Muffin Miele Manuka e Datteri (senza uova). Quattordicesima tappa? Nuova Zelanda!



  • 400 grammi di farina semi integrale
  • 5 cucchiaini di lievito per dolci
  • 70 grammi di datteri tagliati per bene
  • 70 grammi di zucchero di canna grezzo
  • 1 cucchiaio di Miele Manuka
  • 1/2 cucchiaino di sale
  • 180 grammi di burro morbidissimo a pomata
  • 250 ml di latte parzialmente scremato
  • 1 cucchiaio di cacao amaro in polvere setacciato

Setaccia tutti gli ingredienti secchi e quindi farina, cacao, lievito (tranne lo zucchero) e riunisci in una ciotola. Aggiungi lo zucchero e il sale. Aggiungi poi il burro e lavora con il robot (o quello che preferisci) incorporando pian piano il latte. Non lavorare troppo l’impasto. Versa negli stampini da muffin ben imburrati o nei pirottini come preferisci e cuoci a 180-190 per 20-25 minuti dipende dal forno. Controlla sempre con lo stecchino. Se è asciutto tira fuori e lascia raffreddare.

Più di un mese fa sono uscita (miracolo!) a fare un po’ di spesa al biologico. Mentre mi aggiravo per gli scaffali delle gallette ho sentito “Giulia Grazia Guardo Maghetta Streghetta”. Tuppete. Ansia a mille, tachicardia e mancamento in corso. Ho tentato di diventare piccola piccola e infilarmi dentro il frigo dove c’erano degli ottimi hamburger di lupini, che ho preso insieme al carpaccio. Trattavasi della dolcissima Maria che lo scorso anno mi era anche venuta a trovare in Libreria durante la presentazione del mio libro e al rinfresco tenutosi dopo, tra alcune portate presenti nel libro e mille delizie cucinate dal mio amico Peppe de La Tana del Lupo. Mi sono ritrovata tra scaffali ricolmi di meraviglia a raccontarci ancora una volta. Di sconfitte, vittorie e assenze che pesano gravemente anche sulla vita di Maria. Prima di andar via mi è stato consigliato questo Miele Manuka; onestamente non ne avevo sentito parlare ma il prezzo, visibilmente alto e spropositato per un miele, mi ha incuriosita non poco e in fila alla cassa, con il fido Safari tra le mani, da una piccola ricerca ho intuito che sì era una follia, ma dovevo farlo.  Acquistato. Una confezione si aggira, per capirci, intorno ai quaranta euro. Il miele è stato sempre usato per scopi medici e benefici da migliaia di anni. Il Manuka Honey, prodotto della Nuova Zelanda, ha un’altissima componente antibatterica; questo ne ricorda le proprietà antibiotiche che diversi millenni fa venivano attribute appunto al miele. I fiori dell’albero di Manuka, che è una pianta Neozelandese, crescono nelle distese incontaminate della Nuova Zelanda. Luoghi dove l’inquinamento non si sa neanche cosa sia e dove il termine biologico pare essere anche un po’ strettino. Il Miele Manuka è quindi adoperato proprio nella “medicina alternativa” (molto tra virgolette, sì) in quanto potentissimo antibatterico e antinfiammatorio, perché pare che allevi anche il dolore.

Testimonianze, firmate da dottori e docenti, sul web attestano la veridicità di questo incredibile prodotto. Tutto pare che stia in un enzima secreto da queste api che producono vero e proprio perossido d’idrogeno, volgarmente conosciuto come acqua ossigenata, che ha un’azione disinfettante atta a debellare i germi. Un cibo-medicina, come definito da molti, che insieme alle Bacche di Goji e altre “mode alimentari del momento” sta per vedere il suo boom anche in rete. Manca poco insomma perché accada o stia accadendo già oltreoceano. Di certo non è un miele che è bene sprecare nelle preparazioni dei dolci ma piuttosto da ingerire a cucchiaiate o per addolcire dei tè o del latte. Ho voluto però adoperarlo così servendo un tè al Nippotorinese e alla mamma con il suddetto. Ho approfittato insomma di poter sognare un velocissimo “Tè in Nuova Zelanda” per fuggire alla triste routine che mi vede letteralmente sommersa. Il Miele Manuka, appunto perché definito un potente germicida, pare sia perfetto per le influenze e  i malanni di stagione e mantiene chiaramente le proprietà di ogni miele che si rispetti, ovvero di essere un ottimo alleato per tosse e influenza. C’è chi sostiene che il prezzo ne valga i benefici. Dalla mia piccolissima esperienza appena cominciata non metto becco. Nel tempo spero di poterne riparlare in quanto l’argomento rimane indiscutibilmente interessante.

 

Pappamondo: Un Natale in giro per il Mondo con una valigia di Sogni!

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(la sto preparando eh. La sto preparando!)

 

Alberelli all’arancia e miele (un po’ pane, un po’ muffin)


Per 10 alberelli circa

100 grammi di burro  più quello per lo stampo

  • 500 grammi di farina
  • il succo di mezza arancia
  • 1 cucchiaino di sale
  • 1 bustina di lievito per dolci
  • 250 ml di acqua tiepida
  • 2 cucchiai abbondanti di miele
  • 1 uovo leggermente sbattuto
  • 1/2 cucchiaino di zenzero in polvere (o vaniglia se non ti piace. Ma anche cannella)
  • 60 grammi di zucchero di canna grezzo

Setaccia la farina e il sale e unisci il lievito, lo zucchero e lo zenzero. Amalgama per bene e aggiungi anche il burro morbido a pomata. Unisci poi l’acqua tiepida e il succo dell’arancia. Poi il miele e comincia a lavorare per bene con il robot. Disponi l’impasto nelle formine ad alberello (o quella che hai scelto perché potrebbe essere anche una ciambella intera; nel caso cambierà naturalmente la durata della cottura) e lascia lievitare trenta minuti prima di infornare a 200 per 20 minuti e altri 5/8 a 180. Controlla con uno stecchino. Quando è asciutto tira fuori e lascia raffreddare.

Per la glassa ho adoperato soltanto zucchero a velo, pochissima acqua e colorante verde alimentare. Poi dopo averla spennellata sulla superficie dell’alberello ho poggiato sopra qualche perla di zucchero.

Ho trovato queste formine su Amazon. L’impasto che ho deciso di adoperare è un ibrido tra pane e muffin. Non è propriamente soffice e spugnoso ma neanche compatto e mollicoso come un pane. Profuma moltissimo di arancia e porta con sé la freschezza dello zenzero. Queste formine hanno solo il piccolo inconveniente che adoperando impasti troppo soffici si alzano parecchio alla base e quindi poi durante lo sformamento compromettono la forma dell’alberello. Un impasto più compatto, al contrario, sarà un fido alleato. Perfetti per un tè o una colazione lenta, di quelle durante le feste, ma anche come idea golosa e segnaposto, questa piccola piramide di gusto è assolutamente un’altra idea da tenere in considerazione anche per confezionare un  regalo goloso.

Gli alberelli del resto sono la forma, che insieme a stelline-cuoricini e renne, ha per la stragrande maggioranza un incredibile appeal. Nella fattispecie questi alberelli diventano base per infinite variazioni e interpretazioni. Nel caso in cui non possedeste la teglia o non aveste assolutamente voglia di cimentarvi in questa preparazione, mi pare giusto riepilogare un po’ la situazione alberellosa.

Tortine mignon alle Pere, Mandorle, Cioccolato e Vaniglia


Ingredienti per 6-8 persone

120 grammi di farina,110 grammi di zucchero, 120 grammi di mandorle in polvere, 2 pere, 175 grammi di burro, 100 grammi di cioccolato fondente, 2 uova, estratto di vaniglia (ma anche un pizzico di zenzero se si vuole un sapore più pungente)

Metti il burro ammorbidito e quindi tirato dal frigo fuori un bel po’ prima in una ciotolina. Taglia il cioccolato a pezzetti con la lama del coltello ottenendo piccole scaglie e pezzetti grossolani ma comunque sempre piccolini. Setaccia la farina con la farina di mandorla e unisci il burro ammorbidito lavorando un bel po’. Aggiungi le uova, lo zucchero e l’estratto di vaniglia. Lavora l’impasto energicamente o adoperando un robot da cucina. L’impasto dovrà risultare omogeneo e liscio. Riduci a piccoli pezzetti le pere e bagnale con il succo di limone in modo che non anneriscano. Aggiungi al composto infine sia le pere che i pezzetti di cioccolato e inforna a 160 per 50 minuti nelle mini teglie (da muffin sono perfette ma anche in una teglia intera, perfetta quella da plumcake classica). Le tortine risulteranno molto umide e sbriciolose ma di gusto eccelso. Perfette se ricoperte leggermente da una colata di cioccolato fuso.




Davvero pochissimo da dire su queste deliziose tortine che hanno inebriato palato e olfatto di tutti, qui. Non c’è stato un ospite che non mi abbia chiesto la ricetta. La preparazione è di una semplicità disarmante e inversamente proporzionale alla resa perché, diciamocelo, non ci si poteva aspettare così tanto da un lavoro-sforzo talmente minimo. Sono un’ottima idea per creare dei piccolissimi panettoncini per le feste. Si conservano benissimo, a patto che siano lontani dall’umidità, quindi nella scatola di latta direi che è perfetto. E non avevano bisogno di tutto questo tripudio di argenteria e tazze ottocentesche per risultare oggettivamente belli quali semplicemente sono (ma mi piace sempre tanto pacioccare con i ricordi, con i centrini e le meraviglie dell’ora del tè a Wonderland. Che ci posso fare?).

Davvero pochissimo da dire anche perché confesso che tra colpo della strega, febbre a 39 e l’impossibilità di fermarmi al lavoro e per giunta con il Natale in arrivo. Uhm. Meglio, no? Ticchetto di meno e si spera che produca di più (?).

Curiosità:

La tazza, con i tre piattini, l’ho acquistata quest’estate da Liccamuciula a Marzamemi. Qualche fermatempo la puoi trovare qui, nel caso. E’ dell’ottocento inglese e più volte mi sono colpita la nuca con il mattarello per non averne preso un’altra che a prima vista non mi convinceva. Arrivata al primo autogrill già piangevo (un evergreen, insomma).

Quella con i leggings grigi e i baffi tutta piegata-curvata-con l’impacco nei capelli riflessa nella teiera sembrerebbe la mia figura ma così non è. E’ Koi travestita da me in versione vergognosamente casalinga.

 

Cervello di Panna e Frutti di Bosco e 4 tipi di Muffin dal Cioccolato al Cocco, all’Avena e Mandorle, al Caffè sino alla Banana.


La Ricetta del Muffin al Cioccolato e Noci al Sapore di caffè 

Ingredienti per 12 muffin circa.
Ingredienti secchi: 320 grammi di farina bianca o semi integrale, 50 grammi di zucchero, 3 cucchiaini di lievito chimico, 1/2 cucchiaino di sale, 150 grammi di barrette di cioccolato fondente spezzettate a pepite, 50 grammi di noci spezzettate.
Ingredienti liquidi: 325 ml di panna fresca, 6 cucchiai di caffè espresso non zuccherato, 175 ml di latte parzialmente scremato, 50 ml di olio di girasole, 1 uovo (albume e tuorlo separati), 1 cucchiaino di estratto di vaniglia.

Mescolare insieme la farina, zucchero, lievito e sale. Incorporare il tuorlo d’uovo agli ingredienti secchi. Montare gli albumi a neve.
Mescolare insieme gli ingredienti liquidi rimasti con il miscuglio di uovo e ingredienti secchi e poi aggiungere l’albume montato a neve e le pepite di cioccolato insieme alle noci spezzettate. Non è necessario lavorare troppo la pasta.
Suddividere il composto negli stampi da muffin imburrati se non si usa il silicone. Fare cuocere i muffin per 20-25 minuti fino a quando saranno ben gonfi e morbidi e ben dorati.
Verificare la cottura infilando uno stuzzichino di legno.
Quando saranno pronti difatti questo verrà fuori bello asciutto.

Muffin alla Banana

Ingredienti per 12 muffin circa.
Ingredienti secchi: 240 grammi di farina bianca o semi integrale, 75 grammi di fiocchi d’avena, 3 cucchiaini di lievito per dolci, 55 grammi di zucchero di canna, 75 grammi di datteri secchi snocciolati tagliati a pezzettini, 40 grammi di noci pecan, 2 cucchiai di cannella in polvere.
Ingredienti liquidi: 190 grammi di yogurt bianco non zuccherato (se greco ancora meglio), 115 ml di olio di girasole, 75 ml di latte di cocco, 60 grammi di miele preferibilmente di acacia, 3 uova, 1 cucchiaio di estratto di vaniglia, 225 grammi di banana matura.

Preriscaldare il forno a 180.
Immergere i datteri in acqua bollente per circa 10 minuti. Mescolare insieme tutti gli ingredienti secchi, salvo i datteri, e mettere da parte un po’ di zucchero di canna per spolverizzare la superficie dei muffin.
Mescolare insieme tutti gli ingredienti liquidi salvo la banana.
Sgocciolare i datteri. Schiacciare la banana con l’aiuto di una forchetta. Incorporare la banana e i datteri alla preparazione di ingredienti liquidi.
Mescolare insieme le due preparazioni senza lavorare troppo la pasta.
Suddividere la pasta negli stampi da muffin imburrati se non si usa il silicone. Fare cuocere i muffin per 20-25 minuti fino a quando saranno gonfi morbidi e ben dorati. Verificare la cottura infilando uno stecchino di legno al centro dei muffin. Saranno cotti quando uscirà pulito.

Muffin con fiocchi di avena e Mandorle tostate leggermente salate

Ingredienti per 12 muffin circa.
Ingredienti secchi: 240 grammi di farina bianca o semi integrale, 75 grammi di fiocchi d’avena, 3 cucchiaini di lievito chimico, 85 grammi di zucchero, 1 cucchiaino di cannella in polvere, 1/2 cucchiaino di sale, 50 grammi di mandorle tostate tritate grossolanamente (leggermente salate se piace. Tenerne da parte qualcuna per la decorazione finale).

Ingredienti liquidi: 150 ml di latte parzialmente scremato, 110 ml di olio di girasole, 2 uova, 400 grammi di mela pelata, privata di semi e grattugiata.

Preriscaldare il forno a 205. Mescolare insieme tutti gli ingredienti secchi conservando un po’ di zucchero e mandorle per la decorazione finale. Aggiungere la mela grattugiata fino a quando sarà avvolta completamente nella farina che farà rallentare il processo di ossidazione.
Mescolare insieme il resto degli ingredienti liquidi, poi unire le due preparazioni senza lavorare troppo la pasta.
Suddividere la pasta negli stampi da muffin imburrati se non si usa il silicone e spolverizzare con zucchero adagiando sopra qualche mandorla tostata e salta.
Fare cuocere per 20-25 minuti fino a quando saranno ben gonfi e morbidi e dorati. Verificare la cottura infilando uno stecchino di legno al centro dei muffin. Saranno cotti quando uscirà pulito.
Raffreddare.
Servire.

Muffin Cioccolato e Cocco  

Ingredienti secchi: 105 grammi di farina bianca o semi integrale, 300 grammi di zucchero, 1 cucchiaino di lievito chimico, 85 grammi cacao in polvero amaro non zuccherato, 50 grammi di noce di cocco grattugiata o scaglie disidratate (in questo caso abbondate un po’ e arrivare a 70 grammi circa).
Ingredienti liquidi: 65 ml di latte di cocco, 165 ml di olio di girasole, 4 uova (albumi e tuorli separati).

Preriscaldare il forno a 200 gradi.
Mescolare insieme tutti gli ingredienti secchi conservando un po’ di noce di cocco grattugiata per guarnire la superficie dei muffin. Mescolare l’olio di girasole, il latte di cocco e i tuorli d’uovo. Montare a neve gli albumi.
Mescolare insieme le due preparazioni poi incorporare gli albumi montati a neve delicatamente senza lavorare troppo la pasta.
Suddividere la pasta negli stampi per muffin imburrati se non si usa il silicone e spolverizzare con la noce di cocco grattugiata tenuta da parte.
Fare cuocere per 20-25 minuti fin quando saranno ben gonfi e morbidi. Controllare il grado di cottura con uno stuzzichino di legno che se uscirà asciutto sarà indice che il muffin è pronto per essere sfornato.
Raffreddare e servire.

  • vaso: barattolo pomodori pelati
  • tovaglietta: tovaglia monouso di carta Ikea halloween version
  • teschi: mini teglie muffin-cupcake in silicone acquistate su Amazon uk

Adesso tu guardando il tutto mi dirai: sevabbècertoèarrivataquellachehatremilascemenzedihalloween! (così. Proprio tutto d’un fiato). Lo so che pensi che non ci sia effettivamente granché da dire se non si possiedono le tegliette monouso teschiose (la dobbiamo finire di parlare tutti così d’accordo? basta!). Ma non è affatto così! Perché le alternative sono molteplici e adesso spremo le meningi (di panna, pure le mie) e me le invento sul momento.

  • Ritagliare un po’ di carta forno. Avvolgere il Muffin. Disegnarci un teschio e voilà (oh questa è bella davvero).
  • Disegnare un facciotto con del cioccolato fondente, o glassa, proprio sul muffin nella parete laterale e ottenere così ugualmente l’effetto volto per poi proseguire con: cervello di panna e sangue di frutti di bosco.

E molto altro che sicuramente vi verrà in mente. Alternative? Correre al Lidl perché a prezzo bassissimo ci sono cose di Halloween davvero sfiziose. Di teschi a bizzeffe, seppur in formato teglia classica. Che non è mica un’ipotesi da scartare. Panna montata sul momento con sac a poche a punta zigrinata per fare effetto “cervella” e poi: topping, cremina di frutti di bosco o ciliegia, marmellata leggermente ammorbidita e resa più liquida con pochissimo latte (o acqua) seppur gli effetti grumosi potrebbero sembrare frattaglie schizzate dalla massa cerebrale. Che io chiaramente non ho.

  • Se hai deciso di farne una e vuoi farmela vedere ti prego non taggarmi perché mi perdo tra le notifiche. Usa l’hashtag #halloweenconmaghetta oppure #halloweenwithmaghetta (mi spiace sempre tantissimo non potervi parlare, ringraziare e vedere le vostre meraviglie. A mie spese ho imparato dopo anni che l’hashtag è l’unica soluzione. L’hashtag ci salverà!)

American Horror Story. Le Ricette della prima Stagione: Muffin al Cioccolato con Violetta per Violet


Muffin al Cioccolato con la Violetta

per la violetta ho adoperato i fondant di Pastiglie Leone, che sono dolcezze morbide e zuccherose di altissima confetteria (buone come poche cose al mondo e che amo tanto quanto la pasta reale siciliana)

Per  i Muffin al cioccolato ci sono da ricette da scegliere tra milioni di milioni ma mi sento di consigliare quella del grande e inimitabile Bob (sì sempre quello. E’ una perversione la mia)

Per 12 Muffin al Cioccolato occorrono:

  • 80 grammi di farina bianca o semi integrale
  • 1 1/2 cucchiaino di lievito per dolci
  • 1/2 cucchiaino di sale
  • 185 grammi di zucchero
  • 185 grammi di burro fuso lasciato raffreddare
  • 5 uova con tuorli e albumi separati
  • 30 ml di caffè espresso freddo
  • 150 grammi di cioccolato fuso lasciato raffreddare

Preriscalda il forno a 220. Setaccia la farina e mescola con il lievito e il sale. Mescola burro, caffè e zucchero fino a ottenere una pasta cremosa e poi aggiungi uno a uno i tuorli. Monta gli albumi a neve ferma. Mescola insieme la crema di burro, lo zucchero e i tuorli d’uovo con il cioccolato fuso e alla fine incorpora gli albumi a neve con movimenti dall’alto verso il basso. Non mescolare troppo. Velocemente, in maniera decisa e senza rendere il composto troppo omegeneo. Suddividi la pasta negli stampi per il muffin e poi fai cuocere per massimo 15 minuti ma dipende sempre dalla tua formina quindi presta ben attenzione. Quando saranno morbidi e gonfi infila uno stecchino di legno e controlla. Se è asciutto tira fuori dal forno e lascia raffreddare.

Puoi adoperare un’essenza di violetta (ahimè non ce l’avevo) e decorare poi con dolcetti alla violetta.

L’otto ottobre l’attesa finirà per far sì che un nuovo viaggio cominci. La quarta stagione di American Horror Show con un ambientazione simil Freaks da circo avrà inizio. Si susseguono trailer, flash visivi e molto altro (anche molte burle su youtube fatte ad hoc che catturano milioni di visualizzazioni). Adesso potrei perder tempo a ribadire per l’ennesima volta che il circo è una delle mie perversioni narrative e che il racconto che ho in testa da anni è proprio ambientato sotto il tendone (quello che non riesco mai a finire, sì) ma non lo farò; questo perché c’è davvero moltissimo da dire riguardo la connessione cibo – American Horror Story. Attraverso una varietà di piatti variopinta e per certi versi iridescente proprio perché assume tante di quelle sfumature che non si può non rimanerne affascinati. Questo tipo di connessione (proprio come in Dowton Abbey nonostante il genere diametralmente opposto) dà un valore aggiunto a tutta la trama narrativa. Me ne sono convinta sempre più. Una tavola apparecchiata e ben disposta, un piatto consumato e raccontato fungono non solo da connessioni affettive dei personaggi che sono raccontati e che raccontano ma dà un senso di familiarità allo spettatore (vediamo se riesco ad esprimermi. Ardua impresa). Ho riscontrato che in moltissime visioni dal sapore horror questo tipo di connessione con il cibo non c’è. Questo perché si dà moltissimo spazio ad altro; purtroppo non si ha molto tempo per familiarizzare con i personaggi in un contesto horror. Un esempio lampante è Dario Argento, oggetto di un mio studio ormai da due anni ma potrei fare diversi esempi se questo fosse il tempo e il luogo. American Horror Story è invece un horror che va dagli splatter fine anni settanta sino ad adesso, quasi un ritorno ai vecchi gusti. Gusti che identifico nel grande Hitchcock e Christie, che certamente non elemosinano “connessioni culinarie” ( ci sono riuscita? uhm. Forse no).

Mi piace proprio per questo motivo. Il piatto, la connessione culinaria come vogliamo chiamarla, è un’attenzione in più che si dà alla trama e ai personaggi. Credo che anche per questo incosciamente quasi ci si affezioni. Non sono soltanto vittime o carnefici ma hanno una vita, dei pranzi, delle storie, delle cene, fame e appetito. Non solo di sangue e per apportare alla storia un personaggio fine a se stesso. In American Horror Story il cibo mi è sempre sembrato molto pertinente e che raccontasse in pochi attimi dei momenti clou e importanti. Non so se sia solo un’impressione o se dietro questa regia narrativa ci sia qualche cultore di cibo ma non farei fatica a credere che sia davvero così. Lo scorso anno di fretta ho cominciato a delirare circa la Rubrica Cibo e Serie TV dedicando solo tre ricette alla terza stagione di American Horror Story:

Mi ero ripromessa di ripartire da capo però. Per capire se questa sensazione avesse delle fondamenta o se fosse l’ennessimo delirium tremens di una donna ultra trentenne prossima a un esaurimento nervoso serissimo (quello non troppo serissimo è già bello che in corso da venti anni circa forse più). Mi sono detta che per intraprendere un viaggio però bisogna prima far bene l’organizzazione di questo, le prenotazioni a tempo debito e il check in. Volevo rivedere American Horror Story dall’inizio ininterrottamente (quando parlavo con lei, che adoro, della prima stagione su twitter). Dalla prima stagione all’ultima prima di affrontare la quarta. Il tempo scarseggia sempre in queste lande e portare a compimento tale intenzione facile non è stato ma tra una nottata insonne e l’altra, qualche ora rubata a cose importanti, e minuti spezzati in auto-in ufficio-mentre pranzavo-cenavo-studiavo-lavoravo insomma. Ce l’ho fatta. Adesso sì che sono pronta per cominciare “seriamente”.

Settimane fa ho visto sul web la notizia che la celebre casa degli orrori del set della prima stagione di American Horror Story è stata messa in vendita. Pare che non sia stato solo il set di questa ma addirittura di Dexter, Buffy, Twilight zone, Angel e Six feet under (devo indagare su quale scena di Dexter perché proprio non so a che puntata e stagione si riferisca). Sita a Los Angeles (lalala) questa incredibile dimora con lampadari Tiffany originali ha attirato l’attenzione di grandi interpreti della fotografia come Newton, Ritts, Arbus e Lachapelle. L’atmosfera incredibilmente sinistra cozza con la bellezza intrinseca dell’interno che oggettivamente (vedendo le foto reali e non da set) lascia senza fiato.  Chissà se la casa nella realtà vorrà essere venduta, al contrario di quello che accade nella “finzione” della serie e chissà se l’agente immobiliare si ritroverà con un cagnolino orfano tra qualche mese.

Lo scorso anno abbinando piatti a ricette deliravo circa i cliché degli Horror in genere. Ricordo di aver cominciato proprio con le Case Maledette (e cos’altro sennò? Se ti fa piacere puoi leggere qui insieme a un bel piatto di pasta alla Norma con tanto di Norman Bates). L’anima delle case è onnipresente. Tra i muri rimangono avvinghiate le storie e soprattutto i tormenti di chi vi ha abitato. Scendendo le scale ci sono gli insuccessi e le cadute e al contrario salendole i segreti, le vittorie e i lampadari che hanno spesso illuminato percorsi. Percorsi che sono vite. Vite che hanno influenzato o che al contrario hanno subito. Non vi è un angolo o stanza dove non rimanga intrappolato il mistero. La casa di American Horror Story, protagonista indiscussa della prima stagione, credo fermamente che sia diventata una sorta di Amityville Horror tanto quanto la famigerata Casa stessa di Raimi. Per le generazioni attuali di certo sì. Come lo è stata la casa sopra il Bates Motel. Come lo è stata per certi versi ma in circostanze visive diverse quella degli Addams. E molti altri esempi potrebbero esser fatti. Anche qui una connotazione pressoché omologata che rimanda al mio delirio precedente (uhm vediamo se riesco adesso a spiegarlo). Proprio come il cibo protagonista negli “horror” di una volta, American Horror Story riesce a esprimere la stessa identica tipologia di casa ( da cliché ) non stancando. Non sembrando una semplice scopiazzatura. Facendo insomma carattere a sé. E’ questa la forza di questa serie; che pur essendo ricca di contenuti stravisti riesce a raccontarli in una chiave per nulla noiosa. Diventa quasi un omaggio ai racconti passati per troppo tempo violentati da un genere diventato ahimé ridicolo in molte circostanze.

La prima puntata di American Horror Story non ha una ricetta, escludendo una “voglia di indiano” preludio di una nascita su cui si incentrerà la trama. La seconda puntata invece, ambientata nel 1968 all’inizio vede come protagoniste cinque ragazze pronte ad andare al concerto dei Doors; due delle quali non arriveranno mai perché vittime di uno psicopatico. La camera cambia e ci porta poi al 2011 quando Vivien ha conferma della sua gravidanza e Tate comincia a nutrire un interesse nei confronti di Violet.

Constance prepara con Adelaide dei cupcake al cioccolato con la violetta per Violet. L’intento è quella di farla soffrire “con questo i dolcetti sono più dolci. Ha il potere questo sciroppo di provocare terribili mal di stomaco e emorragie interne. Sputaci dentro!” (il fatto che la figlia Adelaide ci sputasse dentro era proprio una simpatica tradizione in quella cucina). Questi cupcake al cioccolato, mangiati poi da Vivien nonostante le insistenze a non farlo da parte di Constance e dall’intrusa psicopatica emulatrice dell’assassinio avvenuto nel 1968 nella casa, diventano i veri e propri protagonisti e fanno da entrée a moltissime preparazioni al cioccolato di Costance. La passione culinaria di Costance in fatto di dolci sarà infatti uno scandire continuo durante la stagione.

E qui si faranno: tutte.

E allora: siamo pronti per un Ottobre assolutamente da brivido? (già vedo la mia povera amica Luci urlare “noooooooooooooooo”. Resisti amica mia, Natale è vicino)

(se i Fantasmi non ci catturano, intendo *disse ridendo esaurita avvolta nel suo mantello nero)

Muffin al lampone e matcha


Per 12 muffin circa

400 grammi di farina, 150 grammi di zucchero, 4 cucchiaini abbondanti di lievito per dolci, 300 grammi di formaggio spalmabile, 85 ml di olio di girasole, 85 ml di latte intero, 2 uova, 200 grammi di lamponi, un pizzico di sale, 1 cucchiaino raso di tè matcha.

Mescola farina, zucchero, matcha, sale e lievito insieme. In un altro recipiente lavora il formaggio con l’olio, il latte e i tuorli d’uovo amalgamando il tutto per bene. Monta gli albumi a parte a neve ferma. Aggiungi la crema di formaggio agli ingredienti secchi e ottenuto un composto omogeneo aggiungi poi gli albumi montati a neve. Non mescolare troppo la pasta ma comunque assicurati che siano tutti ben amalgamati e uniti. Suddividi negli stampi ben imburrati e leggermente infarinati e a forno già caldo cuoci per 20 minuti (dipende sempre dalla formina che adoperi) a 180 già caldo. Controlla con lo stecchino e lascia raffreddare prima di servire.

La sacra passione per il lampone è arrivata in ritardo proprio come è accaduto con l’avocado e lo zenzero. Sono sempre stata più una da mirtilli ma poi quel gusto dolce e aspro mi ha conquistato; esattamente con la granita di Torre a Torino sotto consiglio prezioso della Socia cognatosa Piola. Non ho eseguito tante elaborazioni con i lamponi e un po’ mi dispiace (lascio i link sotto). Mi dico che si  può sempre recuperare mentre faccio scorta, nonostante sia assorbita dal “periodo uva”. Non so quanto tempo potrò dedicare a queste perle che hanno il colore dei riflessi dell’orchidea. Sono troppo impegnata a far fuori chilichilichili e chili di uva nera e bianca. Ombretta poi, qualche giorno fa mi consiglia “la depurazione dell’uva” che consiste nell’ingurgitarne quantità vergognose a patto che non venga mischiata ad altro e posso farmi sfuggire l’occasione? Francamente finora non mi ha sgonfiato per nulla e sono un pallone aerostatico ma non demordo e vado avanti. L’anno scorso era il periodo delle castagne e della zucca mentre questo dell’uva in toto (ma mica vuole dire che mi faccio sfuggire le prime due, sia chiaro). Sempre con la mia adorabile Ombretta domenica scorsa in direzione Santa Venerina da Russo, di cui ho parlato nonostante occorrerebbe post apposito visto la meraviglia che è, abbiamo fatto scorta di un bel po’ di prodotti dolciari siculi per eccelenza. Oltre alla Pasta Reale di marzapane e ai dolcetti tipici che a Catania si chiamano Totò e Bersaglieri (ma anche Tarallucci), ho voluto instradarla verso uno dei dolci che più amava il mio papà e che sapientemente gli preparava la sua amata mamma Grazia: la mostarda di mosto d’uva, la cotognata (di mele) e la mostarda di fichidindia. La prima alla Pasticceria Russo ce l’avevano pure sottoforma di crema con un abbondante spolverata di cannella. Risultato? Io e Ombretta non abbiamo resistito e nel tragitto Santa Venerina-Catania era rimasta solo una mostarda. C’erano dei pezzi di mandorla dentro. C’era tutto il buono che c’è e per un attimo mi è pure sembrato di sentire la risata di papà.

Adesso la missione è fare la mostarda in casa. Non ho idea assolutamente di come fare il mosto (in salotto con una tinozza a piedi scalzi? Che ne dite?) ma solo per risentire quella risata, rivedere gli occhi felici di Ombretta: lo farò.

Cosa c’entra la mostarda con i Muffin al lampone e tè matcha ovviamente non lo so ma per certo posso scrivere sicura che questi dolcetti, a prescindere dai deliri e dai ricordi, sono da provare assolutamente. Magari con un ottimo tè verde e una buona amica accanto.

Altre Ricette con i Lamponi? 

I Muffin dei Muratori (cioccolatosissimi con nocciole piemontesi)


Sono mesi (un anno e mezzo ma mesi mi deprime di meno) che parlo di muratori, casa nuova e  lavori in corso. Comprendo che sia impossibile da concepire e capire nel mondo umano (difatti ribadisco non vivo su questo pianeta. Ma in un pianeta che si chiama GuardoLand) una cosa del genere. Tutti hanno consigli per me “sì ma tu gli devi dire…” – “sì ma tu devi fare…” -“sì ma tu dovresti capire che…” – “sì ma se non gli dici che…”. Confesso che a me le persone che sanno sempre cosa avrebbero fatto nell’esatta situazione dell’altro/a mi stupiscono sempre. Non riesco a deambulare neanche bene dopo un discorso del genere. Non riesco a smettere di pensare come si possa credere di sapere cosa si sarebbe fatto/detto/agito in una determinata situazione. Non parlo certamente solo di muratori-lavori in corso-traslochi. E’ come se io consigliassi a un operaio di esperienza trentennale che si alza ogni mattina alle ore cinque e trenta per andare a lavorare otto ore davanti a una macchina quanto sia bello però puntare la sveglia leggermente prima e farsi una corsetta sul tapis roulant magari guardando un video tutorial di make up perché rilassa tantissimo.

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Muffin lavoratore al Provolone erbette e rosmarino


E per la festa dei lavoratori? Primo Maggio? Concerti? Rock and Roll? Alcool a pioggia? Cibo grondante di burro e hamburger buttati su di una spiaggia?

Ma finiamola, per cortesia che  ho un’età. Un po’ di musica classica, qualche disegnino e sistemare i cucchiaini in ordine di grandezza sarà più che sufficiente, suvvia. Largo ai giovani. Divertitevi e non fate troppo chiasso che detesto prendere l’ibuprofene se non strettamente necessario. Soffro di emicrania ultimamente e sono intollerante ad ogni sillaba.

Vorrei azionare la motosega e decapitare chi osa dirmi “Senti…è tutto regolare, vero?” (nel gergo giuovanile verrebbe “è tutto rego raga?, vero? così, giusto per una ripassata).

Insomma io uff. Sto qui a delirare di gergo giuovanile ma è di Muffin Provolosi che devo parlare.

Che i muffin salati siano una mia perversione non è un segreto anche se in effetti potrebbe pure esserlo perché un “machecefrega” gigante è comparso sopra la vostra testa e confesso pure sopra la mia ma nella versione diversa visto il cambio di pronome e quindi “machemefrega”.

Sto forse divagando? Ma.

Così per essere precisi. Insomma la versione ai piselli (che se guardo le foto vorrei prendermi solo a ceffoni per quanto sono brutte) e la ricetta la trovi cliccando qui, i Muffin ai fiori di zucca (la ricetta la trovi qui),  i Muffin Max romanissimi con le fave e pecorino dedicati all’amato Max (la ricetta la trovi qui) che sono gli stessi a dirla tutta poi che sono finiti sulla rivista Spray Magazine con il mio brutto facciotto. E poi ah sì i muffin salati con i semi di papavero (la ricetta la trovi qui) e ne ricordo altri due tipi con la provola ma come sempre ho difficoltà a cercare nell’archivio perché non dando titoli adeguati e normali tipo “Muffin alla provola” invece che “Nano da giardino perito tra l’aiuola e il dondolo” a volte e dico A VOLTE non riesco bene ad orientarmi. Soprattutto quando corro come una matta di fretta come oggi (nessuno dica “e quando mai?” uff. Mi avete già detto “machecefrega” e un po’ di contegno oggi, santapizzetta!).
Questi adorabili e soffici e gustosi e tuttequellecosechesappiamogià Muffin salati alla provola ed erbette e rosmarino equellocheaveteincasa sono dei banalissimi composti che si preparano in tre secondi. Non mi stancherò mai di ripetere (dovrei in effetti smetterla) che i muffin riescono a salvarti la serata. Che sia anche giornata .

Hanno quell’aspetto soffice e tenero che ti viene voglia di abbracciarli. Sono facilissimi da preparare e non ci si deve preoccupare di chissà quale preparazione complicata, ma inoltre da non sottovalutare: si possono congelare e saranno sempre buoni (sul sempre ho qualche dubbio ma lo metto tra parentesi perché sono sicura che non mi legge nessuno. E’ già difficile farlo senza le parentesi figuriamoci con).

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Esaurimento alle porte? Un cucchiaio di Semi di Papavero e passa la paura (forse)


E’ ovvio guardare un girasole e pensare a Van Gogh, come lo è altrettanto guardare un papavero e pensare a Monet. Nonostante siano dei colpetti leggerissimi di pennello rosso è lapalissiano. L’occhio li registra come papaveri e difatti così è. Camille e Jean, moglie e figlio di Monet nell’indimenticabile dipinto, rappresentano proprio il riposo, la passeggiata e la spensieratezza. Un sedativo naturale visivo come le proprietà stesse del papavero. La presenza degli alcaloidi all’interno di questo fragilissimo fiore rappresenta un vero e proprio sedativo naturale. Nell’immaginario comune c’è questo connubio: papavero-oppio-droga; questa comune verità intrinseca ti stordisce di default quando davanti ti ritrovi un campo di papaveri. E’ innegabile che riescano ad esercitare un potere quasi coercitivo. Li fissi immobile. Dimentichi.

I semi di papavero, nella versione bianca  e nera, sono lodati per le proprietà calmanti del sistema nervoso nella medicina naturale. Come tutti i semi oleosi poi si sposano benissimo con le preparazioni di lievitati e difatti non è inusuale ritrovarli in meravigliose pagnottone ricoperte di semi di papavero; come tutti i semi oleosi poi diventano una ricca fonte di grassi e proteine ma non solo. Riserva di manganese, calcio, acido linoelico che sta un po’ per Omega 6 e una sfilza di vitamine dove primeggia la E. I salutisti non possono che idolatrare questo semino. Francamente a me il seme di papavero piace e pure tanto (ed anche alla mia focaccina!). Ha un gusto particolarissimo e si presta bene ad ogni sorta di preparazione. Sproloquio a riguardo proprio perchè in archivio mi sono resa conto di aver raccolto, senza rendermene conto, molto più di qualche ricettina ma un vero e proprio malloppone gigante. Fermo restando che si dovrebbe provare anche una semplice insalata di iceberg, arancia e semi di papavero o che ne so spinaci lessi semplicemente con qualche semino prima di servire (provate, santapizzetta!), siamo qui oggi tutti riuniti (tranne i miei neuroni) per l’ennesimo “sbolognamento” di roba in archivio; organizzata alla meno peggio senza nessuna connessione logica e gustativa vi propongo per la sezione “Ricette per ingrediente” qualche idea con questo semino dalle proprietà a dir poco strabilianti.

C’è da pensarci su e molto. Sarebbe un bene portarsi in ufficio una bella cucchiaiata di semi di papavero? Quando la collega ti racconta che ha perso tre chili mangiando cornetti, che ha cambiato il turno e sorpresa TADAN! l’ha cambiato con te senza avvertirti e si lima le unghie mentre rispondi al telefono. E’ il momento di una bella cucchiaiata di semi di papavero. Subito dopo un ceffone in faccia alla tizia, ma è un altro discorso che possiamo approfondire poi in separata sede.

 Con i semi di papavero si possono davvero fare dei chutney strepitosi e dei pesti intriganti dal vago sentore mediorentale (no. Non sto vaneggiando più del solito è che da quando ho il pestello in legno alleno i miei bicipiti colpendo violentemente. Immagino di avere davanti un volto random e mi diletto. Vengon fuori dei pesti talmente pestati che è una meraviglia e non occorre l’ausilio di elettricità. Altro che pungiball! Provate! Insieme agli spinaci lessi, sì). Questo per dire che sui semi di papavero avrò modo di tediarvi abbastanza (tranquilli. Poi li dimenticherò e vivrò la passione per la curcuma e dirò esattamente lo stesso non ricordandomi neanche più di aver scritto un post. E’ tutto sotto controllo. Non medico ma dovrebbe. Insomma basta!)

Le proposte di oggi sono:

  • Pesce Spada in Crosta di Semi di Papavero
  • Tofu in Crosta di Semi di Papavero
  • Macaron Speziati con Semi di Papavero
  • Cupcake con Semi di Papavero
  • Treccia con semi di Papavero
  • Tortino al Cioccolato con Semi di Papavero e Sesamo Nero

 Partiamo subito con il dire che La Ricetta della Torta al Cioccolato con Semi di Papavero la trovi cliccando qui >>> perchè a me questa versione stampabile piace. Il fatto che nessuno mi abbia detto che è un’idea strabiliante dovrebbe farmi supporre che dovrei sedare l’entusiasmo ma tant’è. Trascrivere le altre ricette sembra superfluo in quanto per il pesce spada occorre semplicemente massaggiare i tocchetti di pesce con olio e premerli su di un piatto dove si sarà raccolta una bella quantità di semi di papavero. Grazie all’olio e all’umidità del pesce si attaccheranno. Scottare giusto qualche secondo in una padella già calda e servire con gelsomino che è innegabilmente bello. Per la ricetta dei macaron ho usato la ricetta base di Felder (che potete trovare cliccando qui nella versione light stampabile. Continuo a ribadire che è l’unica idea razionale e pratica che io abbia mai avuto in vita mia). Una spolverata di semini prima di infornare e via. Per la ganache di imbottitura si può procedere secondo i propri gusti. Qui ho usato una semplicissima crema al sapore di cannella.

Per la treccia con i semi di papavero mi sono rifatta ad un impasto base di pane, spennelando poi con tuorlo e pioggia di semi. La preparazione del tofu in crosta di semi di papavero è imbarazzante per semplicità ed è una delle ricette che mangio più volentieri. E’ un po’ lo stesso procedimento del pesce spada ma senza irrorare di olio. Il tofu pressato su un piatto colmo di semi formerà questa crosta. Scottato  in una padella ben calda e spolverato di sale diventerà un ottimo pasto vegetariano/vegano e perchè no (?!) anche per i carnivori più incalliti. I semi di papavero conferiscono alla soia un sapore davvero ottimo che bisogna annoverare nella lista “da provare”. Un po’ come la torretta di asparagi, fragole e peperoni. La Ricetta invece dei Cupcake all’arancia e semi di papavero la trovate cliccando qui >>> Su quest’ultima spenderei giusto tre paroline. Il fatto che la rude arancia si unisca a questa finesse di seme rende spartano e al tempo stesso questo cupcake che ho trovato perfetto nell’impasto e nella consistenza. Lode lode e lode a questa edizione Cupcake di Luxury Books. Semplicemente perfetta. Da idolatrare almeno tre volte al giorno. Forse anche quattro.

E che la calma sia con noi. Om…om…ommm…ommmmmm*inspirare espirare

(bene vado ad uccidere il muratore. Ma prima ingurgito un cucchiaino di semi di papavero. Mi sentirò meno in colpa. Ommmmmmmmmm)

Habemus “MM” il Muffin Max!


 Non sto certamente dicendo nulla di originale ma è chiaro ai più che il cibo oltre ad essere correlato ai momenti più importanti della nostra vita diventi a tutti gli effetti tradizione, storia e blablabla. Un noioso bla. Bla. Bla che potrebbe blablare per lustri e lustri. Si comincia già dal menù a capire che ci saranno chiare difficoltà oggettive nella convivenza. Il menù del matrimonio. E’ chiaro che se la futura sposa vorrà dei finger food agli asparagi e fragole lui opterà per un bell’arancino con il ragù di cervo in salsa tonnata. E’ un copione che va seguito scrupolosamente. Se prima si parte con i convenevoli ” ma vabbè pucci trottoloso decidi tu “ e si continua con un “ma no trottolina patatosa sei tu la regina della casa” ci si ritrova su un ring a suon di cazzotti dove diventa quasi giustificato malmenarsi perchè cacchio no. La tartare di manzo la prozia della zia della vicina di casa non la mangia e il vicinato deve dire che ha mangiato benissimo! Che mai si è mangiato così bene ad un ricevimento.

Purtroppo dal basso della mia esperienza posso asserire che è proprio il menù l’apoteosi dell’apocalisse. Con il menù si decidono le sorti del futuro. A ben guardare, proprio come nel fondo delle tazzine dei caffè, si potrebbe pure predire se il futuro sposo sarà lo stesso che dopo anni, nel buio di una lampadina di 50 watt di una cucina country, ti dirà serafico ” ehhhh come faceva la salsa la mia mamma! Nessuno riesce ad eguagliarla”. Ammesso che io non bevo caffè e sul fondo leggo solo: “mettimi in lavastoviglie” posso altrettanto asserire che incosciamente io e il Nippotorinese ci siamo proprio voluti risparmiare questo dialogo davanti ad un fantomatico chef. Perchè se già è stato difficile essere seguiti da un bizzarro architetto ( e chi mi segue da sette anni sa a cosa mi riferisco. Purtroppo aggiungerei. Ma soprattutto chi mi segue da sette anni attualmente è ricoverato in una clinica psichiatrica a mie spese ma è meglio non divagare. cosa stavo dicendo? ah sì) figuriamoci la scelta del menù.

Per giorni ci siamo crogiolati sul colore dei divani. E ho vinto io. Per giorni ci siamo crogiolati sul colore della cucina. E ho vinto io. Per giorni ci siamo . Ok basta. Decido io. E vinco io. Non c’è tanto da girarci intorno. Sono un donnino predisposto al dialogo, è cosa risaputa. Accondiscente, soprattutto.

Indi per cui il menù dovrò deciderlo io. E non mi starà bene a prescindere pressochè nulla. Ora cosa c’entra il menù del mio matrimonio contando che nessuno mi ha chiesto di sposarmi?

Niente. Devo però lamentarmi in primis e mandare messaggi certamente non subliminali. Solo che non ho mica tempo per essere anche logica, io. Chi ripete Io pare sia egocentrica. SMENTISCO ! Io.io.io.io. Ho dei peluche da stirare e sono le dieci di sera. Ho mangiato azuki verdi come non ci fosse un domani e sto male. Tanto male. Avrei voluto correre un po’ sul tapis roulant ma pare che sia bizzarro farlo dopo cena e allora scrivo. Scrivo a raffica su non so cosa. No. In realtà lo so .

Insomma. Ricapitoliamo. Il cibo è correlato al  momento. Il cibo è importante. Il matrimonio bla.bla.bla. Ah sì.

Correlo dei momenti a dei cibi. E volevo correlare questo incontro con Max con un cibo. La cosa che più mi ricorda Roma sono le fave. Perchè papà dice che al militare in una trattoria magnava fave e pecorino cantando allegramente. Mamma ha un problema con le fave tanto quanto con le uova. Il Nippotorinese adora il formaggio e le fave fresche e alterna fasi “pecorinosardo-pecorinotoscano-pecorinoromano” passando poi a roba puzzosa e ricercata che ha vinto premi e bla blabla. In più durante il periodo di tesi ha studiato a Roma e  anch lui si concedeva fave e pecorino in una trattoria tipica. E tadan! Io amo le fave. Il pecorino no. Ma se fosse una pecora piccola maschio, sì quindi tutto torna.

Se penso a Max la prima cosa culinaria che mi viene in mente è il guanciale. Ma non la pancetta eh! Il guanciale. Quello vero che si mette nei bucatini all’amatriciana! Ma anche quella sua adorabile repulsione per questi cibi assurdi e poco tradizionali . E allora mi sono detto Muffin ! Il Muffin Max pecorino romano e fave !

Fingendo entusiasmo il Nippotorinese ha annuito leggermente. Mentre ero tutta gasata al grido di “Il Muffin Max!!! “; Non roteando gli occhi all’insù ma solo annuendo leggermente. Sintomo che era una stratosferica stupidata sì, ma che poteva essere di entità maggiori indi per cui. Ecco qui il muffin pecorino romano e fave ma senza guanciale. Perchè oggi di guanciale qui non ce ne era . Per onestà non ho messo la pancetta ma ammetto che fotograficamente avrei pure potuto farlo passare come guanciale. Insomma per dire che Il Muffin Max è un Muffin onesto. Bello e fascinoso Tradizionale e all’avanguardia, morbido e di carattere. Un Muffin assolutamente da provare. Come stuzzichino, brunch, finger food, apripasto, chiudipasto, inframezzopasto.Il Muffin Max è per sempre! Qualcuno mi dia un calmante perchè lo stato di gasamento è pari ad una ragazzina emo davanti  ad una bomboletta di lacca gel per ciuffi duri col 50 per cento di sconto.

Il Muffin Max manco a dirlo arriva sempre primo! E’ incredibile.

La Ricetta del Muffin Max al pecorino romano e fave la trovi cliccando qui >>>