanno a fetta intera sopra e poi la nevicata di Ricotta salata. Si tagliano col coltello quelle melanzane. Cosa che non si fa per galateo ma proprio per questo un gesto che significa ancor più intimità. L’ho dedicata a mio papà essendo il suo indiscutibile piatto preferito (amava molto pure la pizza alla Norma) e qualora ti facesse piacere leggerla, vederla perché ci sono anche frammenti di una videoricetta e assaporare un po’ del ricordo la trovi qui.

La seconda uscita, come avevo già preannunciato, è Un filo d’olio di Simonetta Agnello Hornby; l’ho ricevuto sempre grazie al Corriere della Sera in anteprima e ne sono molto lusingata. Come ho già avuto occasione di dire è una collana ricca di vite ed emozioni, scelta e selezionata accuratamente, con copertine dall’appeal davvero bellissimo. Trame di porcellana, di quelle che hai in eredità o che guardi da bambina sognante mentre nonna prende il tè. Anche, e soprattutto, quelle di servizi sbreccati. Grazie alla mie nonne e alla zia Immacolata anche io, nel mio piccolo, possiedo molti di questi contenitori intrisi di vita.

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La Libreria di Iaia: Lorraine Pascale – La mia cucina Easy


Avevo detto che ricominciava La Libreria di Iaia, no? Eccomi qui puntuale e inutile come sempre. Non sapendo da dove ripartire (ci eravamo lasciati con Crudo) e programmando la scaletta, perché almeno come ai vecchi tempi un libro a settimana vorrei “recensirlo” (molto in amicizia detto eh, che per recensirlo non ho le competenze. Diciamo sfogliarlo tra amiche e sparando quattro impressioni da incompetente? Sì dai). Le mie librerie straripano ormai. Compro pure quelli che non mi piacciono, per dire. Finirò in una puntata de Le mie Ossessioni. Tra Graphic Novel, libri di Cucina, i libri del Nippo e le riviste di musica, tecnologia, food e geofisica (no dai, non è vero ma potrei appassionarmi alla geofisica, no? Ci sono molto portata. Regia! Le risate registrate, grazie!) siamo sepolti vivi e neanche quattro piani di casa potrebbero bastare. Ma si possono impilare i libri pure nel bagno, quindi che ci importa?

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La Libreria di Iaia (con tombola!): “Crudo” di Delphine de Montalier (e renne in arrivo)


Eccola un’altra meraviglia edita da Guido Tommasi: Crudo di Delphine De Montalier con le fotografie (splendide) di David Japy. Il progetto grafico è di Elodie Rambaud e le illustrazioni di Jane Teasdale. Un risultato incredibile. L’introduzione va dritta al punto e senza fronzoli e  in maniera molto diretta spiega gli intenti.

“Lo vedo, lo sento, lo capisco e lo avverto… siete pronti! Bè, pronti a nutrirvi come si deve, a fare del bene al corpo e allo spirito. C’è chi direbbe che fa “tendenza”, va di moda, in realtà è molto di più. Si tratta della nostra salute, del nostro corpo e del nostro pianeta. Certo, questo libro non sarà la soluzione di tutto ed è lungi fa me l’idea di farvi cambiare tipo di alimentazione. Questo libro rappresenta un piccolo passo verso il meglio, alcune idee per cambiare le proprie abitudini, ricette crude per fare il pieno di vitamine, di sostanze nutritive  e di altri benefici che la natura ci offre. Non sono una crudivora, un’adepta dell’alimentazione crudista alla lettera… ma desidero mangiare sano, cercare i prodotti migliori, ritrovare il sapore autentico della frutta e delle verdure e rimpinzarmi di natura. Il Crudo è una fonte inesauribile di tutti questi desideri. Il Crudo è allegro, gioioso, colorato, croccante, vitaminico e veloce. Ma non tollera la mediocrità. Non per questo dovete dimenticare il supermercato e correre dritti nei negozi di prodotti biologici, però fate attenzione a ciò che mangiate. Per i più scettici del biologico o dell’agricoltura integrata, vi invito a cambiare un po’ le abitudini quando fate la spesa, a stare attendi a ciò che comprate, a consumare prodotti locali e soprattutto di stagione”

Delphine nella parte finale, esaustiva e sintetica come l’inizio, sottolinea come abbia voluto tentare di accontentare il maggior numero di persone. Ha contrassegnato quindi alcune ricette con un logo “Solo Crudo” per gli irriducibili del crudismo; aggiungendo anche diversi tipi di pesce che sembrano essere tra i piatti più gettonati e graditi. Ci sono poi ricette per quelli che lei definsice “Buongustai” e che quindi non possono fare a meno di formaggio, panna, chorizo. Carnivori compresi perché come avrò modo di ticchettare subito dopo alcuni carpacci la fanno da padrone. Brodini e cibi scottati leggermente. Un catalogo variegato e piuttosto ampio che in effetti potrebbe accontentare anche palati esigenti e psicolabili come il mio e quello di Ombretta; specie pericolosa di Vegan gluten free (fermateci o conquisteremo il mondo insieme agli alieni!). Sono ben 115 Ricette divise in Quaderno Pratico, Zuppe, Insalate, Succhi, Pesce, Carne, Appena Scottato, Fatto in casa e l’immancabile evviva il cielo capitolo sui Dolci (su cui ho abbondantamente sbavato tra una pagina e l’altra).

La carta non è troppo lucida ma neanche grezza e opaca. E’ esattamente quella via di mezzo che mi piace moltissimo e che per certi versi riprende il filone Julie Andrieu country-chic-vintage in un frullato pazzesco di gusto e finezza. Fotografie semplici, delicate e tagliate ma con sobrietà. Il font ricorda moltissime altre pubblicazioni rivolte al vegan food in genere. Mi piace moltissimo. Posso scriverlo maiuscolo? MOLTISSIMO all’ennesima potenza (oggi ho fatto proprio una zuppetta deliziosa che è poi una variante di una che facevo da tempo. Aggiungendo un quid).

Sul quaderno Pratico c’è la dispensa del Crudo, un’interessantissima lista per avere le idee belle in ordine e in fila indiana. Le Spezie (cannella, cumino, zenzero, noce moscata etc), la Frutta secca (datteri, fichi, uvetta), Dolcificanti, Latte (cocco, mandorla, nocciole, soia), Frutta a Guscio e Semi (lunghissima lista da tenere sott’occhio tra cui semi di carvi, chia, cumino nero, sesamo, zucca, noci di macadamia etc), condimenti (miso bianco, salsa di soia, sale dell’Himalaya, Gomasio, Tamari etc), Paste e Puree ( burro di cocco, pasta di mandorle etc), Olii e aceti (olio di colza, olio di nocciole, aceto di umeboshi), Ingredienti Vari (alghe, capperi, carruba, foglie di ostrica, limoni in salamoia, pomodori secchi). Segue poi sempre all’interno del quaderno una bella sintesi degli utensili. La differenza insomma trra frullare, estrarre e amalgamare. Quello che fa l’estrattore, la centrifuga e il frullatore. Argomento tra l’altro molto dibattuto ultimamente tra le foodie e sul web. Infine tagliare, affettare, tritare, mondare e spuntare. Gli irriducibili crudisti hanno molto da insegnarci al riguardo. Capitolo sulla disidratazione, conservazione, essiccazione (dell’essicatore se ti facesse piacere ho parlato qui e qui). Sottolineatura sul Forno (Delphine sostiene di non possederlo) perché non so come stiamo messi qui tutti a Cultura Crudista (regia, musica del terrore in sottofondo!) ma il Crudista irriducibile non può superare la temperatura di 45 gradi circa. Ci sono forni che riescono a cuocere a 40-50 gradi con la funzione ventilato.

Si parte con le zuppe (uno dei miei capitoli preferiti) e con la prima giuro amore eterno a Delphine. Zuppa verde ai semi con cetriolo, avocado, zenzero e semi di zucca (e molti altri), Zuppa di spinaci, avocado e zenzero con sesamo nero, Zuppa d’India, Zuppa 3 C con zucchine gialle, verdi, lunghe  e tonde, cetriolo e olio di sesamo. Gazpacho verde, Gazpacho classico, Zuppa di Cetriolo Noa e Menta, Zuppa energizzante con spinaci, cetriolo, wakame e infinite meraviglie. Partono le insalate con pomodori misti, insalata verde, daikon e salsa thai, barbabietola cruda e pompelmo, insalata cruda e succo di acetosella, carpaccio di verdure, pad thai crudo, sedano e mele grattugiati. E ancora i succhi con green juice in diverse varianti, smoothie dolci e verdi dal sapore salato. Il pesce è un tripudio per chi lo ama, perché nella complessa semplicità ci sono davvero piatti incredibilmente belli esteticamente e suppongo pure molto buoni. Come gli scampi crudi speziati, le ceviche di scorfano, il sugarello marinato, lo spada con basilico, pinoli e pomodori. La carne con tartare di manzo, carpacci di vitello e bresaole con pere e cavolfiore. Appena Scottato e Fatto in casa offrono diverse preparazioni facili e veloci irrinunciabili. Il latte di mandorla, il latte di nocciole, la crema spalmabile zuccherata con agave, brodo iodato, tarama fatta in casa, tartare di alghe fatte in casa, finta maionese di avocado e vinaigrette di avocado, arancia e soia. E mi girano le dita e la testa perché mi è venuta una fame pazzesca.

Sui dolci Delphine si supera. Torta coccociocco, tortine di fragole e pepe, torta al limone, gelato al mango, frutto della passione, fragole e chantilly alle erbe, base per torte e un tripudio incredibile di bontà. Sono moltissime le ricette Vegan. Ce ne sono altrettante con i pesci. Altrettante con le carni. E’ un libro francamente per tutti che avvicina un po’ di cultura Crudista, interessante e salutare se non portata all’esasperazione, e allontana moltissimo l’idea che siano degli schizofrenici tanto quanto i vegetariani e vegani perché diversi dalla “massa”, mi si consenta il termine che non vuole assolutamente essere offensivo (ne sento tante su di me, un virgolettato e uno scusa può bastare no?).

 Non ci vuole moltissimo a intuire che qui di Delphine testerò e prenderò spunto moltissimo. Guido Tommasi Editore si riconferma ancora una volta grandioso. Ma sto dimenticando qualcosa? Dite che?

Uhm vero!

Qualcuno qui aspettava delle renne per caso? 

Il centesimo commento si aggiudicherà una copia direttamente a casa che mi premurerò di spedire tramite Amazon. Tombola Natalizia a sorpresa all’interno de La Libreria di Iaia (e le soprese non finiscono qui. Anzi a dirla tutta sono proprio cominciate!)

3… 2… 1… via!

La Libreria di Iaia: La Cucina del Monaco Buddhista di Kakuho Aoe


Non è raro che il Nippotorinese rincasi all’ora di pranzo con qualche pacchetto. Mea culpa il più delle volte, quando si tratta in particolar modo di pupazzetti, tecnologia e attrezzi strambi da cucina e da casa. Piccoli capolavori acquistati quando si tratta del pelato. La verità è che ha ceduto anche lui alle lusinghe dello shopping online; più per il fatto che avendo meno tempo di quando avevamo già poco tempo, non riusciamo più a passare le domeniche in librerie, in giro per vetrine e cosa che maggiormente ci ferisce-mortifica-rende tristi non possiamo allontanarci né tanto meno fare al momento viaggi. Il lavoro ci ha sommerso ma non per questo ci arrendiamo, come è giusto che sia. Allora il paese dei balocchi diventa Amazon, che idolatro come una divinità e sul quale ormai compro pure i mini marshmallow e la limetta per le unghie, per dire.

La cucina del Monaco Buddhista – 99 Ricette Zen per nutrire il corpo e l’anima, è un libro che va assolutamente comprato per chi: si ama o sta attuando un percorso affinché questo accada, è libero da ogni stupida convinzione che il tofu e il seitan “sono robbbe da vegetariani o gente stramba”e non in ultimo, ma ce ne sarebbero molti altri di motivi sui quali a breve ticchetterò, crede fortemente nel fatto che siamo davvero quello che mangiamo e che non è affatto un noioso luogo comune. Ho avuto modo molte volte già di esprimermi a riguardo ma non vi è mai una volta in cui non continui a non stupirmi: sono davvero quello che mangio. Complicata, Rigorosa, Fantasiosa e Creativa ma trattenuta per via del mio disturbo alimentare e forma di masochismo (work in progress perenne ma non per questo sento odore di sconfitta), unica. Non imporre quello che si è agli altri ma esserlo. Tentare di stimarsi per trarne vantaggio. Ed evolversi. Il Nippotorinese mi dice sempre che guardo quello che non sono riuscita a fare e mai il contrario. Allora mi fermo, talvolta, e ragiono proprio su quello che ho realizzato. Allontano il pensiero e sposto gli obiettivi sicuramente per farmi del male, sì. Ma quando riesco a fermarmi. A pensare a quelli raggiunti. Ad ascoltare solo i miei pensieri, vittorie e traguardi, c’è quel momento in cui il cuore rallenta, il volto si distende e quasi l’anima ascende. Della cucina Zen ho parlato più volte e soprattutto molti anni fa.  Come anche di quella Taoista (qui, qui e qui e ovunque).

“Sebbene non tutte le scuole buddhiste siano concordi nel seguire una dieta vegetariana, i monaci giapponesi vi si attengono rigorosamente: non mangiano né carne né pesce e neppure aglio, cipolla, porri ed erba cipollina. Come risultato, la loro cucina è sana, a basso contenuto calorico, utile come dieta disintossicante e ha sapori così delicati da incarnare la quintessenza del gusto. Il monaco Kahuho Aoe nel suo libro non descrive solo meravigliose ricette, ma delinea un percorso gastronomico che ci farà riscoprire il piacere del cibo e della sua preparazione aprendoci a un’esperienza nuova nella relazione con noi stessi e con il mondo”.

Kakuho si occupa della preparazione dei pasti, dice nell’introduzione, e tiene a ribadire sin dall’inizio che il connubio cibo-buddismo non è bizzarro e che in realtà nella preparazione del cibo di tutti i giorni sono racchiusi più insegnamenti di quante stelle illuminino il firmamento.  Trovo che il mio inutile ticchettio per la società quest’oggi potrebbe pure finire qui perché Kaku (così si presenta con una simpatica diapositiva a inizio del libro) è riuscito a sintetizzare poeticamente enciclopedie di banalità, luoghi comuni ed essenza pura. Nei templi buddisti (nella maggior parte) il cibo per nutrire l’anima è composto principalmente da tutto quello che non riguarda pesce, carne e sapori forti come aglio e cipolla. L’espressione della pratica ascetica Zen si basa infatti sul principio che per nutrire l’anima si devono allontanare le passioni oscuranti e quindi il sangue stesso. Kaku si prepone come obiettivo quello di insegnare la cucina dell’anima, che basandosi su dati certamente oggettivi conferma la longevità e la bellezza non solo del corpo.

“Preparare il cibo con cura e mangiare in tranquillità”

Nella mia sezione NIHON, che ho purtroppo messo da parte ma voglio porre immediatamente rimedio, troverete molte ricette base a cui soprattutto nel 2010-2011 davo rilievo. Alla base di tutto c’è sempre il Brodo Dashi (di cui parlo anche qui in concomitanza con il brodo di Pollo nella cucina Taoista). Leggendo le ricette di Kaku vi troverete infatti a dover fronteggiare come “primo scoglio” proprio la preparazione di questo, in quanto onnipresente insieme alle beneamate verdure (senza dimenticare tofu e seitan). Prima di cominciare ci tengo assolutamente a ribadire che il libro è un capolavoro. E’ edito da Vallardi e ha un prezzo basso rispetto a quello che contiene, di valore inestimabile: sulle 11-12 euro circa dipende da dove acquistate (sappiate che su Amazon oltre alla copertina rigida si trova anche il formato Kindle a prezzo chiaramente più basso).

Un formato piccolo che arriva a 150 pagine circa con copertina rigida e carta non troppo patinata ma ruvida, bella e alla quale francamente nessuno baderà perché contiene foto di rara bellezza. Difficilmente ho avuto a che fare con immagini di questo tipo. Sublimi è forse un termine addirittura cheap per quanto le riguarda. Kaku attraverso una sequela di sue immagini, se vogliamo divertenti per confermare la contagiosa simpatia intuita già da uno splendido sorriso, ci coinvolge con consigli pratici, aneddoti e anche attraverso una guida utilissima dei diversi prodotti che dovranno essere acquistati. E’ una sorta di bibbia in formato mignon che ti perfora l’anima e ti fa venire voglia di prendere il primo volo e rinchiuderti in uno tempio buddista. Ci fosse Kaku sarebbe meglio perché non nascondo di aver preso una cotta, del tutto spirituale, nei di lui confronti. Non ci sono latticini, perché in molti templi buddhisti non se ne fa uso e le fritture sono naturalmente circoscritte a eventi particolari con pastelle che utilizzano la farina di riso, in quanto chiaramente è quasi del tutto esente dal glutine, escludendo il seitan. Le temperature di ebollizione non si riferiscono mai, come annuncia Kaku proprio all’inizio, a 100 gradi come in occidente ma si parla piuttosto di 60 massimo 70 gradi; che non rientra certamente nella “filosofia crudista” che si attiene intorno ai 48, ma è pur vero che la sostiene proprio come tesi. Il libro si apre con la preparazione del Dashi (presto farò una videoricetta) che è appunto il fondamento. Delicato e penetrante, il brodo Dashi viene inteso come calore nell’anima. Capace di calmare e affrontare spiritualmente la giornata. Preparare il dashi con il cuore è un’operazione che fa capire e apprezzare il silenzio, i movimenti e le cose realmente importanti della vita. Kaku con le sue parole invita quasi a una sorta di meditazione, perché questo è senza girarci molto intorno, sulla preparazione del Dashi. Si trovano le ricette del Dashi con gli shiitake, dashi di soia, dashi di bucce di verdure, dashi di Kanpyo, dashi di alga wakame. Il riso è un altro caposaldo al quale vengono dedicate diverse pagine. Kaku si premura di sottolineare l’importanza di non sprecare l’acqua durante il risciacquo del riso e ci invita ad adoperarne una parte (quella degli ultimi risciacqui) per le verdure mentre la prima, che è troppo torbida, per innaffiare le piante. Il riso aumenta la forza d’animo e la sazietà. Viene consigliato per il risveglio e non soltanto per i pasti principali. Il cibo più puro che va coccolato e tenuto chicco a chicco nel cuore. Una carrelata di zuppe di miso con alghe e tofu e con il seitan, ma anche la buonissima zuppa di melanzane zuppa di sake kasu prima di cominciare con il primo capitolo che parla di antipasti:

  • Okara saltato con funghi e carote
  • Crisantemo coronato con crema di sesamo
  • Kinpira di sedano
  • Konnyaku in padella
  • Fritelle di natto
  • Germogli di bambù con miso e burro profumato al kinome
  • Insalata di alghe e tofu
  • Sashimi di tofu e mozzarella
  • Cubetti di verdure con salsa alla frutta secca
  • Fichi in umido in salsa di sesamo
  • Gnocchi di patate in salsa ankake

Si prosegue con le zuppe:

  • Zuppa Unpen
  • Potage di broccoli
  • Zuppa trasparente di pomodori

Una carrellata di tofu ai fagioli, ai fiori di ciliegio, alle carote, al mais e agli asparagi. Radici di loto e igname allo yuzu, seitan fritto, teste di drago volanti, okowa di funghi, nagaimo all’aceto e sesamo e tantissimo altro da far sentire male alle papille gustative solo a ticchettarne i titoli. Ma se c’è una cosa che mi ha mandato completamente in delirio (altro che ascensione!) da farmi tirare i capelli al grido di “TUTTILIVOGLIOTUTTI” è il capitolo sui dessert. Perché metterò pure cheesecake e preparerò “roba” che non mangerei neanche sotto tortura di Kaku, ma per me il dolce rimane qualcos’altro. Non è una torta grondante cioccolato. Non è un impasto informe di farina, uova e burro e schifezze. Per me è qualcosa di infinitamente semplice e puro. Qualcosa di esteticamente minimale ma che ha un contenuto forte, possente e potente soprattutto. E’ un semplice fico secco, magari. Una polpettina di riso con azuki. Il riso mochi. Kaku dà il colpo di Grazia (a Grazia!) proprio alla fine con la ciambella di Okara, il tofu Mineoka e la Dolce Ortensia che è poesia. Chiude il tutto consigliandoti, aiutandoti e lasciandoti le ricette base per le salse fatte in casa. A partire dal gomasio sino ad arrivare alla Maionese di tofu per proseguire con la salsa di pomodori e funghi e dengaku di miso e shoyu al natto.

Questo libro va comprato. Per chi come me ha deciso di arrendersi alla sua “diversità”. E per chi si è omologato e forse non è quello il suo posto. Potrebbe essere una scoperta degna di essere vissuta. Che l’ascensione sia con voi.

Uh dimenticavo: per gli impavidi che sono arrivati sin qui. Il dodicesimo commento vince la copia del libro.

La Libreria di Iaia: Food Lovers Viaggio tra i sapori del Mondo di Lonely Planet (e Tombolata)


(al primo commento va una copia del Libro. Così cominciamo molto sinteticamente con le Tombolate Librose, come d’abitudine qui)

Non ricordo esattamente quando ho preso Food Lovers della Lonely Planet ma sicuramente in corrispondenza dell’uscita considerando la mia perversione per i libri di cucina. Quando gli sventurati ospiti si ritrovano davanti la libreria adibita solo a questo genere, chi in un modo chi un altro il discorso non cambia: “mai visti tanti”. Adesso che li sto sistemando per benino e non ci sono più scatoloni e sto riesumando volumi che non avevo potuto sistemare durante la fase di ristrutturazione casa, in effetti viene anche a me da dire “mai visti tanti”. Qui nei dintorni, giusto per fare quella che si pavoneggia, mi ha battuto solo la Feltrinelli di Catania (l’ho scritto soffiandomi sulle unghie con fare antipatico tutto questo, eh). Insomma per dire che poi alla fine però come in tutte le cose mi affeziono davvero a pochi volumi. Voglio bene a tutti, figli miei, e vi spolvererò con amore ogni giorno della mia vita finché morte non ci separi ma.

Questo è uno di quei volumi che desta le gelosie altrui soprattutto dello stesso genere; il fatto è che in un volumetto neanche troppo grande si è riusciti a racchiudere una Guida, come solo Lonely Planet sa fare, che ti fa fare il giro del mondo andata e ritorno più volte. Si percepiscono i sapori, gli odori, i luoghi e le tradizioni. Ogni pagina, pur trasudando sinteticità e spremute di concetti all’ennesima potenza, riesce incredibilmente a non essere approssimativa ma per assurdo: più che esaustiva. Introduzioni, approfondimenti e pure spazio per le ricette. Non solo, però. Essendo giustappunto una Guida di Lonely Planet a tutti gli effetti, si trovano anche luoghi, ristoranti e pure carretti take away segnalati con tanto di via. La carta è profumata e setosa. Le foto sono incredibilmente belle e l’impaginazione delicata, precisa e ricchissima. Il formato non è poi così grande ma all’interno di una pagina si è riusciti a mettere un frullato di informazioni incredibile senza mortificare in alcun modo l’immagine; che sia piccola o grande.

Si comincia con la Cina e il tofu insieme a spezie anestetizzanti e aceto da far lacrimare gli occhi attraverso la preparazione del Riso che è il cereale presente nei piatti di tutto il mondo. Si parla dello Yunnan che è il famosissimo riso cotto nel bambù con pezzettini di fungo e degli immancabili e famigerati Ravioli al Vapore che si portano all’interno dei cestelli di bambù. La Ricetta tofu con shiitake e zenzero scritta a pagina 9 l’ho provata per la prima volta qualche settimana fa ed è entrata a far parte delle irrinunciabili. Si passa ai Mian, ovvero i noodles presenti in tutta la Cina in una vasta gamma di varianti regionali. Quelli che vengono fatti a mano tirando e ripiegando e della capitale cinese dei noodles che è Taiyuan. I jaozi con la loro forma più semplice. Si racconta di come le famiglie cinesi si riuniscono la vigilia di capodanno per preparare queste specialità che ricordano i sacchi di monete d’oro e pertanto simboleggiano la prosperità e il buon augurio per l’anno che verrà. Dalla Cina con l’anatra alla pechinese e altre infinite informazioni, ricette, segnalazioni e prelibatezze si arriva alla Corea del Sud e all’amore per il pesce. Il kimchi è l’ambasciatore della cucina coreana mentre il doenjang jjigae è il piatto quotidiano più diffuso. Si parla delle feste come l’Hadong Wild tea festival che si tiene a Maggio e che è famosissimo per i tè pregiati con tecniche tradizionali. Del Geumsan Insam Festival per conoscere e divulgare gli effetti del Ginseng. In un sol colpo si è in Francia con le Escargots de Bourgogne e con il manzo alla bourguignonne abbinata a vini leggeri e poco tannici. La zuppa del pescatore del porto di Marsiglia, che ho potuto vedere con i miei occhi e che è descritta eccelsamente a pagina 47. Le castagne di mare, il burro alla bretone e pure i Macaron, sì. L’amata Germania con salumi e salsicce corredati da pane nero, crauti e birra. La spiegazione del Reinheitsgebot o editto di purezza emanato nel 1516 che decretava che solo orzo, luppolo e acqua potessero essere utilizzati nella produzione della birra. L’Oktoberfest immancabile dove oltre sei milioni di persone da tutte le parti del mondo si riversano sul territorio. Si vola poi in Giappone (le foto sono meravigliose, voglio assolutamente ribadirlo. Soprattutto queste dedicata al Nihon) con il manzo Kobe e soba, udon e ramen. In tutto il Giappone si incontrano parchi a tema dedicati ai ramen con al loro interno negozi tra i migliori del paese. La guida ci segnala tutti quelli che devono essere visitati insieme a istruzioni per l’uso dei Noodles degni di nota; come quelli che devono essere serviti in una grande ciotola di brodo leggero o di tonno bonito e così via. Inarrestabile la mole di informazioni e siamo ancora a pagina 67, quindi a un terzo.

Ed è già tutto incredibilmente variegato, pazzesco e incredibilmente interessante. Il Pane dell’India e un capitolo a parte con l’eredità dei Moghul. Poi arriva l’Italia, meta indiscussa dei buongustai da tutte le parti del mondo. Si parla di Happy Hour e si segnala pure il Caffè San Carlo in Piazza San Carlo a Torino. Una pagina interamente dedicata a Mulassano di cui ho parlato qui più volte e fotografato (decinedecinedecine) di volte. Il risotto alla milanese, la pizza e Napoli ovviamente, Le orecchiette, la pasta e la Trattoria del Rosso a Bologna tra i palazzi medievali. Non manca il ragù alla bolognese e il prosciutto di Parma. Si consigliano salumerie in quel di Parma e formaggi e aceto balsamico. Si arriva al Messico con i red hot chili peppers e i mexican chilli cookoff. Senza dimenticare l’incredibile varietà della cucina marocchina che non sa solo di cous cous e spezie ma di molto altro. Tra colori incredibili, mercatini e tajine dove fare incredibili stufati che rievocano anche il Cous Cous Festival, San Vito Lo Capo e le mie origini. E’ come un treno che corre all’impazzata e gira per tutto il globo portandoti pagina dopo pagina ovunque. Avvertendo i sapori. Ed è inarrestabile l’impatto visivo grazie, ribadisco, a queste foto incredibili. Non ce ne è una che vorrei fosse diversa. Sono intense, con contrasti forti e colori accecanti ma che non disturbano; piuttosto fanno bene al cuore delle pupille. I barbecue e la cottura lenta negli Stati Uniti, la California cuisine e il seafood chowder che è più di una zuppa di pesce. Il Gummo che è il deep south riassunto in unico tegame. Le versioni cajun e creole. I crostacei e il pollame. E poi la Turchia che non è solo Kebap e l’incredibile America Latina sino ad arrivare all’Australia e al nuovo continente.

Sono sicura di non essere minimamemente riuscita a trasmettere cosa ho in questo momento tra le mani. E’ un volume che non solo deve essere acquistato,ma ribadisco studiato. Chi ama tutto quello che il mondo racconta attraverso il cibo perderà la testa. Ho altri due volumi altrettanto belli e incredibili che riguardano sempre Ricette dal Mondo ma nessuno sinora è riuscito a battere questo. Per il mio progetto Pappamondo poi è innegabile che sia una manna dal cielo. Quindi semmai dovessi ergermi a giudice (di idiozia) e dare un voto, per questo volume non ci sarebbe. O al massimo un otto coricato che sa di infinito.

Prezzo 26.50

La Libreria di Iaia: Cucina Cinese di Ken Hom


Mi mancava tanto la mia Rubrichetta La Libreria di Iaia dove deliro inutilmente dando giudizi che non importano a nessuno, sport nazionale mondiale in cui eccello; ma poi mi sono detta che bastava ricominciare e basta e che sta arrivando l’autunno (speriamo il cielopregoogninotte): cosa c’è di più bello che ciarlare sui libri con le amiche sotto un plaid con un tè caldo al sapore di zenzero o cannella? E giusto per riprenderci un po’ la mano perché sono arrugginita comincio con un amore puro e sincero nei confronti di Ken Hom.

Invece di perdermi in introduzioni sconclusionate e grammaticalmente fantasiose, ticchetto velocemente l’intro del libro che in maniera sconvolgentemente sintetica racchiude sapienza e conoscenza in un sol colpo.

“Quando ho iniziato a insegnare cucina cinese, oltre a quarant’anni fa, non avrei mai pensato che sarebbe diventata famosa in tutto il mondo. E non avrei potuto nemmeno lontanamente immaginare che la Cina si sarebbe risollevata dal suo passato turbolento, fatto di disordini politici e sociali, per conquistarsi il posto che meritava. Oggi non si può leggere un giornale senza trovare qualche articolo sulla Cina. Il suo ampio comercio internazionale ha avuto un forte impatto sulla gastronomia, generando una corsa all’esportazione e rendendo disponibili i suoi prodotti a un prezzo ragionevole. Adesso che ha ricevuto riconoscimenti in tutto il mondo, è il momento migliore per darsi alla cucina cinese. In particolare le sue tecniche di cottura veloci e leggere l’hanno resa molto apprezzata da chi vuole mangiare sano e ha poco tempo.

Nei miei viaggi in Cina nei primi anni 80 ero molto deluso dal livello generale della cucina e lamentavo la scarsa attenzione per la qualità. Oggi sono altrettanto stupito dalla rapidità con cui i cinesi sono riusciti a riscattarsi grazie a una classe media in crescita che chiedeva a gran voce eccellenza e qualità. Tutto questo in soli trent’anni.

Sono orgoglioso di essere stato testimone di questa trasformazione del paese dei miei antenati e mi rallegro per il suo futuro, che si prefigura più luminoso che mai. Questo libro contiene ricordi della mia casa, di mia madre, del mio villaggio, dei ristoranti in cui ho lavorato e degli innumerevoli piatti cinesi che ho gustato. Per me è un piacere immenso poterli condividere con voi.

Vi auguro buon appetito e tanta salute.”

Ken Hom

Per un secolo la Cina è stata chiusa al mondo occidentale. Ken Hom nella sua introduzione ripercorre brevemente, ma in maniera incisiva, un lasso di tempo che va dalla totale chiusura all’esplosione della modernizzazione del suo paese. La società, le infrastrutture e la costante classe media in crescita, con un boom di turismo non indifferente, ha fatto sì che gli standard della cucina diventassero più elevati. Una vera e propria task force volta alla rivisitazione della tradizione millenaria della cucina cinese. Secondo Hom questo è proprio il momento (da sempre, intende) in cui si è raggiunto il livello culinario più alto. La riflessione di Hom considera in particolar modo la velocità (il metodo di cottura wok su tutti, ad esempio) della cucina cinese e l’impatto che ha in questo mondo ormai totalmente globalizzato e intento ad accorciare al massimo i tempi. Perché si vuole certo un prodotto culinario eccelso e le pretese sono aumentate considerevolmente, ma è pur vero che occorre velocità. Hom fa notare come non ci sia un Fish and Chips a Londra che non offra comunque un’alternativa cinese e come questa sia comunque onnipresente nel concetto più profondo del Take Away stesso (sfido chiunque a non aver visto ormai da trent’anni a questa parte un attore mangiare vermicelli nei contenitori di carta. Roba che lo ricordo pure in Ghostbusters per festeggiare il primo cliente, per dire. E in effetti l’America è trent’anni avanti al nostro Occidente, a ben pensarci).

In Italia soprattutto duole ammettere che si parla pochissimo della vera cucina cinese. Come in quella giapponese che si racchiude e finisce tutta nei maki sushi e mini roll fashion, quela cinese ha il dramma di coesistere con quell’immagine obnubilante che è: involtino primavera, pollo alle mandorle (masiamosicurocheèunpollo? *facepalm*) e gelato fritto. Amen. Come del Tonkatsu giapponese, che è una cosa semplicissima tra l’altro e molto casalinga, neanche l’ombra. Dell’anatra affumicata al tè, del pollo al mango e del manzo all’arancia (e di moltomoltomolto altro) neanche l’ombra nella sfera cinese. Insomma.

Un viaggio culinario che ci ricorda perché, ce n’è sempre bisogno, quanto un percorso di lettura del genere possa evocare storia, tradizione, sogno e percorso personale. Attraverso i piatti della sua famiglia con cenni a storia, stile e  specialità della sconfinata Cina. La differenziazione delle regioni è infatti importantissima. La cucina Cantonese (della regione del Guangdong) è la più conosciuta in Occidente perché molte famiglie emigrarono verso Europa, Australia e America nel diciannovesimo secolo portando in tutto il mondo le loro tradizioni culinarie. E questo per quanto concerne il Sud. Poi c’è la scuola del Nord, ovvero quella che si estende dal fiume azzurro Yangtze alla Grande Muraglia e comprende stili culinari dello Shandong, dell’Henan e di Pechino. Mentre nella cucina cantonese si preferisce una cottura al dente per mantenere gli aromi inalterati e quindi è molto adoperata la tecnica al vapore, in quella del Nord vi è l’uso di cereali, come il riso che diventa l’elemento base.

Una vera e propria passione poi per frumento, granturco e miglio che si mangiano anche sotto forma di noodles, pane, ravioli e simil pancake. Le verdure al nord per via del clima non sono facilmente reperibili come al sud, quindi hanno dovuto imparare a conservarle per averle a disposizione tutto l’anno. Al nord poi vivono tantissimi musulmani cinesi che non mangiano il maiale e tutto questo influenza moltissimo e differenzia la gastronomia. I  cantonesi mangiano cani, rane e tartarughe e sono famosissimi per i deliziosi agrodolci mentre la cucina del nord è più pregiata, con specialità come l’anatra alla pechinese.

Non finisce qui perché poi c’è un Est e anche un Ovest. La scuola culinaria dell’Est, essendo sita sul porto più grande e importante della Cina, è rinomata per l’eccelsa cucina vegetariana ma anche ovviamente per incredibili pesci e frutti di mare. La scuola culinaria dell’Ovest, ovvero “la terra dell’abbondanza” circondata da montagne, ha la particolarità di fondere cibi che al tempo stesso siano piccanti, acidi, dolci e salati. E poi c’è la cucina fusion moderna.

Per dire che in questo delizioso cosmo cinese in formato libro c’è davvero tanto da imparare. E’ tutto ben schematizzato e spiegato passo dopo passo con parallelismi interessanti. Le pagine sono soffici, vellutate e molto liscie come piacciono a me. L’impaginazione ha un font perfetto e non colori accecanti che disturbano. Il prezzo è di 25 euro ma fosse per me gli avrei dato anche il doppio ed è un’edizione tradotta di Guido Tommasi, che si riconferma tra i migliori in fatto di libri culinari.

Un vocabolario culinario come una guida spiega gli ingredienti più ostici per noi occidentali e tra cavolo bianco cinese, cavolo rosso e daikon ci immergiamo in un mondo incantato. Non c’è nessuna cucina che mi entusiasmi e trasmetta tanto quella Cinese e Giapponese e potrei essere di parte ma: arte. E’ da giorni che me lo giro e rigiro tra le mani. Non è solo un libro di cucina ma uno di quei contenitori di sapere che hai bisogno di leggere più e più volte per imparare. Non è un libro di ricette ed è finita lì. E’ un percorso. E’ un insegnamento. E’ per imparare, arricchirsi e sognare. Me ne sono completamente e perdutamente innamorata. Lo sto appunto studiando. E ripeto pure le parti che mi interessano per ficcarmele bene in testa manco dovessi dare l’esame di:

Cucina Cinese di Hom.

Maiale Mu Shu con pancake cinesi, maiale cotto due volte, tofu farcito, maiale arcobaleno in barchetta, manzo al salto con peperoni e taccole, pollo alle noci, pollo con semi di sesamo, uova con verdure al salto e Sherry secco, pesce cotto in rosso (devo farlo assolutamente), pesce fritto ai semi di sesamo con zenzero, gamberi con noci glassate, cavolo cinese speziato, broccoli al salto con salsa hoisin, alghe croccanti, germogli di fagioli al salto. Come si evince tantissima carne e pesce ma anche moltissime elaborazioni vegetariane proprio come la sconfinata, anche per beltà, Cina offre. Pochissimi dessert ma intriganti come la zuppa dolce di mandorle, la zuppa fredda di melone e cocco, la composta calda di banane in vino di prugne e zenzero candito e tutta una serie di elaborazioni senza troppe schifezze; perché diciamocelo non è che ci sia sempre bisogno di roba elaborata.

Sublime. Idilliaco. Ken Hom è considerato un’autorità indiscussa nel campo della cucina cinese. Negli ultimi trent’anni ha venduto oltre due milioni di copie dei suoi libri di cucina e ha presentato con successo numerose trasmissioni televisive. E’ un’istituzione che non avevo ahimè il piacere di conoscere ma confesso che sono bastate due righe e il suo sorriso a fine libro per decretare che qui in questa sperduta provincia Ken Hom ha la sua allieva più caparbia e affascinata.
Ora scusate devo andare a ripetere pagina 51 che con i Ravioli di Pechino non si scherza!

Sarà mia premura organizzare nuovamente quelle adorabili tombolate dove dicevamo miriadi di idiozie (indimenticabili) mettendo in palio i volumi su quale blatero.

E plaid, tè e tombolate ci aspettano. Possiamo fingere entusiasmo per favore?

Biscotti Gelato a New York – Libreria di Iaia e Tombolata! (ricominciamo col botto!)


L’ho detto che la Ricetta la metterò sempre prima del delirio grammaticale da oggi in avanti, vero? Così non bisogna andare a fondo post e scrollare per tre giorni (considerata la mia risaputa sinteticità) *Fine comunicazione di Disservizio.

Ricetta tratta da “Una merenda a New York” – Guido Tommasi editore – di Marc Grossman, fotografie di Charlotte Lascéve.

Ingredienti per:

225 grammi di burro ammorbidito
250 grammi di zucchero semolato
1/2 cucchiaino di estratto di vaniglia
1 uovo grande
1 tuorlo grande
75 grammi di cacao amaro in polvere
420 grammi di farina
2 cucchiaini e 1/2 di lievito in polvere
2 pizzichi di sale
zucchero di canna per spolverare i biscotti
Ripieno: il gelato che preferisci

Sbatti il burro e lo zucchero energicamente con un robot da cucina o a mano finché il composto diventa spumoso. Incorpora la vaniglia, l’uovo e il tuorlo e tutti gli ingredienti secchi. Continua a sbattere senza fermarti fin quando il composto diventa omogeneo. Avvolgi la pasta con la pellicola e metti in frigo per almeno un’ora prima di procedere. David consiglia di dividere la pasta in quattro parti (ho seguito scrupolosamente) dando già una forma adatta all’intaglio dei biscotti. Passato il tempo ricava delle fettine dallo spessore di circa 1,5 centimetri. Scalda il forno a 175. Nel frattempo ritaglia i biscotti ( di forma tonda o rettangolare, come preferisci) e adopera eventualmente degli stampini qualora ti piacesse l’idea o ne avessi voglia. Adagia i biscotti su carta da forno e cuoci per circa dieci minuti stando ben attento a non bruciarli perché quando nell’impasto c’è il cacao amaro non è poi così difficile che avvenga la tragedia (*disse fischiettando quella a cui capita tre volte su tre!). Togli dal forno e spolvera con zucchero di canna. Lascia raffreddare dieci minuti. Trasferisci i biscotti su una gratella e solo quando saranno perfettamente freddi appiattisci una pallina di gelato fra due biscotti e ottieni il tuo meraviglioso Biscotto Gelato!

Su Twitter ho minacciato la comunità della rete che sarei tornata Lunedì; eccomi qui come una fastidiosa tassa. “Ci ho perso la mano” pare abbia un significato illuminante perché in effetti quella che ticchettava senza problemi trenta volte al dì pare essere partita per una galassia lontana (che sia nel Regno Alieno che io e Ombrella stiamo costruendo?). Lo schema di tutte le ricette programmate. Il Lunedì il primo. Il Martedì il secondo. Il Mercoledì il vegetariano e poi la Videoricetta, la fumettoricetta, la videofumettoricetta sembrano essere robe talmente complicate e incomprensibili che per un attimo mi sono dovuta fermare chiedendomi:
“ma come facevo?”.

Certo adesso ci sono altri impegni. Altre responsabilità e pure un altro lavoro più serio di quello che si possa desiderare; nel mio caso intendo. Non sono pronta se non addirittura adatta per i lavori seri, schematici e logici. Non voglio essere pronta e addirittura adatta per essere grande. Fin quando riuscirò a ritagliarmi il mio spazio “da piccolina” e continuare con il mestiere per cui sono nata “Stakanovista di Sogni e Produttrice di Misteri e Dolcetti”, continuerò credendoci ogni ora di più.

Ricominciamo al grido di Pappalardo con tante o. E vorrei farlo pubblicando la prima ricetta cotta nel vecchio forno ma nella cucina nuova; o meglio la cucina vecchia prolungata che  è diventata nuova (mi confondo costantemente). Dove ci sono due forni. Quello di prima e uno grandissssssssssimo che non è sessanta ma novanta. Due forni! Stento sempre un po’ a mostrare davvero tutto quello che appartiene alla mia quotidianità. Sì, ci sono tante foto e spazi ma il dodici per cento a me sembra già un’esagerazione. Un giro però nella cucina vecchianuovaprolungata però voglio farvelo fare dopo tutte queste fatiche; del resto siete tra i pochissimi ospiti graditi che porterò dentro. E niente. Il tempo per provare il forno nuovo c’era ma volevo proprio inaugurarlo con una VideoRicetta. Fermare il tempo in movimento nel calore di qualcosa di davvero speciale. In modo da rivedermi tra qualche anno (dovessi sopravvivere, chiaramente). Fosse anche solo un uovo in cocotte, per dire. Non è tempo di forno ma tempo di biscotti per il gelato sì, giusto? Perché l’ultimo post e ricetta è stata proprio la Brioche con il Tuppo (ricordi? Se ti sei perso il delirio, il post e uno dei ricordi più importanti di tutta la mia esistenza devi solo cliccare qui).

Adesso, dopo la granita con la brioche, tocca proprio al biscotto da imbottire con il gelato, no? E pure una piccola digressione sul libretto da cui è tratta la ricetta giusto per riprendere la mano con la Rubrica (che inaspettatamente ha riscosso discretamente plausi) La Libreria di Iaia ( trovi tutti i libri, le ricette e le mie stupide considerazioni mettendo nel campo di ricerca “La libreria di Iaia” o semplicemente cliccando qui).

Per non farci mancare niente lo metto pure in palio e spedisco attraverso Amazon. Il primo commento lo vince quindisottachittocca! E’ il periodo delle Tombole. Settimana scorsa per prenderci un po’ la mano (aridajecostamano) sulla Pagina Facebook ho messo in palio venti scatolette di Pastiglie Leone Maghetta Streghetta; l’entusiasmo e lo scambio di email, incoraggiamenti, affetto e tutto quello che mi arriva costantemente e ininterrottamente appaiono come l’unica medicina possibile. Insommmmmaaaaaaaaaaa. Parliamo di questo libretto adorabile (della versione enorme ne parlerò in seguito. Sì, c’è una versione enorme. Si chiama Ricette di Culto New York ed è un malloppotto talmente meraviglioso che ogni volta piango) e non perdo più tempo, ok!

Di questa edizione, Piccoli Spuntini, ho quasi tutti i volumi. Si tratta di “Una merenda a New York” (ho pure quello di Londra, sì. Non vedo l’ora di parlarvene anche perché mesi fa per un progetto- andato a monte ovviamente- avevo provato diverse cose cambiando-aggiungendo-togliendo e diversi esperimenti mi erano piaciuti e molto). Marc Grossman (e chi non lo conosce?) è una vecchia conoscenza per me. E per chi inspiegabilmente mi segue basterà solo dire una parola: BOB. Anzi due.

Muffin e Bob (se davvero hai capito e con queste due parole hai realizzato cosa intendo: vinci una settimana con me. Potrai picchiarmi 24 ore su 24. Setteoresusette e fare di me quello che vuoi. Pure infilarmi in busta chiusa e ridurmi in polvere come base per cheesecake).

Nato e cresciuto a Manhattan ha vissuto a Parigi e in Francia. Ha studiato alla Harvard University. Poi colpo di testa: di impulso a Parigi apre Bob’s Juice Bar; che diventa un  vero e proprio luogo di culto. Ha scritto libri su Smoothie, Bagel e solo il cielosacosa ma quello per cui è davvero s-t-r-a-f-a-aaaa-m-o-s-o sono i Muffin (di cui ho straparlato qui. Colpo si scena! Sì, è proprio lui Bob. Sì, proprio quello dei Muffin di una delle prime Videoricette dove compaio. Avete rimosso? Bene. Basta cliccare qui e qui. L’ho detto io che abbiamo ricominciato col botto. E soprattutto quanto mi piace dire botto? Mi fa sentire giovane. Devo solo capire cosa significa ed è fatta).

RendiamograzieaBob. Quanti ricordi! Ero così cretina. E pensare che adesso lo sono ancora di più. Non è emozionante?

Come tutti questi “piccoli spuntini” è ben curato, diretto, senza tanti fronzoli con foto essenziali, chiare, mirate e ben fatte. Amen. Ci sono davvero tutte le indicazioni utiili. Un’introduzione e una spiegazione che non lascia adito a fraintendimenti e pure qualche piccolo suggerimento che pare una manna dal cielo. Non in ultimo, come se non bastasse, in pieno stile Grossman (anche in Ricette di Culto ed è uno dei tanti motivi che me lo fa amare ancor di più) tante illustrazioni in bianco e nero (con qualche dettaglio giallo alla Sin City che non guasta mai) che riprendono la vita quotidiana della città. Le illustrazioni sono di Jane Teasdale e ha anche un tumblr sul quale fare un giro interessante. Certo è un prodotto a cui hanno lavorato davvero tantissime persone perché vi è uno styling, una direzione artistica, un fotografo professionista, un cuoco e molto altro. E’ un libro chiaramente che racchiude elaborazioni culinarie, seppur viste e riviste, eseguite e raccontate da professionisti. Comodo poi da tenere in cucina perché oltre che piccolo ha quel foglio lucido-plastificato che se pure vola un po’ di cioccolato piangi solo un pochino.

E’ diviso nelle grandi categorie: Brownies, Pies, Cheesecakes, Pancakes e Soci. Evvabbemasemprelesolitecose. Uhm, sì può darsi ma si trovano anche delle chicchette interessanti. Oltre alle strapallosissime (strapallosissime in una recensione seria si può certamente dire *disse buttando giù un pacco di caramelle. Ci sono quaranta gradi e sono senza condizionatore perché altrimenti Koi starnutisce e non è bene) Cheesecake alla frutta, carrot cake, muffins ai mirtilli (ma perché il plurale? non si era detto che nella traduzione quella maledetissimaessenonandavamessa?), rotolini alla cannella e rugelach al cioccolato (che voglio comunque fare), si trovano le pop pies che non conoscevo, cookies alle noci macadamia leggermente diversi da quelli che girano da anni, noodle kugel interessanti e barrette energetiche raw che potrebbero proprio tornare utili visto che voglio proprio avvicinarmi a questa cultura (sì mi mancava giusto il raw per conclamare la mia totale perdita neuronale). Il capitolo sul segreto del successo di un’autentica pasta per torte, che Bob-Marc sostiene essere il successo delle sue ricette, seppur striminzito e sinteticisssssimo mi è piaciuto assai. I consigli, diciamolo, sono sempre gli stessi ma in pochissime righe l’autore o chi per lui è riuscito a sintetizzare davvero la chiave che apre la porta per una Pie perfetta. Sto vaneggiando a riguardo giusto perché l’ho provata e il risultato è stato tra i più sorprendenti. Il prezzo è di 12.50 e per il contenuto delle ricette, foto, illustrazioni e carta è più che onesto. Non indimenticabile per chi è già foodie inside (ho detto foodie inside. Qualcuno mi colpisca con una mazza ferrata!) ma per chi si avvicina per la prima volta a un determinato tipo di prodotto ed è foodie wannabe (colpisci!colpisci!): peffetto! Con due effe e due t.

Bene. I Biscotti Gelato. Premesso che mi ha sempre turbato e non poco il Cucciolone, sia per le barzellette in sé che per il gusto, qui si è sempre tifato Ringo da quando è in commercio. Papà amava il Biscotto Gelato – Gelato Biscotto o come lo vogliamo chiamare (ma come si chiama?). Come me papà era ghiotto di dolci e li preferiva nettamente al salato e se c’era una cosa che non lo faceva letteralmente dormire la notte (come diceva lui) era proprio sapere che ci fosse in casa del gelato. Mi guardava serissimo e diceva “Ne è rimasto? Perché se ne è rimasto io stanotte lo so che vado nel freezer e lo mangio”. Non c’era dieta che teneva. Anche quando era sotto allenamento e seguiva una dieta controllata rinunciando a tutto, al gelato proprio no.

Il gelato è stata l’ultima cosa che mangiato. Una settimana prima è riuscito a mangiare, come per miracolo, una forchettata di spaghettini con pomodoro fresco (i suoi preferiti, anche se una bella Spaghettata con i Ricci o l’aragosta, che lui amava, non è stata possibile) e quattro giorni prima in uno sforzo disumano, mentre lo imploravo di provare a bere una goccia o mandare giù un cucchiaino di granita:

E’ riuscito a buttar giù una punta di un cucchiaino di gelato. Gelato di soia bianco. Per ironia della sorta. Un gelato (il mio) completamente vegano. Bianco. Papà chiamava i gusti per colore (non è che sono stramba per niente io eh). La granita alla mandorla la chiamava: granita bianca. Mi ha sempre fatto sorridere. Lo stesso sorriso di quando diceva “lapis” invece che matita.

Ho questo ricordo di papà che non resiste ai Ringo in frigo. Il Biscotto gelato era qualcosa di irresistibile. Avrebbe voluto pranzarci, cenarci, merendarci (?), colazionarci (?fermatemi?). Incosciamente credo che non smetterò mai più di cucinare correlando tutto a papà. L’ho sempre fatto per una mia terapia personale e mai con “velleità da food blogger”. C’è sempre stato un racconto, un ricordo ma più dolori. E se prima credevo di dovermi fermare per non farli straripare tra i fornelli e le righe, adesso credo che sia giusto andare avanti così. Senza darsi un tempo o una linea. Lasciandosi guidare da quell’istinto ereditato proprio da lui che mi ha portato sempre a strade giuste.

Senza bivi sbagliati. Con indicazioni precise.

Ho scelto il biscotto gelato dal libro di New York perché chi mi segue da un po’ sa che questa città era la meta che non siamo riusciti a raggiungere io e papà. Era la nostra maratona. Era il suo sogno infranto. Uno tra i suoi più grandi dolori. L’anno scorso l’ho guardato e gli ho detto:

“Quando guarisci andiamo a New York e facciamo la maratona pure con una bicicletta. Con un taxi. Con una moto. A piedi”.

E nei suoi occhi la risposta l’ho letta forte e chiara. E per rivederla ogni giorno mi guardo allo specchio fissandomi. E mi dico che alla fine.

Un gelato biscotto a New York imbottito di gelato bianco alla soia mentre guardo la Maratona ci sarà. Per Noi.

Curiosità

(sì. A inizio post ci sarà sempre la Ricetta. E dopo il delirio grammaticale, le foto e i vaneggiamenti neuronali e le curiosità. Perché pare che piacciano e io non sia mai esaustiva a riguardo)

With love, Homemade e Eat me sono state realizzate con formine biscotto-timbrino acquistate da Sass & Belle. Ha un sito online efficace, celere e bellodaimpazzire in perfetto stile Inglish (scritto proprio così).

I tovaglioli con ricamata Maghetta e il piatto sono regali preziosi che mi sono stati donati dai ragazzi che lavorano per Papà e purtroppoadessoperme il 12 Ottobre in occasione della mia prima (e pare unica) Presentazione del libro a Catania.

Il Gelato alla Soia “Bianco” di Valsoia è perfetto e ho adoperato quello. Mi piace il “bianco” che abbinano al Cioccolato e non quello (troppo vaniglioso) che abbinano alla Gianduja (macchisenefregadiraitu. Ma santocielo sono curiosità inutili!).

Sì mi piace molto adoperare i vetri delle marmellate finite come portafiori; in tavola quando se ne spargono due o tre di diverso modello a corredo di alcune con dentro piccole candele (anche galleggianti nell’acqua) pare una magia degna di Hogwarts.

Oh Hogwarts. Altra curiosità. Non è proprio un caso. Ma per questo ci vediamo domani.

Un bacio grande e grazie sempre.

La libreria di Iaia – Andrea Vitali e Le Tre Minestre (La Cassoeula io la pubblico il 10 Giugno, embè?!)


Oggi ho indetto la Giornata Internazionale delle Email. Sto rispondendo a 2390420948239048209348209348293048234 234 messaggi arretrati e agli auguri di Buon Natale del 1994. Per questo motivo consiglierei caldamente a chi volesse insultarmi di scrivere tra oggi e domani.

Perché l’evento si ripeterà nel 2098.

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