Danubio dolce al pistacchio – Nona tappa del Pappamondo? “Ungheria”


  • 500 grammi di farina
  • 200 grammi di latte intero
  • 1 cubetto di lievito di birra (o lievito disidratato)
  • 40 grammi di zucchero
  • 1 uovo
  • 60 grammi di burro
  • una presa di sale

Per la farcitura

  • crema di pistacchio quanto basta

Per la copertura

  • glassa
  • zuccherini

In un bicchiere fai sciogliere il lievito nel latte intipiedito con lo zucchero, fai una fontana (o metti nel robot) di farina e al centro aggiungi l’olio, il burro a pomata e il sale. Comincia a lavorare e pian piano aggiungi il latte con il lievito sciolto dentro. Se lavori con le mani amalgama per bene e allo stesso modo, se adoperi il robot, fai sposare tutti gli ingredienti. Metti l’impasto che ottieni sotto un canovaccio pulito e lascialo lievitare almeno un’ora. Trascorso il tempo forma venti palline circa e fai lievitare nuovamente almeno un’altra ora. Trascorso il tempo prendi ogni singola pallina e cerca di mettere al centro una generosa cucchiaiata di crema al pistacchio. Fai attenzionare a non far uscire la crema altrimenti durante la cottura si spargerà fuori e darà un effetto bruciacchiato fastidioso (sia al palato che visivamente). Lavora nuovamente e delicatamente le palline. Lasciale riposare un quarto d’ora.

Disponi per bene le palline formando un albero (se vuoi o altrimenti procedi come nella classica composizione del Danubio) senza preoccuparti di attaccarle le une alle altre perché durante la cottura succederà comunque. In forno a 200 già caldo per 30-35 minuti. Lascia raffreddare.

In una ciotolina raccogli dello zucchero a velo (150 grammi circa saranno perfetti) e aggiungi pochissima acqua, quanto basta per ottenere una glassa non troppo liquida. Stendi la glassa su tutta la superficie del Danubio come preferisci e come la fantasia ti suggerisce. Cospargi di zuccherini a piacere e lascia raffreddare.

Ieri la mia scelta per la tappa italiana è  caduta su una preparazione dolciaria napoletana: la Caprese all’olio extra vergine di De Riso. Oggi mi presento con un Danubio spacciandolo per Ungherese quando tutti sanno che l’origine è anch’essa partenopea? Prima di vedermi arrivare pomodori in faccia (sappiate che fanno benissimo alla pelle e ai capelli. Da quando uso lo shampoo al pomodoro non sembro più una scopa con tre peli in testa ma una scopa con quattro peli in testa) vorrei giusto sottolineare che nulla di Ungherese c’è ma che per forza di cose dovevo. Dovevo sottolineato tre volte ( in Ungheria ci andiamo davvero tra qualche giorno).

Fare una correlazione tra Danubio. Ungheria. Napoli. Pistacchio e lievitati. So che il perché già lo conoscete (sragiono e basta) ma vorrei ugualmente approfondire la cosa (tanto, sul serio: chi mi legge a parte Cri, Ale, Ombretta e forse BestiaBionda? Mia mamma qualche volta e basta). Il Danubio è una preparazione dolce sì ma che si presta benissimo al salato (cubetti di formaggio e prosciutto in cima alla lista). L’ho visto fare milioni di volte dalla mia Cey e nonostante mi fossi ripromessa svariate volte di farlo mai ve ne è stata occasione. Poi un pensiero. Semplice. Di quelli che mi portano poi a confrontarmi con il mostro cibo per rielaborarlo in qualcosa di bello. Di cui non avere paura.

Non c’è una persona con cui abbia trascorso più Natali che Cetti. La vita ci ha viste vicine e molto lontane. Ogni volta però che ci ha fatto incontrare mai davvero è cambiato qualcosa nell’anima. E’ solo ricominciato. Il significato del Danubio pare che per certo non esista. Una zia austriaca lontana per chi ne reclama la paternità e poi un’immagine romantica che è quella delle onde del Danubio. Di questi piccoli malloppotti attaccati gli uni agli altri. Ripieni di un qualcosa di indefinito, che sia dolce o salato come la vita, ma sempre lì. Uniti. Di Cetti non posso dimenticare nulla perché per quanto lei possa essere stata distante e allo stesso modo io, i segreti sono ben pochi. Le piaceva la cipollina, che è un tipico prodotto da tavola calda catanese con dentro prosciutto, salsa e cipolla. Tutto quello che era salato al contrario di me. Impastava benissimo. Me la ricordo. Quando si avvicinava il Natale e preparava tantissime scacciate per la sua famiglia. Quando cuoceva le crepes per noi amici. La besciamella. Il nostro Sabato. I nostri Lunedì, martedì, mercoledì, giovedì, venerdì e domeniche.

La guardavo, io che non sapevo mettere il caffè nella moka, e mi dicevo che da grande avrei voluto cucinare come lei. Siamo coetanee ma Cetti è dovuta crescere prima di me. Ho capito la sua reale grandezza solo quando ho perso papà. Rimanere senza madre prima ancora di fare gli esami di maturità ti fa diventare qualcosa che chi come me vive in una favola perenne difficilmente può capire. I nostri mondi si sono scontrati e riavvicinati come frammenti di meteore impazzite. Poi il cosmo ha riunito questi piccoli mondi nei momenti più laceranti e difficili ma anche in quelli più belli.

Ho pensato al Danubio al pistacchio perché sa di dolce e salato. Di pistacchio di Bronte, che capiremo solo noi. Di Sicilia. E di un viaggio a Napoli che ci avrebbe poi portate a Budapest. In quell’Ungheria che poco mi ha dato in termini di emozioni forse perché troppo viziata. Siamo salite su un battello io e Cetti. Una volta sul Danubio guardando cattedrali. Una volta in Germania guardando il passato e il futuro dopo aver lasciato un treno di ricordi d’epoca. Io e Ce per certi versi abbiamo davvero girato tutto il Mondo  dell’Amicizia. Nessun luogo ci è sconosciuto e non attraversato. Abbiamo fatto tutti gli sbagli possibili e immaginabili che le amiche fanno. Tutti quelli che riuscite a immaginare, non ce ne è uno che ci sia sfuggito.

Cetti è nata poche ore prima di me. Ogni mezzanotte tra l’undici e il dodici dicembre l’abbiamo trascorsa insieme. Mentre lei soffiava sulle sue candeline io soffiavo sulle mie. Mia mamma è nata lo stesso giorno della mamma di Cetti. I nostri papà si conoscono e le vite si intrecciano tra alberi genealogici. Come rami e radici di piccoli paesi dove si è tutti cugini, parenti e amici. Ma a dispetto di tutti e tutto, io e Cetti amiche lo siamo per davvero. Quest’anno, dopo moltissimi anni, Cetti mi manca. Fare l’albero con lei. Farle i capelli lisci e magari rovinarle il cuoio capelluto con improbabili tinture. Stare ferma lì a raccogliere grattini e sentire le sue storie. Come sostenevo Lunedì, per il Sushi Alberello, l’albero possiede un significato simbolico importante e magico. La vita stessa con le sue intermittenze di luce e buio. Per me e Cetti in questo alternarsi di sentimenti, incomprensioni e silenzi si ricorda sempre alla fine quanto di più bello possa esserci in un’amicizia che non conosce confini, limiti e amore. Le lucette colorate. E per quanto si possano strappare a morsi pezzi di quest’albero. Per quanto si possano fagocitare, conservare, buttare, nascondere. Alla fine. Rimane sempre un albero intatto. Incontaminato.

Possente.

E niente. Volevo solo dirti pubblicamente Auguri. Portandoti in Ungheria, a Napoli, in Sicilia e un po’ ovunque tra queste onde e questi mondi. E farti vedere che litigo ancora con gli ubriachi per strada se non attraversano correttamente la strada. Che sono diffidente con chi vuole aiutarmi a portare la valigia. Che mangio un chilo di gelato tremando dal freddo. E che in fondo, per quanto tu possa ormai mal sopportare questo nome, sono sempre la tua.

Iaia. E ti amo come sempre ti ho amato.

Auguri Ce.

(e prepara  il Danubio perché voglio vederti che impasti SUBITO!)

(se tu e Nadine lo fate a forma di Peppa Pig stavolta non ti parlo più)

( Di qualche Ricetta davvero Ungherese, dell’Ungheria e di Goulash e dintorni ne riparliamo tra qualche giorno)

Pappamondo: Un Natale in giro per il Mondo con una valigia di Sogni!

  • Scarica la Scheda numero 9 del Pappamondo se vuoi conservare ricetta, foto e disegno

(basta fare tasto destro-salva con nome. Ho messo una risoluzione abbastanza alta ma se vuoi il formato .pdf o una risoluzione ancora maggiore non esitare a chiedermelo. A fine Giro Natalizio raggrupperò tutto il malloppotto e ne farò un piccolo book virtuale) 

Andiamo tutti a Hogwarts almeno una volta al mese e facciamo scomparire i dolori?


Non ho un bel ricordo dell’Ungheria. La compagnia era sbagliata e il fatto di fare Catania-Budapest con un Pajero credo compromettesse un po’ il tutto. Non posso però lamentarmi più di tanto visto che avevo scelto sia la prima che la seconda tragica opzione. Ho portato però a casa Huber, l’orsetto austriaco che canta “ololaiuuuuuu” quando gli premi il pancino e una foto ad una signora bellissima con cappello che irrompeva nel set di Munich (reperto fotografico su flickr>>>) . Nelle mie mani all’epoca c’era una rampante Canon PowerShot A75 da tre megapixel, suppongo.

Di tempo ne è passato (2005 e non lo so perchè ne ho memoria ma perchè grazie al blog e flickr posso ricostruire i miei ultimi dieci anni con un click) e il ricordo del Goulash francamente non ha attecchito più di tanto. Uno dei tanti motivi, vegetarianesimo a parte, è che ho trovato non poche difficoltà in Ungheria dal punto di vista dell’alimentazione e sin da subito ho archiviato qualsiasi tipo di interesse.

Nonostante non fossi la fissata di adesso con zucchine bollite senza sale ma un’allegra donzella che si strafogava di patatine fritte non è stato  ugualmente  piacevole ritrovarsi  in qualsiasi preparazione della carne.  Scommetto ci fossero anche nelle zollette di zucchero delle micro parti di ragù con paprika.

Per questo motivo dell’Ungheria ricordo un pacchetto di patatine chips di un discount con la paprika davvero deliziose, patatine fritte e McFlurry del MacDonald  senza smarties.

In un pub, ospitato in un triste scantinato,  mi avventurai impavida nella scelta di un panino spiegando che “per nessuna ragione un animale doveva essere compreso nel l’imbottitura”. Il risultato fu un gran bel pezzo di prosciutto e uno stuzzicadente infilzato tra la mollica. Non starò qui a raccontare di come il mio innato aplomb mi portò ad avere un ilare diverbio in lingue sconosciute con il malcapitato. Non certo per il prosciutto perchè capisco che può succedere (a me succede sempre ma è un’altra storia) e in quel caso non dico mai nulla,  quanto per lo stuzzicadente. Da brava ipocondriaca infatti, notando una colorazione rossa  nel  legno, ho pensato che ci fosse del sangue e che io sarei morta in seguito a una malattia contagiosa fulminea, ergo  buttata dal Nippotorinese giù per il Danubio dal ponte delle catene. Ed a me finire nel Danubio proprio non mi stava bene perchè se ne avessi dovuto scegliere uno sarebbe stato quello di Singapore (reperto fotografico? habemus !)

Il nostro primo indimenticabile, nell’accezione più negativa possibile, viaggio.

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